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Ci sono ditte che meritano di fallire (e altre no)

Dietro ad ogni fallimento, ci sono storie di uomini e donne che vivono momenti drammatici. Ma ci sono anche storie di imprenditori e amministratori delegati che hanno rovinato l’azienda con la loro ottusità.

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C’è una riflessione forse brutale — per qualcuno banale — che da un paio d’anni continua a prendere forma nella mia testa: sono arrivato alla conclusione che quando un’azienda fallisce, è probabile che se lo sia meritato.

Ho deciso di confessarlo dopo aver letto la storia di un sarto che offre un livello di servizio che batte 10 a 1 la gran parte delle nostre botteghe locali. Ad Hanoi, Vietnam.

Me ne rendo conto: è una confessione che non farà l’unanimità.
Ma ogni mese falliscono mediamente un migliaio di aziende in Italia. Molte lo fanno per poi risorgere con nomi diversi, altre perché hanno consapevolmente rischiato e diversificato e, semplicemente, non è andata. Per loro provo un profondo rispetto: fanno un mestiere difficile, con grande sacrificio personale e determinazione. Sono una parte importantissima della nostra economia.

Tuttavia c’è un pezzo di tessuto imprenditoriale fatto di aziende che periodicamente arrivano al capolinea, e che hanno le loro ragioni per incolpare qualcuno o qualcosa (la concorrenza spietata, il dumping, i dazi o la mancanza di dazi, le troppe tasse, la burocrazia ecc.).
Ma la verità, anche se impopolare, è che spesso meritano di fallire.

No, le aziende (e i manager) non sono tutte uguali

Negli ultimi tre anni ho visitato per lavoro non meno di 200 aziende.
Ho parlato con chi queste aziende le ha fondate, o ereditate. Ho ascoltato decine di manager: da chi coordina lo sviluppo del prodotto a chi lo industrializza, da chi governa la supply chain a chi lo produce, da chi lo porta sul mercato a chi il mercato lo ascolta, lo analizza o lo anticipa. Ho incontrato chi si occupa di HR, chi guarda i numeri, chi controlla la qualità, la sicurezza, chi presidia il post vendita.

In tutti questi incontri ho imparato molto, in quella forma di apprendimento accelerato e sincopato tipica della consulenza. Ma ho anche iniziato a cogliere la differenza netta, senza sconti, difficile da spiegare, tra quelle imprese ben salde sulla via (comunque complicata ed energivora) della longevità e quelle che prima o poi sono destinate a soccombere. Prima o poi, perché è solo questione di tempo.

Ricordo ad esempio un’azienda che produce componenti forgiati, la cui proprietà imprenditoriale ha aperto al settore aerospaziale molti anni prima che lo facessero i suoi principali concorrenti, con un livello di investimenti rilevante e il rischio enorme che fosse la scelta sbagliata.
Ho incontrato il suo Direttore Operation, e mi raccontava a distanza di anni i risultati positivi di questa scelta e l’impatto sulla sostenibilità del business di cui ancora beneficiavano. Ma se fosse andata male? Se l’asticella del settore fosse stata troppo alta da saltare, e lo avessero scoperto solo una volta investiti i denari?
Quale sarebbe stato il film?
Invece, è andata bene. I livelli di crescita erano positivi, i fondamentali economici pure.

Nel frattempo, posso immaginare che alcuni dei competitor abbiano continuato ad operare nel solito business, senza grandi strafalcioni, con i costi sotto controllo e tenendo ben stretti i cordoni della borsa. E magari non è bastato. Magari sono entrati in grossa difficoltà: i margini sui mercati consolidati potrebbero essersi fisiologicamente ridotti, il costo dell’energia potrebbe aver tagliato loro le gambe considerata la natura capital intensive della produzione. Aggiungiamoci gli strascichi della crisi e la concorrenza dei Paesi emergenti, e avremmo la ciliegina su una torta difficilmente digeribile.

