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Come trattare gli altri (a prescindere dal farseli amici)

Mettiamola come vogliamo… ma il “savoir faire” non basta.

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L’etichetta non è qualcosa che ti appiccichi addosso, ma può essere ciò che ti rende unico.

In francese l’étiquette è l’insieme di regole o abitudini che siamo soliti utilizzare in contesti sociali e professionali. Una sorta di protocollo sociale. Da qui il nome inglese di business etiquette. O quello che in Italia definiamo Galateo a più ampio raggio di azione (dall’ambito sociale a quello professionale e diplomatico).

Laddove ci sono le regole, ci sono anche strappi alla regola, le eccezioni. Ma le regole servono e favoriscono l’equilibrio di relazione tra due o più persone. Si dice che la legge è creata per il lieto (con)vivere, e penso che nessuno dovrebbe metterne in dubbio il rispetto. Anche perché entreremmo nel campo di discussione della civiltà o inciviltà.

La regola nell’etichetta è una convenzione sociale che siamo soliti rispettare talvolta anche senza accorgersene. Però credo che riflettere sulle nostre azioni quotidiane possa essere un guardare oltre, un capire veramente di che pasta siamo fatti e capire dove possiamo mettere quell’elemento straordinario di noi da farlo diventare il nostro segno riconoscibile. Come fare per fare la differenza in un mondo di convenzioni sociali, dove il Galateo ci insegna che talvolta se non sai sei fuori?

Gli inglesi quando si incontrano si chiedono “how are you?” ovvero (letteralmente) “come sei?” e non “come stai?” come nel corrispettivo in italiano: ciò che mi interessa è come sei qui e ora, qual è il tuo stato d’animo nell’incontro con me. Ecco la prova tangibile che il galateo dovrebbe e potrebbe servire per stabilire una connessione con l’altro che vada oltre la mera convenzione sociale.

Si instaura un rapporto che, seppur disseminato di orpelli di stile, mira a raggiungere pienamente il dialogo e la relazione con l’altro.
Credo che una cosa che non debba essere messa mai in discussione sia l’Educazione, l’educazione come chiave per aprire le porte all’altro e predisporsi bene al contatto sociale. Educazione che deriva dall’essere educati, senza giri di parole, significa essere culturalmente aperti e formati alla relazione. Oggi c’è troppo “savoir faire” per dirla alla francese, parto con l’improvvisazione, ci provo, mi butto. Ma seppur questa determinazione sia positiva in un contesto in cui si deve provare a fare o raggiungere qualcosa, in società non si dovrebbe mai improvvisare, perlomeno per quanto riguarda il comportamento e l’educazione.

Sul resto possiamo lavorarci ed è possibile fare la differenza pur consapevoli di rispettare la libertà altrui. Per assurdo poi la vera libertà sta nel muoversi entro certi limiti (le regole), riuscire a esprimere se stessi con creatività e coraggio in uno spazio di azione definito.

Una delle limitazioni può essere, nei tempi che stiamo vivendo, quella di riuscire a gestire la relazione e applicare le regole del galateo quando le persone interagiscono senza attuare tutti gli elementi della comunicazione, ovvero utilizzando solo il linguaggio verbale escludendo il paraverbale e il non verbale, come nello scambio di e-mail o nelle chat. Qua l’etichetta si fa netiquette. Il predominio in questi casi risiede nella parola e nel contesto in cui viene presentata.

Emanuele Invernizzi e Alessandro Lucchini ci dicono, per esempio che, «l’email più efficace è quella breve con un solo argomento che usa parole chiare scritta in forma diretta senza ammiccamenti, senza allusioni». Scompaiono quindi gli elementi relativi alla forma intesa come stile e come orpello e la comunicazione si fa più telegrafica, ma non per questo non deve rispettare le regole del buonsenso.

Nella business etiquette è necessario un atteggiamento consono per poter essere un buon lavoratore, ma anche per favorire il business e lasciare un bel ricordo di noi a un ipotetico acquirente, partner o cliente. Se acquisiamo più competenze nella gestione delle relazioni, grazie alla business etiquette, ma anche al buonsenso, poniamo le basi per l’acquisizione di una competenza fondamentale come la leadership. Sa gestire gli altri, chi per primo sa relazionarsi e sa istituire buone connessioni tra le persone lavorando sul comportamento, sulla necessità e sul rispetto delle regole.

