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Quando l'inquietudine è il tuo punto di forza (nella vita, come nel lavoro) | Purpletude
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Quando l’inquietudine è il tuo punto di forza (nella vita, come nel lavoro)

Inquietudine…uno stato di ansia e smarrimento, qualcosa di inevitabilmente negativo. Eppure, a pensarci bene, potrebbe anche essere la voglia di chi non si accontenta, scruta l’orizzonte e cerca la consapevolezza necessaria per agire.

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L’inquietudine viene spesso accostata all’incertezza, ma può essere letta nelle sue mille declinazioni: c’è chi teorizza che è insoddisfazione, un ripiegarsi su se stesso, chi le dà un significato spirituale/religioso affermando che è la prova del peccato originale nell’uomo, chi invece la paragona a un dono di Dio per la sua forte carica misteriosa.

Tutti sono d’accordo nell’individuare nell’inquietudine uno status in bilico, quello di un animo errante, mai fermo, che non trova mai pace. L’inquietudine esce fuori da noi sotto forma di tic, ansie, vibrazioni del nostro corpo che cercano di esprimere il malessere. Qualcosa, insomma, che si muove.

Se caliamo queste considerazioni in ambito professionale ne viene fuori uno dei sentimenti più importanti da saper gestire per dare valore alla nostra carriera.

L’inquietudine diventa non più qualcosa che ci rende “instabili”, ma diventa la vera forza propulsiva della nostra crescita professionale.  Forse addirittura dovremmo iniziare a pensarla come a una competenza, qualcosa da stimolare dentro di noi che ci aiuti a non vivere mai tranquilli, ma sempre desiderosi di ricercare il meglio di noi e del nostro lavoro.

Duende

Federico Garcia Lorca ci parla di duende, come qualcosa da ricercare dentro di noi e che ci aiuta nell’esercizio delle nostre arti, ovvero quando utilizziamo la nostra creatività. «Quando un artista mostra il duende non ha più rivali» dice Lorca nel testo in cui lo teorizza. Il duende è quindi questa spinta creativa, un’energia che si trova dentro di noi, quel qualcosa che anche gli altri riconoscono come per il talento.

Il duende è ciò che dà voce alla nostra inquietudine, ciò che la rende attiva e viva.

Essere inquieti vuol dire avere consapevolezza di sé e saper agire nel modo giusto nelle varie situazioni che si possono presentare. Non è come il problem solving, è molto di più. Nel problem solving si attua un comportamento per fronteggiare una crisi immediata. C’è un problema e si risolve. Se non si risolve nel breve tempo entra in gioco la resilienza, altra fondamentale competenza dell’individuo. L’inquietudine invece si differenzia da tutto ciò: è la condizione che non ti permette di sedere sugli allori, o crogiolarsi in situazioni vincenti e di successo.

Esercitare il proprio animo all’inquietudine è dare agio alla nostra curiosità intellettuale, mettersi in ascolto degli altri e cercare veramente di comprenderli senza dare giudizi affrettati, buttare lo sguardo a ciò che ci sta intorno, ma anche a ciò che ci è sconosciuto.

È come stare sul chi va là, non per controllare se qualcuno stia rubando qualcosa a noi prezioso, ma per conoscere in anticipo eventuali sviluppi del proprio lavoro, opportunità di crescita, cambi di direzione, possibilità di scovare la novità e adottarla prima di altri. Oltre che sentirsi leader della propria vita, esercitare la leadership in primis su se stessi.

Che poi non è altro che il sentirsi vivi.

Dal 2007 mi occupo del Career Service di Fondazione Campus di Lucca ovvero supporto gli studenti dei corsi di laurea e dei corsi professionali della realtà formativa a orientarsi nel mondo del lavoro e trovare le opportunità formative e professionali più confacenti alle loro competenze e attitudini cercando di favorire il placement. Nel corso degli anni ho ampliato le mie conoscenze di comunicazione e marketing per comprendere la relazione tra le persone e il lavoro focalizzando l’attenzione sulle tecniche di personal branding e reputazione offline e online.

