Connect with us

In primo piano

Le altre persone contano (ed è questo che intendiamo per “relazioni”)

“Da soli possiamo fare così poco; insieme possiamo fare così tanto.” Ma bisogna dare e avere. E ricordare che le altre persone contano.

Pubblicato

il

In una società sempre più orientata verso i servizi, tutto riguarda le relazioni. Per questo motivo lavorare in modo efficace con (insieme) gli altri pare essere diventata la grande e più importante sfida. Da qui, una mole enorme di teoria, manuali, corsi. Team building…

Ma anche oggi stiamo parlando di un termine vecchio e molto preciso: relazioni.

“Da soli possiamo fare così poco; insieme possiamo fare così tanto.”-Helen Keller

R come Relazione

La parola relazione deriva dal latino “riferire”, ed è visibile immediatamente il duplice significato che essa possiede. La relazione può essere intesa come un legame tra due o più persone oppure come un testo scritto o orale che descrive un fatto a qualcun’altro.

Come sempre l’etimologia ci insegna molto della parola e in questo caso si capisce subito che non c’è relazione senza una comunicazione alla base, sia che essa sia orale, scritta, verbale, paraverbale o non verbale. Io mi approccio all’altro attraverso convenzioni sociali che favoriscono un’interazione e uno scambio di informazioni (messaggi). Avviene così quel contatto, quell’empatia tale per cui con alcune persone scocca la scintilla d’amore, di affinità, di amicizia o di professionalità. La relazione diventa rap-porto, ovvero portare qualcosa di sé all’altro e ricevere altrettanto.

Ed è nella parola giusta detta al momento giusto, nello stile comunicativo, nell’occhiolino, nel sorriso, nell’atteggiamento in generale che sta l’elemento favorevole. Una comunicazione che riceve quanto dà, si offre all’altro per arricchire noi stessi nella relazione e nel legame che crea.

La relazione ci fa crescere. Ci dà la spinta necessaria a dare il meglio di noi, sempre, in qualsiasi contesto. Nello specchiarsi con l’altra persona dobbiamo dare molto di noi stessi e donare quel centesimo che ci è proprio e che magari all’altro serve e fa proliferare per poi restituirlo a entrambi in forma nuova.

Mi piace pensare allo scambio che avviene nella relazione come a qualcosa di divino che unisce e sacralizza le persone coinvolte. Nel confronto e nel dialogo succede qualcosa di magico: si crea, si fa arte. E solo due o più persone insieme possono arrivare a tanto. Anche l’artista che nella solitudine dà avvio all’atto creativo comunica con il suo pubblico facendosi portavoce di ciò di cui le persone hanno bisogno anche senza saperlo. Senza questa relazione invisibile la stessa opera d’arte non si può considerare tale.

In questo senso si capisce quanto nel mondo del lavoro sia importante il team, lo scambio continuo, il comunicare cosa stiamo facendo agli altri, il confronto e lo scontro. Sì, anche lo scontro! Non dobbiamo aver paura della relazione “incandescente” perché solo il big ben crea moti e pianeti perfetti, in equilibrio e in armonia con tutto lo spazio. Basta sapersi rispettare e fare il possibile per non entrare troppo spesso in collisione.

Il più delle volte giungere alla relazione professionale fertile è un duro lavoro perché spesso le persone non si pongono nella condizione di aprirsi all’altro. In certi ambiti professionali dove il raggiungimento dei risultati è obbligatorio per la sopravvivenza, la relazione viene meno o appare malata sulla base di invidie, gelosie, prevaricazioni e questa condotta andrà a influire sicuramente non solo sull’organizzazione aziendale, ma anche sulla possibilità di sviluppo e crescita dell’azienda stessa inibendo i lavoratori in un circolo vizioso.

La lealtà e l’impegno per le organizzazioni dipendono dai rapporti di lavoro piuttosto che dagli incentivi economici (Ragins & Dutton, 2007). In effetti, innumerevoli studi dimostrano che le relazioni e il lavoro sono i principali fattori che contribuiscono al benessere individuale (Diener & Biswas-Diener, 2008).

Dobbiamo stare in guardia in queste situazioni perché le relazioni sono piante e fiori del nostro giardino, da curare, alimentare e fertilizzare. Solo avendo cura di loro possiamo far sì che esse contribuiscano a renderci belli e a creare intorno a noi una reputazione positiva.

Per il bene nostro e degli altri. Perchè, come disse Christopher Peterson nel 2006, “Si, le altre persone contano”.

Dal 2007 mi occupo del Career Service di Fondazione Campus di Lucca ovvero supporto gli studenti dei corsi di laurea e dei corsi professionali della realtà formativa a orientarsi nel mondo del lavoro e trovare le opportunità formative e professionali più confacenti alle loro competenze e attitudini cercando di favorire il placement. Nel corso degli anni ho ampliato le mie conoscenze di comunicazione e marketing per comprendere la relazione tra le persone e il lavoro focalizzando l’attenzione sulle tecniche di personal branding e reputazione offline e online.

