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Una storia di amore e di spalle Una storia di amore e di spalle

Di Porpora, oro e nero

(Un’altra) R.

Il nostro appuntamento con Ivano Porpora.
Dieci amori. Dieci racconti. Dieci volte.
Ancora sette.

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Era piovuto a morte, nei giorni prima, come piove forse solo a Roma, in alcuni tratti della Liguria a ridosso delle coste, dove i fiumi sono sempre pronti a inghiottirsi tratti di costiera, o – m’immagino, non lo so, ma quando penso al Friuli penso anche a questo – a Trieste, Gorizia, lì.

Stavo andando con mio cugino alla festa della birra di Casoni, è una festa che prende quasi un paese, larghissima; la birra non costa tanto né poco, ma allora si muovevano i paesi per andarci, c’erano concerti, trovavi ragazze molto belle e molto tranquille che ti pareva quasi fossero state rimesse in libertà da chissà quale carcere di cemento solo per l’occasione. I parcheggi erano tutti occupati o allagati, i ragazzi che erano venuti ad aiutare la Protezione Civile ci sbatterono in campi infangati a quattro chilometri di distanza. Nel cammino conoscemmo R.

Era lì con suo cugino, un ragazzo allampanato e coi baffetti, rise solo e non disse niente. Lei era bassina e bionda, molto bassina, molto bionda; un sorriso talmente abbagliante che a ogni pilone della luce dovevo ripararmi gli occhi. Era più grande di me, finsi di non crederle e mi mostrò la carta d’identità; finse di credere fosse solo per quello. Dopo una settimana di ricerche la chiamai al cellulare, le dissi: Come va?

Si mise a ridere.

Fu la prima volta che scrissi di sesso in messaggi. Ogni messaggio era un passo in là, poi uno di lato; lei rispondeva poi si ritraeva, poi rispondeva ancora, poi ancora. Un giorno disse: Ma al di là delle parole?

E lì mi insegnò che esiste un mondo, al di là delle parole.

Ci incontrammo nella lunga strada che porta da Guastalla a Novellara, a ridosso di una centralina della corrente. Ci baciammo come due affogandi che solo nella bocca dell’altro trovano grotte di aria. Pioveva anche lì; agli amici raccontai che non avevo capito niente.

“In che senso?”

“A un certo punto mi sono trovato a baciarmi la spalla, perché non capivo più dove iniziavo io e finiva lei”.
Lei si era messa a ridere, aveva detto: Guarda che è la tua spalla. Loro si erano messi a ridere; avevano detto: Sei un coglione.
Iniziammo a frequentarci. Io le dissi, per motivi che mi sono ora oscuri, che volevo solo far l’amore e non parlare, mai. Partendo da casa, con la macchina sgangherata che papà m’aveva affidato, le mandavo un messaggio da ogni paese incontrato, dicendo solo quello, il nome del paese, niente altro. Rischiavo la vita a ogni messaggio, la C erano tre pressioni di tasti, la E due, eccetera. Lei ogni volta rispondeva, al mio Alcatel, ti aspetto.

Ti aspetto.

Quando arrivavo, casa sua era immersa nelle nebbie, alla fine di una lunghissima via stretta frequentata da nutrie, uccelli d’ogni tipo, volpi; contornata da campi mezzi grigi, mezzi neri.

Il camino bruciava, ci amavamo per qualche ora, lei mi diceva di un suo ex amante, di sua madre, di suo cugino che non era ancora riuscito a confessare alla madre che era gay; poi le dicevo: Vado. La sua malinconia si alzava un filo oltre il livello di soglia, mi accompagnava all’uscio, mi diceva: Stai attento alle volpi. Partivo.

Un giorno mi innamorai di lei, come sempre accade. Provi a essere stronzo, ad arrivare fino al livello delle ossa e cominciare a raschiarle per far emergere il nero; ma se sei bianco, e non è un apprezzamento, rimani bianco. Ieri un’amica mi ha chiesto: Perché io devo provare i sensi di colpa?

Le ho risposto: Perché hai ancora la fortuna di riuscire a provarli.

Le feci un filmato con la mia macchina fotografica, regalo di laurea. Ce l’ho ancora, in questo pc e pure su cloud, nella cartella: Famiglia. Le dico, alla luce del suo paesino reggiano, Dimmi qualcosa di dolce. Lei risponde: Cioccolata, e ride di un riso così puro che in vita mia ho visto solo nelle persone che hanno toccato il fondo oltre il fondo.

Ci perdemmo, mi invitò al suo matrimonio, lui arrivò a bordo di una bici modificata a quasi moto, con le ventole a fare da motore. Mi accostai alla sua migliore amica, nella navata laterale in cui mi ero confinato; mi guardò, mi chiese: Come stai?