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Vivere con l’orologio al polso

Vivere con l’orologio al polso e sentire il tempo che scorre, perché il primo passo per gestire il tempo è iniziare a misurarlo nei minimi dettagli.

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Orologio da polso

Ho cercato per anni di affrancarmi dal tempo, di liberarmi dal suo carico oppressivo. Finché un giorno mi sono strappato l’orologio dal polso e ho gettato il tempo via da me. Volevo essere libero. Per un po’ ha funzionato. Poi il tempo è tornato alla carica, più permaloso di prima. Mi stava alle calcagna e mi rimproverava per i miei ritardi. Così ho ricominciato a vivere con l’orologio al polso e mi sono reso conto di quanto sia affascinante sentire il tempo che mi corre addosso. E con la fascinazione è giunta inaspettata un sensazione: io ho il potere di cavalcare il tempo.

Come andò che un giorno gettai via l’orologio

Avevo vissuto per anni con l’orologio al polso, senza dargli mai molto peso. Un giorno ho sentito la sua presenza. Mi appesantiva la mano e soprattutto mi faceva fretta. Ero sempre in ritardo e lui me lo ricordava, come un Anacleto portatile. Così mi sono tolto il tempo di dosso e l’ho gettato via.

Con gli anni ho scoperto che togliermi l’orologio dal polso non mi aveva affrancato dal tempo, anzi mi aveva costretto a prestargli più attenzione. Ero diventato bravissimo a guardare l’ora nei bar, nei parchimetri o al polso degli altri. Poi è arrivato il cellulare e senza rendermene conto il tempo mi è ritornato “addosso”.

Cinque anni fa, tutto d’un tratto qualcosa è cambiato e ho ricominciato a vivere con l’orologio al polso. Da allora mi sono reso conto che il tempo non può essere né gestito né trascurato, ma solo misurato e ammirato. Con la sorpresa che quando lo misuri, ti rendi conto che puoi farti trasportare dalla sua “puntualità”.

Come decisi di rimettere l’orologio al polso

Il mio riavvicinamento agli orologi da polso iniziò per caso, mentre sfogliavo una tipica rivista maschile. Mi resi conto che la maggior parte delle pubblicità riguardavano orologi da polso. Alcuni erano veramente splendidi. Così diedi un’occhiata ai prezzi su internet e mi resi conto che potevano arrivare a costare come un appartamento.

A che scopo una persona avrebbe voluto spendere tutti quei soldi per tenersi il tempo addosso, mi chiesi.
Così decisi di ricomprare un orologio e scoprirlo.

Quella sensazione strana di potere e limite al tempo stesso

Lascia che faccia un passo indietro.

Già in passato avevo scritto un articolo su Purpletude in cui raccontavo di quel detto secondo cui “gli africani hanno il tempo in tasca e noi siamo nelle tasche del tempo”. Pensavo a quelle parole il giorno in cui ricominciai a vivere con l’orologio al polso. Era un semplice, SWATCH tutto bianco. Lo comprai a Porto Azzurro, all’Isola d’Elba, in un negozietto da cui si sentiva il rumore del mare.

La prima sensazione fu strana. Era come se mi fossi messo un laccio al polso. Mi sentivo impacciato, bloccato e mi ricordai che era quello il motivo per cui avevo smesso di vivere con l’orologio al polso.

In quel momento però feci anche un’altra considerazione. È un dato di fatto: il tempo mi influenza e io non ci posso fare nulla. Rifiutare che lui avvolga il mio polso non mi affranca dal tempo.

Allora mi ricordai che, quando ero piccolo, mi piaceva avvicinare l’orologio all’orecchio e ascoltare il ticchettio delle lancette. Mi calmavo. Lo feci subito. La sensazione fu splendida. Di nuovo quella calma ancestrale dilagò dentro di me.

In quel momento mi resi conto che mentre ascoltavo il tempo era come se io chiudessi con lui un cerchio. Lui avvolgeva il mio polso e mi influenzava. Io lo ascoltavo e forse lo stavo influenzando anche io. Lo rendevo benevolo! Non era più un antipatico Anacleto, ma un simpatico Taz-mania.

