Connect with us

Abc...lavoro

Il Coraggio di farsi sempre coraggio. E andare avanti.

Non c’è coraggio più grande del farsi coraggio. Continuamente. Nei momenti importanti e in quelli no. Il coraggio di andare avanti. Di vivere davvero. Per non morire.

Pubblicato

il

Su, coraggio, passerà.
Quante volte nel consolare un amico gli diciamo così?

Invochiamo il coraggio come una forza invisibile che abbiamo bisogno di rievocare in lui per aiutarlo a superare un momento difficile. E proprio nell’ipotesi, in quel “passerà” che si veste a profezia, che il coraggio si fa forza e diventa qualcosa da trovare dentro di noi.

Nell’etimologia della parola il termine deriva sia dal provenzale “coratge” che dal latino “coratum” e notiamo che entrambe le parole sono riferite al cuore. Il cuore, tabernacolo di questa forza che favorisce la nostra resilienza e il nostro desiderio di cambiamento. Ed è strettamente legata all’amore perché avere coraggio di modificare la nostra condotta di vita (sia nella volontà che nell’impossibilità di fare altrimenti) è un atto correlato al rispetto che dobbiamo riservarci a noi come persona in questi momenti.

Ma come tutte le dinamiche legate al cambiamento, nella mancanza sta il desiderio, l’inquietudine ritorna perché desideriamo qualcosa di migliore e questa spinta interna ci permette di agire con ambizione e forza d’animo, con coraggio insomma.

Questo moto che proviene dal cuore ha bisogno di emergere quando lo contrapponiamo alla paura, il coraggio diventa quella forza che ci aiuta ad affrontare ciò che ci intimorisce.
Pensiamo a quando lavoriamo: la paura di un futuro incerto o di un cambiamento aziendale ci porta a considerare di cambiare qualcosa a partire da noi stessi affinché la paura dell’incertezza non prenda il sopravvento e non ci permetta così di vivere sereni. Nasce quindi la decisione di iniziare a guardarsi attorno e valutare qualche nuova offerta di lavoro. E il coraggio rende possibile tutto ciò.

A volte si parla di coraggio soprattutto quando vogliamo mantenere i nostri ideali, una decisione che può portare a difficoltà di relazione o addirittura di chiusura di un rapporto, pensiamo a ogniqualvolta ci chiedono di svolgere un lavoro che può ledere la nostra etica. In questo caso il coraggio mostrato, il nostro carattere e il nostro punto di vista, diventa segno riconoscibile di chi siamo e di quali siano i nostri valori. Diventa la base per la costruzione di una reputazione.

Questa forza d’animo è infatti ciò che serve a noi per sopravvivere, per differenziarci dagli altri, nelle prove della vita, nel fare scacco matto ad una delle emozioni che più ci inibiscono e ci rendono “piatti”, la paura. Borsellino diceva “chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.

Ecco perché il coraggio deve intervenire e smuovere le acque serene del quotidiano. Per non morire.
Altrimenti come riusciremo ad essere veri leoni nella fiaba della nostra vita?

Il mago di Oz è una truffa e lo scopriamo solo nel desiderio di intraprendere il viaggio sul sentiero dorato che ci porta fino a lui. Solo allora comprenderemo che non solo siamo già coraggiosi quanto ci basta, ma che lottiamo quotidianamente affinché questa forza non ci abbandoni mai.

Dal 2007 mi occupo del Career Service di Fondazione Campus di Lucca ovvero supporto gli studenti dei corsi di laurea e dei corsi professionali della realtà formativa a orientarsi nel mondo del lavoro e trovare le opportunità formative e professionali più confacenti alle loro competenze e attitudini cercando di favorire il placement. Nel corso degli anni ho ampliato le mie conoscenze di comunicazione e marketing per comprendere la relazione tra le persone e il lavoro focalizzando l’attenzione sulle tecniche di personal branding e reputazione offline e online.

