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Che fine ha fatto la fiducia?

Il fatto che nei team aziendali, per affermarsi, si debba agire in maniera individuale a discapito del collega significa che alla base c’è crisi di fiducia nell’altro.

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La fiducia è un sentimento necessario nella nostra società e regola la convivenza e il rapporto tre le persone.

C’è fiducia sulla strada altrimenti nessuno avrebbe il coraggio di guidare un veicolo. C’è fiducia nell’affidare i tuoi figli al sistema scolastico; è presente anche quando sei malato e ti affidi alle cure di un medico, oppure quando acquisti e mangi del cibo e credi che sia sano per il tuo organismo.

Come dicono i sociologi la fiducia è ciò che regge un sistema sociale e favorisce la regolamentazione del buon vivere.

Osservando però alcuni comportamenti, o ciò che scriviamo sui social, mi sono chiesto se questo sentimento sia ancora presente e soprattutto se sia così rilevante nell’attuale società.

La fiducia è in crisi (?)

Dopo varie riflessioni e ascolto di conversazioni online sono arrivato alla conclusione che la fiducia è in crisi, come sistema, ma soprattutto come sentimento comune. E per vederlo basta assistere ai rimedi fai da te per curarsi perché non abbiamo fiducia nella sanità, nella deriva politica di un continuo cambiamento di leader al governo perché la fiducia nelle istituzioni è venuta meno, nella paura dello straniero sempre più accentuata, enfatizzata e strombazzata tale da creare diffidenza.

La fiducia oggigiorno è “ballerina”, la diamo per un attimo a chi ci sta più simpatico, a chi secondo noi se lo merita per delle azioni concrete o per un sesto senso personale. Siamo diffidenti di tutto ciò che fino a pochi anni fa rappresentava la certezza e la solidità. E continuiamo a confonderla, rimescolarla, darla come se agissimo in logiche di prostituzione.

La mia domanda è: se questa crisi di fiducia continua a minare le basi della società, che tipo di scenario si prospetta? Forse la rivoluzione della nostra società, forse il lavoro del futuro o ciò che manca al nostro vivere iperconnesso e individualistico è proprio il poter avere fiducia nella comunità, nell’altro e in se stessi.

Siamo sempre più individualisti

Partiamo giusto dalla base, da chi siamo.
Come siamo messi a fiducia in noi stessi?

Assistiamo sempre più a derive individualistiche tanto più forti quanto il livello di fiducia in sé stessi declina. Siamo suscettibili e vulnerabili agli impulsi esterni a favore di logiche strumentali che vogliono farci condurre a compiere scelte pilotate, comandate, come quelle che partono dal marketing basato sulle nostre emozioni. Facebook ci chiede: come ti senti? E tu offri dati sensibili, emotivi sulla tua umanità. Niente di male, ma solo se ne sei consapevole.

La fiducia si basa su un sistema di comunicazione trasparente, direi quasi pura, anche se è un controsenso fare tale affermazione visto il carattere soggettivo di qualsiasi messaggio. La comunicazione manipolatoria, aggressiva o alterata mina questo magnifico rapporto su cui si fonda la società.
Per esempio quante persone dopo una negoziazione commerciale cercano di vedere i lati negativi di un acquisto o di una strategia? La persona che tende a concludere la vendita ti esalterà i lati positivi nascondendo o eludendo quelli negativi. Per finalizzare, per arrivare all’obiettivo. Come può esserci fiducia in un approccio simile? Eppure il commercio si basa tutto su questo aspetto, anzi credo che il marketing sia uno degli ambiti aziendali più rischiosi, proprio perché cerca di arrivare alla pancia dei potenziali clienti scioccando, stupendo e distogliendo dagli aspetti poco rilevanti di un prodotto o di un servizio.
Anche questa è una grande questione etica. Pensiamo poi alla comunicazione di aziende che lavorano nel campo sanitario o farmaceutico.

E questo è solo un aspetto che riguarda soprattutto il lavoro, basti pensare al fatto che il mondo professionale italiano è un mondo di piccole medie imprese dove la leadership è improvvisata, dove non si investe molto sulla gestione del personale.
Quello che crea questo sistema raffazzonato è il continuo incrinare di quella fiducia necessaria tra i colleghi e nell’azienda. È un aspetto che conduce a logiche competitive. Il fatto che nei team aziendali, per affermarsi, si debba agire in maniera individuale a discapito del collega significa che alla base c’è crisi di fiducia nell’altro. Perché il mio collega deve vantarsi con il capo di un lavoro che ho preparato io o al quale ho contribuito, senza che mi vengano riconosciuti i meriti?  Tutte queste logiche sono proprio riferite alla profonda mancanza di fiducia.

