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Crescere

Non essere un ruolo, sii un’anima

Ruolo. Anima. Servizio. Umanità. L’una non esclude l’altra…

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Fine giornata. Una come tante. Sfilo gli abiti, indosso il pigiama. Una sorta di rituale. Un po’ come fa Open che si pulisce prima di catapultarsi sul letto.

Quasi un rituale per scrollarsi di dosso i diversi ruoli che si vestono nell’arco di una giornata. Che poi si fanno giorni, settimane, mesi, anni.

Sì perché ci identifichiamo o veniamo identificati con i ruoli che scegliamo, mostriamo ed usiamo in base alla situazione, al momento, alla necessità.

Abito e vivo in un piccolo paesino di collina. Ci si conosce praticamente tutti e io molto spesso non sono Chiara, ma “la figlia di Giulio e Bruna”, “la sorella di Gianni”.

Una specie di stato sociale che mi viene cucito addosso.

A volte mi fa piacere. Altre mi sta stretto.

Vengo identificata come figlia e sorella. Ed è vero che essere figlia e sorella sono due dei molti ruoli che pratico in questa esistenza.

Pensandoci, tutti pratichiamo diversi ruoli nell’arco della giornata. Come essere genitori ma anche figli. Insegnanti ma anche studenti. Padri, madri ma anche mariti, mogli. Lavoratori ma anche sognatori.

Ma il ruolo non è mai totalmente rappresentativo della nostra persona. Spesso si è così presi dal ruolo che si lascia da parte il chi siamo. E si lascia spazio all’identificarsi con la professione che svolgiamo.

Soprattutto in passato mi capitava a volte di presentarmi come la tizia che svolge tale lavoro in tale settore ecc.

E lo facevo così spesso per poi accorgermi che quel ruolo resta appiccicato addosso come quegli adesivi per acchiappare le mosche.

E se ti chiedono chi sei, la risposta quasi automatica è… avvocato, scrittore, architetto, maestro, tipografo, marinaio, casalinga, cantante, pittrice…

Essere Alpinista

Lessi un aneddoto vissuto da Simone Moro.

L’essere alpinista è qualcosa che mi ha definito ben prima di diventarlo a tutti gli effetti. Quando, alla domanda dell’impiegato comunale sulla mia professione, risposi con un sonoro: “Alpinista!”, quello abbassò gli occhiali sulla punta del naso e mi chiese: “Ma scusi, esiste come lavoro?”

“Sì” confermai.

“Quindi scrivo alpinista?”.

“Esatto”.

Mi fa pensare a quando si va all’ufficio anagrafe per fare la carta d’identità e ti chiedono cosa inserire nello spazio “professione”.

Sarebbe bello qualcuno rispondesse…  “essere umano”.

Credo sia importante il ruolo, ma credo ancor più che sia necessario svolgere la “professione” di essere umano. E questo riguarda tutti da molto vicino ed è decisamente molto più di una professione. Forse una vera e propria scelta di vita.

Come credo sia un terreno minato identificarsi solo con il ruolo.

Ma forse lo facciamo per paura. Per comodità. Per sembrare sempre forti, sicuri di sé, controllati e pronti per ogni occasione.

Identificarsi solo con il ruolo però implica il non vedere con chiarezza la strada. O almeno quella che vorremmo fosse la strada da percorrere. Perché i ruoli hanno la pecca di definirci, di metterci dentro confini che influenzano le nostre scelte presenti e quindi future.

Un bene, probabilmente, quando il ruolo riguarda ad esempio la sfera lavorativa, perché ci aiuta a stare dentro i binari. Un male quando questi minano il nostro essere autentici. E si è autentici quando si è umani. Ed essere umani significa meraviglia e complessità, tutto incluso. O niente escluso.

Eppure credo anche che essere persona significhi essere anima.

“Non essere un ruolo, sii un’anima” dice Ram Dass.

Non è semplice. Anzi, non è affatto semplice. Perché in realtà dei ruoli abbiamo bisogno. Ma questi da soli non bastano.

Nel lavoro, nella quotidianità, in una più ampia prospettiva di vita, i ruoli hanno bisogno anche di anima. Insieme, ruolo ed anima, possono così svolgere e gestire compiti/lavori ed anche essere al servizio di quell’aspetto umano che inevitabilmente c’è in ogni situazione.

