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Con un gatto a scuola, sarebbe stato tutto più facile (e felice)

Un gatto in posizione yoga, sopra la cattedra, a fare lezione. Assurdo ma sarebbe stato tutto più facile, e felice.

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“Non ho mai tanto amato la scuola”.
Open che mi guarda sempre con il suo fare da “caxxo me ne frega a me umano”.
Vabbè lascio perdere l’ennesima ed improbabile conversazione.
A volte pare tempo buttato. So che non è così.

E allora penso che forse se in cattedra ci fosse stato un gatto ci sarei andata decisamente più felice a scuola, con più leggerezza e più volontà di uscirne con qualcosa molto più di valore tra le mani, di un diploma o simile.
Già. Un gatto in cattedra.
Immagino la scena.

Tipo studenti che si siedono ai loro posti e… sopra la cattedra tu, Open, in posizioni yoga – che nemmeno uno jogy indiano riuscirebbe a fare – che ti stai dedicando all’ennesimo lavaggio di pelo, zampe, muso, occhi, orecchie ecc.
(“Non vorrei dire, ma è il quarto o quinto da quando ti sei svegliato”.
Non mi calcoli. Sei impegnato nelle tue faccende come al solito).

E penso che non te ne frega un caxxo se gli studenti sono in orario o in ritardo.
Se sono arrivati prima o dopo il suono della campanella.
Già, non te ne frega nulla.
Tu sai bene che ciascuno ha i suoi tempi, i suoi ritmi, il proprio modo di arrivare nella vita.
E così mi immagino tra gli studenti.
Stupore, forse poi un po’ di rabbia ed infine il pensiero di una grande presa per il culo.
Già. Un gatto al posto del prof di turno, che stupidaggine colossale.

Invece Open, se a scuola ci fossi stato tu, mi avresti insegnato molto più di libri e professori.
Avresti girovagato tra i banchi osservando ogni dettaglio, mettendo subito in chiaro che niente si dà mai per niente. No, non quel dare che è un dovere. Quel dare che è spinto dalla gratuità che poi in modalità diverse, sconosciute e tempistiche ignote ritorna sempre indietro… nel bene si spera.
A volte nel male (ma qui la colpa è solo mia, nostra).
Già, noi umani.
“È il karma” mi fai capire.
“Vabbè dai ti do retta”.
E karma sia allora.

Avresti barattato lezioni pseudo serie con ritorno di crocchette e cibi vari.
Questo per dire che condividere è sempre decisamente più importante che dividere.

Ancora. Avresti fatto lezione giocando. Perché in fondo io umano (noi!) mi sono un po’___0 dimenticato che si impara meglio quando si gioca e ci si diverte. Ancora meglio se insieme ad altri. E mi avresti fatto capire che se ho davanti a me dei mattoncini lego e ci costruisco che so una torre, un castello… bhè ci vuole solo una leggera spinta per far cadere tutto, per distruggere quello che con fatica ho costruito.
E che ci devo pensare bene prima di.
E che le voci fuori campo le devo ascoltare ma solo un po’.
E che poi ad un certo punto devo seguire il mio istinto. Devo agire.
E questo vale sia nel gioco come nella vita.
Un istante per distruggere. Una vita per costruire o ricostruire.
Che poi il difficile, la sfida sta nel costruire.
E che è sempre possibile trovare il come, trovare un modo.
E che insieme si fa meglio. Si fa prima.
E che insieme la vita è molto più leggera.
E che esserci è sempre più importante che dire di esserci.

Dalla cattedra mi avresti fatto capire con il tuo atteggiamento “da sua maestà il gatto” che è importante essere il migliore.
No, non migliore degli altri.
Il migliore per sé stessi.
Il migliore per riuscire a cavarsela sempre in mezzo alle curve della vita e alle sbandate di testa e cuore.
Quella miglior versione che tutti celiamo da qualche parte. Dentro.
Forse nell’anima.
Vale per te. Vale per me. Vale per tutti.
E che essere migliore non significa rendere peggiori gli altri. Mai.

