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Crescere

“Dove stai andando?” Se rispondi “non lo so” forse sei a buon punto

Il poetaE. E. Cummings disse che “ci vuole coraggio per crescere e diventare ciò che siete veramente”. Ci vuole coraggio anche per ammettere di non avere le idee chiare..

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Ci sono giorni e giorni. Quelli in cui sei quasi sicura di sapere dove stai andando. E quelli in cui ti rendi conto che non ci capisci niente.
Quelli in cui “altrove” pare il luogo migliore che esista sul pianeta terra. E quelli in cui ti chiedi perché restare qui sia davvero peggio che andare altrove.

Quelli in cui continui a cercare, senza sapere di preciso che cosa. E quelli in cui ti fermi, respiri e cerchi significato. Mi viene in mente la storia di Fayan, un giovane in cerca della via e Dizang, il suo maestro.

Dizang vide Fayan vestito da viaggio, pronto per partire e gli chiese: “Dove stai andando?”.
Fayan rispose: “In pellegrinaggio”.
Dizang chiese: “Qual è lo scopo del tuo viaggio?”.
Fayan rispose: “Non lo so”.
Dizang concluse: “Non sapere è più intimo”.

Siamo un po’ tutti Fayan

Ci vestiamo con gli abiti da viaggio. Zaino in spalla. Scarponi tirati a lucido. Bandana intorno al collo pronti per il grande viaggio della vita. Un viaggio di cambiamento. Ma, verso dove?

Di solito il dove è sempre un luogo che immaginiamo migliore di quello in cui viviamo. Migliore delle condizioni in cui siamo. Migliore sia a livello professionale, sia a livello privato che sociale. Insomma un altrove da favola, come fanno vedere in svariati spot pubblicitari.

E così, carichi di tante aspettative e magari pure gasati della nuova avventura, ci mettiamo in cammino. E pare davvero tutto una entusiasmante. Tutto meglio di quello che lasciamo alle spalle.
Fino a quando (chi prima, chi poi) incontriamo il maestro Dizang che ci chiede: “Qual è lo scopo del tuo viaggio?”.
A questo punto, di solito, pochi hanno la risposta pronta. Alcuni (i più intraprendenti) la buttano lì a casaccio credendo di far bella figura per ricevere così approvazione. I più (timidi) fanno scena muta.

Pochissimi forse darebbero la risposta di Fayan “non lo so”. Eppure solo a loro il maestro Dizang direbbe che “non sapere è più intimo”.

Intimo che nella tradizione zen è sinonimo di illuminazione, risveglio, realizzazione ed io ci aggiungo anche di umanità.
Ecco perché il maestro Dizang dice che non sapere è più intimo. Perché solo di chi è umile ed onesto da ammettere di non sapere dove sta andando e di volerlo davvero comprendere, il suo cuore e la sua mente saranno pronti per vedere che “la via è proprio sotto i tuoi piedi”.

E che si è pronti per accettare di cambiare. E che non c’è nessun altrove migliore di dove già si è. Non c’è nessun motivo di cercare fuori quello che già c’è dentro.

È un po’ quello che mi sta capitando oggi mentre scrivo.
Scrivo da un posto insolito. Insolito non nel senso di non conosciuto, insolito perché non è il solito luogo da cui scrivo. Oggi va così. Open non ne vuol sapere di stare dentro casa. E quindi per fargli compagnia cedo e mi sposto con il pc a casa dei miei dove lui dorme, gioca e fa il matto in giardino.
Mi costringo così a cambiare. Postazione, spazio e visuale, abitudini e rituali che accompagnano la scrittura.

E cambiare non è mai facile nonostante a prima vista, navigando ad esempio nel web, sembrerebbe di sì. Esperti e tuttologi che vendono cambiamento al Kg, facile, veloce, indolore, a buon prezzo.

E poi ci sono/siamo noi “acquirenti”. Quasi pronti a mettere mano a portafogli e carte di credito credendo che basti davvero comprare e fidarsi.

Solo che non basta mai. Per quanto possa essere bravo il tuo maestro, il lavoro importante tocca a te. L’accettazione.

Il poeta E. E. Cummings disse che “ci vuole coraggio per crescere e diventare ciò che siete veramente”.

Già. Ci vuole coraggio per aver coraggio di cambiare. Per essere Fayan e ammettere di non sapere…

Narratrice ~ Ghostwriter Scrivo per capire. Scrivo per ricordare. La mia vita è scandita da tre parole, che sono molto più di semplici parole: carta, penna ed emozioni. E lungo il mio viaggiare non manco mai di prendere tutto ciò che incontro, anche sassi ed imprevisti all'occorrenza. Ogni domenica puoi leggere di me e sua maestà Open il gatto sulla rubrica "OpenZen" di purpletude.