Continua a leggere

Abc...lavoro

Cosa c’entra la gavetta nella società del tutto e subito?

Ma perché? Ma che c’entra? Eppure, anche nella società del tutto e subito c’è bisogno di imparare e darsi il tempo di imparare.

Pubblicato

il

“Io prometto di insegnarti Karate e questa è la mia parte.

Tu prometti di imparare.

Io dico, tu fai. Nessuna domanda.

Questa è la tua parte.”

Dopo poco però il giovane Daniel Larusso si ritrovava impegnato nel lavaggio di centinaia di auto, in quella scena che è ancora scolpita a cavallo di due generazioni… “dai la cera, togli la cera”.

Una scena che ritorna in mente parlando di gavetta e professioni. Pensando a come ancora oggi ci sia la necessità di impegnarsi in attività monotone e apparentemente slegate dai nostri obiettivi.

Ma perché? Ma che c’entra?

Di certo viene da sorridere calandola in questa società del tutto e subito. (Viene in mente Simon Sinek a proposito dei millennial)

Ho bisogno di acquistare un prodotto? Mi arriva nel giro di poche ore da Amazon. Ho bisogno di un’informazione? Prendo il mio cellulare e digito su Google la parola ricercata. E via dicendo.

Tuttavia la Formazione fa ancora eccezione. Imparare a fare qualcosa, dedicarsi e migliorare in un’arte, in una competenza, rimane sempre qualcosa di personale che segue i nostri ritmi e la nostra predisposizione.

E imparare un lavoro è ugualmente un momento di formazione sia che avvenga tramite uno stage o un contratto di apprendistato, sia in altro modo, l’importante è capire che siamo nella condizione in cui dobbiamo imparare a svolgere qualcosa che prima non facevamo e di cui non conoscevamo le tecniche.

È il magico periodo della “gavetta”. Niente ci deve rubare quel delicato momento storico della nostra vita in cui apprendiamo come si lavora formandoci come uomini e donne.

Non un momento in cui si ha l’opportunità di imparare il lavoro dei nostri sogni, ma il momento in cui dare la cera e togliere la cera, ovvero attività che (apparentemente) non c’entrano niente con i nostri obiettivi.

È il nostro approccio al lavoro che deve formarsi, è il momento in cui veniamo a conoscenza delle dinamiche relazionali tra colleghi, capi e vertici, di come perseguire gli obiettivi aziendali che possono non essere i nostri o di accettare rimbrotti e riconoscimenti in egual misura.

Gavetta

È un periodo duro, insomma. Che può mettere a dura prova i nostri punti deboli e farli emergere pur non volendo.

E non a caso il termine gavetta deriva dal mondo militare. Per esempio quando si parla di contesti lavorativi “tosti” si usa descriverli come “regimi militari” per la forte presenza di facili soprusi e difficili compiti da svolgere, pensiamo alla cucina o alla bottega dove il rapporto chef/mastro e subordinato/discepolo tende ad assumere il valore di un rapporto filiale per il senso formativo che va ben oltre la semplice conoscenza del mestiere.

La gavetta è il recipiente dove i militari conservano il rancio nelle situazioni in cui devono mangiare all’aperto e lontano dalla caserma, come in trincea, sul campo, ecc. È divenuta metafora dei momenti difficili e dei sacrifici messi in atto per imparare un lavoro iniziando dal basso.

Fare la gavetta è formarsi in un’arte, imparare un lavoro e portare con sé un bagaglio molto importante per le attività che svolgiamo e per la nostra persona. È la delicata fase dell’adolescenza della nostra carriera.

Continua a leggere

Abc...lavoro

Bel lavoro offresi, bella presenza cercasi

Cerchiamo di essere sempre più belli, amiamo circondarci di belle persone. E gli annunci sono sempre zeppi di “bella presenza”. È il lavoro, bellezza! O forse no?