Mi avresti mandato a casa ogni giorno con lo zaino vuoto.
Un po’ perché avresti malridotto libri di testo, pagine e parole.
Un po’ perché sai che a fine giornata lo zaino va sempre svuotato.
Va reso leggero. Va ripulito. Cestinando tutto quello che necessario non è.
Un po’ come i cassetti dei sogni e delle passioni.
Ogni tanto vanno aperti.
Ogni tanto vanno liberati.
Saresti stato un insolito ma efficace maestro zen.
E ci aggiungo anche un maestro purple. Un maestro buono.
Vedi, alla fine della strada arrivi sempre e prima tu.
Al fischio di fine partita vinci sempre tu.
Ma fa nulla. Va bene così.
Allora diciamo che è questione di karma.
Imparare lezioni da un gatto, dalla vita, dagli altri, dalle occasioni.
È tutta questione di karma.

Narratrice ~ Ghostwriter Scrivo per capire. Scrivo per ricordare. La mia vita è scandita da tre parole, che sono molto più di semplici parole: carta, penna ed emozioni. E lungo il mio viaggiare non manco mai di prendere tutto ciò che incontro, anche sassi ed imprevisti all'occorrenza. Ogni domenica puoi leggere di me e sua maestà Open il gatto sulla rubrica "OpenZen" di purpletude.

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Io, Open e la vita degli altri

Le vite degli altri spesso sembrano più interessanti, meno piatte e monotone delle nostre. E viviamo in questo costante termine di paragone che a lungo andare non fa poi tanto bene.

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Open è sul davanzale della finestra. Impegnato nelle sue pulizie mattutine. Meticoloso, paziente, preciso.
Si accorge che lo osservo. Smette per un istante.

Si gira dandomi la schiena e riprende. Forse è irritato dalla mia curiosità, forse no.
Già. Non avevo pensato che anche Open avesse bisogno della sua intimità, di un po’ di privacy.

E penso a come entriamo ogni giorno nelle vite altrui. Inevitabilmente.
Per lavoro, per amicizia, per amore, per curiosità, per far sentire che ci siamo.
Qualunque sia il motivo, resta il fatto che entriamo nelle vite altrui.
A volte chiedendo permesso. Altre in punta di piedi per disturbare il meno possibile.
Altre ancora perché ci sbattiamo contro… così per coincidenze da decifrare.

E le vite degli altri spesso sono più interessanti, affascinanti, avventurose, fortunate, meno piatte e monotone delle nostre. (E quante volte capita di pensarlo!)
E viviamo in questo costante termine di paragone che a lungo andare non fa poi tanto bene.
Come se la vita fuori di noi fosse quasi più interessante.
Come se la vita, quella degli altri, fosse più di ricca di quel qualcosa che a noi manca.
Ma che cos’è poi questo “qualcosa”?

Ciascuno ha il suo “qualcosa” che manca

Che poi non è che manca. È solo che o non l’abbiamo ancora trovato dentro noi oppure proprio non ci appartiene.
Non resta altro da fare che accontentarsi di chi siamo. Tirare fuori il nostro meglio.
E magari smetterla di rendere le vite altrui più interessanti delle nostre.
Ogni vita è interessante. Ad ogni vita va lasciato quello spazio di intimità necessario per poi mostrarsi nella sua bellezza.

Me lo insegni  tu Open. Me lo insegni quando ti pulisci in luoghi appartati. E tutte le volte che ti fai i caxxi tuoi senza invadere l’altrui spazio. E quando lo fai è solo per motivi precisi e chiari.
Vivi e lascia vivere. È un detto che ti sta bene addosso.

Perché, come insegni tu, se non vivi la tua vita come fai ad apprezzare quella degli altri?
In fondo le vite degli altri sono interessanti perché quasi sempre fanno da specchio alla nostra.

