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Di Porpora, oro e nero

Valentina

Il nostro appuntamento con Ivano Porpora.
Dieci amori. Dieci racconti. Dieci volte.
Ancora sei.

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Questa storia forse è triste, forse è felice; è l’unica storia nella quale posso mettere nomi veri.

Si chiamava Valentina, non ha mai saputo il mio nome – glielo avrò detto decine di volte, ma non lo ricordava o così diceva, mi chiamava in un modo che è un po’ imbarazzante e che quindi non indicherò. La conobbi a Bologna, erano i tempi della mia università, quando ne La conservazione metodica del dolore dico che mi scaldavo le mani alitandoci sopra, d’inverno, e che andavo a trovare una persona, era lei.

Era tossicodipendente, e lo sapevo. Aveva un quadro bellissimo in casa, l’aveva fatto lei, era di un cuore porpora trafitto da chiodi di garofano veri; le avevo detto cosa significasse, mi aveva detto: Ma tu non scrivi? Io scrivevo raccontini che non avevano spessore, per me scrivere era tenere il computer acceso di notte e farlo di nascosto da tutti, fu l’unica a dirmi allora che io ero quello che si nascondeva e non quello che si palesava.

“Dovresti capovolgerti. Mostrare quello che nascondi e nascondere quello che mostri, e che fa anche un po’ schifo”. Così mi disse.

Ci presentò Paolo, un amico comune, anche questo nome è vero perché so che non si ricorderà mai di me; non so di cosa si facesse, di certo pastiglie ai rave, di certo coca, forse altro, io sono epilettico e lei non mi ha mai coinvolto in niente. So che è stata la prima persona che mi ha fatto un’insalata con gli spinaci, io pensavo che gli spinaci andassero necessariamente cotti, e la prima persona che mi ha dato da mangiare dei fiori, io pensavo che i fiori andassero solo guardati.

Non ci amammo mai, ogni tanto era bianca di viso; io pensai che era la prima drogata che conoscevo, venivo dalla provincia dove i drogati sono tre e ne sai il nome (o così pensavo), non ti danno da mangiare gli spinaci, non ti danno dei fiori.

Tutto quello che ho scritto finora può dare l’idea che ci frequentammo parecchio. Non è così. Mangiai a casa sua qualche volta, due volte dormii da lei, ma per il resto sapevo che lei amava un altro, magro come Zanardi e cattivo come lui, e io, io lavoravo per pagare quelle cose che chiamavo vizi e che anni dopo mi spiegarono essere ciò che mi aveva salvato.

Un giorno la incontrai al Piccolo Bar, in piazza Verdi. Ero andato a ricevimento da Grandi, ricordo. Lei era ai tavolini fuori, aveva un registratore a cassette, ancora, benché andassero già i cd. Mi disse: Ascolta; condivise con me una cuffia.

(Perché mai non si condividono più le cuffie?)

Mi fece ascoltare Pale blue eyes dei Velvet Underground.

Mi disse: Quando scrivi, scrivi così.

Si grattò un’ascella.

Quelli che seguono sono due lassi temporali. Il primo è di qualche mese. La incontrai di fronte al teatro, ancora in piazza Verdi; le giornate erano di quel bianco imbarazzante, il sole che ti scardina le palpebre per quanto la primavera ti ricorda cosa davvero sia. Era bianca come un cencio, Valentina, e camminava quasi ondeggiando, malferma sulle gambe. Appena la vidi dissi: Questa non è droga.

In quell’istante di dolore così raggrumato, così intenso, la amai. La amai così forte che me ne ricordo nonostante l’epilessia mi abbia cancellato quegli anni; nonostante le abbia chiesto Come stai?, lei abbia detto: Dio, sia andata via.

Il secondo lasso è diversi anni dopo. Incontrai per caso a Bologna un’amica di università, si chiamava Antonella (non si ricorda sicuro di me, abbiamo solo fatto un seminario di cinema su Woody Allen insieme, con Quaresima), ci prendemmo un caffè. Mi raccontò del suo tumore al seno, aveva un seno incredibilmente bello, un seno di quelli che li vedi solo nei film francesi, e odi Belmondo. Le dissi di Valentina, se se la ricordasse. Mi disse: È morta di overdose, anni fa; sono andata al funerale, ma eravamo in pochi.

Questa storia forse è triste, forse è felice. Dice Cortázar che un racconto non deve rischiarare solo ciò che racconta, ma pulsare sul fuori, gettare luci pallide su un intero mondo, come una lanterna – se ci pensi – non illumina solo se stessa, ma dà visioni, a volte anche false, del mondo circostante. Di triste, incredibilmente, c’è la storia di una persona che ha sofferto tanto che io non posso non credere che quella dose eccessiva sia stata il suo addio.

Di felice c’è il marchio che ha lasciato. Se la ricordano in tanti, Valentina. In me ha lasciato un amore indicibile durato dieci secondi, e mai cancellato dall’oblio forzoso dell’epilessia; mi ha lasciato fiori che si mangiano, la coscienza che quando scrivi mica ti curi del significato, ma solo sei; una canzone che ogni volta che l’ascolto penso a lei.