Forse si può ricorrere alle competenze trasversali per ovviare a questo. Per esempio l’empatia può essere un segno di fiducia nell’altro? Penso di sì. Perché parte dal presupposto del rispetto e della comunicazione assertiva tra due persone. Se non riusciamo a dialogare correttamente in un gruppo di persone, viene meno il team, il lavoro svolto e anche il senso di appartenenza.

Credo negli esseri umani

Ciò che ci manca più di ogni altra cosa è infatti il senso di comunità, che ci ha fatti grandi durante il periodo delle due guerre mondiali e ha contribuito a far spiccare il nostro sentimento di condivisione. In Toscana, dove vivo, questo aspetto è visibile dalle corti, agglomerati di case, una attaccata all’altra, che creano uno spazio comune dove “convivere” con gli altri. E in quale ambito dovrebbe essere più forte questa convivenza, se non in un momento in cui tutti ci troviamo insieme a perseguire obiettivi comuni come il posto di lavoro?

Perché di “altri” ne abbiamo tantissimi e ne abbiamo molto bisogno, occorre solo imparare a fare dei passi in avanti nell’incontro. Si parla di integrazione solo quando ci si riferisce a culture diverse, all’immigrazione, in realtà dovremmo imparare prima a integrarci nelle nostre diversità, nelle vite altrui, nella convivenza.

Come fare a riacquisire passo dopo passo questi atteggiamenti di fiducia? Credo che la soluzione sia provando, dando qualcosa agli altri, regalando il nostro tempo senza doppi fini. Ne siamo capaci? Certo, anche l’animo più freddo ha una predisposizione naturale e umana a fare qualcosa per l’altro se lo richiede o se ne ha bisogno. È importante capire che occorre dare prima di ricevere. E il rapporto di fiducia è basato tutto su questa continua relazione.

Costruire dei rapporti di fiducia è una pratica rischiosa, faticosa, ma quotidiana. Il tempo e la comunicazione ci diranno se questa è la strada giusta.

Dal 2007 mi occupo del Career Service di Fondazione Campus di Lucca ovvero supporto gli studenti dei corsi di laurea e dei corsi professionali della realtà formativa a orientarsi nel mondo del lavoro e trovare le opportunità formative e professionali più confacenti alle loro competenze e attitudini cercando di favorire il placement. Nel corso degli anni ho ampliato le mie conoscenze di comunicazione e marketing per comprendere la relazione tra le persone e il lavoro focalizzando l’attenzione sulle tecniche di personal branding e reputazione offline e online.

Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Stiamo crescendo i nostri figli nella più profonda incoerenza.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…
Ti riporto una mia lettera alla Dirigente della scuola di mio figlio, siamo a Roma.

«Gentilissima Dirigente,

le scrivo con profonda amarezza questa comunicazione.
Le vorrei segnalare una situazione indecorosa della facciata della scuola del ‘Plesso Cicerone’ e della zona antistante.

Persistono ormai da sempre escrementi di cane ovunque che i ragazzi con gli zaini trolley si ritrovano ogni giorno a portare in casa, persiste uno stato di abbandono generale a causa della immondizia e dei cassonetti bruciati, la facciata ha una enorme scritta ‘VIVA LA DROGA’.

Questa situazione di abbandono (che ormai a Roma è diventata un problema generale) è davvero sconfortante in un luogo dove i ragazzi si trovano ogni giorno. Non so quanto potrà fare in merito a questi problemi, ma sento il dovere di segnalarglielo.
Le allego anche una foto che stamattina ho fatto passando davanti la scuola e che ha poi determinato la mia spinta a scriverle.

La ringrazio anticipatamente per il tempo che vorrà dedicarmi. Cordiali saluti»

Risposta della Dirigente Scolastica:

«Per anni ho sollecitato interventi a chi di competenza, che non è il Dirigente scolastico. La scuola non può sistemare i mali del mondo!!
La invito a porre le questioni in oggetto al Municipio VII (proprietario degli edifici scolastici e competente sulla manutenzione degli stessi, per legge) ed AMA per la pulizia delle strade. Se dicessi al mio personale di pitturare le pareti esterne degli edifici potrei anche essere sanzionata per questo. Magari lei sarà più fortunata. Saluti.»

