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Fare qualcosa che non si ritiene etico: quando il lavoro è in conflitto coi propri principi

Il concetto di bene e male, di giusto e sbagliato, non è sempre universale. Anzi: a volte è proprio soggettivo e genera dei conflitti tra valori e diritti.

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Il lavoro ci identifica.
Non solo dal punto di vista sociale – per il prestigio o il reddito – ma, per certi aspetti, dal punto di vista umano.

Di un’artista si suppone sia una persona creativa, di un soldato che sia rispettoso delle regole, di una volontaria o di un missionario che siano altruisti.

Il lavoro e la professione che ci siamo scelti, in qualche modo, ci raccontano come persone.
Scegliendoli, ne abbiamo abbracciato le condotte e i valori di fondo.

Il conflitto valoriale

Che succede quando l’esercizio della nostra professione va contro i nostri valori e le nostre credenze profonde?
Entro certi limiti ci conviviamo.

Un giudice applica la norma anche quando non la condivide, perché non ha scelta: l’ordinamento italiano prevede che possa astenersi dal giudizio solo in caso di interesse diretto o indiretto in quella causa o in altra analoga (art. 51 c.p.c. e art. 36 c.p.p.); mai per ragioni di coscienza.

Allo stesso modo un soldato deve combattere anche una guerra che non avrebbe mai iniziato.
Chi sceglie queste professioni lo sa: prendere o lasciare.

Non esiste una terza via, o per lo meno: non senza conseguenze (ad esempio la corte marziale per il soldato che rifiuta di prestare servizio o diserta).

La questione etica

Il filosofo Fernando Savater ha definito l’etica come “la pratica di riflettere su quello che decidiamo di fare e sui motivi per cui decidiamo di farlo”.

Essa attiene quindi alla libertà di scegliere tra due comportamenti opposti, in base ai nostri valori, al nostro concetto di bene e male.

A questo proposito, Max Weber distingueva tra etica dei principi ed etica della responsabilità: la prima attiene a chi opera solo seguendo i propri principi, indipendentemente dalle conseguenze; la seconda, invece, tiene conto delle conseguenze delle proprie scelte e dei propri comportamenti.

Etica dei principi: valori a confronto

Nelle società moderne e democratiche, non esiste un’etica assoluta.
Il concetto di bene e male è relativamente soggettivo e, inevitabilmente, genera conflitti tra valori e, in certi casi, diritti.

Esempio 1: L’interruzione di gravidanza

Un esempio tipico di etica dei principi è l’obiezione di coscienza: un obiettore si rifiuta di compiere una determinata azione, anche se stabilita dalla legge, perché contraria alla propria coscienza, alla propria visione di bene e male.

La tanto discussa l. 194/78 disciplina la pratica dell’aborto in Italia.
Il tema è controverso e non vorrei esprimere giudizi anche se, per trasparenza, dirò che – avendo conosciuto il dolore emotivo di donne che lo hanno praticato (anche per scelta) – personalmente non riuscirei a farlo, ma sono disposta a combattere perché rimanga un diritto.

Poiché secondo una certa corrente di pensiero, che identifica il feto con un bambino, l’aborto equivale a un omicidio, ai medici è consentito dichiarare l’obiezione di coscienza. Trattandosi di una dichiarazione preventiva, non è soggetta a valutazione del caso specifico.

Il medico obiettore non pratica l’aborto e basta. Poco importa se la gravidanza sia frutto di violenza o incesto o se la madre non sia nelle condizioni fisiche o psichiche o economiche di crescere quel figlio.

Esempio 2: Il testamento biologico

Diversa la situazione per le DAT (Dichiarazioni Anticipate di Trattamento), note anche come testamento biologico.
La l. 219/2017 non prevede l’istituto dell’obiezione di coscienza anche se lascia un significativo margine discrezionale al medico.

Di fronte alla mia dichiarazione di rifiuto di determinate terapie o di mantenimento forzato in vita, il medico può opporsi nel caso le mie disposizioni risultino illogiche o se dovessero esserci nuove terapie sconosciute al tempo della mia dichiarazione.

La discrezione è nel principio di logicità delle mie disposizioni. Al pari dell’etica, la domanda che mi viene è: chi definisce cosa è logico e cosa non lo è?

Non sono un medico e sono una sostenitrice delle DAT ma mi rendo conto che, per chi ha deciso di dedicare la propria vita a salvare le vite di altri, “lasciar andare” sia un controsenso doloroso e difficilmente accettabile.

Esempio 3: L’avvocato d’ufficio

Un altro esempio riguarda gli avvocati penalisti.
Essi devono obbligatoriamente prestare parte della propria professionalità con nomina d’ufficio.

Se un imputato non ha nominato o non ha potuto nominare un difensore di fiducia, il tribunale ne nomina uno per suo conto, attingendo da un elenco di professionisti abilitati.
Al momento dell’iscrizione, l’avvocato può dichiarare di non essere disponibile ad assistere persone imputate di determinati reati, per ragioni di coscienza.

Qui i diritti convergono.