La vita è una costante necessità di trovare soluzioni a problemi più o meno grandi, a situazioni più o meno complesse che si possono presentare a casa, a scuola, nei luoghi di lavoro. Situazioni che richiedono quasi sicuramente l’intervento di un ruolo. Ma anche situazioni in cui è necessario far uscire e mostrare la propria umanità. E mai nessuna situazione di vita lavorativa, familiare, sociale ne è esente.

Condivido il pensiero e la visione di vita del medico Rachel Naomi Remen:

“L’aiutare, l’aggiustare e il servire sono tre differenti modi di vedere la vita. Quando aiutate, vedete la vita come qualcosa di debole. Quando aggiustate, vedete la vita come qualcosa di rotto. Quando servite, vedete la vita come un tutto unico. Aiutare ed aggiustare possono essere opere dell’ego, ma il servizio è opera dell’anima”.

Ruolo. Anima. Servizio. Umanità.

L’una non esclude l’altra…

Come essere genitori, figli, insegnanti, studenti, mariti, mogli, avvocati, scrittori, architetti, maestri, tipografi, marinai, casalinghe, cantanti, pittrici… non esclude l’essere, anche e soprattutto, umani.

In fondo siamo animali sociali che hanno necessità di vivere e condividere tratti di strada più o meno lunghi con gli altri.

E se c’è umanità ed autenticità, il viaggio non può che essere migliore.

Narratrice ~ Ghostwriter Scrivo per capire. Scrivo per ricordare. La mia vita è scandita da tre parole, che sono molto più di semplici parole: carta, penna ed emozioni. E lungo il mio viaggiare non manco mai di prendere tutto ciò che incontro, anche sassi ed imprevisti all'occorrenza. Ogni domenica puoi leggere di me e sua maestà Open il gatto sulla rubrica "OpenZen" di purpletude.

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Lo sport: uno sforzo di lusso

Non si dovrebbe fare sport per vincere. Fare sport è mettere il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela.

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“L’importante nella vita non è solo vincere, ma aver dato il massimo. Vincere senza combattere non è vincere”. Così disse il vescovo Ethelbert Talbot durante le Olimpiadi del 1908. Dare il massimo ha a che fare con lo sport, vincere con il lavoro. Sport e lavoro andrebbero presi seriamente entrambi. Tuttavia è più semplice a dirsi che a farsi, dal momento che hanno due etiche e due estetiche decisamente diverse.

Il lavoro ha la sua etica nella necessità dello sforzo, lo sport nella concessione del lusso dello sforzo. Lavorare è produrre un effetto e se si ottiene l’effetto senza dare il massimo tanto meglio. Lo sport è dare il massimo e se si vince tanto meglio.

L’estetica del lavoro è legata al produrre: il lavoro è bello se produce il massimo con il minimo sforzo. L’estetica dello sport invece è legata alla performance massimale: lo sport è bello se ci si spinge al massimo delle possibilità e oltre.

Ma oggi è di sport che vorrei che parlare, perché di lavoro pensiamo tutti di essere abbastanza ferrati.

Sport. Dal francese antico “desport” ossia tempo libero, ozio. comodità. Per questo motivo sono annoverate tra gli sport una lunga lista di attività tra loro molto diverse, ma accomunate da un elemento ricorrente: si fanno nel tempo libero. Libero da cosa? Libero dal lavoro ossia dalla necessità di produrre.

Stando all’etimologia dunque, una persona sta facendo sport quando si ritaglia un po’ di tempo libero dal lavoro e si concede il lusso di sforzarsi al massimo. Il tipo di attività che farà è secondario. Potrebbe giocare a bridge, ballare, correre, cantare. Fino a prova contraria tutto questo è sport se viene fatto nel tempo libero con l’intento di sperperare tempo ed energie.

Secondo questa definizione non è sport quello che più spesso chiamiamo sport. Ossia non è sport giocare a calcio come professionista, perché quello è lavoro, non è sport ballare come professionista, perché anche quello è lavoro.

Seguendo questo spunto etimologico dunque non è sport neppure ammazzarsi di palestra e cardiofitness per perdere peso. In questa attività infatti non c’è lusso, ma necessità di produrre un risultato: il calo di peso. Lo sport, quello vero, non ha altro obiettivo se non se stesso.

