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Quella notte avevo sognato una specie di gazebo piantato su una piattaforma che fluttuava in mezzo alle onde. Roberta era là dentro, nuda, e un uomo con il camice bianco le toccava la pancia, il seno, il collo; le chiedeva se faceva male e lei diceva: «Questa è una cabina di verni­ciatura». Mi ero svegliato nel buio. Capivo che all’alba non mancava molto perché da giù arrivava il rumore del camion della spazzatura. Il mio braccio sfiorava la maglietta di Roberta, lei era di spalle e aveva il respiro di chi è sveglio. Le avevo premuto le dita sul fianco per farle capire che non dormivo neanch’io. Lei si era allontanata un po’ da quella parte e le avevo afferrato la maglietta.

«Oggi dico a Sandro che vado via prima».
«Non preoccuparti, posso andarci da sola».
«Voglio accompagnarti».

Le fessure delle tapparelle avevano cominciato a sbiadire, lei si era girata da una parte e dall’altra, il materasso si era prima infossato un paio di volte, poi si era sollevato quando lei era scesa. Avevo tolto la sveglia per non farla suonare.

 

L’uomo si è chinato davanti al cofano anteriore e ha puntato l’indice contro il muso ammaccato. Mi sono inginocchiato sul pavimento duro, ho passato la mano con lentezza sulla zona danneggiata, sul palmo scorreva una costellazione di gobbe. Erano molte di più di quelle che vedevo a occhio nudo.

«È stato mio figlio».

Non capivo come questo c’entrasse con la mia diagnosi. Forse si aspettava solo un commento scherzoso sull’incoscienza dei ragazzi, ma da quando ero arrivato riuscivo a pensare solo al momento giusto in cui sarei andato da Sandro a parlargli, e a come lo avrei fatto; quando ho sollevato la testa verso l’uomo avevo ormai perso l’attimo buono per poter dire qualcosa e ho lasciato perdere. Dalla posizione in cui ero mi sono allungato fino alla ruota, con le dita ho raggiunto la fessura che separava la scocca anteriore dalla portiera, le ho fatte scorrere su e giù.

«Bisognerà riverniciarla fino a qui».

L’uomo ha annuito, la sua faccia non ha tradito nessuna obiezione. Mi sono rialzato scuotendo le mani una contro l’altra; granelli di polvere sono volati via dai palmi.

Ho lavorato su quella macchina per circa un’ora, ho rimosso la vernice vecchia, ho steso lo stucco. Per levigarlo ho preso una carta molto leggera. Strofinavo due, tre minuti, toglievo il guanto e la mano nuda mi diceva quanto lavoro mi restava ancora da fare. Ogni tanto davo un’occhiata dalle parti del gabbiotto di vetro, Sandro entrava e usciva, parlava con i clienti, alcuni li indirizzava verso l’interno dell’officina, altri li invitava a sedersi al suo tavolo di formica. Ho scelto uno di quei momenti, sapevo che davanti a un estraneo non avrebbe avuto la lucidità per contrattare e io non avevo voglia di usare i problemi di Roberta per prendermi un permesso.

 

Il nuovo ospedale era una costruzione larga, sottile e altissima; assomigliava alla vela di una nave gigantesca, aveva una bellezza che ti distraeva da tutto il dolore che doveva contenere. In macchina Roberta non aveva detto nulla, guardava il finestrino, e quando dicevo qualcosa o provavo a farle una domanda lei si girava verso di me solo per un attimo, quasi sorpresa che nell’abitacolo ci fosse qualcun altro; mi metteva una mano sul braccio, la faceva scendere giù e poi faceva «no» con la testa: non capivo se per rispondere a quello che le avevo detto o per farmi sapere che ne avremmo riparlato in un altro momento.

Nella sala d’attesa ho guardato le altre facce, dai loro occhi cercavo di indovinare chi era lì per la visita e chi no. Mi sono sentito a disagio sapendo di essere tra gli accompagnatori. Quando le infermiere uscivano e chiamavano qualcuno scoprivo di non essermi sbagliato. Il paziente si alzava, l’accompagnatore gli prendeva il braccio, diceva «Ci vediamo dopo». Mi sembrava una cosa rassicurante. Quando è arrivato il turno di Roberta l’ho fatto anch’io. Lei mi ha chiesto di tenerle la borsa, poi ha cambiato idea. Ho lasciato la mia sedia dura e sono andato verso le macchinette. Ho bevuto un caffè. Quel posto mi costringeva a pensare ai corpi. A quelli degli altri, ma anche al mio, a come lo maltrattavo; la fitta al ginocchio che avevo da anni mi sembrava adesso più insistente. Ho camminato in un corridoio lunghissimo e quando mi sono accorto di essermi allontanato troppo sono tornato. Ho aspettato in piedi.