La ratio di questa concessione, infatti, non è consentire al professionista di operare secondo i propri valori etici, ma di garantire all’imputato un giusto processo e una difesa adeguata.

Etica della responsabilità: valori prevalenti

Secondo Weber, questo tipo di etica dovrebbe appartenere ai politici.

A mio parere, un esempio calzante è l’operato dei sindaci che decisero di violare il c.d. decreto sicurezza del Ministro Salvini.

Senza entrare nel merito della norma, i principi che hanno guidato questi sindaci si ispiravano a umanità e solidarietà, considerati prevalenti rispetto alle esigenze di pubblica sicurezza.

La scelta avrebbe potuto avere conseguenze gravi, fino alla reclusione (art. 328 c.p. – rifiuto od omissione di atti d’ufficio).
Indipendentemente dalle speculazioni politiche, questo è un esempio tipico di valori etici a confronto.

Cosa doveva prevalere? Umanità o sicurezza?
Secondo quei sindaci, l’umanità.

E la mancanza di sostanziali sanzioni fa supporre che non avessero torto.

Etica in azienda

Anche senza ricoprire ruoli a così alto impatto sociale, ciascuno di noi può trovarsi a dover gestire conflitti etici nel proprio lavoro.

Fino a che punto è legittimo omettere o sminuire informazioni rilevanti ad un cliente per garantirsi una vendita?
Fino a che punto è legittimo promettere opportunità ad una risorsa pur di reclutarla?Quali informazioni sull’andamento dell’azienda devono essere assolutamente date a dipendenti e collaboratori? Anche a costo di farli scappare?
L’organizzazione deve essere collaborativa o verticistica?

A ciascuno le proprie valutazioni e relative conseguenze.

Nella mia vita aziendale, ho conosciuto diverse persone che hanno piegato i propri principi all’esigenza di non perdere il lavoro; o, peggio, che facevano buon viso a cattivo gioco: fingevano di sposare le regole aziendali per poi serenamente e regolarmente violarle.Personalmente, quando non mi sentivo allineata con i principi della mia azienda, ho provato a cambiarli dall’interno; e quando non ci sono riuscita, me ne sono andata.

Per rispetto di tutti, me inclusa.

Per concludere

La conclusione, come spesso capita quando si toccano temi tanto personali, non è una soluzione ma una serie di domande, cui ciascuno sarà libero di dare la risposta che più gli risuona.

Cos’è etico?
Dove termina il mio diritto in favore di quello di un altro o della collettività?

È più importante il mio diritto di donna all’autodeterminazione o quello del feto che ho in grembo di diventare un bambino?

Deve prevalere il diritto del pedofilo a vedersi assegnato un avvocato efficace, o quello dell’avvocato a non voler assistere una persona che disprezza?

È più importante il benessere dell’azienda o quello dei suoi clienti?
Il benessere dell’azienda e quello dei dipendenti coincidono sempre?

È più importante incassare un compenso o vivere in armonia con noi stessi?

Io ho le mie risposte, che so valere solo per me.
Ho scelto di vivere in armonia con i miei valori, senza compromessi, consapevole che ciò ha un prezzo e disposta a pagarlo.

E tu?

Appassionata di crescita e condivisione, affamata di conoscenza e confronto, inguaribile ottimista sulla possibilità di ciascuno di contribuire al bene comune, dopo 17 anni nel mondo sales e marketing, nella mia vita attuale sono trainer e facilitatrice supportando lo sviluppo dei singoli e dei team e la gestione costruttiva dei cambiamenti e delle relazioni.

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Il paese che muore: Ginosa, la “Matera dimenticata”

La città pugliese sopra la gravina che crolla è il simbolo di un Paese che muore, quello dei tanti piccoli comuni in progressivo abbandono. È l’Italia profonda e rappresenta la nostra ricchezza più autentica, da salvare e valorizzare.

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Il paese che muore: Ginosa, la "Matera dimenticata"

Le Asics di Carmelo sono bucate, le suole lisce dall’uso, le stringhe riprese da chissà quale altro paio. Io quasi mi vergogno, con le mie nuovissime Dolomite. Ma si è raccomandato, lapidario, prima di portarci nella gravina ai piedi del suo pase che muore: “Se non avete le scarpe giuste, non vi porto”.

Il sole è alto su Ginosa e lui, nonostante la canicola e l’età, si avvia deciso verso il torrente in secca. Ci siamo incontrati per caso, al buio della Chiesa Matrice affacciata sul canyon di arenaria, e ora ci ritroviamo a seguirlo sotto una luce abbacinante. Lui serra gli occhi come un gatto nel meriggio, sa che nell’ombra delle case-grotta gli occhiali sarebbero di troppo. Le nostre lenti nere tradiscono l’abitudine ai cieli del Nord.