Ivano Porpora (1976) ha lavorato in radio e per la stampa, in pubblicità e su internet, come area manager e insegnante di narrazione per bambini. Ha esordito per Einaudi nel 2012 e da allora si concentra sull’ambito letterario e si è specializzato in corsi di scrittura, che tiene tutto il territorio nazionale. Ha pubblicato tre romanzi (La conservazione metodica del dolore, Einaudi 2012, Nudi come siamo stati, Marsilio 2017, L’argentino, Marsilio 2018), un libro di poesie (Parole d’amore che moriranno quando morirai, Miraggi 2016), una favola per bambini (La vera storia del Leone Gedeone, Corrimano 2017) e un libro di fiabe per adulti (Fiabe così belle che non immaginerete mai, LiberAria 2017).

Comunicare

Raccontare l’impresa: le difficoltà dicono più dei successi

La maggior parte delle volte le narrazioni di impresa cercano di convincere l’interlocutore parlando di grandi numeri e grandi successi. Senza pensare che, in narrazione, un personaggio è valido più per ciò che riesce a scavalcare che per ciò che raggiunge.

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Sono a casa. Sono le 12.02, le campane suonano – nel mio paese le campane suonano sempre, a volte ti chiedi se sia la mezza, se sia morto qualcuno, se sia festa; pare che siamo in una sorta di anni ’50 perenni , ho caldo; sto scrivendo per conto mio. È venerdì, il che vi può far immaginare, a ragione, che io sia a partita Iva.

Ma come raccontarvi la mia condizione?

Nella mia bolla ho letto centinaia di volte le imprecazioni alla partita Iva ribattute da imprecazioni contro chi si lamenta della partita Iva. Sono in pantaloncini, sto ascoltando Freestyler dei Bomfunk MC’s senza preoccuparmi del chiasso che posso fare, stamattina mi sono alzato tardi perché ho fatto tardi. Contemporaneamente, non ho uno stipendio assicurato, non mi stanno pagando cinque fatture consistenti, ho lavorato ogni weekend da settembre fatta eccezione per Natale, Capodanno, Pasqua e se non sbaglio un weekend ad aprile; eccetera.

Perché questa lunga intro? Perché raccontare l’impresa al giorno d’oggi non ha alcun senso se il semplice storytelling non incorpora elementi che finora sono stati tenuti staccati. Il primo è che [impresa] è un termine che ha uno stupefacente doppio significato: impresa dal punto di vista imprenditoriale e impresa dal punto di vista eroico. In narrazione un personaggio è valido più per ciò che riesce a scavalcare che per ciò che raggiunge.

Rileggete la frase qui sopra. Ve la trascrivo, perché questo è un aspetto che nella narrazione d’impresa viene sempre lasciato da parte. In narrazione un personaggio è valido più per gli impedimenti che riesce a scavalcare che per gli obiettivi che raggiunge. Guardate Amleto: scavalca un muro che gli è opposto dal re, dalla madre, da Polonio, da Rosencrantz e Guildenstern, da Laerte. Inciampa e soccombe, e alla fine cade. Questo indica che ha perso o ha vinto?

Quante volte ho assistito a narrazioni di imprese che si presentavano all’esterno e all’interno con tutti i loro plus, cercando di convincere l’interlocutore – fosse il magazziniere o un potenziale cliente – che l’immagine che proponevano coincidesse con la realtà. Se ci pensate è come se sopra avessi scritto solo che sono un privilegiato perché sono le 13.27, sto ascoltando Lady di Modjo, sto scrivendo in pantaloncini, il caffè è venuto su e mi sono svegliato tardi. Non è forse vero che ai vostri occhi mi può valorizzare di più ciò che ha ostacolato il cammino che ha portato alla mia condizione di scrittore – la malattia, chi si è opposto a che questo accadesse, eccetera, eccetera, eccetera – piuttosto che una condizione apparentemente invidiabile?

Aggiungo una cosa. Ho lavorato in azienda a lungo, in molti ruoli – dal magazziniere all’immissione ordini al responsabile commerciale. Ho sognato codici prodotto, spostato fusti di pomodoro da duecento chili, rischiato colpi di sonno alla guida. Ricordo tutte le riunioni agenti, tutte le presentazioni aziendali, le feste coi panettoni. Non c’è stata una volta che fosse una in cui un magazziniere, un agente, un qualcuno non dicesse: Non è vero quello che state raccontando. E se si racconta una menzogna nel momento in cui si presenta un’immagine aziendale, se le voci deboli della vostra impresa non hanno voce – perdonate il pastiche –, questa non può avere che un effetto depressivo a lungo termine sul gruppo.

È il motivo per cui rifletteremo su cosa significhi davvero raccontare un’impresa.
Ci troviamo qui.