Ho quindi concluso con questa mia risposta:

«Comprendo la sua posizione. Non mi trova però d’accordo su un punto: la scuola deve contribuire a cambiare i mali del mondo. Il futuro è lì e noi li stiamo facendo vivere nella più profonda incoerenza. La ringrazio comunque per il tempo che mi sta dedicando. Grazie, Saluti.»”

Cara amica, non voglio entrare nel merito delle responsabilità perché non ne conosco le dinamiche. Trovo – questo penso mi sia concesso dirlo – abbastanza svilente il continuo scarica-barile che troviamo spesso in buona parte delle nostre Istituzioni (non solo per quanto riguarda le scuole) laddove ci sia di assumersi una qualche responsabilità o, quantomeno, da rimboccarsi le maniche per adoperarsi e risolvere una specifica problematica.

Se è vero che non si può sapere a chi spetterebbe, in questo caso specifico, la prima mossa per dare una “ripulita” all’immagine della scuola, è altrettanto inverosimile che la scuola possa essere sanzionata per aver compiuto un gesto corretto e positivo, cioè quello della pulizia e del mantenimento dell’ordine. La scuola è un bene pubblico e pertanto chiunque si adoperi per renderlo più vivibile e condivisibile possibile non può che compiere un gesto meritorio. Se così non fosse, è indubbio che ci sarebbe qualcosa da rivedere a livello di regole.

Voglio concludere dunque questo post, anziché con un mio commento, raccontando un bell’aneddoto di qualche settimana fa, con la speranza che possa far tornare un po’ di speranza: i ragazzi della scuola media “Cavalieri” di Milano hanno usato centinaia di post-it colorati per ricoprire gli insulti rivolti alla dirigente Rita Bramante apparsi misteriosamente sul muro della loro scuola. Su ciascun bigliettino hanno poi scritto risposte di incoraggiamento e tanti complimenti, realizzando così un vero e proprio mosaico fatto di gentilezza e positività dai mille colori.

«Signora Preside non si scoraggi, non ci faccia caso. Sempre a testa alta!»
«Lei è la preside più brava di Milano»
«Mi dispiace per quello che è successo perché lei mette il cuore per noi e per questa scuola, le vogliamo bene!»
«Noi siamo dalla sua parte»
«Se non fosse presente con noi non sarebbe successo»
«Continui a lavorare siamo una squadra»
«Brava preside, quello che c’è scritto sul muro non è proprio vero»
«Lei viene anche nei week end per la nostra scuola e noi la ringraziamo e basta».

La risposta della preside, salutando i suoi studenti, è stata una citazione di Fabrizio De André: “È proprio vero che dal letame, a volte, se si ara il campo, se ci si lavora sopra, nascono i fior”. Per questo credo sia stato utile sfruttare il tuo racconto, cara lettrice, per ricordare anche questo aneddoto opposto: perché in mezzo a tanta cattiveria c’è anche chi riesce ancora a riconoscere il valore delle persone, del loro lavoro quotidiano e dei luoghi di condivisione dove, piano piano, vengono formati i cittadini di domani. I nostri figli. Che speriamo possano essere persone migliori.

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Crescere

Tempo per vivere o tempo per esistere?

Una persona per vivere deve anche esistere, ma non è detto che una persona che esiste scelga anche di vivere.

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Il periodo storico in cui viviamo è ancora una continua transizione tra innovazione e tradizione.

Siamo circondati da una tecnologia che, fino a qualche anno fa, era inimmaginabile.
La respiriamo un po’ ovunque, la portiamo con noi, la troviamo sia a casa che sul posto di lavoro.

Eppure tutta questa tecnologia non risparmia di dover uscire di casa, prendere l’auto – o qualunque altro mezzo di trasporto, andare all’ufficio di competenza e armarci di tanta, tanta pazienta, perché il sito internet ufficiale non offre lo stesso tipo di servizio che si può ricevere solo “dal vivo”.

L’ho fatto anch’io, qualche giorno fa, come tantissime altre persone che, quotidianamente, perdono tempo.

Incubo di una mattina di mezza estate

Ed eccomi qui, alla vigilia di un caldo Ferragosto, dentro un ufficio pubblico, proprio io che scrivo di digitale e di innovazione.