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L’arte di risolvere i problemi in maniera elementare (e che si può apprendere)

Amiamo la complessità. Le amiamo noi e le amano le aziende, che fanno del problem solving la regina delle competenze. E se invece l’approccio più funzionale fosse quello di osservare ciò che non c’è?

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Risolvere i problemi in modo elementare

Il buon Sherlock Holmes dice “Il mondo è pieno di cose ovvie, che nessuno si prende mai la briga di osservare”.
E dice bene, dal momento che più spesso la soluzione ad un dilemma è disarmante-mente “elementare”, in quanto somma degli elementi osservabili sulla scena del dilemma. Te ne rendi conto quando ti ricordi di osservarli e li metti uno dopo l’altro.

Un po’ come nelle avventure di Montalbano – o di Colombo, per quelli di un’altra generazione: la soluzione è semplice, quando guardi tutti gli elementi messi in fila, uno dopo l’altro. Il fatto che non sia subito semplice vedere le cose in modo elementare non dovrebbe autorizzarci a pensare che la soluzione sia per forza complessa. È semplicemente ancora celata.

È faticoso

E perché facciamo così fatica ad essere “elementari” quando ci troviamo davanti ai problemi? Cosa ci spinge ad amare così tanto la via della “complessità” rispetto a quella della “semplicità”?

Una cosa è certa: questo amore per la complessità ci ha ormai plasmati. Amiamo l’idea di essere esseri superiori in quanto complessi. A volte sembra che rendere i problemi complessi, ci piaccia persino più di risolverli.

Essere complessi porta a dare importanza a dettagli che complicano, nell’idea che “complesso” sia la strada. E se quei dettagli non fossero importanti? Le persone complesse finirebbero per essere le persone che portano tutti fuori strada, perché danno peso a ciò che complica e non semplifica. Sarebbero coloro che “sviano”. Come Watson (il “dottore” e al tempo stesso il “paziente” amico)! Se lo segui ti perdi.

Come chi cerca la soluzione dentro il problema

Applichiamo questa riflessione ad un tema che ci sta tanto caro: le piante.

Prendiamo una pianta in vaso che “soffre”, perché nessuno la innaffia.
La soluzione al problema sembra elementare: innaffiarla. Il problema è che per rendersene conto si dovrebbe osservare in modo elementare: qualcuno non innaffia la pianta. Ma quando una persona osserva una pianta, non vede quel qualcuno che non innaffia, perché quel qualcuno non c’è!

Se guardi una pianta

che soffre perché nessuno la innaffia,

lo vedi quel nessuno che non innaffia?

Eh no che non lo vedi, perché se tu lo vedessi, il problema sarebbe risolto.

Troverà solo il problema

Ed ecco il limite di essere persone complesse: preferiamo guardare in modo complesso ciò che c’è, piuttosto che in modo elementare ciò che non c’è.

Una persona complessa fa fatica a dare importanza a ciò che non c’è. Anzi si considera coraggiosa proprio in quanto non teme la complessità che scaturisce dal dare importanza al dettaglio insignificante.

Così se io prendo una pianta in vaso ed evito di innaffiarla, questa prima o poi soffre e il fatto che io non la innaffi non si vede.
Quello che invece risulta ad una analisi attenta ai dettagli (complessa!) è la scarsa qualità del terriccio e dei microrganismi in esso. Una pianta sana ha un terriccio diverso da quello di una pianta che soffre. Il punto però è: cosa rende i due terricci così diversi?

La soluzione parte dal problema…

La persona complessa cerca nel terriccio la causa, la persona elementare parte dal terriccio e cerca intorno ad esso la soluzione.

Il problema più incomprensibile mette in difficoltà in quanto non lusinga l’istinto umano alla complessità. Esso non presenta aspetti insoliti o particolari e quindi non da la possibilità di trarre delle deduzioni complesse.
Ed è proprio in queste situazioni in cui la realtà sembra prendersi gioco del nostro smisurato “ego”. Mentre noi ci struggiamo di buone intenzioni, arrivano Holmes o Montalbano o Colombo, magari travestiti da amici, parenti, colleghi, e ci stupiscono.

Li vediamo cominciare ad osservare quello che c’è (e questo già ci sorprende), per finire, come cani segugi, a scovare ciò che è oltre la scena del delitto e lo risolve (e questo prima ci fa arrabbiare con loro e poi sorridere di noi).

…ma è fuori dal problema

Elementare!

 

 

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Se vuoi essere felice, non lo sarai mai

Siamo abituati a pensare che la felicità sia un punto di arrivo e la ricerchiamo per tutta la vita, senza pensare che è un’emozione come tante e che tutte hanno una loro utilità.