Sono colpevole, ma la causa è quella giusta

L’evoluzione di un sistema però dipende (anche) dalla capacità di alcuni di spostare il limite un centimetro più in là. E per spostare il limite, devi anche metterti in discussione, magari facendo squadra con un concorrente per una partita comune, organizzarti in rete, o più semplicemente ammettere che avevi fatto la scelta sbagliata quando c’è ancora tempo per invertire la rotta.

Ne ho viste diverse, di aziende così.
Realtà misurate, appena sotto o appena sopra i 40/50 milioni di Euro di fatturato, nelle quali l’imprenditore con prudenza e intuito, ha capito che per stare sul mercato nel medio lungo termine doveva cambiare qualcosa, rivedere le logiche del proprio servizio, disfare un modello organizzativo, esplorare una nuova applicazione rispetto al proprio prodotto. Ne ho visti diversi, di sarti di Hanoi.

Gruppi industriali ereditati dalla generazione precedente con cultura, valori, visioni diverse da far convivere e traghettare dal primo al secondo tempo. Senza arbitro. Sfide difficili, per le quali non c’è teoria o consulenza che tenga: se non c’è nervo, se non c’è personalità, se non c’è reattività rispetto alla schizofrenia del mercato e disponibilità ad adattare in continuazione il livello di servizio al cliente.

E quindi sono colpevole, ma per una causa che ritengo più che giusta: proprio per il rispetto che provo verso queste realtà virtuose, negli ultimi anni mi sono incattivito verso il prossimo, se tronfio e pieno di sé.

Se non stai sul cliente, ci stai sopra

Una persona che stimo molto me lo dice sempre, quando mi aggroviglio nella ricerca della soluzione perfetta: “Cancella tutto, ripartiamo dal cliente, stiamo sul cliente.

Stiamo sul cliente.

Ma ho incontrato anche molti professionisti che, probabilmente, erano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Manager che spesso stanno sopra il cliente (interno/esterno): non lo vedono, ne parlano soltanto.
Imprenditori e amministratori delegati che sistematicamente fanno fuori chi non segue la scia, chi esce dal seminato, chi ha il coraggio di assumersi la propria responsabilità nel presidio di un ruolo e mettersi coerentemente di traverso, con buon senso, rispetto a diagnosi che non centrano il problema.

Non parliamo poi della chiusura a qualsiasi contaminazione esterna fatta di consulenze, di condivisione di modelli, di apertura al contributo altrui. Zero.

Ed uscendo dal seminato industriale potrei dire lo stesso anche del mondo artigiano.

È chiaro che non mi riferisco alla bottega che sa come dare valore aggiunto. Ma in un’economia di mercato non è (più) sufficiente garantire qualità, o personalizzazione. I fattori critici di successo per i quali il consumatore sceglie se vivi o muori (perché in definitiva di questo, si tratta) sono diversi e pesano tutti con le proprie specificità: per me il pagamento solo cash è un fattore critico di insuccesso (pesa in negativo), così come l’orario di chiusura alle 19:30, l’assenza di delivery a domicilio, la mancanza di cura nell’esperienza di acquisto, lo scontrino dimenticato, le attese, la mancata cura del servizio, l’assenza di un maledetto fasciatoio nel bagno dei papà di un ristorante, sono tutti fattori chiave che pesano molto di più della qualità, dieci volte in più del prezzo — che raramente discuto.

Insomma, per lavoro (e non solo) ne ho incontrati diversi, di “sarti nostrani”, che hanno “perseverato nell’esercizio delle proprie attività con la supponenza di chi crede che tanto alla fine questo mondo lo dominerà” (se non conosci la sua storia, la puoi leggere qui).

Ed è per questo che — sarà anche indelicato pensarlo, figuriamoci scriverlo — ho deciso di confessarlo urlandolo a squarciagola.
Quando un sarto così fallisce, io — in fondo — SONO CONTENTO.