Dopo aver aspettato per un tempo accettabile (è pur sempre metà agosto), è arrivato il mio turno allo sportello.
Una signora visibilmente stanca (è pur sempre una mattina di metà agosto) mi accoglie per svolgere il lavoro per cui è pagata.

Noto che le pareti plastificate attorno a lei sono guarnite di cartoline, poster di cuccioli, santini e qualche citazioni tipiche da ufficio.Tra le tante immagini, una mi ha colpito in special modo:
– Vivo la vita aspettando qualcosa che non arriverà mai
– L’amore?
– No, la pensione.

Non ci ho messo molto per rendermi conto che quella frase, effettivamente, era fatta apposta per la signora allo sportello della vigilia di Ferragosto.

Emozioni per una frase

Questa frase non mi ha fatto sorridere per niente.
Anzi, mi ha colpito con due emozioni distinte e terribili nei confronti di questa persona: tristezza e disprezzo.

Perché tristezza? 

Per due ragioni: punto primo, perché la vita che si sta conducendo adesso, in questo preciso momento, ti piace talmente poco da sottovalutarla talmente tanto che, punto secondo, saresti dispost* a fare un “avanti veloce” nel tempo, fino ad arrivare al momento di meritata (?) e agognata pensione.

Perché disprezzo? 

Perché, se effettivamente questa vita non ti piace, significa che la stai bruciando nell’attesa di un qualcosa che non sai quando, e se, arriverà.
Quindi vivi in un perenne senso di attesa che crea solamente un gran quantitativo di ansia ed insoddisfazione nei confronti di ciò che ti passa davanti agli occhi. Di fatto, buttando via tempo.

Questione di numeri

Buttiamo giù due numeri: ipotizziamo che si ha la fortuna di vivere i canonici 83 anni, che è la speranza di vita media in Italia (tra l’altro una delle più alte al mondo.

Tra scuola, studi, tirocini, lavoro e carriera si potrebbe arrivare alla pensione all’età di 67 anni, proprio come prevede l’attuale decreto legislativo in vigore dal 1° gennaio 2019.

Ciò significa che l’81% della nostra vita è riempita da qualcosa che ci tiene occupat*, tra studio e lavoro, nell’attesa di raggiungere con grande ambizione lo stato sociale del/della pensionat*.

A 67 anni non sei più giovane e spensierat*.
Eppure in quel 19% rimanente della vita, dovremmo, o vorremmo, avere le forze necessarie, ed il tempo sufficiente, per goderci appieno l’esistenza attesa da decenni.

Vivere o esistere

Ecco che vengono alla luce una serie di riflessioni che mi porto dietro da tempo: questa lunga, infinita e triste attesa non significa vivere, bensì esistere. Che non è la stessa cosa.

Vivere è questo: aprire la mente, tenerla sempre attiva pronta ai cambiamenti e godersi dell’attimo che può cambiare la tua giornata, in meglio o in peggio. Vivere ha quindi un significato più completo perché racchiude in sé tutti i momenti belli, brutti, speciali che spesso tralasciamo e sottovalutiamo.

Come scrisse il saggio Krishnamurti, vivere può paradossalmente significare morire ogni giorno:
Quanto è necessario morire ogni giorno, ogni minuto! Morire a tutto, ai molti ieri e al momento appena trascorso. Senza la morte non può esserci rinnovamento, senza la morte non può esserci creazione.

Esistere, d’altro canto, è l’insieme di tutte quelle componenti che servono a farci vivere: respirare, mangiare, bere, e si sa, per vivere dignitosamente dobbiamo, anche lavorare.
L’esistenza è quando siamo all’interno della nostra “zona comfort”, ripercorrendo per anni la stessa routine senza un briciolo di sapore nuovo che può derivare da scelte diverse dalle solite a cui siamo abituati; scegliere una strada che sia nostra e non percorsa da altri.

Passare l’intera esperienza lavorativa che, ricordiamocelo, comporta una buona parte della nostra vita, aspettando il momento della pensione, significa buttare via i nostri momenti più preziosi, limitandoci ad esistere solamente

Ma cosa fa la differenza tra vivere ed esistere?
Il tempo, che dà valore aggiunto alle cose che dovremmo ricordare, valorizzare e non sprecare in sterili attese.
Un valore che sta proprio nella sua natura sfuggente: perché quando il tempo passa, non torna più.

 

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The Quiet Life, Dirty Gold 

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