Pubblicato

il

Non hai mai sentito dire che la bellezza delle cose / Ama nascondersi / Ed è forte quello che ho dentro / Distante dalla mediocrità – Carmen Consoli

B come Bellezza

La bellezza è una virtù, declamata, ricercata, teorizzata da artisti, filosofi, poeti, scrittori, registi. E’ qualcosa che pure inconsciamente cerchiamo di raggiungere, di coglierne il fascino e farlo nostro, ne accarezziamo l’idea, la ricerchiamo quando il nostro corpo perde le sembianze eteree, fresche e lucide della giovinezza.

La nostra ricerca spasmodica di bellezza investe tutti i campi, dalla scelta dell’auto da comprare, al posto di lavoro, dalla decisione di quale hotel prenotare, fino alla scelta della tappezzeria di casa. È imprescindibile che se ricerchiamo tale valore nelle cose materiali sicuramente vogliamo circondarci di persone che siano altrettanto belle!

E ciò succede anche nel mondo del lavoro. Per esempio gli annunci sono pieni di richieste di “bella presenza”, gli ottimisti dicono che la richiesta non si limita a chi è di bello d’aspetto, ma a coloro che sono curati, puliti, che sanno vestirsi bene, che si atteggiano con fare elegante, i pessimisti invece affermano che scrivere bella presenza è segno di una ricerca di persone belle, dotate di soggettiva bellezza.

È innegabile però che si scrive bella presenza perché vogliamo circondarci di bellezza. Vogliamo lavorare con belle persone, non solo esteticamente, ma anche piacevoli e di buoni sentimenti.

Scritti e leggi che cercano di capire se è discriminante o meno fare distinzioni su questo aspetto, ne sono stati prodotti da sempre, ma talvolta si scrive bella presenza proprio per trasmettere questo senso del “piacevole”. Se devo relazionarmi con una persona preferisco infatti che sia gradevole, che favorisca la conversazione, che sappia adottare quei gesti che mettono l’altro nella condizione di chiedere, confrontarsi e concretizzare un’attività professionale oppure commerciale.

La bellezza estetica aiuta, ma non è tutto. Sei veramente bello se questa tua bellezza è nascosta, celata e se viene fuori nella relazione con l’altro.

Ma c’è di più. Una bella presenza per me è strettamente correlata all’empatia. Perché sei bello fino in fondo se riesci ad attivare una relazione con gli altri e se questa relazione “funziona”. Presentarsi bene significa avere rispetto per la persona che ti sta di fronte, nei modi, negli atteggiamenti e nell’empatia.  Capire i problemi dell’interlocutore, farli propri e addirittura prevederli è peculiarità di un animo bello che toglie alla bella presenza ogni valutazione soggettiva.

Credo che però dobbiamo educarci un po’ a vicenda a rivedere questo concetto a livello sociale. Bisogna avere il coraggio di puntare alla ricerca della bellezza, non solo come qualità personale, ma soprattutto nelle nostre attività quotidiane e nel nostro lavoro. Si dice spesso, quando facciamo bene il proprio lavoro, che abbiamo fatto un Bel Lavoro e questo fa scaturire quella bella sensazione che si chiama soddisfazione.

La Bellezza diventa quindi l’obiettivo da ricercare e a cui dobbiamo tendere, in tutto ciò che facciamo. Fare un bel lavoro ci riempie e ci circonda di bellezza. Essa poi, in fin dei conti, non è altro che una scelta, come la felicità.

L’oscuro Dostojevskij ci dice che la bellezza salverà il mondo e aggiungo anche che esercitarla ci rende persone migliori e più belle. Ecco che parte il circolo virtuoso, siamo tutti chiamati a essere belli e a farci portatori di bellezza per gli altri.

Foscolo afferma nelle sue Grazie che “La bellezza è una specie di armonia visibile che penetra soavemente nei cuori umani.”

Chi meglio di altri è capace di descriverci una bellezza così completa, vera e utile che possa migliorare noi stessi e il nostro mondo?