Marito, papà e compagno di viaggio. Mi sono occupato di Risorse Umane e non ho ancora smesso: ho solo cambiato lato della scrivania. La versione più lunga (e noiosa) la trovate su LinkedIn. Nel tempo libero (e di notte) sto su Netflix, scrivo qui e tengo una micro newsletter settimanale su temi HR (interessanti, tecnici e anche un po’ nerd). Cerco di tenere la testa fuori dall’acqua e mi appassionano le persone, specie se argomentano.

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Le donne non fanno squadra (o sì, ma a modo loro)

L’ambiente di lavoro è spesso determinante nel definire le relazioni tra le persone; in aziende molto “maschili”, le donne tendono a farsi la guerra. Ma non deve per forza essere sempre così.

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Donne che fanno squadra

Si dice che le donne non siano solidali tra di loro e non sappiano fare squadra.
Per lungo tempo l’ho pensato – e sofferto anch’io, sulla base di esperienze personali piuttosto negative.

Allora, però, lavoravo in aziende a impronta fortemente maschile e in seguito ho scoperto che questo elemento faceva un’enorme differenza.
Niente a che fare con il maschilismo; solo una questione di modelli.
Uscendo da quei contesti, infatti, ho trovato situazioni completamente differenti.
Ma facciamo un passo indietro.

La competizione fra donne

Questa storia che le donne siano istintivamente in competizione tra loro mi è sempre suonata un po’ strana.
A tutte le latitudini del mondo, nell’antichità, esistevano comunità femminili, società matriarcali. La mitologia greca (che non era storia ma nemmeno teatro dell’assurdo) narrava di popolazioni interamente femminili – si pensi alle amazzoni o alle sirene talmente forti e potenti da intimorire gli uomini

Quand’è che le donne hanno smesso di fare insieme?
Quando hanno insegnato loro che non potevano fare da sole.

Da bambine, siamo equamente solidali con maschi e femmine; ma – al passaggio dall’infanzia alla pubertà – smettiamo di esserlo tra noi. E il motivo è la lotta per la conquista del maschio alpha.

Poiché per secoli le donne – per uscire di casa – dovevano sposarsi (o farsi monache) e poiché, per onorare la famiglia, dovevano anche farsi scegliere dal miglior partito sulla piazza, la competizione tra loro diventava inevitabile.
E le dinamiche – inconsapevolmente – sono ancora queste. A poco sembrano serviti decenni di lotte per l’emancipazione.

I messaggi che le ragazzine ricevono costantemente le spronano a essere sempre più carine; delle donne in miniatura, delle “signorine”, che è da sempre l’appellativo per le ragazze da marito.
E a poco servono lauree STEM o dichiarazioni di indipendenza economica e sociale.

A questo si aggiunge un oggettivo principio di scarsità.
Poiché le donne hanno difficoltà a ricoprire ruoli apicali, anche nelle società cosiddette “evolute”, la competizione è indotta da questa scarsità e dai modelli organizzativi.

Questo è esattamente ciò che vedevo nelle aziende: donne che si facevano la guerra per emergere.

Le donne sono maschiliste

Non tutte – ovviamente – ma alcune sì. Più di quante ci piaccia ammettere.
Anche qui, la questione è culturale: il modello di base è che certi ruoli sociali siano esclusivamente maschili.

Se una donna ricopre ruoli di responsabilità, ci sono due possibilità:

  1. va a letto con qualcuno che l’ha messa lì a fare la testa di legno;
  2. non è una vera donna: in tutte le possibili declinazioni, da lesbica (quindi è un uomo) a frigida (quindi non le interessano gli uomini).

Di nuovo, torna il tema della seduzione, della sessualità da usare come un’arma.
Perché?
Perché è più facile.

Chi mai vorrebbe sentirsi dare della puttana o della frigida? (sulla presunta antitesi tra omosessualità e femminilità mi astengo perché – davvero – non la concepisco).

Quindi: io che nella vita professionale non ho mai fatto niente di significativo, che non mi sono mai messa in gioco, che mi sono accontentata di ruoli marginali, senza mai provare a scalarli, sono una donna rispettabile e desiderabile.
Vuoi mettere dover confessare che non avevo voglia di rischiare?