Uno specchio che a volte spaventa, altre consola, altre ancora ci mostra i lati positivi.
No. Non lo specchio della matrigna cattiva di Biancaneve.
Ma lo specchio magico di Albus Silente in cui Harry Potter scopre parte del suo passato, riconosce il presente ed intravede sprazzi di futuro.
Questo dovrebbe essere il senso dell’incrociare vite altrui.
Ricordarci da dove veniamo. Vivere il chi siamo. Comprendere ciò che vogliamo diventare.
E si spera sia sempre la versione migliore di sé stessi.

Grazie Open.
Oggi non servono paternali feline a farmi comprendere questo.
Mi basta guardarti un po’, quel tanto che basta per rispecchiarmi in te.
Quel tanto che basta per capire che “non potrete mai chiamare il vento, ma potete lasciare la finestra aperta” – Bruce Lee –

E una volta che la finestra è aperta, ogni cosa è possibile.

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In fondo la vita è una cosa semplice (a condizione di non andare in vacanza)

Firmiamo contratti di ogni genere: di leasing, si impiego, di telefonia.
Ma il contratto più importante? Quello con la vita, che fine ha fatto?

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“Sarà il caldo afoso che fa sudare anche da ferma, sarà che da quando sono rientrata quattro mesi fa dall’Oriente non ho ancora avuto modo di fermarmi un po’, sarà mille altre cose… ma sai Open è la prima volta che sento di aver davvero bisogno di vacanza”.

E siamo ancora qui tu ed io, io e te. Nessuna novità all’orizzonte. Per te la routine è d’obbligo. E mentre scrivo, tu dormi. Guarda caso.
Tu sei sempre in vacanza. 365 giorni l’anno, 24 ore su 24. E pensandoci anche se io umano avessi l’occasione di fare un po’ di vacanza, probabilmente nemmeno la godrei come si deve.

In fondo cosa sono una o due settimane estive rispetto un intero anno in cui corro, lavoro, scrivo, corro ancora, lavoro ancora, scrivo ancora… ed ogni tanto ritaglio tempo per amore, amicizie ed affetti? Già! Che vuoi che siano una o due settimane di vacanza. Forse solo poco tempo.

Decisamente troppo poco. Forse giusto per dare riposo al corpo, per farlo rilassare. Per far scendere tensioni e preoccupazioni. Ma forse non servono nemmeno a questo. Perché poi la testa parte e va in giro di continuo in cerca di perché, risposte, significati, scopo, progetti vecchi e nuovi, sensazioni, delusioni e fallimenti, gioie e conquiste.
La testa corre più veloce del corpo ed è già lì ai blocchi di partenza in attesa solo del colpo di pistola che dà il via alla cors
Una nuova corsa, di sicuro emozionante come tutte le cose che si riprendono o si cominciano dopo il meritato riposo. Ma poi si ritorna punto e a capo. Stanchezza, magari qualche delusione, magari le tempistiche che si allungano per arrivare a quell’obiettivo fissato, magari… tante cose.

Le conosciamo bene noi umani. Così bene che ormai sono abitudini di cui forse vorremmo fare a meno ma che forse ci fanno anche compagnia in questo percorso di vita.
Forse.

Che poi sai Open le vacanze tipiche della maggior parte di noi umani si dividono tra mari e monti, alcune mete esotiche e paesi stranieri, alcune capitali culturali e poco più.
Ogni anno così.
Ombrelloni e borse alla Mary Poppins, perché ci portiamo dietro tutta la casa e non solo E poi tintarella per dipingere ogni minimo spazio di orribile pelle bianca per non sembrare un turista col segno della canotta. E alla fine bagno a mare. Gelato lungomare.

Oppure Trekking tra i monti. Ciclopedalate su piste ciclabili tra i monti.
O ancora: v
isite a musei, opere d’arte, bellezze locali. E via di questo passo.

