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Go Wild

Go wild: il futuro è da selvaggi

Pensavamo di essere quelli che hanno addomesticato i cani ma siamo noi ad esserci addomesticati. Probabilmente troppo.

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Il futuro dell’uomo potrebbe essere un futuro paradossale in cui una buona vita sarà il frutto del giusto mix tra vivere addomesticati e vivere selvaggi. Insomma il futuro potrebbe premiare chi saprà da una parte obbedire alle regole e sfruttare la forza della società e dello standard, dall’altra vivere con autonomia e originalità, usando a pieno le proprie qualità di essere umano.

Se sarà così ci saranno due competenze da maturare: l’obbedienza e l’originalità.

Bella sfida, vero?

Dall’intuizione di un grande medico americano (John J. Ratey) nasce il concetto di GO WILD (vivi selvaggio), come antidoto a GO TAMED (vivi addomesticato)

Cerchiamo di farla semplice.

Se parliamo di selvaggio risulta facile pensare alla contrapposizione tra lupo (selvaggio) e cane (addomesticato). Tanto più il lupo vive spontaneo, tanto meglio sta. Tanto più il cane obbedisce alle regole, tanto meglio sta. Proviamo ora ad espandere questo concetto ed ad applicarlo a noi esseri umani.

Per decine di migliaia di anni, l’essere umano è stato un selvaggio. Poi, le stesse forze che hanno domato un lupo e lo hanno reso un cane, hanno domato anche uomo selvaggio e lo hanno reso un uomo civilizzato. Queste forze sono ciò che chiamiamo civilizzazione, che molti e indiscutibili benefici ha portato a tutti noi. La civilizzazione è stata il frutto dell’interazione di noi esseri umani con le condizioni selvagge che ci circondavano: il freddo e il caldo, la disponibilità di cibo o la scarsezza, le relazioni, le guerre, la geografia. Ed è stata soprattutto la vita in queste condizioni selvagge, che ci ha spinto a dare il meglio di noi.

I nostri geni, invece, sono rimasti più o meno immodificati. Non ci siamo evoluti nei geni, ma nelle abilità. Tanto che potremmo dire che siamo tutt’ora geneticamente equipaggiati e predisposti per sopravvivere e crescere in condizioni selvagge, ma conduciamo una vita civilizzata e addomesticata che ci rende soddisfatti e comodi, da una parte, e malati e infelici, dall’altra.

Ad un’osservazione accurata delle nostre dotazioni biologiche siamo nati per muoverci con grazia, per abbracciare la novità e la varietà, per desiderare spazi aperti e, soprattutto, per relazionarci ed amare. E, qualità percepibile da tutti, siamo nati per guarire. Il nostro corpo guarisce se stesso, tutti i giorni. È quella che chiamiamo omeostasi, schieramento meravigliosamente articolato di funzioni che riparano le consunzioni, gli strappi e gli stress della vita. Questa abilità sta al centro di ciò che oggi intendiamo per “going wild”.

Le cause di sofferenza e morte più comuni al mondo – come malattie di cuore, depressione, obesità e lo stesso cancro –  sembrano il prezzo che paghiamo per aver ignorato il nostro codice genetico, il nostro progetto.

Porre rimedio a tutto ciò, soprattutto a livello del singolo, nella propria vita, non è così complesso come può sembrare. La sfida è riuscire ad uscire dalla routine e lasciare che le splendide ed evolute abilità di autorealizzazione e autoriparazione della nostra mente e del nostro corpo facciano il loro lavoro. I passi da compiere sono semplici e fattibili, anche nel nostro mondo moderno. E non si tratta di teoria. La ricetta è GO WILD.

Ogni aspetto della vita – come mangiamo, ci muoviamo, dormiamo, pensiamo e viviamo –  è connesso a questo precetto GO WILD. Tutte queste azioni sono rilevanti per la vita e da ciascuna di queste può partire la “rivoluzione”. Sembra un’idea semplice, ma va proprio nella direzione opposta rispetto ai fondamentali del pensiero occidentale, della scienza e soprattutto della medicina occidentale moderna.

Il punto di vista dell’addomesticazione (o civilizzazione) è, dato un problema, scomporlo nelle sue componenti, individuare quella che funziona male e risolvere il problema – una prassi efficace con le macchine, ma noi non siamo macchine. Siamo animali selvaggi. Il punto di vista selvaggio, invece, è abbracciare la complessità e agire su più fronti.

Osservate con cura una specie animale selvatica e vi verrà spontaneo rivalorizzare le capacità innate che rendono gli animali selvaggi capaci di adattarsi perfettamente al proprio ambiente e ai cambiamenti che costantemente intervengono nel tempo. Se vogliamo possiamo essere anche noi di nuovo capaci di tutto ciò, senza per forza dover dire di no alla civilizzazione: abbiamo i geni per farlo. La ricetta è semplice: GO WILD.