Le organizzazioni sono maschili

Queste dinamiche funzionano perché – oggettivamente – le organizzazioni sono maschili.I modelli e le prassi organizzative della maggior parte delle aziende e delle professioni sono maschili.
Non necessariamente maschilisti, ma maschili sì.

Mediamente, se vuoi fare carriera devi accettare condizioni insostenibili per chi debba accudire bambin* o anzian*:

  • riunioni strategiche fuori orario (anche se alcune aziende stanno vietando riunioni che inizino dopo le 18.00 per consentire alle donne di partecipare)
  • assenze frequenti e prolungate per viaggi di lavoro che si potrebbero tranquillamente risolvere con video call a distanza
  • appuntamenti sociali e di networking a cadenza settimanale (preferibilmente alle 7.00 o alle 20.00).

Non che una donna non possa farlo, ma – se non può permettersi un aiuto a tempo pieno – deve fare una scelta tra famiglia e carriera.
Non sempre la scelta è libera e – comunque – è sempre dolorosa, perché richiede una rinuncia.

Più di questo, il modello è diverso nel concetto di squadra.
Se mi si concede la generalizzazione, il modello maschile di squadra è il calcio, quello femminile è il corpo di ballo.

Nel calcio, ognuno ha il suo ruolo definito e assegnato, da cui non può deviare. Tendenzialmente, un difensore non fa goal.
Non c’è rischio di sovrapposizione, tutti sono nelle posizioni assegnate dal mister. C’è un solo capitano e il titolo – conquistato sul campo – non si discute.

Il corpo di ballo è – appunto – un corpo unico. Non ci sono ruoli nel chorus: tutte gli stessi passi, la stessa visibilità, assoli distribuiti.
Non c’è una capitana. Ci può essere l’etoile, come no: il lavoro del chorus non cambia.
Le regole sono armonia e responsabilità. Tutto il corpo si deve muovere all’unisono, con la stessa ampiezza e lo stesso tempo. Se il corpo funziona, tu non le distingui una dall’altra: vedi un’onda armoniosa ma non le singole gocce.

La sorellanza

Sorellanza deriva da sorella e sta a indicare comunanza di origini.

Essere sorelle è più che essere compagne di squadra.
È un legame più forte e impegnativo: io posso cambiare squadra, non famiglia.

Forse è per questo che, per incontrare vera collaborazione e solidarietà femminile, ho dovuto lasciare certe aziende.
Per un caso (o forse no) da quando sono freelance mi trovo quasi sempre a collaborare in gruppi di lavoro femminili.

Confesso che in una prima fase, memore delle esperienze negative del passato, avevo un po’ di resistenze.
Invece, ho trovato un ambiente costruttivo, collaborativo e non competitivo (verso l’interno). Dove le competenze si mescolano e si mettono reciprocamente a servizio.

Non è l’eden, intendiamoci.
Continuo a incontrare donne che vogliono primeggiare, che hanno bisogno di tutti i riflettori su di sé, che cercano di rubarti energie e risorse.
Generalmente, sono donne che avrebbero voluto essere uomini, per poter gestire potere.
Altre volte, sono donne talmente insicure che hanno bisogno di essere scorrette per trovare un proprio ruolo nel mondo.
Queste donne, alla fine, si autoescludono.
Il gruppo va avanti, senza cacciarle, ma – proprio perché va avanti – le lascia indietro.

Nel gruppo, le vite personali e professionali hanno lo stesso spazio, lo stesso valore, lo stesso riconoscimento.
Forse è per questo che sono più armoniose e produttive.
Agguerritissime all’esterno e solidali all’interno.

Chissà se piacerebbe a un uomo lavorare in un posto così…

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Gli uomini di successo preferiscono le donne più giovani

L’identikit è impietoso e sembra uno stereotipo: uomini di successo, sulla cinquantina, lasciano la moglie per una giovane donna dell’est. È inevitabile?