“Come un marito che vede sposarsi sua moglie”.

Lei sorrise, mi mise una mano sulla spalla, non disse altro.

Arrivai a casa, scrissi: Oggi si è sposata mia moglie.

E quel giorno tutto cambiò.

R. mi ha lasciato diverse eredità. Sono quindici anni che non ci sentiamo, forse. Dove lasciamo chi abbiamo amato così tanto che il respiro ci è mancato, mancato perché l’ossigeno era tutto là?

Una delle eredità è quel Cioccolata, così puro che ancora ce l’ho.

Una, che uno come me non può fare lo stronzo. Gli si riversa tutto contro, con tanto dolore che gli altri stanno male, io non sopravvivo.

Una, forse la più importante, che non devi mai permettere a nessuno, mai, di darti del coglione se amando una persona baci te stesso. Perché se amando una persona riesci ancora a distinguere la sua pelle dalla tua, forse quello non è amore per niente.

Per niente.

Ivano Porpora (1976) ha lavorato in radio e per la stampa, in pubblicità e su internet, come area manager e insegnante di narrazione per bambini. Ha esordito per Einaudi nel 2012 e da allora si concentra sull’ambito letterario e si è specializzato in corsi di scrittura, che tiene tutto il territorio nazionale. Ha pubblicato tre romanzi (La conservazione metodica del dolore, Einaudi 2012, Nudi come siamo stati, Marsilio 2017, L’argentino, Marsilio 2018), un libro di poesie (Parole d’amore che moriranno quando morirai, Miraggi 2016), una favola per bambini (La vera storia del Leone Gedeone, Corrimano 2017) e un libro di fiabe per adulti (Fiabe così belle che non immaginerete mai, LiberAria 2017).

Di Porpora, oro e nero

(Un’altra) S.

Il nostro appuntamento con Ivano Porpora.
Dieci amori. Dieci racconti. Dieci volte.
Ancora tre.

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Un racconto d'amore di Ivano Porpora

Oggi mi hanno chiesto dove nasca la scrittura. Dove nasce?, mi hanno chiesto: e io ho risposto che nasce un po’ nel mondo delle istanze, nei temi che abbiamo bisogno di risolvere attraverso una trama. Ma poi ho pensato: e l’amore, quello, dove nasce? E la risposta che mi do, oggi – ho 43 anni, sono in una libreria romana, il tizio alla mia destra si è alzato, raccoglie un libro di Quiriny e un accendino e se ne va – è che non sai da dove, ma sai dove.

S. è stato l’unico caso in cui so da dove, e so dove.

Non era fotogenica, non è mai stata fotogenica. Conservo alcune sue foto – lei che si gira di scatto, ha un dolcevita nero, i capelli le avvolgono il volto; lei che si lava i capelli sotto la doccia in un albergo veneziano, che impressione fa scrivere albergo veneziano e sapere che è vero; lei con una cuffia a coprirle il viso in alta montagna, faceva freddo ed ebbi paura di morire in uno stradello ghiacciato su uno strapiombo -; in nessuna di queste si vede esattamente cos’è lei, il suo viso reale, cos’è stata per me lei col suo viso reale.

L’amore tra di noi si è fondato sul dovere, sul non posso, sul non ce la faccio. Ma detta così sembra brutta; e invece fu solo tenerezza, e la tenerezza è e permane, come quel ghiaccio che preserva mondi che furono e ancora non sappiamo.

Il dovere fu quel giorno che la aiutai a scrivere la tesi. Partii di casa alle cinque del mattino, andai a Verona, poi a Roma a un convegno di lavanderie – esistono -; tornai esausto e digiuno a mezzanotte, a circa mezz’ora da casa, a mezzanotte e venti mi chiamò in lacrime dicendo: Ho bisogno per la tesi, devo consegnare domani, non so come fare.

Le dissi: Vengo. Non stavamo insieme, battei sui tasti di un computer fino alle tre, ogni tanto per segnalarmi qualche errore o nota da aggiungere mi premeva lo scatto della penna sulla spalla destra. Alla ventesima volta le dissi che ero così stanco che mi veniva da piangere, ma non piangevo perché ero stanco; ci baciammo una volta, le labbra leggere; corremmo a lavarci la faccia per calmarci.

Il Non posso è quella volta in cui a Moena attraversammo un ponticello. Lo so che può sembrare scontato, tanto più di fronte a questi due che parlano di fronte a me – lui ci sta evidentemente provando, le dice delle riviste che stanno per pubblicarlo –, ma guardai i suoi occhi e il ruscello e dissi: Lucono entrambi.

Lucevano entrambi.