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Di Porpora, oro e nero

(L’ultima) A.

Il nostro appuntamento con Ivano Porpora.
Dieci amori. Dieci racconti. Dieci volte.
Oggi, per l’ultima volta.

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Quando fai un percorso come quello compiuto negli ultimi mesi, ripercorrendo ciò che l’amore in passato – o presente – ha significato per te, credo sia inevitabile cercare di capire quale sia il fil rouge che attraversa tutte le storie che hai avuto. Non parla di loro, questo fil rouge; parla di te.

Credo che ognuna di loro abbia avuto una caratteristica: quando le ho viste, nel primo momento in cui le ho viste, ho detto: Ahia.
E questo è stato anche con A.

Ma se parli di ahia, hai bisogno anche – in qualità di scrittore – di dare un significato a questo termine. E credo che questo significato stia nella densità della persona. È come se in un mondo di torrenti, di piccoli fiumi, pozze e acquitrini e stagni e anche fossi che fingono d’essere impetuosi corsi d’acqua ma fossi rimangono, improvvisamente incontrassi un Nilo; un Gange. Le donne che ho amato nella mia vita sono state fiumi dall’enorme portata, tutte, sempre. A volte altri, perfidi consiglieri, ciechi senza capacità divinatorie, mi hanno detto: ma cosa ci vedrai, in lei.
E me lo dicevano mentre dall’enormità dei letti di quelle passavano migliaia di metri cubi al secondo, irrorando ciò che era secco in me e fertilizzando le terre intorno a me.

Da tempo sostengo che ogni donna che ami, se l’ami, ti porta sette ricordi in un rapporto. A. me ne portò sette la prima sera, sette in sette ore, dalle otto alle tre di notte; e non volle mai saperli.

Questo, di tutto il percorso che abbiamo compiuto insieme, sarà l’unico passo che non condividerò. Il nostro amore è finito, il flusso d’acqua si è rotto, acqua non ne arriva più e le mie terre ancora piangono tutto ciò che era arrivato. Ma dopo questa rottura ho vissuto il dolore, la rabbia, il senso d’abbandono, perfino il rancore; e ho giurato nel dolore, nella rabbia, nell’abbandono e nel rancore che non avrei mai tradito i ricordi di quella sera. Ci sono momenti nei quali la penna si deve riporre, e questo è uno di quelli; lo dico nel giorno in cui per sbaglio sono incorso in un video in cui appare, e dimentico di tutto ho inclinato la testa di qualche grado, ho sorriso, ho detto, come se fosse qua, Come sei bella, sempre.

Ma due ricordi posso dirli, perché non afferiscono direttamente a quella sera. Il primo riguarda il momento in cui l’ho amata. È semplice, ma l’amore per me è ‘sta roba, è semplice, se l’amore è complicato è rogna d’ingegneria, è merce da crittografi, da zecca dello Stato, io sono uno scrittore, usiamo ventisei caratteri e qualche cifra e dobbiamo tirare su il mondo.

Il ricordo è del momento in cui stavamo facendo l’amore, nel mio letto che dai nostri umori fu glorificato, avevamo ancora addosso la maglietta, ce la siamo tolta insieme; e io so che ce la siamo tolta perché in quel momento la pelle e la pelle si sono dette: Cuore, così, Cuore, e quando due pelli tirate su due corpi si chiamano così non c’è più disparità, non sei più alta il tuo metro e sessanta e io il mio metro e ottantasei, siamo due creature meravigliose che si chiamano Cuore e non desiderano forsennatamente che essere in un posto, lì.

Il secondo ricordo è di qualche giorno fa. Ero a Berlino con la mia amica, mi ha accompagnato a vedere un vagone nel quale venivano deportati gli ebrei, ha detto: Ci puoi entrare, se vuoi, i tedeschi hanno un rapporto continuo con la memoria che li sgrava del peso della colpa; sono entrato e ho sentito il peso di non passarci per le spalle, ho pensato: Se avessi voluto camminare sarei stato costretto.

E lì, in quel momento preciso lì, mi è arrivato un messaggio di lei, lungo. Mi spiegava cose, poche, mi diceva cose, alcune; sapeva di Berlino, mi ha augurato buon viaggio. Io le ho chiesto se potevamo vederci, un giorno, per una birra; ha ribadito Buon viaggio.

Io non so se amerò ancora, ho compiuto un numero di dieci, è un numero perfetto, tristemente perfetto, spero di romperlo presto e mandare a fare in culo tutte le perfezioni di questo mondo.
So per certo che questo racconto finisce qui, per ora, ma tutto per me inizia con lei che mi chiama Cuore, poi mi dice Buon viaggio. Io sto dentro nel vagone un altro po’, ci sarà il tempo di uscire.

Poi tornerà la pioggia, la neve, e poi il sole.
Il sole torna sempre, questo l’ho imparato, e i fiumi anche secchi non si dimenticano mai dove sta il mare.
Non vedo l’ora.

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Treding