Che poi non è altro che sapersi predisporre e aprirsi agli altri. Non è difficile. Sempre questa è la faccenda. Dale Carnegie diceva nel suo manuale “Come trattare gli altri e farseli amici” che «il sorriso è messaggio di buona volontà. Il vostro sorriso illumina la vita di tutti quelli che vi vedono.»

Dal 2007 mi occupo del Career Service di Fondazione Campus di Lucca ovvero supporto gli studenti dei corsi di laurea e dei corsi professionali della realtà formativa a orientarsi nel mondo del lavoro e trovare le opportunità formative e professionali più confacenti alle loro competenze e attitudini cercando di favorire il placement. Nel corso degli anni ho ampliato le mie conoscenze di comunicazione e marketing per comprendere la relazione tra le persone e il lavoro focalizzando l’attenzione sulle tecniche di personal branding e reputazione offline e online.

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La Violenza contro le donne è meglio del Black Friday

Una donna è vittima solo quando è morta. Ma la violenza si cela anche nelle piccole cose, dai fischi per strada al gap salariale. E gli uomini (TUTTI gli uomini) non fanno abbastanza per cambiare le cose.

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È da poco passato il 25 novembre meglio noto come la giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
È una giornata così, che ha fatto la fine del Black Friday: viene messa nei piani editoriali dei social media manager perché “qualcosa bisogna dire”, va bene tutto, si può associare a tutti i brand, tanto, chi più o chi meno, tutti trovano regolare dire “non si fa”.

Fai alcolici? Anche da sobrio non toccare il fondo, fermati prima.
Fai cucine? Milioni di donne vengono assassinate in casa propria, la casa dovrebbe essere il posto più sicuro dove vivere, e invece…
Fai coltelli, vendi benzina, proponi armi? Beh, qui si vince facile, tanto tra quelle che vengono accoltellate, massacrate, sparate o arse vive è facile farsi venire in mente l’annuncio strappalacrime.

È diventato questa cosa, il 25 novembre. Giusto un giorno da calendario. Poi basta, nonostante le marce che coinvolgono 150.000 donne e di cui non avete sentito parlare nei media nazionali, perché non esistiamo.
Un giorno di calendario per trattarci da vittime, darci delle cordialissime pacche sulle spalle e farci la cortesia del minimo sindacabile: dire che non è giusto ucciderci o farci del male.
Però attenzione: quello che vedrete nei post sono soprattutto le lacerocontuse una donna vale come vittima solo se è morta o se sanguina copiosamente.
Se è tumefatta. Altrimenti no.

Certo, belle le pubblicità create da geniali pubblicitari – gli stessi che hanno fatto mobbing a qualche tua collega, o quelli che ci provano con le stagiste appena arrivate con la scusa del tu fai qualcosa per me e io lo faccio per te.
O quelli fieri di mostrare il lavoro socialmente utile per la giornata mondiale contro la violenza alle donne, peccato che poi facciano lanci di eventi dove le donne non sono presenti nei panel, oppure semplicemente non sono mostrate nei manifesti.

Belle, eh, le campagne sociali. Sì, peccato che non becchino mai il target giusto.
Perché scommetto che il 90% degli uomini non si sente accusato. Il 90% degli uomini non ne fa un problema suo, perché loro mica le fanno tumefatte, le donne. No, al massimo fischiano per strada, anche di notte, pretendendo che tu sorrida loro, ma sì, cosa vuoi che sia, non sarà mica violenza no?
Avete idea dell’ansia di tornare a casa sole? Avete idea della paura e della rabbia a non poter camminare per gli affari propri perché qualcuno si sentirà in diritto di avvicinarsi e chiedere dove vai, cosa fai?