 

Roberta è uscita, mi ha visto, ha girato la testa di lato ed è corsa verso il bagno. L’ho seguita. Ho aperto piano la porta e l’ho trovata davanti allo specchio che si soffiava il naso.
«Allora?»

Mi ha guardato e ho visto gli occhi rossi. Ha buttato il fazzoletto nel cestino, ha sollevato il mento e ha indicato un punto sul collo.
«È qui».

Ho avvicinato la mano, l’ho appoggiata e ho premuto piano.
«Lo senti?»

Lo sentivo.

 

Siamo tornati nel parcheggio in un silenzio diverso da quello nel quale eravamo arrivati. Adesso erano più difficili anche le domande. Roberta stringeva la sua borsa e io il suo fianco; l’ho tirata verso di me e lei ha seguito l’intenzione del mio braccio.

La macchina accanto alla mia era uguale a quella che avevo riparato quella mattina. Il proprietario mi aveva detto che ce l’aveva da appena un mese. Prima di andarsene ha voluto rassicurazioni sull’esito del lavoro. La sua apprensione mi aveva fatto innervosire, era un lavoro molto semplice; ero stato in cabina di verniciatura non più di un quarto d’ora. Il giorno dopo avrei tolto con cura il nastro adesivo, la carta di protezione; passato uno straccio. Pensavo alla faccia del proprietario quando l’avrebbe vista. I clienti che venivano a riprendersi le macchine reagivano tutti allo stesso modo, e non sapevo se lo avrei sopportato ancora. Passavano le dita nel punto in cui c’era stata l’ammaccatura, sentivano il liscio perfetto della vernice, sorridevano e dicevano che ho delle mani miracolose.

Carmelo Vetrano (1975). Originario di San Pancrazio Salentino (BR), vive nella periferia sud di Verona da tredici anni. Ha pubblicato racconti su Cadillac, Pastrengo e Reader for Blind.

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Storie pendolari

Ciatu de lu me cori

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Ahj ahj ahj ahj moru moru moru moru / ciatu de lu me cori l’amore mio si tu

Mi sono infilata i tuoi pantaloni perché i miei si erano bagnati di pioggia.
Mi stanno larghi.
Chiaro! Sono da uomo.
Quelli di mio fratello mi vanno bene, però.
Tuo fratello peserà si è no cinquanta chili, ti credo che ti stanno.
Dovevamo solo andare a casa dalla spiaggia, non mi avrebbe vista nessuno ma quei pantaloni cargo, di stoffa troppo pesante per l’estate, che mettevi sempre per coprire le ginocchia a X, mi facevano sembrare un sacco.
Marghe dai, è solo da qui alla macchina, io devo venir via in costume con queste gambe da stambecco, che dovrei dire!

Io amavo le tue gambe da stambecco e quei tuoi nei grossi, in rilievo sul petto, che sembravano una piccola scia di meteoriti pronti a caderti fuori dalla pelle.
È la galassia da dove provengo – dicevi.

Siamo stati insieme cinque anni, convissuti quattro e tre quarti, un colpo di fulmine a regola d’arte: visti, presentati, piaciuti, baci, sesso e chiavi di casa. Poi ti sei ammalato e mi sono arrabbiata perché non me lo dovevi fare.

Da quando te ne sei andato la mia vita è diversa; anche se ci siamo conosciuti da grandi, quando già lavoravamo e abitavamo soli, stare insieme ci aveva modificato abitudini, ritmi, gusti e impegni. A parte il lavoro, perché quello è rimasto uguale per entrambi, la nostra quotidianità era diventata l’unica vita conosciuta, quella che, senza accorgertene, diventa un inizio che offusca quello che c’era prima. Da lì potevamo solo crescere, costruire, avevamo progetti, desideri e piani di viaggio.

Con la tua passione per il cibo e per il vino avevi contagiato anche me che sono sempre stata ignorante in fatto di vino, ma che adesso saprei riconoscere un riesling dell’Alsazia da uno della Mosella. Il mio amore per le storie e la scrittura invece, ti avevano incuriosito tanto da essere diventato il mio primo lettore. Io mi fidavo e aprivo le pagine Word con te seduto vicino; sapevi già che ci sarebbe stato un personaggio chiamato Stella e che ogni dieci righe avrei messo una parola che facesse pensare all’acqua.