A quel punto ho fatto un’altra cosa. Una di quelle semplici, da bambino. Ho guardato l’orologio e ho pensato agli esseri umani che nei secoli avevano speso la loro vita affinché le persone potessero udire il tempo, vederlo e portarselo addosso. Gli orologiai! Ho provato per la loro opera un grande rispetto.

In quel momento ho capito che il primo passo per chi vuole gestire il tempo è iniziare a guardarlo, ad ascoltarlo, a misurarlo, nei minimi dettagli. Non si tratta più di non perdere neppure un secondo, ma di godersi ogni istante.

Il problema non è gestire il tempo, ma gestire me stesso

Da quando ho ricominciato a vivere con l’orologio al polso, mi sono reso conto che il mio problema non è gestire il tempo, ma gestire me stesso.

Non è forse anche il tuo problema?

L’orologio non lo indosso per mettere le redini al tempo, ma per mettere le redini a me stesso. Così, nel momento in cui mi metto l’orologio al polso, non provo il disagio che prova chi si sente braccato, ma il sollievo che sperimenta chi sa di avere di nuovo le redini in mano.

Tre cose che ho imparato da quando ho iniziato a vivere con l’orologio al polso

Se adesso guardo l’orologio che porto al polso e penso a cosa faccio grazie ad esso, mi rispondo che io essenzialmente gioco con il tempo. E il mio gioco con lui è fatto di 3 fasi ben precise:

  • Dividere il tempo
  • Sfidare il tempo
  • Recuperare il tempo

Dividere il tempo

È la cosa più semplice, ma al tempo stesso essenziale.
L’essere umano da sempre divide il tempo. All’inizio si limitava a distinguere il giorno dalla notte, poi le stagioni calde da quelle fredde, quelle piovose da quelle secche. Nel tempo sono arrivate altre divisioni. Oggi distinguiamo gli anni, le stagioni, i mesi, i giorni, le ore, i minuti, i secondi.

E qui sta il primo gioco: io divido il tempo nel tentativo di fermarlo, ma lui mi sfugge e corre. Non mi basta dire che è primavera per avere il tempo di seminare i fiori. Non mi basta dire che è sera per dire che è ora di smettere di lavorare. Tuttavia, è da qui che comincio il mio gioco con il tempo: gli metto le briglie.

Sfidare il tempo

È la cosa più emozionante.
Come essere umano, grazie ai miei neuroni fusiformi, posso stimare il tempo di cui avrò bisogno per fare qualcosa. “Un’ora per fare i compiti!”, “Due ore per completare un progetto!”, “Dieci minuti per fare una passeggiata!”, “Trenta andare a fare la spesa!”. La prima tentazione che ho è quella di darmi più tempo per fare le cose. Il tempo corre e io finisco per vivere come se lui stesse sempre per sfuggirmi di mano.

In realtà, la cosa che ho imparato è che meno tempo mi do, più apprezzo il tempo che ho.
Se mi do 1 minuto per rispondere ad una email, mi rendo conto che la risposta è più chiara e diretta di quanto me ne do 5 di minuti. Il tempo è strano: è più intenso quando scarseggia.

Recuperare il tempo

È la cosa più tranquillizzante.
Quando sfido il tempo e mi do meno tempo, talvolta fallisco. In quel momento, tuttavia, mi rendo conto con piacere che c’è sempre un po’ di tempo rimasto che io posso recuperare. Se mi do 15 minuti per scrivere una lettera e ne impiego 16, mi rendo conto che 1 minuto in più per recuperare in realtà c’era, proprio perché io mi ero dato un po’ meno tempo. Se sfido il tempo e me ne do un po’ meno, poi scopro che ne ho di più.

Comincio a pensare che sia proprio la dicitura “gestire il tempo” che a volte ci porta fuori strada.
Il tempo è un burlone: se lo vuoi battere, devi giocare.