Figo certo. Molto figo direi. Ma… sai che palle… cosa metto in valigia… a proposito dove sta la valigia?!… ma se piove farà freddo quindi metti pure una felpina che non guasta… costumi a palate… infradito, scarpe da trekking… settimana enigmistica e cruciverba, come se al mare non ci fossero le edicole, e sì certo i libri da colorare per i bimbi… paletta e secchiello… eh già assolutamente non scordare i videogames dei figli altrimenti che tragedia ci aspetta…

E poi c’è da caricare l’auto. Ma ci starà tutto? E vedi lui (solitamente l’uomo) che si ammazza di fatica a caricare valigie pesanti che manco si dovesse andare via per un anno intero.
E poi mica è finita qui Open. Ci sta pure la strada da percorrere per raggiungere la meta prescelta per trascorre quella settimana di vacanza, immersi quasi sicuramente in un traffico micidiale, con code chilometriche, aria condizionata a palla e stress che invece di andar via aumenta a vista d’occhio. E si perde così una giornata solo per arrivare a destinazione. Un’altra per scaricare l’auto. Un altra per ambientarsi un minimo.

E quando finalmente riesci a goderti tre o quattro giorni di relax, si ricomincia da capo, ma la contrario, per tornare a casa abbronzati e con la sensazione di aver bisogno… di una vacanza per riposarti dalle ferie.

Ecco, lo sapevo.
Mi guardi con quell’aria mista tra checacchiomenefregaameumano e quel tempo sospeso che ti prendi per dirmi la tua morale.
Ormai è diventata un’abitudine settimanale.

Okay, ti ascolto. Anche se non ne ho voglia.  

“Umani. Ma che razza di vita avete scelto di fare? Correte come pazzi. Lavorate come schiavi o quasi. Fate file chilometriche come se ogni volta ci fossero scadenze impellenti da rispettare. Volete una famiglia, una vita bella e serena, forse una vita da favola ma poi non avete nemmeno il tempo per godervela.

Vi ritagliate a mala pena una settimana o poco più durante l’anno per voi e i vostri affetti e pure in questi frangenti siete in grado di far salire stress e pressione. Avete tutto a portata di mano o quasi ma vi incasinate l’esistenza con paturnie e paranoie e problemi di ogni genere.

Potreste fare vacanza ogni giorno ma avete scelto di continuare a correre come forsennati sulla ruota (almeno potevate scegliere quella panoramica!), che sembrate criceti e mi date voglia di prendervi a zampate, e proprio non vi godete lo spettacolo del viaggio che chiamate vita.

Appunto. Si chiama vita mica morte. Ed anche se in fondo vita e morte sono inscindibili. Perché cavolo non la vivete sta vita? Sempre a lamentarvi, sempre a complicare anche le cose più semplici, sempre a trovare il granello di polvere in ogni situazione. Ma lasciar andare, no?!
Ma mandare ogni tanto affanculo impegni, lavoro, capi e chi o cosa vorreste, no?!

Firmate contratti a destra e manca: impiego, mutuo, macchina nuova ma vi state dimenticando che il contratto più importante (che non avete firmato) è quello con voi stessi, quello che potrebbe farvi vivere con maggior serenità.

Il contratto con la vita non ha clausole ed asterischi microscopici da leggere con la lente d’ingrandimento. Il contratto con la vita è molto elementare: respira, vivi, amati e ama. Sii felice.
Clausole ed asterischi a fine pagina li mettete voi ogni volta che vi dimenticate chi siete, dove state andando, come ci state andando e perché.
Umano dai… la vita è una cosa semplice”.

Già Open, amico peloso zen… come darti torto.
La vita è una cosa semplice e allora semplicemente… Buone vacanze!

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Come lo sai che sono matta? Altrimenti non saresti venuta qui, disse il gatto

Passiamo ore ed ore a piangerci addosso sperando in un miracolo, un aiuto divino o simile, una botta di culo che ci cambi in un istante la vita. E siamo matti. Così matti che non sappiamo più distinguere finzione e realtà, opportunità e prese in giro, films e vita reale.

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“A volte mi capita di aver paura, sai Open? Una paura strana, spesso solo un pensiero che mi sfiora e poi va non so dove. Ma intanto è passato (quel pensiero) e mi lascia strascichi di timore, di quel non so che di poco piacevole. E ci provo sai a non pensarci e ci riesco anche ma poi inevitabilmente ritorna, nei momenti più improbabili, magari anche in quei momenti in cui penso di essere tranquilla ma evidentemente così tranquilla non sono…”.