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All’epoca vivevo e lavoravo a Pisa. era un pomeriggio di ottobre, ma era ancora piuttosto caldo. Quel giorno specifico non ero in ufficio, quindi mi decisi di trascorrerlo al parco, a leggere un libro.
Mentre mi trovavo seduto su una panchina, con gli occhi calati sulle pagine, mi si avvicinarono due Mormoni. Senza darmi il tempo di accorgermi della loro presenza, mi chiesero con fare quasi brusco “tu vorresti essere felice?”
Ricordo che rimasi quasi spaventato da quell’approccio così diretto, e colto in contropiede risposi in assoluta schiettezza che, in effetti, lo ero già.

Quello che parlava, allora, rincarò la dose. Mi chiese se ero davvero felice, o non avrei preferito esserlo di più.
A quel punto, ci pensai un attimo. Sapevo di non essere interessato a quello che quei due signori desideravano vendermi, ma ero sinceramente intrigato dal loro approccio. E quindi, formulai con cura la mia risposta: “In effetti, sono già felice abbastanza, non desidero esserlo di più”.

A quel punto ero sinceramente curioso di cosa il mio interlocutore avrebbe risposto, ma si limitò a bofonchiare qualcosa sulla felicità anche nella prossima vita, dopodiché i due mi lasciarono un volantino e scapparono via. Confesso di aver vissuto la loro ritirata con un discreto disappunto, anche se in questo modo potei tornare al mio libro.

Non credo di essere mai stato una persona eccezionalmente felice, anche se non ho un metro di paragone. Ho vissuto molti anni di emozioni lente e faticose, a causa di una storia famigliare spinosa, ma anche grandi momenti di gioia pura, in periodi più recenti. Però non sono mai stato ossessionato dalla felicità fine a se stessa.

Eppure, come occidentali, la felicità è forse uno dei prodotti di maggior lusso, insieme al tempo. Se qualcuno trovasse il modo di imbottigliare tempo e felicità per venderli, probabilmente diventerebbe l’uomo più ricco del mondo nel giro di pochi giorni.

Ne faccio una questione culturale. Noi occidentali siamo abituati a pensare che la felicità sia un punto di arrivo. Se possediamo un nuovo telefono ci sentiremo felici. Se avremo un’auto e una casa più grande. Se faremo quel viaggio. E se ci comporteremo bene abbastanza alla fine andremo in Paradiso, dove felici lo saremo per sempre.

C’è un film di qualche anno fa, con Will Smith, intitolato La Ricerca della Felicità. La storia è quella di un uomo che riesce ad essere felice solo nel momento in cui ottiene un buon successo economico. Credo che, se non altro, rappresenti in modo incredibilmente crudo una larga fetta della società contemporanea.

Ma ci caschiamo anche noi. Attraverso i nostri Social Network mostriamo un’immagine di noi come di persone di successo, arrivate. Felici.
Quando ce lo chiedono, diciamo che va tutto bene.

Ma non è vero.

La felicità è un’emozione effimera, e la verità è che più ci sforziamo di esserlo, e meno ci riusciamo. Viviamo nell’epoca della felicità a buon mercato. Dei corsi di mindfulness, del successo spiccio, delle ricette per diventare ricchi e felici.
Ma io te lo voglio chiedere. Sì, proprio a te, che mi stai leggendo. Non se sei felice, come il mormone di turno chiese a me.

Tu vuoi essere felice?

Se la risposta è sì, mi dispiace, probabilmente la tua ricerca ti renderà sempre insoddisfatto, e in definitiva infelice.
Se la risposta, viceversa, è no, allora complimenti, probabilmente, come me, sei già felice abbastanza.

Da occidentali siamo abituati a dividere il mondo in cose belle e brutte. Buone e cattive. Agognamo le emozioni positive, perché sono buone per noi, e rifuggiamo quelle negative, considerandole parte di quel male di cui si parlava poco fa.

Quando in effetti, tutto il nostro spettro emotivo svolge una sua funzione, e una sua utilità. Dovremmo, insomma, desiderare la felicità non più di quanto desideriamo la tristezza, o la paura. Ma siamo così abituati a dividere le emozioni in intrinsecamente positive e negative, da perdere di vista ciò che ha davvero significato.

Perché, quindi, limitarsi a esplorare la felicità? Cerchiamo nella nostra vita anche l’infelicità, la paura, il disagio, l’imbarazzo. Ma anche la rabbia, il disprezzo, l’amore. Vedi mai che alla fine del cammino non ci capiti di arrivare, quasi per caso, al Nirvana.

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