Cu ti lu dissi che t’haju a lassari / megliu la morti e no chistu duluri

Sto facendo tutto quello che facevi tu, un po’ alla volta. Ho costruito un paio di librerie solo con i mattoni refrattari e le assi di legno, falcio l’erba due volte al mese stando attenta a non farla troppo corta altrimenti secca, non alzo mai al massimo il volume dello stereo perché le casse non reggerebbero e le frequenze medie si perderebbero tra le alte, mi riposo, quando posso anche in mezzo alla giornata, fosse solo per dieci minuti, con il telefono silenzioso e lontano, le gambe alla stessa altezza del cuore e le mani sotto la nuca.

Vieni qui, Marghe, sdraiati con me solo cinque minuti.

In casa non c’è più nessun segno di te. Ho bruciato i vestiti nel bidone del giardino e mi sono quasi intossicata con il fumo, ma ci sentivo un po’ del tuo profumo e non potevo smettere di respirare, ho regalato i vinili e tutti i libri di cucina con gli appunti a matita sulle ricette che avevamo provato insieme, ho buttato il pettine e il gel che ti mettevi prima di uscire perché ti piaceva essere in ordine, lo spazzolino, perfino i calici con l’imboccatura stretta che usavamo solo per la birra, rotti e buttati nel vetro. Ho comprato lenzuola e asciugamani nuovi, e portato tutti i corredi vecchi alla Caritas, ho donato al mercatino il tuo armadio e liberato il cassetto del comodino ma dentro ci ho trovato una nostra foto, eravamo a Salina, un primo piano di due teste appiccicate e sul retro una delle tue tante dediche che ho distrutto insieme alla foto non se ne va dalla memoria: duci comu lu zuccuru, bedda comu u ceusu iancu.

Lu primu amuri lu fici cu tia /e tu schifusa ti stai scurdannu a mia

Da qualche settimana frequento un corso di cucina perché sono sola e mi sono stancata di mangiare le buste. Il signor Armando è il mio compagno di fornello, (mi chiede lui di chiamarlo così) ed è un vecchio che però non sembra esserlo e io credo davvero che sia te se fossi riuscito ad avere ottant’anni. Quando l’ho visto tagliare la cipolla e il suo pollice ha fatto lo stesso movimento a scatto che facevi tu, mi è venuto quasi un mancamento, poi si è passato il dorso sulla gota per asciugarsi una lacrima e tu eri di nuovo lì, quando mi dicevi che bastava passare la cipolla sotto l’acqua e il bruciore si sarebbe evitato.

All’ultima lezione, il signor Armando mi ha detto che ho dei bei seni e lo schiacciapatate con il quale stavo facendo i passatelli mi è quasi caduto nel brodo bollente. Non è saltato fuori con la frase proprio così; mi stava dicendo che aveva aspettato la fine del corso per dirmi che, tra tutte le coppie della classe, noi eravamo i meglio assortiti e che io ero la più bella, quella con il fisico più tonico, le gambe più lunghe e i seni più proporzionati rispetto alle altre e ai loro corpi, e poi ha ripetuto signorina Margherita, lei ha proprio dei beni seni. Il signor Armando è alto e in questo, invece, tu e lui non vi somigliate per niente. Tu eri alto come me, forse anche un paio di centimetri in meno, e quando mettevo i tacchi mi guardavi sempre le tette e mi dicevi che il panorama, da lì sotto, non era niente male e io rizzavo la schiena e mi eccitavo al pensiero che quando sarei “scesa”, le nostre bocche sarebbero ritornate alla stessa altitudine e ci saremmo amati con grazia e quel filo di imbarazzo che non va mai via e poi con foga, con quella voglia forte di entrarci dentro che non abbiamo mai perso; fureghin ti chiamavo, perché il mio dialetto non ho fatto in tempo a spiegartelo bene ma avevamo concordato che alcune parole dovevano rimanere così, secche.

Ho chiesto allo chef di uscire e lo so che durante le sue lezioni non si può fare, ma credo mi abbia vista tutta rossa in viso e mi ha detto di sì. Fumando una sigaretta, seduta scomoda sul porta bici davanti all’istituto alberghiero, ho comprato un biglietto per andare in Francia, a Reims, a bere lo champagne direttamente nelle cantine dei produttori. Ho deciso anche che devo dire ai miei che Vicenza non è più casa mia e non lo è nemmeno Roma e che io, una casa vera, non la voglio perché tu non ci sei. Ho mandato un messaggio a mia madre e le ho scritto che le voglio bene e che sarei partita per qualche giorno.