E parlo con te che tanto per non smentirti mi dai le spalle e chissà se hai pensieri e chissà se anche tu hai paura di tanto in tanto.

Ti guardo e mi ricordi molto lo Stregatto (quello di Alice nel paese delle meraviglie).

Certo non diventi invisibile, ma a volte sembra.

Certo non ruoti la testa come fa lui, ma ci vai molto vicino.

Certo però come lui ti piace vivere sugli alberi o stare in alto. Di sicuro la visuale è migliore. Di sicuro è diverso perchè così hai una visione d’insieme più ampia.

E come fai spesso, mi ritrovo con i tuoi occhi che mi fissano con quel fare da punto interrogativo.

Lo so, lo so. Stai pensando che mi sto facendo un mucchio di paranoie per nulla.

“Umani…”. So che lo pensi. Non serve che ti esprimi oltre. Ho capito.

E…comunque mi tocca darti ragione

“Qui siamo tutti matti. Io sono matto. Tu sei matta.

– Come lo sai che sono matta?, disse Alice –

Altrimenti non saresti venuta qui, disse il gatto”.

Ha ragione lo Stregatto. Siamo tutti matti.

E qui lo so che sei in accordo con me. Lo so perchè hai appena cambiato espressione.

Già Open, siamo davvero strani e matti noi umani.

Non ci sappiamo accontentare. Non ci sappiamo far bastare nulla o quasi.

Vogliamo di più e di più e…ci dimentichiamo di vivere.

Corriamo come pazzi da un punto A verso un punto B o H o Z per scoprire alla fine della corsa che non ci siamo mossi dal punto di partenza.

E come dei matti sprechiamo energie e risorse.

Spesso non abbiamo nulla di concreto tra le mani e rincorriamo fuffa o qualcosa di molto simile.

E passiamo notti insonni a cercare soluzioni.

E passiamo ore ed ore a piangerci addosso sperando in un miracolo, un aiuto divino o simile, una botta di culo che ci cambi in un istante la vita.

E siamo matti. Così matti che non sappiamo più distinguere finzione e realtà, opportunità e prese in giro, films e vita reale.

Ci siamo dentro e uscirne è un casino pazzesco.

E siamo matti, sempre di più. E così facciamo un pò come Alice che si rifugia nel paese delle meraviglie. Ne vive e ne vede di tutti i colori, incontra personaggi bizzarri e folli, sperimenta l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, la paura di trovarsi di fronte a re e regine impazziti, a tagliatori di teste, a bruchi cannaioli, a bianconigli in doppio petto con la ventiquattr’ore e l’orologio in perenne ritardo…

E crediamo così di vivere dentro ad un sogno. Anche un bel sogno a tratti. Ma…

Mi stai fissando. E non mi piace come mi fissi. So che mi stai per dire uno dei tuoi pensieri zen ammazza umano.

Okey dai, spara.

“Umano ascolta bene…non vivi in un sogno e se pensi di esserci dentro beh ti consiglio di svegliarti al più presto. Che poi una volta che ti svegli la vita è reale.

Non tutto va come in sogno.

Non sempre si esce migliori o vincitori.

Spesso si esce più ammaccati e a terra di prima. Più malandati.

E non provare a replicare come tenti di fare sempre con i “ma” i “se” i “forse” i “si ma io”.

Con me non attaca.

Umano ascolta. So che hai paura. Fa parte di te. Fa parte anche di me. Senza paura non potresti sperimentare gli opposti…felicità e tristezza, dolore e gioia, incertezza e speranza.

È un grande dono ammettere di aver paura, è un grande atto di coraggio. Non è per tutti.

Che poi la paura è un’ottima amica in certe situazioni di pericolo. Un radar pazzesco.

Impara a gestirla. Trova il tuo modo. A volte ti salverà.