La difficoltà sarà conciliare volontariamente GO WILD con GO TAMED. Essere adattabili come dei lupi e obbedienti come dei cani. Da un punto di vista biologico non c’è motivo per cui non dovremmo farcela, perché i due comportamenti non si escludono a vicenda anzi si compensano: lupo e cane, cane e lupo. Vedremo se invece la nostra mente potrà vivere nel paradosso di due comportamenti apparentemente antitetici.

Per fortuna il successo di questo mix non sarà riuscire a pensarlo, ma impegnarsi a viverlo. In questo modo, siamo sicuri che le spiegazioni arriveranno, grazie all’esperienza.

 

Medico “bilingue” | Esperto in Agopuntura e Medicina Tradizionale Cinese | Promotore dello stile di vita come farmaco Mi definisco un amante del corpo umano, delle Persone, meccanismo perfetto. Della natura. Un medico bilingue, capace cioè di parlare tanto la lingua della medicina occidentale (se vogliamo, tradizionale), quanto quella cinese. Ciò mi conferisce la capacità di vedere le cose in modo più profondo, sapere scegliere con coscienza e oggettività. Discorso lunghetto che meriterebbe approfondimento… in genere mi piace sintetizzare che se funziona allora va bene. Anche se spesso le dinamiche, i motivi non sono altrettanto chiari. “Se funziona va bene”. Sono quel genere di persona, e medico, che si chiede “come fare?” e non se si può fare.

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Wandering (vagare), l’arte di andare senza meta in cerca di qualcosa

Quando si va, si va con un intento. Quando si vaga, non si sa a cosa si va incontro. Eppure è ancora incredibilmente importante.

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Ci fu un tempo in cui per l’essere umano vagare era un’attività di vitale importanza. Se non si vagava, non si esplorava. Se non si esplorava, non si trovava. E se non si trovava non si sopravviveva.

Oggi le cose sono cambiate… forse.

Qualcuno pensa che l’essere umano abbia esplorato tutto l’esplorabile, trovato tutto il trovabile e capito tutto il comprensibile.

Se è così siamo alla fine! Godiamoci il gran finale e mettiamoci l’anima in pace.

Qualcun’altro pensa che l’essere umano abbia ancora qualcosa da esplorare. Ma esplorare sembra essere diventata un’attività difficile, per pochi.

Se è così non siamo alla fine, ma ad una svolta. Siamo nell’epoca della specializzazione dell’esplorare.

Io sostengo una terza ipotesi. Esplorare per noi esseri umani è un’attività vitale, come respirare. E se l’essere umano smette di esplorare sta cominciando a deperire. Come se un albero smettesse di mandare rami e sottorami in tutte le direzioni ad acchiappare raggi di luce: morirebbe.

Questa mia idea si è rinforzata sempre di più quando qualche anno fa ho incontrato Keri Smith e i suoi meravigliosi libri. Libri che a mio avviso tutti dovrebbe leggere (sempre che leggere sia il vocabolo adeguato per descrivere l’esperienza di lettura dei libri di questa splendida scrittrice!).

Nel suo ultimo libro … si parla di wandering (vagare) che è diverso da going (andare). Wandering assomiglia ad andare, ma non è andare. Wandering è piuttosto andare senza meta in cerca di qualcosa, senza sapere cosa si troverà.

È leggendo e praticando i libri di Keri Smith che mi sono letteralmente ricordato del talento dimenticato del vagare, dell’esplorare e dello scuriosare.

Per ricordare cosa sia il vagare (wandering) è utile confrontarlo con l’andare (going).

Andare: si va in un luogo, in un posto, da qualche parte, a far qualcosa, a comprare qualcosa, a incontrare qualcuno. Si arriva e si torna a casa.

Vagare: si vaga non si sa dove, non si sa per cosa o per chi, non si quando o per quanto, non si sa se qualcosa accadrà o si troverà. All’improvviso ci si imbatte in una sorpresa inaspettata e si torna a casa cambiati.

Tutti percepiscono che senza andare non si vive. Andare al lavoro, a scuola, dagli altri. Se non si va non si riceve e non si dà. E se non si riceve e non si dà, non si vive.

Ma che dire del vagare? È un’attività necessaria come l’andare o è un’attività extra (o peggio ancora inutile e controproducente)?

Quando si va, si va con un intento. Quando si vaga, non si sa a cosa si va incontro.

In una società andare e vagare si completano e si sostengono. Ci sono addirittura gli specialisti nel vagare ed esplorare e gli specialisti nell’andare e coltivare. I primi sono i ricercatori, i secondi i lavoratori.

Chi vaga scopre il nuovo e chi va coltiva il nuovo che altri hanno scoperto.

Immagino l’uomo che per primo mentre vagava si è imbattuto in una spiga e ha visto in essa un potenziale. Ha inventato l’agricoltura!

Penso agli uomini che tutti i giorni si recano nei campi. Coltivano l’agricoltura e la perfezionano!