Continua a leggere

Abc...lavoro

Quando l’inquietudine è il tuo punto di forza (nella vita, come nel lavoro)

Inquietudine…uno stato di ansia e smarrimento, qualcosa di inevitabilmente negativo. Eppure, a pensarci bene, potrebbe anche essere la voglia di chi non si accontenta, scruta l’orizzonte e cerca la consapevolezza necessaria per agire.

Pubblicato

il

L’inquietudine viene spesso accostata all’incertezza, ma può essere letta nelle sue mille declinazioni: c’è chi teorizza che è insoddisfazione, un ripiegarsi su se stesso, chi le dà un significato spirituale/religioso affermando che è la prova del peccato originale nell’uomo, chi invece la paragona a un dono di Dio per la sua forte carica misteriosa.

Tutti sono d’accordo nell’individuare nell’inquietudine uno status in bilico, quello di un animo errante, mai fermo, che non trova mai pace. L’inquietudine esce fuori da noi sotto forma di tic, ansie, vibrazioni del nostro corpo che cercano di esprimere il malessere. Qualcosa, insomma, che si muove.

Se caliamo queste considerazioni in ambito professionale ne viene fuori uno dei sentimenti più importanti da saper gestire per dare valore alla nostra carriera.

L’inquietudine diventa non più qualcosa che ci rende “instabili”, ma diventa la vera forza propulsiva della nostra crescita professionale.  Forse addirittura dovremmo iniziare a pensarla come a una competenza, qualcosa da stimolare dentro di noi che ci aiuti a non vivere mai tranquilli, ma sempre desiderosi di ricercare il meglio di noi e del nostro lavoro.

Duende

Federico Garcia Lorca ci parla di duende, come qualcosa da ricercare dentro di noi e che ci aiuta nell’esercizio delle nostre arti, ovvero quando utilizziamo la nostra creatività. «Quando un artista mostra il duende non ha più rivali» dice Lorca nel testo in cui lo teorizza. Il duende è quindi questa spinta creativa, un’energia che si trova dentro di noi, quel qualcosa che anche gli altri riconoscono come per il talento.

Il duende è ciò che dà voce alla nostra inquietudine, ciò che la rende attiva e viva.

Essere inquieti vuol dire avere consapevolezza di sé e saper agire nel modo giusto nelle varie situazioni che si possono presentare. Non è come il problem solving, è molto di più. Nel problem solving si attua un comportamento per fronteggiare una crisi immediata. C’è un problema e si risolve. Se non si risolve nel breve tempo entra in gioco la resilienza, altra fondamentale competenza dell’individuo. L’inquietudine invece si differenzia da tutto ciò: è la condizione che non ti permette di sedere sugli allori, o crogiolarsi in situazioni vincenti e di successo.

Esercitare il proprio animo all’inquietudine è dare agio alla nostra curiosità intellettuale, mettersi in ascolto degli altri e cercare veramente di comprenderli senza dare giudizi affrettati, buttare lo sguardo a ciò che ci sta intorno, ma anche a ciò che ci è sconosciuto.

È come stare sul chi va là, non per controllare se qualcuno stia rubando qualcosa a noi prezioso, ma per conoscere in anticipo eventuali sviluppi del proprio lavoro, opportunità di crescita, cambi di direzione, possibilità di scovare la novità e adottarla prima di altri. Oltre che sentirsi leader della propria vita, esercitare la leadership in primis su se stessi.

Che poi non è altro che il sentirsi vivi.

Continua a leggere


Su Purpletude ogni giorno nuove idee per fare e pensare qualcosa di diverso. Ottieni un riepilogo settimanale per non perderti nulla.

envelope

Libri “viola”

Trending

Purpletude è l'attitudine a pensare in modo diverso. E provare a fare qualcosa di diverso. Sei dei nostri?

Condividi
Tweet
Condividi
Email