Mi ricordo quando giocavo a pallacanestro e un giorno ad un campetto ebbi modo di giocare contro un ragazzo che giocava nelle giovanili di una grossa squadra bolognese. Mi sembrò di giocare contro un marziano: lui era là e io ero ancora qua. La differenza tra me e lui era nel modo in cui affrontava il gioco. Io facevo sport, lui, per quanto giovane, lavorava. E se io volevo quel tipo di prestazione dovevo trovare del tempo e riempirlo con la pallacanestro. Quel tempo non sarebbe più stato libero. Non sarebbe più stato sport, ma lavoro. Mi sarebbe piaciuto, ma avevo già più di un lavoro in agenda e non presi quella strada. Tuttavia, quel giorno imparai qualcosa di molto importante.

Oggi da medico mi domando: alle persone per stare meglio, serve fare sport? Il lavoro da solo non basta e soprattutto non basterà in quel futuro tutto performante in cui ci apprestiamo a immergerci.

Quando si fa sport si mettono il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela. Vincere a bridge, portare a termine una maratona, passeggiare per i boschi in cerca di funghi, fare cruciverba, frequentare un corso di teatro, suonare uno strumento musicale: fare una di questa cose al massimo senza avere la necessità di farle. Questo è fare sport.

E le reazioni del corpo e della mente alla sfida dello sport sono molto interessanti. Entrambi, sorpresi, si danno da fare per trovare un modo di portare a termine la sfida, pur sapendo che possono ritirarsi quando vogliono. E che il fatto di continuare è puro esercizio di un lusso.

Pochi hanno espresso questo concetto in modo tanto evocativo ed elegante come Ortega y Gasset quando dice: “Al lavoro si contrappone un altro tipo di sforzo che non nasce da un’imposizione, ma da un impulso veramente libero e generoso della potenza vitale: lo sport […]. Si tratta di uno sforzo lussuoso che si dà a mani piene senza speranza di ricompensa, come il traboccare di un’intima energia. Perciò la qualità dello sforzo sportivo è sempre egregia, squisita”

 

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Donne che odiano le donne e altri miti femminili

Molte donne dicono che è più difficile avere buone relazioni con altre donne. Alcune considerazioni.

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Tra donne le relazioni sono spesso complicate

Riprendendo gli argomenti del mio ultimo articolo sul Purpletude, è emerso un sotto-argomento: i rapporti fra Donne.

Lungi da me volervi dire di chi essere amiche o chi frequentare.
Ci sono comunque delle riflessioni importanti da fare per creare quella situazione ideale in cui le donne lavorano per il proprio benessere anche curandosi del benessere delle altre (e non a discapito di).

I rapporti personali o lavorativi sono tutte quelle frequentazioni che ci capita di avere nella vita quotidiana. Sono quindi in teoria interazioni che scegliamo e pensiamo per sostenere e migliorare il nostro universo di progetti, idee e aspirazioni.

La mia miglior nemica

Dopo il mio ultimo articolo, fra i commenti che mi sono arrivati (grazie, qualsiasi tipo di commento è una grande vittoria per me!) ce ne sono stati alcuni di donne che hanno rinunciato a frequentare delle loro simili da diversi anni, dopo varie scottature e tradimenti che gli amici maschi non le hanno mai riservato.

Da qui il denominatore comune che l’amicizia con un uomo crea meno drammi, meno gelosie e meno rompimenti di scatole. Ci sta.
Io mi sono fatta l’opinione, assolutamente contestabile, che questa tendenza derivi anche dal voler essere “uomini con le tette”, inclinazione della quale ho già parlato e sulla quale non mi dilungherò oltre.

Ora, io già vi sento.

“Ma Giulia, questo è un magazine serio non la posta di Sora Lella, chi se ne frega di chi frequenta chi? Che fai la prossima volta, ci insegni a fare le pesche sciroppate?” [E perché no? Nota del Direttore di redazione]

Dubbi legittimi, ed io rispondo con una domanda: cosa crea la storia?
“Eh va là, spara basso”

No, veramente.
La storia la creano le interazioni fra persone, che diventano interazioni fra gruppi, che si riflettono nelle tendenze poi riprese e utilizzate dai pochi che prendono le decisioni che “si vedono”.