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Il paese che muore: Ginosa, la “Matera dimenticata”

La città pugliese sopra la gravina che crolla è il simbolo di un Paese che muore, quello dei tanti piccoli comuni in progressivo abbandono. È l’Italia profonda e rappresenta la nostra ricchezza più autentica, da salvare e valorizzare.

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Il paese che muore: Ginosa, la "Matera dimenticata"

Le Asics di Carmelo sono bucate, le suole lisce dall’uso, le stringhe riprese da chissà quale altro paio. Io quasi mi vergogno, con le mie nuovissime Dolomite. Ma si è raccomandato, lapidario, prima di portarci nella gravina ai piedi del suo pase che muore: “Se non avete le scarpe giuste, non vi porto”.

Il sole è alto su Ginosa e lui, nonostante la canicola e l’età, si avvia deciso verso il torrente in secca. Ci siamo incontrati per caso, al buio della Chiesa Matrice affacciata sul canyon di arenaria, e ora ci ritroviamo a seguirlo sotto una luce abbacinante. Lui serra gli occhi come un gatto nel meriggio, sa che nell’ombra delle case-grotta gli occhiali sarebbero di troppo. Le nostre lenti nere tradiscono l’abitudine ai cieli del Nord.

Ginosa, il paese che muore

In piena terra di gravine, ai lembi meridionali delle Murge, Ginosa è un avamposto sconfitto di un tempo che fu, una fortezza Bastiani risparmiata dalle orde di Matera 2019 Capitale Europea della Cultura, ma non dalle bordate di uno Stato indifferente. Un paese che muore per ferite profonde che da solo non riesce a ricucire.
7 ottobre 2013. Dopo giorni di piogge torrenziali, un’enorme massa d’acqua irrompe nella gravina e fa scempio della città più bassa e antica. Un’alluvione devastante dà il colpo di grazia a un territorio già compromesso, spazzando via i progetti di rinascita che allora attecchivano tra le chianche.

Tra questi, quello del celebre sarto Angelo Inglese, ginosino le cui raffinatissime camicie hanno fatto il giro del mondo. Dopo aver vestito attori e regnanti, stava aprendo un atelier appena sotto la Chiesa Matrice, per dimostrare che solo da bellezza può nascere bellezza e, sì, scommettere laddove in pochi avrebbero scommesso. Ma l’acqua ha compromesso le fondamenta di quella parte del borgo, e il suo sogno si è ritrovato in piena zona rossa. Transenne, porte sprangate e dita di polvere sui telai.

Ginosa è così, c’è da farci niente. Case, palazzi e botteghe che posano su infiniti livelli di case-grotta, cisterne, chiese rupestri, necropoli, antri di cui si è persa memoria. Un groviera cresciuto nei millenni su se stesso, cavità su cavità, unico e fragilissimo. Da quel tremendo ottobre, sulle tante promesse sono cresciuti soltanto cespi di capperi e ragnatele: la splendida “Matera di Puglia” è abbandonata a se stessa, affetta da un tumore che progressivamente la divora, necrotizzandola pian piano, dal fondo della gravina in su.

Italia, il Paese che muore

Ma Ginosa è in buona compagnia. In tutta Italia sono 74.000 le persone che, dal 2012 al 2017, hanno abbandonato i piccoli centri per trasferirsi nelle zone più urbanizzate (fonte: DiRE). Se pensiamo che i comuni nostrani che contano meno di 5.000 abitanti rappresentano il 72% del totale, possiamo facilmente immaginare che volto avrà l’Italia profonda di domani. Un volto come quello di Carmelo e di Ginosa.

È un fenomeno che affligge tutto il Bel Paese e, in particolare, la sua colonna vertebrale, la dorsale appenninica: dal Levante ligure agli altopiani lucani e alle estreme murge apule. Già nel 2005, Legambiente censiva più di 5.000 piccoli centri a rischio abbandono: il 55% del territorio nazionale, costituito per lo più da zone di pregio naturalistico, aree protette e parchi. Oggi, secondo Planet B, gruppo di ricerca-azione su città paesaggi ed economia civile, di questi 5.000 piccoli centri a rischio, quelli già in avanzato stato di abbandono sono circa 2.300. Il primato va alla Toscana, ma tutte le regioni ne hanno almeno uno, nessuna è esclusa.