Basta che stai bene, mi ha risposto, e ha aggiunto un cuore viola alla fine.

Sono rientrata in classe e tutti avevano già impiattato i passatelli e il signor Armando lo aveva fatto anche per me. Alla vista del piatto fumante, che aveva decorato anche con un rametto di timo fresco, l’ho abbracciato schiacciando il mio petto contro il suo e gli ho detto grazie, gliel’ho detto tre volte e lui ha sorriso accarezzandomi la testa, andrà tutto bene signorina Margherita, andrà tutto al suo posto.

 

Al duty free dell’aeroporto ho rubato una bottiglia di vino rosso, è stato facile staccare l’antitaccheggio perché c’era un’enorme comitiva di giapponesi che metteva le mani dappertutto. L’imbarco è andato liscio, non mi hanno nemmeno chiesto i documenti, mi è bastato il telefono con il QR code e sono passata. L’hostess ferma sul portellone ripeteva “buongiorno, buongiorno, buongiorno” e sembrava che dalla bocca le uscisse carta velina tant’era leggera la sua voce, un suono vuoto.

La bottiglia di vino l’ho bevuta tutta in volo, un Furore della cantina Marisa Cuomo, un vino della costiera amalfitana spremuto da uve cresciute sulle terrazze a picco sul mare, e ho ascoltato in loop, per l’esattezza sessantadue volte, la canzone che mi avevi dedicato al nostro quinto appuntamento e che non ho capito fino a che non me l’hai tradotta.

Forse sono l’unica che è arrivata in Champagne già ubriaca ma è andata così, continuo a fare cose che ti avrebbero fatto ridere e a me, il ricordo del tuo sorriso, mi serve per andare avanti.

Paci facemo oh nicaredda mia
ciatu di l’arma mia (l’amore mio si tu)
paci facemo oh nicaredda mia
ciatu di l’arma mia (l’amore mio si tu).

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Storie pendolari

DRD4-7R

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DRD4-7R, lo aveva fatto stampare in arancione su una maglietta verde militare. Il gene dell’avventura, ripeteva. Cercava una giustificazione al sue vivere di sfide. Era lo scarto forte tra me e lui, tanto lontani da non poterci compensare, ma capaci di amarci. L’amore se ne frega delle affinità, lo avevo imparato stando con lui.

– Parto tra una settimana.
– Tra una settimana si sposa Elena.
– Abbiamo già comprato il regalo.
È mia sorella!
Ma basta che ci vada tu.
Non basta un cazzo.

Avevo buttato giù d’un fiato il succo di mirtilli che colorava il bicchiere, lui si era alzato e si era avvicinato ai cassetti della cucina. Nel secondo, in mezzo alle tovaglie, tenevamo i documenti importanti: le tessere elettorali, il contratto con l’Enel, la copia della mia assicurazione, la separazione che avevamo fatto annullare dal giudice, ci eravamo accorti in fretta che separarci era una cazzata più grossa dello stare insieme: non avrebbe funzionato. Frugando, aveva tirato fuori un libretto dei vaccini, lo avevo riconosciuto perché avevo accompagnato Gabriella con il piccolo Leo in via Bassi, erano passate giusto un paio di settimane. Lei non sopportava di tenerlo fermo mentre qualcuno gli infilava un ago e allora mi aveva chiesto se potevo farlo io.

– Li ho tutti.

Lo aveva aperto sul tavolo, sedendosi vicino a me.
Antitetanica, meningococco A, B e C, epatite, malaria …

     Uh la malaria!
Aveva agitato il libretto davanti al mio viso come una farfalla.

– Ma quando li hai fatti?
A quel punto avevo visto il suo sorriso scoprire le gengive. Era la soddisfazione infantile che mi alzava onde grosse di rabbia.

– Non ho pagato niente, il tipo, quello della copisteria di via Legnano, si diverte a falsificarli. Gli ho offerto solo una Ceres.
– Tu lo sai cos’è la Nigeria?

Credo nemmeno sapesse esattamente in quale punto dell’Africa si trovasse.