Per questo motivo non mi pare più che tanto sparata nel vuoto l’ipotesi che consultarci di più con persone simili a noi e con problemi simili ai nostri possa fare bene alla storia di tutte. Perché spesso pare che essere donna ci dia accesso a tutti i misteri del genere femminile. Come se portassimo dentro il passato ed il futuro di tutte.

Prima di tutto, che fatica.
E poi, ancora più importante, non è possibile che sia cosi. Dove moltissime cose ci legano, altre ci separano: il vissuto, la storia familiare e lavorativa, anche la semplice personalità che ci fa vivere le stesse vicende in modi diversi.

Capisco comunque che tutto ciò debba essere preso per gradi, quindi ecco alcune cose che ho imparato negli ultimi anni  e che mi hanno consentito di frequentare delle compagnie femminili che mi hanno fatto bene, hanno accresciuto il mio potenziali e mi hanno fatto (e mi fanno tuttora) sentire parte di una comunità che può cambiare il mondo.

È questione di livelli

Capita spesso di passare, nella vita, attraverso lunghi periodi di apprendimento. Certe volte ce li andiamo a cercare, altre volte ci vengono imposti (ma credo comunque che non arrivino mai per caso). Alla fine di questi percorsi, soprattutto se affrontati con metodo, ci si ritrova “cresciute”.

Questo vuol dire che si sono acquisiti degli strumenti di vita che non si riescono ad ignorare e che ci fanno accedere ad una sorta di livello superiore della nostra esistenza.

A questo punto capita (soprattutto a chi il cambiamento lo cerca e lo nutre) che diventi frustrante stare a contatto con delle persone che non ricercano la propria crescita – o non nello stesso modo.

Se queste persone sono uomini, lo scontro si nota un po’ meno, perché l’amicizia fra uomo e donna, se vuole rimanere tale, ha bisogno di limiti più marcati per non cedere all’istinto e alla chimica.

Fra donne questi limiti non ci sono, e succede che si prendano strade diverse.
In alcuni casi, quando questo non è possibile perché si lavora o si vive nello stesso ambiente; questo dà luogo a dinamiche poco sane.

Degli esempi positivi

È dunque importante ricordare che:

  • Come dice il grande Tony Robbins “non ci arrabbiamo con una persona, ma con le sue regole”, e quindi si può voler bene a qualcuno pur non condividendo niente se non quel bene.
  • Per la nostra evoluzione personale è importante potersi circondare di donne che sono al nostro livello o, meglio ancora, a livello superiore nelle cose di cui ci importa, e diventare abbastanza umili da imparare da loro quello che sanno fare meglio.

Dove sono queste donne? Ovunque, ma anche loro non si fidano molto.

Un approccio che potrei consigliare in base alle esperienze è di essere sincere, sia dentro che fuori dai social, su quello che sappiamo e quello che non sappiamo; di imparare a fare un complimento sincero; e infine di chiede due consigli per ognuno che diamo. Che a sentirsi arrivate c’è sempre tempo.

Non aver paura di essere vulnerabili

Ed infatti la seconda questione è proprio la sincerità. O vulnerabilità, scegliete voi quale termine vi piace di più.

In ogni caso, si parla del fatto che – ci piaccia o no – abbiamo tutte dei momenti di sconforto. E non importa quanto bene riusciamo a nasconderli, trovano il modo di farsi sentire.

E fin qui ci siamo.

Il problema, e qui mi metto in prima linea perché è ancora molto un mio problema questo, è che si passa un messaggio negativo alle altre donne che ci leggono e ci ascoltano. Si passa il messaggio che “se vuoi avere i miei risultati, non devi piangere, devi essere inaccessibile e l’unica debolezza che puoi far vedere è quella di mangiare una scatola intera di biscotti perché quello lo fanno tutte”.

Ah. Che spasso. Peccato che stiamo passando, specialmente alle giovani donne, il messaggio di non essere se stesse mentre ricercano la propria versione migliore.

Concludo dicendo che sono grata a tutte le persone alle quali mi sono potuta ispirare per giungere a queste conclusioni, ed ancor di più a quelle che fanno parte della mia rete oggi. Fra queste, moltissime donne meravigliose che mi hanno insegnato e mi insegnano a non cedere sul terreno della mia femminilità, per quanto possa essere fuori moda.

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