No, non le fate tumefatte, però scommetto che vi siete guardati bene dal protestare quando un vostro collega maschio è stato promosso a una carica immeritevole che poteva tranquillamente essere data a una donna. Non le fate tumefatte quando date per scontato che arrivino dopo di voi, che abbiano ruoli inferiori, che vengano licenziate quando restano incinte, che vengano previsti premi in denaro inferiore.
Non le avete fatte tumefatte, però quante volte avete protestato quando non c’è stato nessun nome femminile in un panel, in un incontro tra amministratori delegati aziendali, tra le firme di qualche ricerca, sulla prima pagina di un giornale?

Avete voluto la parità… mi sono sentita dire un sacco di volte nella vita. La parità è un diritto non ancora acquisito, altrimenti ci pagherebbero nello stesso modo e non avremmo un problema di gap salariale.

No, certo, non siamo tumefatte, non esternamente, ma sono colpi sotto la cintura che giorno dopo giorno ti fanno chinare, ti abbassano l’autostima, ti caricano le spalle di fatica e lavoro in più per ottenere il minimo sindacale che a un uomo viene riconosciuto d’ufficio.
La violenza è nelle piccole cose, quelle che “ma sì, sei la solita, quanto ti arrabbi”. È nel non farci caso, nello sminuire costantemente, nel far apparire la rivendicazione femminile come attacco isterico, o noia. “La solita cosa da donne”.
È violenza non riconoscere il genere femminile nella lingua italiana “perché suona male”. Basta cominciare a usarlo perché vi suoni molto meglio.

La violenza è svilire e quando ve lo si fa notare, dire “Dio come la metti giù dura!”

Stateci voi alle regole fisse di una società che passa il tempo a dirti che devi essere magra, bella piacente, in forma, sana, attenta a te stessa, alla casa e ai figli.
Diventate voi oggetto sessuale vostro malgrado, che una buona fetta di popolazione si sente in diritto di approcciare anche nei modi più beceri, quando vorreste solo essere lasciati in pace.

Andate oltre il minimo sindacale: dire “non ho mai fatto male” è il minimo sindacale. Io mi aspetto l’impegno nel notare le donne, nell’apprezzarle oggettivamente per il talento. Fateci caso.
Fateci caso quando nelle riunioni siete tutti uomini, quando alle donne date solo ruoli subalterni, quando non sono chiamate al tavolo decisionale, quando la loro opinione è richiesta solo su “argomenti da donne”, quando non ci sono perché si trova normale che non ci siano.

Non è normale pensare che sia normale. Nemmeno questo.
Non è normale che non siamo presenti alla metà esatta. E per favore, non fate quelli che “le abbiamo chiamate ma non sono venute” – se è così è perché non vi reputano all’altezza, o non si reputano loro. E qui ci sarebbe molto da capire.

Fate lo sforzo estremo di mettervi nei nostri panni  e quando l’avrete fatto e vi sarete resi conto che sono dannatamente scomodi, vi accorgerete che sì, abbiamo voluto la parità ma siamo ancora ben lontane dall’averla.

Datevi questo compito per il prossimo anno è una cosa facile facile: contate le teste. In qualunque manifestazione, panel, riunione, associazione, vertice apicale, assemblea, prima pagina, ospiti di trasmissione ovunque. Contate le teste. Contate quanti uomini ci sono, e poi domandate a voce alta agli organizzatori dove sono le donne, o perché ce ne sono così poche.

Così, giusto per vedere l’effetto che fa.

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Bello e impossibile (se è difficile da avere, non si dimentica)

Ogni giorno abbiamo la scelta: fiorire, e rischiare di essere recisi, o nasconderci, e rischiare di non vivere. Ma c’è una terza opzione che va cercata: essere la versione migliore di noi, ma lontano dallo sguardo degli altri.

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“Non sarò un altro fiore raccolto per la propria bellezza e lasciato morire. Sarò wild, difficile da trovare e impossibile da dimenticare”.

Sono sempre in cerca di nuove definizioni del concetto di GO WILD. E queste parole della scrittrice Erin Van Vuren mi hanno subito colpito.

“Non sarò un altro fiore raccolto per la propria bellezza e lasciato morire”.