Ero io che mi preoccupavo: quando gli avevano offerto di partire, avevo fatto ricerche, telefonato alla Farnesina, scaricato foto e foto da internet. Avevo raccolto tutto in una cartelletta. C’era anche l’elenco dei vaccini obbligatori e consigliati, i primi evidenziati in giallo, i secondi in verde. Gli avevo fissato gli appuntamenti al centro vaccinale, non si era presentato né al primo né al secondo.

– L’unico modo per conoscere un luogo è andarci.
Sarebbe bello anche non finire ammazzati.
– Marti bella, prova a vivere ogni tanto.
– Sono impegnata a sopravviverti.

Poi mi aveva mostrato il biglietto aereo, tirando fuori di nuovo le sue gengive sorridenti, le stesse di cui mi ero innamorata. Era un biglietto aperto, non potevo sapere nemmeno quando sarebbe tornato. Dentro di me le ondate si facevano più alte. Una zanzara mi ronzava vicino all’orecchio.

Zzzzzzzzzz … zzzzzzzzz …. zzzzzzzz

Provai a scacciarla muovendo le mani, poi mi alzai improvvisa facendo cadere la sedia indietro e rovinandoci sopra. Quando lui si avvicinò per aiutarmi, lo colpii forte su una guancia.
Tutto si fermò per qualche secondo, la zanzara le parole noi. Come in uno scatto.

– Ci si lascia ogni giorno, si muore ogni giorno, lo disse a bassa voce, toccandosi la guancia sinistra.

Faceva così, passava da tre toni sopra a tre sotto. Stare con lui era un giro sul Blue Tornado. Mi portava a Gardaland una volta all’anno da quando eravamo sposati, mi convinceva a salirci e finiva sempre che vomitavo.

Come capitava quando litigavamo forte, i due giorni successivi furono lunghi silenzi, controllavamo le parole, contando il numero di sillabe. Credo non superassimo le 30 nelle ore di veglia, forse nel sonno erano di più, mi aveva sempre detto che parlavo molto quando dormivo, cose senza senso con la lingua che picchiava sui denti. Non ho mai saputo se credergli.

– Andiamo all’Adda, ha annunciato verso la fine del secondo giorno di penitenza.

Abbiamo nascosto la vespa dietro i cespugli perché nessuno la trovasse, siamo scesi fino alla riva, poi ci siamo messi a buttare sassi nell’acqua. Manu cercava quelli piatti per farli rimbalzare sulla superficie. Era arrivato fino a quattro salti. Io li lanciavo e basta aspettando che cadessero, rompendo le trasparenze. Eravamo sempre stati diversi, lui cadeva meglio di me, con più grazia.

Ci si lascia ogni giorno, si muore ogni giorno.

Lo aveva detto facendola sembrare una cosa normale e per un attimo, un attimo soltanto, guardando i suoi pantaloncini tagliati sopra il ginocchio, le sue braccia forti che accompagnavano i lanci, avevo pensato che avesse ragione, poteva capitare. Poi mi ero seduta sentendo i sassi che mi disegnavano la pelle sotto il sedere, avevo continuato a guardarlo. Lo vedevo in mezzo al rumore del fiume. Si era tolto le scarpe e aveva infilato i piedi nell’acqua. Voleva provare il quinto rimbalzo. Sapevo che non ce ne saremmo andati finché non ci fosse riuscito, avrebbe potuto piovere o arrivare il buio, le zanzare ci avrebbero mangiato succhiando le parti scoperte di noi, ma lui sarebbe andato avanti a perfezionare la rotazione del braccio, chiudendo un occhio per trovare la linea esatta del tiro. Io lo avrei aspettato mentre la sera mi bagnava i capelli.

Si muore ogni giorno, ci si lascia ogni giorno.

Non noi, avevo urlato alla sua schiena. C’erano stati in mezzo due ore di tonfi e silenzio. Si era voltato, sorridendomi con i capelli troppo corti. Lo faceva apposta, li tagliava corti ad ogni litigata per farmi un dispetto, lo faceva con il rasoio elettrico, poco più di cinque minuti, poi lasciava i capelli nel lavandino.

– Non noi.

Aveva raccolto da terra il sasso perfetto e lo aveva lanciato.
Uno
Due
Tre
Quattro
Cinque.

Adesso potevamo tornare a casa insieme, ancora una volta. Poi lo avrei aiutato a fare i bagagli, sarei andata a comprargli i fermenti lattici e avrei aspettato che il giro sul Blue Tornado finisse per poterlo amare di nuovo.

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