Il mondo è già troppo pieno di troppe Alice, di Stregatti o presunti tali, di paesi delle meraviglie.

Goditi la tua di meraviglia. Quella di essere vivo. Di respirare. Qui. Adesso. Con chi ami. Con chi ti ama.

Caxxo umano, svegliati”.

 – Lì dove c’è il pericolo c’è anche la via di salvezza –

Friedrich Holderlin

Okay. Colpita ed affondata.

Hai messo a segno un rigore di tutto rispetto caro Open.

Non ho nulla da replicare. Solo tanto ancora da imparare.

Palla ancora al centro. Gatto uno. Umano zero.

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I gatti sette vite e noi solo una (ma potrebbe essere sufficiente)

Sette vite come i gatti? Magari! Ma anche no. Una è più che sufficiente… se la vivi.

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Dormi (tanto per cambiare).
Sono più le ore che passi a dormire che quelle in cui sei attivo.
Oddio…attivo, si fa per dire.
Open sei quasi più zen di uno zen in carne ed ossa.
E mi fai invidia. E mi fai rabbia.
Già. “Caxxo Open dormi 18 ore su 24 ed in più ti sono state concesse 7 vite tutte concentrate in una vita sola”.
Se questa non è ingiustizia!

Che poi non è che nelle 6 ore scarse di veglia tu sia così attivo.
Giusto un po’ di salti tra i rami dell’ulivo che sta nel giardino dei miei genitori.
Un po’ di movimento rincorrendo la pallina a forma d’acino d’uva o per cacciare qualche povera lucertola.
E poi…beh poi è come se ti si scaricassero le pile e ritorni al tuo incedere zen.

E mentre parlo un po’ con te e molto tra me e me, tu sei ancora lì che non ti muovi di un millimetro, socchiudi solo un occhio, giusto per farmi capire che ti sto disturbando.
Già. Sua maestà il gatto deve riposare, possibilmente indisturbato.
A maggior ragione se chi disturba è un umano.

“Insopportabili sti umani”.

So che lo stai pensando. E comunque sia, tanto so che me la farai pagare. Lo so. Già.

E mi chiedo perché invece è tanto se io riesco a chiudere occhio per 6 ore filate, mentre passo le altre 18 ore della giornata a vivere.
Meglio, a tentare di vivere. Quel vivere che cerca di trovare significati ad eventi, incontri, situazioni quotidiane, lavori e progetti, emozioni e sentimenti.

E più ci penso e più mi sta stretta l’indole di costante ricerca in cui noi umani ci siamo ficcati.
Ma non sarebbe stato più semplice essere come i gatti?
Vita zen, problemi zero o quasi, significati già più o meno chiari, richiesta di cibo e coccole quando si desidera e tante ore di sonno. Che pacchia!
Già. E per di più devo concentrare tutto questo in una sola vita. Che palle!

Mi guardi.
Mi spiazzi sempre quando lo fai.
Come se fossi in grado di sentire o capire quello che sto pensando, quello che sto scrivendo, le domande che mi faccio e le risposte che non trovo.

E ti immagino che, in uno dei tuoi momenti di profonda compassione (o pena?) per me umano, mi dici pressappoco così.
“Figurati umano se ti davano 7 vite.
Avresti passato le prime sei a non capire un caxxo della vita.
Dalle esperienze non avresti imparato un fico secco.
Avresti sprecato tempo e inciampato in occasioni senza vederle.
Forse, e sottolineo forse, solo con l’arrivo della settima ed ultima vita disponibile avresti cominciato a vivere o tentare di vivere davvero. Cercando significati, cercando senso, sì insomma hai capito…uno scopo! E solo a questo punto forse avresti iniziato a fare del tuo meglio, ad essere la miglior versione di te stesso o almeno a provarci.
Ma forse ci saresti arrivato con un filo di ritardo e poi sul più bello…game over”.