Trovo che queste parole siano come un fendente luminoso in una notte buia. La notte buia in cui a volte come persone ci troviamo. Quel momento in cui nessun riferimento del passato sembra più utile o valido. E la tendenza sarebbe di lasciarsi andare, lasciarsi naufragare come le balene che vanno a morire sulle spiagge e attendono lì la morte.
Mi guardo intorno e molti sguardi sembrano suggerire: mi lascio andare. E come ti lasci andare? Ci sono due modi. Il primo è lasciarsi andare alla bruttezza, perché tanto non ha senso farsi belli. Il secondo è lasciarsi andare alla bellezza ingenua, come un fiore che si fa troppo bello e finisce per mettersi troppo in mostra. Così viene raccolto da un passante qualsiasi che è solo in cerca di novità. Affascinato, strappa quello splendido fiore, ma non si accorge che con il gesto con cui lo stima, facendolo suo, al tempo stesso lo colpisce a morte. Il fiore raccolto è il fiore che comincia a morire.

Accade la stessa cosa con gli splendidi sassi che ogni tanto fanno capolino nelle acque del mare o dei torrenti di montagna. Meravigliosi arcobaleni di colori finché sono immersi nell’acqua, diventano cieli grigi quando portati all’asciutto. Rimane la forma, ma si perde tutto il colore.

A questo punto sembra non esserci più via di scampo. Non vale la pena farsi belli per poi finire buttati nell’immondizia. Tanto vale rendersi brutti. Almeno saremo lasciati stare, soli nel nostro grigiume.

Queste sono le due opzioni razionali, quando si pensa che tra bello e brutto non ci sia una terza opzione. Questo è il panorama delle possibilità di scelta, quando si pensa come Aristotele: Tertium non datur. Non c’è una terza possibilità e quindi non c’è scelta, dal momento che, se non c’è una terza opzione, non c’è una reale possibilità di uscire dal solco. Si può solo fermarsi o avanzare ovvero resistere o accettare. Rendersi brutti è resistere al destino ingrato dei belli, rendersi belli è fare la fine dei brutti. E mi riferisco alla bellezza e alla bruttezza in senso ampio: interiore ed esteriore.

Ma dopo averci messi davanti al dilemma, Erin Van Vuren ci fa intravedere una via di uscita. Ci apre ad un’altra possibilità: essere wild. Ossia essere “difficili da trovare, ma impossibili da dimenticare”. Difficili da raggiungere, ma impossibili da abbandonare. Ci propone di affacciarci sul mondo della logica non ordinaria. Un mondo in cui potrebbe valer la pena rendersi belli e al tempo stesso introvabili.

Davanti a questa prospettiva, qualcuno potrebbe cedere e dire “Tanto vale allora non rendersi belli, se poi ci si deve rendere introvabili”. Questo è comprensibile se il concetto di bellezza è ancora vincolato al rendersi belli per gli altri. In una logica wild, invece, rendersi belli, è soprattutto uno spettacolo che si offre a se stessi. Come un diamante che assume la sua stupenda forma nel buio della terra. Lontano dagli sguardi indiscreti dei cercatori di novità, il diamante assembla se stesso e si rende sempre più prezioso. Un po’ come se un uomo o una donna si curassero della loro bellezza anche se sanno bene che passeranno le loro giornate soli davanti ad un monitor.

E qui ricordo le parole di una maestra, a cui molto devo, che per prima mi illuminò sulla reale e concreta differenza tra gioielli e bigiotteria. La bigiotteria è facile da avere, ma altrettanto facile da dimenticare in fondo ad un cassetto. I gioielli, invece, quelli veri, sono difficili da avere, ma una volta avuti, poi è difficile dimenticarli. La bigiotteria è fragile, si adatta solo a pochi abiti. I gioielli veri, invece, sono volubili, hanno tante facce. Li puoi indossare con tutto e stanno sempre bene. Anzi, i gioielli veri sono desiderati da tutti, non perché belli in sé, ma perché valorizzano la bellezza di chi li indossa.

Essere wild è anche questo. Essere come diamanti che perfezionano la propria capacità di valorizzare la bellezza altrui. È per questo che le persone amano i diamanti, perché il diamante vero non prevarica, ma valorizza. Difficile da avere, ma impossibile da dimenticare.

Anche questo è #gowild.

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