Il Non ce la faccio è la prima volta che facemmo l’amore. Eravamo sul divano letto di casa sua, era un divanaccio pesante e impolverato, aperto; io sdraiato, lei sopra di me, mi mise la mano sul plesso solare mentre si muoveva dolcemente. Mi mancò improvvisamente il respiro, le dissi: Toglila, non ce la faccio.

Non la tolse, io non ce la facevo, quella mano mi diceva che potevo anche esserci, ero autorizzato a esserci, a darle il cuore oltre che il corpo, tanto, la testa, tanta. Sentii il respiro mancare, mancare e mancare; e poi qualcosa che era morto là sotto montare, poi ancora.

Lì la amai, così forte che non pensavo. E capii ciò che il Minotauro, quando finalmente arrivò Teseo, provò.

Dopo tutte le vittime sacrificali, di fronte a qualcuno che poteva tenergli testa, credo che provò un inenarrabile sollievo.

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Di Porpora, oro e nero

A.

Il nostro appuntamento con Ivano Porpora.
Dieci amori. Dieci racconti. Dieci volte.
Ancora quattro.

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Un racconto d'amore di Ivano Porpora

A., io, la amai subito.

La conobbi in un pub qua a Viadana, un pub che stava in un angolo, su una rotonda; ora l’han chiuso dopo troppi cambi di gestione, chissà che ci faranno dentro.

Eravamo io e un amico, quella sera, a brindare per un qualcosa che al momento mi sfugge. Mi diede un pugno nei coglioni, a un certo punto, perché gli avevo rubato il posto mentre era andato in bagno – ma era il 2002, più o meno, eravamo giovani e pieni d’ormoni; io nel trambusto ribaltai la panca che stava alle mie spalle; chiesi scusa, la vidi che sorrideva, aveva un sorriso incantevole e le treccine, le dissi: Mi dai il tuo numero?

Tutto quello che accadde nei due anni successivi, io lo ringrazierò finché campo: A. fu la prima donna della quale dissi: Era questo, quindi, l’amore? Intendo: non solo il sentimento – che, come ho raccontato, già c’era stato -, ma quella forma di sprofondamento interiore in una caverna lucida nella quale siamo solo io e lei, il resto del mondo è di fuori, l’imboccatura della caverna è coperta da una cascata.

Che fatica, con lei, a dire quale fu il momento migliore. Saprei enumerare quelli peggiori, quasi sempre dovuti a me: quando non fui presente alla sua laurea, quando stavamo andando in un locale e me la presi, e ritornai indietro, lei mi disse: Se mi riporti a casa è finita; la riportai a casa.

Però ricordo anche la sera in cui indossava una veste di cotonina senza niente sotto, ospitammo una cena con i suoi amici, loro mi odiavano ed erano cortesemente ricambiati; e io attesi le sei del mattino, le prime luci dell’alba, per dire: Ora siamo solo noi due, vieni qua, non dire nient’altro, vieni, l’aurora dalle dita rosate ci accolse.

Oppure ricordo la sera in cui fumammo il narghilé e poi vedemmo un Terminator; lei era vestita con una giacca nera lunga, sembrava Trinity di Matrix, mi pare, le dissi Sei bellissima, rispose: Tu.

Oppure ricordo momenti altri, momenti in cui ci tenemmo per mano, momenti in cui pianse, io non piangevo mai.

Ma se devo dire l’istante in cui fummo noi due, ecco, forse tradirò me stesso e invece che uno ne dirò tre.

Il primo l’ho già citato: è il momento in cui mi infuriai per la sua tristezza immotivata, tornai indietro, le dissi: Ok, basta.

In quel momento avevo la sensazione di guidare, di girarmi e avere una piovra nera accanto a me. Una piovra che allungava i suoi tentacoli e diceva Amami, e io sapevo che qualsiasi scelta avessi fatto avrei perso. La accompagnai, perdendo; ci richiamammo, perdendo, e fummo ancora per mesi meravigliosi perdenti, sassi che rotolano e vedono il burrone ma non il motivo per cui fermarsi.

Il secondo fu quando facendo l’amore ci addormentammo. Provai a raccontarlo, anni dopo, mi dissero: Che schifo. Ma che schifo cosa, rispondo io, cosa? Non è il momento più bello del mondo quello in cui sei troppo stanco per far l’amore e invece lo fai, e ti addormenti insieme a lei, siete a cucchiaio, lei è di spalle, e ogni tanto uno dei due si sveglia e ridà il ritmo, dolce, stavi dormendo?, no, no, e tu?

Il terzo momento, fu quello in cui le dissi basta; e quello in cui lei mi disse basta.

Tornai a piangere, e non piangevo più da anni.

Seppi che quello che avevo avuto era stato prezioso, una piovra viola e nera ma preziosa; e seppi che era entrata dentro me dicendomi basta.

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