Un Paese ferito

Proprio come Ginosa, il 34% dei borghi italiani in abbandono è stato lasciato in seguito a calamità quali alluvioni, smottamenti e terremoti; il 9% per carenze infrastrutturali; il 5% per eventi bellici o per altre azioni umane più o meno scellerate. Accadeva ieri ma, oggi, che cosa impedisce di risollevare queste pietre?

I dati ISTAT analizzati da ANCI, Associazione Nazionale Piccoli Comuni d’Italia, parlano chiaro: oltre il 40% di chi ha abbandonato un piccolo borgo non tornerebbe sui propri passi. Nemmeno se avesse lì assicurato un posto di lavoro dignitoso. La mancanza di investimenti che impediscono il ripristino dei luoghi, l’assenza di prospettive economiche, l’invecchiamento progressivo della popolazione, la carenza di infrastrutture sono solo alcune delle motivazioni all’origine del fenomeno attuale dell’abbandono e di quello, forse peggiore, del non-ritorno: è il modo di vivere di questi piccoli borghi nel suo complesso, a essere diventato insostenibile.

Ginosa: il paese che muore

Radici da dimenticare

Abbiamo venduto l’anima al benessere, l’eldorado dei baby boomers, la prima generazione ad aver abbandonato in massa le pietre natie, bramosa di un riscatto culturale, sociale ed economico che oggi presenta inevitabilmente il conto all’intero Paese. Riconvertire il proprio stile di vita a un qualcosa che ricorda i giorni dei nonni non è allettante per nessuno.

Ginosa rappresenta al meglio questa tendenza. La città antica muore lentamente in basso, tra la vergogna degli anziani per gli anni delle case-grotta, l’indolenza diffusa del “che ci posiamo fare” e la mancanza di risorse dei giovani che pure vorrebbero mettere mano ai ruderi. La città nuova vive più in alto, ormai quasi del tutto aliena alle proprie radici, un centro moderno e piuttosto anonimo come tanti ne abbiamo in Italia. Un moto dal basso all’alto, economicamente, socialmente e strutturalmente; giù nella gravina quello che eravamo, su quello che siamo. Due mondi che, dopo l’alluvione, non si tengono più per mano.

Non a caso, a Ginosa ce lo chiedono tutti: “Che siete venuti a fare? Perché siete qui?” È un ritornello dettato non da ritrosia, ma dalla genuina incredulità che qualcuno possa venire da lontano ad ammirare quella loro inconsapevole e ancora vergine bellezza.

La Ginosa di Carmelo

Poi c’è lui, Carmelo. Che si ostina a non lasciare la zona rossa. L’ultimo abitante della Ginosa abbandonata.

Resiste insieme alla sorella, al lato della Chiesa Matrice ancora viva grazie a loro, e sette gatti che appena lo vedono gli si avvinghiano alle caviglie in un groviglio inestricabile di code e zampe. Se vuoi parlare con lui, non ti resta che percorrere tutta la cittadina e, una volta arrivato sul ciglio della gravina, chiamare a gran voce: “Carmelo!” Puoi star sicuro che prima o poi arriva, e ti porta alla scoperta della sua Ginosa.

Magro e dinoccolato, si ferma spesso in mezzo alle pietre per indicarci una grotta o una cisterna, onesto e fiero come una ferula che svetta nella sterpaglia.

Camminare con lui nella gravina è un’esperienza surreale. Io non sono più io, ma Winkelmann alla scoperta delle rovine del grand tour. E lui non è più Carmelo ma uno spirito effluito da quella terra arcana e che si esprime in una lingua autentica, preziosa come un affresco bizantino inspiegabilmente sopravvissuto sul tufo.