Crescere

Prenditi cura del tuo futuro e il passato si adeguerà

L’importanza di porsi un obiettivo: noi siamo le nostre memorie e, senza queste, non siamo nulla. L’unico problema è che quello che decidiamo di ricordare dipende da quello che, di volta in volta, decidiamo di diventare.

Pubblicato

il

Il futuro che desideri determina quello che fai nel presente, quello che fai nel presente dà un senso al passato che hai vissuto.

Se in futuro tu volessi vivere a Berlino, oggi studierai tedesco. Se oggi studi tedesco, il tempo che hai passato a studiare il latino al liceo non è stato completamente sprecato. Se, invece, in futuro tu volessi andare a vivere a Shanghai, oggi studierai Cinese. Se oggi studi cinese, il tempo che hai passato a fare un lavoro che non ti piaceva è stato utile a farti guadagnare i soldi per realizzare il tuo sogno.

È così che funziona il nostro cervello. Nulla è per sempre. Quando studiavi latino ti sembrava di perdere il tuo tempo. Oggi che hai deciso che in futuro vivrai a Berlino e quindi studi il tedesco, aver preso confidenza con declinazioni e coniugazioni ti avvantaggia. Prima studiare latino “è” una perdita di tempo, poi studiare latino “è” un investimento per il tuo futuro. La realtà cambia, pur rimanendo sempre se stessa.

Tutto quello che è stato si adegua costantemente a quello che vogliamo che sia. Le connessioni tra le cellule cerebrali si creano e si distruggono, si potenziano e si indeboliscono. Costantemente e sempre. La relazione tra le singole memorie e quindi il valore relativo di ogni memoria cambia a ritmo continuo, di attimo in attimo, di ora in ora, di giorno in giorno.
Il valore assoluto delle memorie acquisite è raramente rilevante.

Alla luce di tutto ciò, l’unica cosa che conta realmente è l’obiettivo che desideri raggiungere. La meta verso la quale dirigi il timone della tua nave. Se cambi la meta, cambi anche la direzione del tuo timone; se cambi la direzione del timone, cambi anche la direzione da cui provieni.

Tutto il tempo che passi nel tentativo di dare un senso al tuo passato è tempo sprecato. L’unica cosa che dovresti fare realmente è prenderti cura del tuo obiettivo. Il passato si adeguerà. Ugualmente il tempo che passi a definire cosa sarebbe meglio fare adesso è anch’esso tempo sprecato. Il presente non è mai né buono né cattivo, né giusto né sbagliato. È solo funzionale o disfunzionale rispetto al futuro che desideri. L’unica cosa che dovresti fare è prenderti cura del tuo futuro.

La domanda che dovresti farti non è “Chi sei?”, ma “Chi vorrai essere?”.

Tuttavia, a questo punto qualcuno potrebbe domandare: “Se la cosa più importante è domandarsi quale sia il nostro obiettivo (il futuro), perché questo determinerà cosa è utile che noi facciamo (il presente) e darà valore a quello che abbiamo fatto (il passato), è al tempo stesso sufficiente per garantire che il futuro desiderato si realizzi?”.

Naturalmente la risposta è… no! Desiderare non basta, perché un certo futuro sarà il nostro futuro solo se un certo presente sarà il nostro presente e al tempo stesso il nostro presente è il nostro presente, solo se un certo passato è stato il nostro passato.

Il futuro determina il presente e il presente il passato. Ma al tempo stesso il presente determina il futuro e il passato determina il presente. Quindi il passato determina il futuro. Se ho studiato norvegese in passato, parlo norvegese nel presente e desidererò vivere in Norvegia in futuro.

Quindi il passato determina il futuro, tanto quanto il futuro determina il passato. Entrambe le affermazioni sono vere.

E quindi cosa dovrebbe fare una persona quando si sveglia al mattino? Impegnarsi a essere quello che vuole diventare o accettare di essere quello che è stato? Non si può che essere se stessi e al tempo stesso si è quello che si vuole diventare. Un gioco costante tra ieri e domani, domani e ieri.

Le moderne neuroscienze ci suggeriscono che questi due processi avvengono in noi costantemente. Ci comportiamo come abbiamo imparato a comportarci e al tempo stesso ci comportiamo come vogliamo imparare a comportarci. Perché nelle nostra mente è inscritto tutto quello che abbiamo fatto per come vogliamo di giorno in giorno ricordarlo.

Noi siamo le nostre memorie e, senza queste, non siamo nulla.

L’unico problema è che quello che decidiamo di ricordare

dipende da quello che di volta in volta decidiamo di diventare.