Per una popolazione avere qualcuno che si occupi di vagare è necessario. Tanto che gli esploratori ieri e gli scienziati oggi sono molto apprezzati e stimati.

E per il singolo vagare è ancora importante? O è un’attività delegabile?

Chi può dare una risposta?

Potresti approfittare di questi giorni di vacanza per esplorare la risposta. Prenditi una mezz’ora tutti i giorni per vagare.

Esci di casa senza scopo e va dove ti porta il cuore (o il caso).

Accetta la possibilità che arrivino il dubbio e la noia, prima che improvvisamente appaia qualcosa. Magari un dettaglio visto e rivisto che un giorno passa per il tuo centro e tu cominci a guardare tutto da quel nuovo punto di vista.

Tra 8 giorni raccontami la tua risposta.

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Go Wild

L’uomo? Un ragazzino con 50.000 anni di esperienza

50.000 anni. L’uomo non è altro che un ragazzino con 50.000 anni di esperienza. Esperienza più che grande cambiamento. Più che evoluzione e modifiche trascendentali come si potrebbe pensare.

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Che cos’è il Dna? Un modo efficace è paragonarlo a un libro nel quale sono scritte le istruzioni di montaggio e funzionamento del nostro corpo.
E proprio dallo studio di questo “manuale”, è emerso un dettaglio sorprendente: non ci siamo evoluti così tanto, non come si potrebbe pensare.

Il Dna di un essere umano è uguale a quello di un suo antenato di 50.000 anni fa.
Istruzioni di montaggio e funzionamento sono ancora uguali. Anche se a guardarci troviamo un sacco di apparenti differenze.

Si, sembriamo tanto diversi ma in fondo ci separa solo un uso differente del manuale a nostra disposizione.
Per il resto siamo molto uguali. Siamo in fondo ancora bambini. Con esperienza ma sempre molto giovani.
Basta vedere passioni ed esigenze che ci animano. Due su tutte, oggi come ieri: inventare cose nuove, giocare insieme agli altri.

Compromessi e specializzazioni

Sto scrivendo questo pezzo mentre sono in treno. Seduto accanto a persone diverse che sembra vivano vite diverse. Ognuno con un compito, un incarico, la propria dose di preoccupazioni.
Un buon modo per comprendere cosa sia successo nella storia. Si è andato avanti con lo stesso “libro”, sfogliato e interpretato in modo diverso, personale.

È così che si arriva ad essere in un vagone tanto uguali e tanto diversi. È così che si arrivati a specializzarsi ognuno in qualcosa.
Un compromesso, un sacrificio – non fare tutto – per fare qualcosa ognuno al meglio delle proprie possibilità. Possibilmente meglio di coloro che ci hanno preceduti, possibilmente “insieme”.

Il cacciatore – raccoglitore, il contadino – guerriero, l’operaio – cittadino, il cittadino del mondo.
Camminare, correre, saltare … cavalcare … pedalare … guidare … volare.
La famiglia, la piccola comunità di famiglie, la colonia, il paese, la città, la metropoli, il mondo.
L’arte … la religione … la scienza … la tecnologia.

Nonostante questo siamo ancora uguali a 50.000 anni fa. Siamo l’unica specie capace di cambiare così tanto rimanendo così uguale.
Tutto ciò che è mutato e che ha reso la storia dell’uomo così cangiante non è stato l’uomo inteso come patrimonio genetico umano, ma l’uomo inteso come colui che ha interpretato e reinterpretato il suo patrimonio genetico. Per nessun animale è successa la stessa cosa.

Tra noi e i nostri avi di 50000 anni fa non ci sono differenze genetiche degne di nota, ma solo un diverso modo di interpretare o usare le istruzioni contenute nel manuale che è il DNA.
L’essere umano, io che scrivo e tu che leggi, siamo il frutto dell’evoluzione e al tempo stesso siamo coloro che l’hanno sovvertita.

Evoluzione e sovversione

Prima di noi il cambiamento era un fatto di selezione naturale che agiva sul DNA selezionando il più forte e il più adatto.
Con noi la storia è cambiata. L’evoluzione dell’essere umano è avvenuta in una prima lunga fase per modificazioni genetiche, fino a quando è arrivato homo sapiens.
Da allora il nostro genoma è stabile nel tempo e nello spazio (uguale in tutto il mondo). La differenza è che ne facciamo un uso sempre diverso.

L’immagine migliore per descrivere questi 50000 anni di storia dell’essere umano è quella di un giovane che legge un libro.
Lo legge e lo rilegge.
E mentre lo legge e lo rilegge ne dà costantemente interpretazioni diverse.
E in base alle interpretazioni che dà … vive la sua vita reale.

Ognuno con un compito, un incarico, la propria dose di preoccupazioni.
Questa è la storia dell’uomo. La storia di un ragazzino con 50000 anni di esperienza.

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