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Uomini di successo maturi sposano giovani donne

Senza scadere nelle generalizzazioni, è un dato di realtà innegabile: molti uomini sono sessualmente attratti da ragazze giovanissime e il successo sociale e professionale sembra far cadere ogni inibizione. Così riprendono statisticamente quota i matrimoni intergenerazionali, con lui uomo di successo maturo e lei giovanissima. Ma tutto questo è etico? E, soprattutto, come le donne over 40 possono risorgere dopo un progetto di vita andato in frantumi e “vendicarsi fiorendo”?

La differenza di età fa… la differenza

Che l’uomo ami, da sempre, le più giovani è una verità dura da mandare giù per tutte, soprattutto se non più giovanissime. È come se, con il passare del tempo, il nostro valore sul mercato delle relazioni scendesse, per poi capitolare con l’arrivo dei temuti “-anta”.

Angosciante, a dir poco, l’idea che nostro marito o il nostro compagno possa eccitarsi sessualmente vedendo camminare delle liceali dirette a scuola, eppure i mariti e i compagni delle altre donne li vediamo tutti i giorni mentre mangiano con gli occhi ragazzine che potrebbero essere le nostre (e soprattutto le loro) figlie. Per non parlare dell’idea che, un giorno, il compagno di una vita ci potrebbe abbandonare per una di loro, che poi si scoprirà essere straniera. Abbiamo tutte un’amica, una sorella, una conoscente a cui questo è successo.

Insomma, essere donne eterosessuali oggigiorno può essere una vera via crucis. Ma è molto meglio non negare la realtà dei fatti e decidere dove e come situarci rispetto ad essa. Per farlo, ci serve ironia e scanzonata capacità di analisi.

Ad esempio: l’abbandono del tetto coniugale di solito arriva non appena un uomo fa un po’ di soldi. Migliora il fatturato annuo e, senza annunciarsi, giunge la fatidica mattina in cui molti uomini si svegliano con il tipico “vuoto di senso” e confessano alla moglie di amare una donna giovanissima e dell’Est Europa.
Per questo la mia migliore amica mi ha sempre ribadito la sua regola aurea: stai alla larga dagli uomini di successo! ama un povero, dai retta a me, almeno nessuno se lo piglia! Come se il pensiero di un uomo che ti sta accanto per tutta la vita per limiti reddituali potesse risultare in qualche modo consolante.

Le donne tradite dagli uomini di successo

Negli anni ’90 furoreggiava l’indimenticabile Il club delle prime mogli, film che ha avuto il merito di portare nell’immaginario collettivo l’abbandono delle prime mogli come fenomeno sociale. Unica pecca: era una commedia e tutto finiva in risata, quando invece vedere frantumarsi un matrimonio o un progetto di vita importante, ritrovandosi in ambasce è un vero e proprio dramma con gravi ripercussioni (anche se le labbra e la verve comica dell’inossidabile Goldie Hawn avranno sempre un posto nel nostro cuore).

C’è chi dà la colpa al femminismo e all’emancipazione della donna nella società occidentale e costoro andrebbero immediatamente mandati a stendere. Ci viene raccontato che veniamo abbandonate da un uomo perché non siamo abbastanza accondiscendenti, dolci, comprensive. Ree accampatrici di assurde pretese, ci siamo spinte addirittura a chiedere reciprocità nei rapporti di coppia, peccato imperdonabile in un’Italia dalla matrice padronale e patriarcale.
Ci viene detto che abbiamo smesso di accontentarci e di fare sacrifici come le nostre nonne – “loro sì che erano Donne!” e ovviamente ci viene rinfacciato che ci trascuriamo e che non siamo abbastanza sexy, sorridenti e arrapanti, magari dovendo anche conciliare lavori impegnativi e figli a cui badare. La colpa sarebbe tutta dell’emancipazione femminile, a sentire questi sapienti.

Mogli al ribasso?