Cristo si è fermato prima di Ginosa

È un rosario di case-grotta ancora intatte, la Ginosa abbandonata, che grazie a Carmelo snoccioliamo progressivamente lungo il cammino come in una preghiera universale. Le visitiamo una per volta, ascoltando i racconti della nostra guida, che ci mostra come quei minimi spazi fossero funzionali a tutto.

Ginosa il paese che muore

Un solo vano condiviso da uomini e animali, due al massimo per i più “ricchi”. Vicino all’ingresso il focolare, ancora oggi nero di fuliggine, in modo che la porta tirasse impedendo al fumo di invadere la grotta. Poi la “zona notte” che occupava quasi l’intero locale, con il grande letto nel quale dormivano tutti insieme, donne uomini anziani e bambini, rialzato in modo che sotto potessero stazionare gli animali, accanto la mangiatoia e, talvolta, delle grandi cavità per poggiare le anfore dell’olio e del vino. Alle pareti le mensole scavate per le poche stoviglie e, sul soffitto, i fori ai quali venivamo fatte penzolare, per mezzo di ganci e ceste in vimini, le derrate alimentari oppure i lattanti in lunghe fasce che fungevano da culla. Mentre la madre era a letto poteva dare così un colpetto al figlio, che dondolava in mezzo alla grotta come un pendolo, nella speranza che smettesse di piangere e si addormentasse, oppure portarselo al petto per la poppata senza staccarlo dal soffitto. Ogni cosa al suo posto, una miseria davvero efficiente.

È proprio come scriveva Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli. Una condizione ancestrale inconcepibile per un uomo civilizzato come lui, un’umanità detentrice di un “dolore terrestre” archetipico, orfana pure del messaggio salvifico del Cristo. Una società “trogloditica”, che fino all’altro ieri abitava un unico spazio tripartito conteso al buio e all’umidità della roccia: in basso le bestie, a metà gli adulti, in alto gli infanti.

Cerco di immaginarmi questo dedalo di anfratti, oggi arso e deserto, nel vorticare passato di vita voci e storie.
Carmelo le raccoglie come può, queste storie. Ce lo confessa sottovoce: pur non avendo studiato da piccolo, si è messo sotto e fa incetta di tutti i libri che trova sulla città. Si documenta, raccoglie vecchie fotografie, si informa, sa bene che nessun altro può farlo meglio di lui. È il suo dovere, la missione della vita.

Ma che ne sarà di Ginosa? Che ne sarà di queste migliaia di piccoli centri, quando non ci saranno più i Carmelo a tenerne vive le pietre e la memoria?

Chi salverà questa Italia profonda?

Entro il 2050 i pensionati italiani saranno più numerosi dei lavoratori, e già la percentuale degli over-60 ha superato quella degli under-30. Nei borghi in abbandono il fenomeno è più evidente che altrove: quando i bar sono ancora aperti, gli avventori hanno i capelli bianchi. E i cartelli vendesi aumentano di pari passo agli annunci mortuari. Chi si prenderà cura di questo Paese che muore? Chi vorrà recuperare quei luoghi poco performanti, tagliati fuori da una modernità troppo esigente?

Se lo sono chiesti Franco Artiminio e Giovanni Lindo Ferretti, che per i tipi di GOG Edizioni hanno appena pubblicato il pamphlet L’Italia profonda. Una chiacchierata tra due punti di vista molto diversi su un tema a loro caro: la sopravvivenza dei piccoli centri lungo la spina dorsale d’Italia. Una voce dall’Appennino Tosco-Emiliano e l’altra dall’Irpinia, che si interrogano sulle possibili prospettive future di quello che sembra essere un intero Paese dimenticato da Dio, l’Italia delle montagne e dei borghi periferici, ma che resta il punto privilegiato per trovarlo, un dio.

La soluzione, se c’è, non può che nascere da un semplice e profondo moto di amore, fatto di attenzione e consapevolezza, per quelle pietre in progressivo abbandono. L’economia alla base di quelle comunità oggi non è più sostenibile: non possiamo tornare ai campi e ai monti di ieri. Le aree protette e gli alberghi diffusi, il turismo verde e i parchi avventura sono tutte forme di un rivivere posticcio, al pari dei sassi di Matera trasformati in lussuosi B&B. Che non si è ancora capito se creino benefici o danni. Pure se condotto nel più rispettoso dei modi, il recupero di un luogo avviene sempre a posteriori, l’anima è messa in formalina e finisce per puzzare di morte.