 

Continua a leggere

In primo piano

Stereotipi di genere: ne soffrono anche gli uomini

Anche gli uomini sono vittime di stereotipi che li costringono in modelli prestabiliti, sulla base di uno standard maschile molto rigido. Alcuni di questi sono talmente radicati da sembrare semplicemente… naturali.

Pubblicato

il

Anche gli uomini sono vittime di stereotipi che li costringono in modelli che non sono solo vecchi, ma falsi.
Come sempre, non per tutti, non in tutti i contesti ma, signori uomini: pensateci un attimo e ditemi se non siete stati vittime, almeno una volta, di uno o più di questi pregiudizi.

Impara presto a nascondere le emozioni

Un vero uomo non piange; almeno non in pubblico.
Non puoi piangere né per dolore, né per gioia, né per rabbia. Non puoi e basta.
E se da bambino, dopo i cinque anni, non hai ancora imparato a controllare queste emozioni, allora ti insegnano a farlo spiegandoti che è “da femmina”.

Se abbracci un uomo, devi appena sfiorarlo o toccarlo come un gladiatore che misuri la massa muscolare dell’avversario.
Movimenti rigidi e possenti pacche sulle spalle, perché nessuno pensi che tu sia omosessuale; caratteristica grave tanto quanto l’essere femmina; per alcuni, peggiore.

Impara a vincere

Devi essere il primo, sempre. La competizione è nel tuo DNA.
Fai squadra, purché tu ne sia il capitano.
Se non ci riesci, fai squadra e conquista il capitano. Vice è sempre meglio di niente.
Se proprio non hai la stoffa, fai squadra e nasconditi dietro le spalle dei maschi “alfa”.
Si dice che, in un medesimo contesto, gli uomini fanno squadra e le donne si fanno la guerra.
Spesso è vero, ma raramente le squadre maschili sono tra pari: le gerarchie e i ruoli sono rigidamente definiti; e chi non si adegua, è fuori.

Lavora e… basta

Se sei un uomo, puoi tranquillamente restare in ufficio fino a tarda sera. Tanto non hai nient’altro da fare.
Cioè: non hai affetti, interessi, desideri che non siano ascrivibili al tuo lavoro.
Come se fuori da quello spazio ci fosse il vuoto cosmico.

Se una donna non lavora e si occupa di casa e famiglia è una casalinga; per un uomo non c’è una parola che lo possa definire.
Perché, semplicemente, non è concepibile.

Il padre all’inizio non serve

L’inizio è l’inizio della vita, o l’ingresso nella famiglia adottiva di un figlio o di una figlia; cui il padre non può assistere e partecipare.
In Italia, attualmente, un uomo ha diritto a cinque giorni consecutivi di congedo per paternità nell’anno della nascita o dell’ingresso in famiglia. E poi un giorno all’anno.
Tanto c’è la madre: il padre non serve.

Dal punto di vista pratico può, in parte, essere vero (ma se la madre non allatta, il castello crolla); ma dal punto di vista relazionale?
In quale momento il padre diventa importante?
Secondo questa logica, mai. I congedi non aumentano al crescere della prole.

Come fa un padre a costruire il rapporto con suo figlio o sua figlia se non può dedicare tempo di qualità?
E se decidi di sospendere per un periodo il lavoro per dedicarti ai tuoi figli, perdi anche il titolo di papà, e diventi un “mammo”.

Devi essere maschio

Quindi, anzitutto, ti devono piacere le donne; altrimenti smetti di essere un uomo e diventi, per dirlo alla napoletana, un femminiello.
E poi devi essere fisicamente forte e con una buona manualità.
Meglio il calcio che la danza; meglio un libro di guerra che di poesie; meglio la passione per i motori che per i tessuti d’arredo.

Se ti piace cucinare, fai in modo di diventare uno chef, oppure tienitelo per te.
Se non sei un pescatore, dimentica il ricamo e i lavori a maglia.
E se proprio non puoi fare a meno di essere omosessuale, cerca almeno di essere discreto.

Sii l’eroe

Devi trasferire forza, protezione, guida.
Non puoi mostrare paura o titubanza.
Se non riesci a farne a meno, affidati ad un altro uomo: non puoi farti proteggere o guidare da una donna.

Fatemelo dire: un inferno, pari al nostro, per tutti quegli uomini che vogliono sentirsi liberi di esprimere le proprie sensibilità; che coltivano molteplici interessi; che vogliono tempo e presenza per gli affetti.

Ne conosco molti; la maggior parte dei quali hanno optato per professioni liberali, proprio per non cadere in certi circoli viziosi.
Conosco padri che sono velocisti da guinness nel cambio dei pannolini.
Conosco uomini che hanno sacrificato la propria carriera per favorire quella della partner.
Conosco uomini talmente forti da piangere serenamente in pubblico e sciogliersi in abbracci dolcissimi con i propri amici.

Facciamo che siano loro i modelli per i nostri bambini.

Continua a leggere

Treding