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66. I bambini di sua maestà

66. I bambini di sua maestà

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I bambini di Sua Maestà.

– Maestro, ma com’è possibile? Io vi dono i mezzi per comprarvi un nuovo abito e voi che ne fate, li spendete per i miei figli?

– Non avrei mai voluto offendervi,

– Non lo fate. Ma mi lasciate nel dubbio. Perché avete agito così?

– Io non sono nient’altro che un maestro di spada e un umile studioso dello Zen, se mai si può dire follia simile. La mia dimora la offro spesso a monaci erranti e ad altri vagabondi, che siano poeti o meno. Quell’abito logoro che voi, con estrema generosità, mi avete chiesto di sostituire, in realtà, si addice meglio di qualsiasi altro alla mia persona. Non contando, inoltre, che io non saprei di certo curare stoffe nuove e raffinate. Mentre il ruolo dei figli di vostra maestà è proprio quello di incantare con la loro eleganza e la loro bellezza. Mi sono occupato della vostra educazione per moltissima anni, riuscireste a vedermi, a immaginarmi con un vestito nuovo? Mi chiamereste ancora maestro?

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– Cambierebbe soltanto una parte del vostro aspetto. I vostri occhi resterebbero i medesimi. Non vi facevo così attaccato alle apparenze.

– Forse lo sono. O, forse, è soltanto la mia anima, così abituata alla modestia e all’essenzialità, che ha fatto di queste i suoi lussi. Vi prego, maestà, concedete a questo povero vecchio almeno questo capriccio.

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