E allora, che cosa facciamo? Ci limitiamo a tenere in vita un Paese di “rovine parlanti” impedendo che si trasformino in “ruderi muti”, come direbbe Paolo Rumiz?

Non saranno i cammini turistici né i pellegrinaggi a salvarla. L’Italia profonda vivrà solo nelle opere di chi riuscirà ancora ad abitarla, nascendo e morendo in lei, creando piccole economie sostenibili rispettose delle identità locali. Un progetto come quello del sarto Angelo Inglese, per intenderci; ma è arrivata l’alluvione.

È cósa

Il sole cala sul bordo della gravina, punto dalle antenne dei palazzi che segnano il limes della modernità. Le Asics di Carmelo lasciano impronte leggere sul pietrisco del torrente in secca. All’improvviso si ferma e ci indica una casa sventrata sopra le nostre teste. Due fauci spalancate contro la Chiesa Matrice.

Ginosa: la casa distrutta da Pasolini

“È stato Pasolini. Per la scena finale del Vangelo secondo Matteo voleva far saltare uno dei sassi di Matera. Ma là non glielo hanno permesso. Allora ha pensato bene di venire qui. Avrà dato poche lire all’amministrazione, e così hanno messo la dinamite. Me lo ricordo: io e i miei amici andavamo spesso a giocare su quel lato della gravina, nelle sale vuote del palazzo, poi l’hanno fatto esplodere. I registi famosi… Che ci vogliamo fare, è cósa.”

È cósa, lo ripete spesso, con quella o che finisce tanto stretta da sembrare una u.

Già, i film, è cósa. Proprio mentre risaliamo la gravina insieme a Carmelo, a Matera le auto di 007 sfrecciano tra i sassi, indifferenti a materani e turisti esclusi da ampie zone del centro. The show must go on e nessuno deve disturbare le riprese. La bellezza si è fatta scenario, e nient’altro. Strano destino di un Paese che muore e, quando va bene, rinasce parco, museo, boutique oppure fenomeno da baraccone.

Il testimone

È il momento giusto per mostrarci “il grido”: le ombre del tramonto ne marcano i tratti. Lo ha individuato nei suoi frequenti andirivieni, quel volto impresso nella roccia. Carmelo ne è convinto ogni giorno di più: la Terra gli parla attraverso quelle forme, vuole dirgli qualcosa, e lui crede di aver capito che cosa.

A vederlo così, dal basso, è difficile dargli torto. Un volto gigantesco che sembra gridare in una smorfia di dolore, laddove l’alluvione ha colpito più forte.

Ginosa: il grido

Pareidolia, la chiamano. L’illusione che riconduce a forme conosciute profili o sagome casuali.
Abbaglio o no, le parole di Carmelo sono chiare: l’uomo ha perso l’amore per la sua terra, violentandola; adesso ne è ripagato con la stessa moneta. Il nostro sarà un destino di dolore, se non ritorniamo a prenderci cura di lei.
Ma il volto nella roccia di Carmelo non è solo sgomento. Sopra la testa, il chiaroscuro del dirupo accenna un’altra forma. È un’anfora, simbolo d’acqua in una terra arsa, e dunque abbondanza e benevolenza.

Lo salutiamo nella luce aranciata dei primi lampioni che si riflettono sulle chianche, ringraziandolo per averci consegnato il testimone di tanta bellezza. Lui ci prega di portare con noi un po’ del suo paese che muore.

Ai piedi arriva anche l’ultimo gatto. Carmelo lo chiama e quel nome che sa di sere d’infanzia, Stellina, è per noi l’ultima sua parola mentre svicola oltre la Chiesa Matrice, verso l’unica casa illuminata della vecchia Ginosa.

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