Tempo fa, nel corso del coffee break di un convegno per aziende e professionisti in Nord Italia, ho sentito con le mie orecchie un uomo sulla cinquantina – l’immancabile imprenditore brianzolo tutto tronfio di self made confidence – dire che sposare una donna straniera, come lui aveva fatto, è giusto perché le italiane sarebbero “sempre incazzate”. A suo modo di vedere, la sua nuova moglie moldava sarebbe stata decisamente più “gestibile” della prima moglie che, peraltro, nella sua azienda aveva ricoperto un ruolo apicale per ben vent’anni.

Così ho pensato, assaporando il mio caffè troppo amaro, che forse le donne dell’Est Europa – nel mercato italiano delle relazioni sentimentali – stiano diventando una sorta di esercito di riserva espressione che il buon Marx ne Il Capitale utilizzava per descrivere le masse di inoccupati che facevano scendere i salari perché disposti a lavorare senza essere pagati il giusto e spesso a condizioni disumane. Da uomini di successo, o meno.

Marx asseriva che le condizioni di vita materiale incidono inevitabilmente sugli altri aspetti della vita sociale e aveva ragione, perché se sei tanto buona e servizievole con un brianzolo di quel tipo che soltanto a vederlo ti viene voglia di passare alle maniere forti è perché ti manca il potere contrattuale. Ti manca una casa, un diritto di cittadinanza, ti manca il tuo paese, la tua lingua. So pochissimo di queste migranti, ma so per certo che, se lasci il tuo paese, è perché la tua terra non ti offre una vita dignitosa. Sei quindi più fragile, manipolabile e disposta a chiudere un occhio sulle mancanze di un uomo che, quasi inevitabilmente, ne approfitterà.

Aggiustare le cose

Quel femminismo che viene descritto come la causa del problema sarebbe invece la cura di un male del nostro tempo: le donne, giovani e non, italiane e non italiane, dovrebbero unire le forze e prendere questi cinquantenni/bambinoni a calci in culo, insieme a chiunque altro si permetta di trattarle come qualcosa da “gestire”.

Non ci sono diritti civili (diritti delle donne, in questo caso) senza diritti sociali. E non sarebbe ardito pensare che una società più etica genererebbe famiglie più felici dove, ad esempio, le ragazze giovanissime stessero dove è giusto: accanto ai loro coetanei, dei baldi giovanotti, e non a questi vecchi e patetici uomini davvero convinti che una ragazzina perda la testa per loro. Forse si dovrebbe ricominciare a pensare che i problemi si aggiustano e le famiglie pure, al posto di scappare dove le cose appaiono più facili.

Vendicarsi fiorendo

Questo in un mondo utopico che da qui possiamo soltanto immaginare e sognare, certamente.
Nel frattempo, in questo mondo di relazioni dove tutto pare sempre più precario e capovolto, quali consapevolezze possono aiutare noi donne over 40?

Una per tutte: invecchiare ci rende molto fighe, come si diceva ai nostri tempi.
Perché? Perché, con lo scorrere del tempo, cambia il nostro modo di guardare, muoverci e occupare lo spazio; cambia il rapporto con il nostro corpo perché ne diventiamo più consapevoli; cambia il nostro modo di vestire, abbigliarci e truccarci; ma, soprattutto, cambia la nostra prospettiva sulla vita. Ad un certo punto, capiamo che piacere agli altri non è più una priorità, perché sempre più cogliamo il senso anche trascendente delle cose. Capiamo quanto possa essere meraviglioso non essere più le protagoniste, ma vivere finalmente nelle retrovie al riparo dagli altrui sguardi e con il nostro sguardo finalmente protagonista ben puntato su chi amiamo e su coloro di cui ci prendiamo cura.

Foucault la chiamò tecnologia del sé ed è il modo in cui il nostro sé costituisce se stesso in soggetto. Roba fighissima insomma, per donne adulte e fiere di esserlo, che gli uomini troppo presi dalle loro crisi di mezz’età si perderanno. Peggio per loro, e meglio per tutti quegli uomini capaci di vederci.

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