E ti guardo. E penso che in modalità differenti siamo molto simili noi due.
Almeno nel tentativo di vivere al meglio e con minor problemi possibile.
E se arrivano (i problemi) non farsi prendere dal panico ma cercare di scomporli trovando alternative e/o altre vie percorribili.
Vivere l’oggi che a domani ci si pensa domani. Appunto.
Questo l’ho imparato solo facendone esperienza e lo imparo ogni volta che ti osservo.
Non sono le 7 vite che fanno la differenza. Sono solo la superficie.
È il come e il perché e il quando vogliamo vivere la vita a fare la differenza.
Tanto prima o poi il destino ci porta tutti verso la stessa direzione.
Strade e percorsi diversi. Fine corsa obbligatoria per tutti.
Sia che tu sia gatto. Sia che tu sia umano.

Il bello è proprio cercare di vivere al meglio delle proprie possibilità. Al meglio.
Non significa alla perfezione. Solo al meglio.
Sbagliando, imparando, lasciandosi ispirare, divertendosi, condividendo, facendo esperienza, da soli, con altri.
In fondo caro Open, mi fai capire (nelle tue poche ore di veglia) che ” il primo passo non ti porta dove vuoi. Ma ti toglie da dove sei” – A.J.-
Il resto, i passi successivi…dipendono da me. Da te. Da noi.
E poi beh… game over.
Ci sta.

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I gatti non vanno “veloce” come noi umani (per questo dovremmo averne uno)

A volte trovo Open che mi fissa. Con lo sguardo da “caxxo di problemi ti fai umano”. Perché i gatti non vanno mai veloce…

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A volte trovo gli occhi di Open che mi fissano.

Con lo sguardo da “caxxo di problemi ti fai umano”.

Lo fisso a mia volta e gli dico “che ne sai tu gatto”.

Una sorta di dialogo mezzo silenzioso, mezzo parlato. Con Open che non desiste ed io che …okay dopo un po’ di finta resistenza, cedo.

Passano così istanti, ore e giornate. Un “dialogo” tra lui e me. Tra me e lui.

Alla fine la spunta sempre lui.

Questo mi fa pensare che forse mi tocca dargli un buon margine di ragione.

Questo significa che io mi trovo in un buon margine di errore.

È già tanto averlo capito.

Uno a zero per il gatto. Palla al centro.

Come tutte le mattine a una certa ora lo faccio uscire.

A volte esce da sé. Raramente. Tutte le altre volte lo devo far uscire di peso.

Lo metto a terra. Chiudo la porta di casa.

Faccio un paio di scalini.

Lui lì con lo sguardo da “umano questa me la paghi cara”.

Altri due scalini. Il tempo che passa ed io che dovrei già essere in macchina.

– Dai Chiara, dagli ancora un attimo che poi si attiva – mi dico.

E il tempo passa.

Okay tempo scaduto. “Open su dai andiamo, VELOCE”.

Lui “Veloce? Non conosco questo termine”. E una grattatina dietro l’orecchio destro. Poi fin che ci siamo facciamolo anche dietro quello sinistro.

Altri due gradini “Open, amorino, dai che faccio tardi”. E qui sfodero la poca pazienza residua.

Sguardo assente. Interesse per l’umano pari a meno zero. Una lisciatina al pelo, ci sta.

Due a zero per il gatto. Palla al centro.

Dopo un tempo irragionevole di minuti. Si degna di affrontare con fare molto zen i gradini.

“Ma prego sua maestà” come se tutto fosse dovuto.

“Caxxo però quanto mi fai invidia”.

E rifletto. Mi sento in difetto di fronte ad Open. Sembra sempre che lui sappia cosa vuole e cosa no. Nessun tentennamento. Nessun problema nel raggio di km. Niente da fare velocemente. Un incedere verso la vita calmo, zen, molto oriental style.

E mi dico che dovrei fare anch’io così. Già, appunto “dovrei”. Il che significa che non lo farò mai o quasi. Il che significa che devo cambiare approccio alla vita. Prima ancora alle parole che mi dico.

Dovrei non è lo stesso che dirmi devo. Già.

“Caxxo Open, però hai ragione tu”.

Tre a zero per il gatto. Fine partita.

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