Ginosa, il paese che muore

In piena terra di gravine, ai lembi meridionali delle Murge, Ginosa è un avamposto sconfitto di un tempo che fu, una fortezza Bastiani risparmiata dalle orde di Matera 2019 Capitale Europea della Cultura, ma non dalle bordate di uno Stato indifferente. Un paese che muore per ferite profonde che da solo non riesce a ricucire.
7 ottobre 2013. Dopo giorni di piogge torrenziali, un’enorme massa d’acqua irrompe nella gravina e fa scempio della città più bassa e antica. Un’alluvione devastante dà il colpo di grazia a un territorio già compromesso, spazzando via i progetti di rinascita che allora attecchivano tra le chianche.

Tra questi, quello del celebre sarto Angelo Inglese, ginosino le cui raffinatissime camicie hanno fatto il giro del mondo. Dopo aver vestito attori e regnanti, stava aprendo un atelier appena sotto la Chiesa Matrice, per dimostrare che solo da bellezza può nascere bellezza e, sì, scommettere laddove in pochi avrebbero scommesso. Ma l’acqua ha compromesso le fondamenta di quella parte del borgo, e il suo sogno si è ritrovato in piena zona rossa. Transenne, porte sprangate e dita di polvere sui telai.

Ginosa è così, c’è da farci niente. Case, palazzi e botteghe che posano su infiniti livelli di case-grotta, cisterne, chiese rupestri, necropoli, antri di cui si è persa memoria. Un groviera cresciuto nei millenni su se stesso, cavità su cavità, unico e fragilissimo. Da quel tremendo ottobre, sulle tante promesse sono cresciuti soltanto cespi di capperi e ragnatele: la splendida “Matera di Puglia” è abbandonata a se stessa, affetta da un tumore che progressivamente la divora, necrotizzandola pian piano, dal fondo della gravina in su.

Italia, il Paese che muore

Ma Ginosa è in buona compagnia. In tutta Italia sono 74.000 le persone che, dal 2012 al 2017, hanno abbandonato i piccoli centri per trasferirsi nelle zone più urbanizzate (fonte: DiRE). Se pensiamo che i comuni nostrani che contano meno di 5.000 abitanti rappresentano il 72% del totale, possiamo facilmente immaginare che volto avrà l’Italia profonda di domani. Un volto come quello di Carmelo e di Ginosa.

È un fenomeno che affligge tutto il Bel Paese e, in particolare, la sua colonna vertebrale, la dorsale appenninica: dal Levante ligure agli altopiani lucani e alle estreme murge apule. Già nel 2005, Legambiente censiva più di 5.000 piccoli centri a rischio abbandono: il 55% del territorio nazionale, costituito per lo più da zone di pregio naturalistico, aree protette e parchi. Oggi, secondo Planet B, gruppo di ricerca-azione su città paesaggi ed economia civile, di questi 5.000 piccoli centri a rischio, quelli già in avanzato stato di abbandono sono circa 2.300. Il primato va alla Toscana, ma tutte le regioni ne hanno almeno uno, nessuna è esclusa.

Un Paese ferito

Proprio come Ginosa, il 34% dei borghi italiani in abbandono è stato lasciato in seguito a calamità quali alluvioni, smottamenti e terremoti; il 9% per carenze infrastrutturali; il 5% per eventi bellici o per altre azioni umane più o meno scellerate. Accadeva ieri ma, oggi, che cosa impedisce di risollevare queste pietre?

I dati ISTAT analizzati da ANCI, Associazione Nazionale Piccoli Comuni d’Italia, parlano chiaro: oltre il 40% di chi ha abbandonato un piccolo borgo non tornerebbe sui propri passi. Nemmeno se avesse lì assicurato un posto di lavoro dignitoso. La mancanza di investimenti che impediscono il ripristino dei luoghi, l’assenza di prospettive economiche, l’invecchiamento progressivo della popolazione, la carenza di infrastrutture sono solo alcune delle motivazioni all’origine del fenomeno attuale dell’abbandono e di quello, forse peggiore, del non-ritorno: è il modo di vivere di questi piccoli borghi nel suo complesso, a essere diventato insostenibile.

Ginosa: il paese che muore

Radici da dimenticare

Abbiamo venduto l’anima al benessere, l’eldorado dei baby boomers, la prima generazione ad aver abbandonato in massa le pietre natie, bramosa di un riscatto culturale, sociale ed economico che oggi presenta inevitabilmente il conto all’intero Paese. Riconvertire il proprio stile di vita a un qualcosa che ricorda i giorni dei nonni non è allettante per nessuno.

Ginosa rappresenta al meglio questa tendenza. La città antica muore lentamente in basso, tra la vergogna degli anziani per gli anni delle case-grotta, l’indolenza diffusa del “che ci posiamo fare” e la mancanza di risorse dei giovani che pure vorrebbero mettere mano ai ruderi. La città nuova vive più in alto, ormai quasi del tutto aliena alle proprie radici, un centro moderno e piuttosto anonimo come tanti ne abbiamo in Italia. Un moto dal basso all’alto, economicamente, socialmente e strutturalmente; giù nella gravina quello che eravamo, su quello che siamo. Due mondi che, dopo l’alluvione, non si tengono più per mano.

Non a caso, a Ginosa ce lo chiedono tutti: “Che siete venuti a fare? Perché siete qui?” È un ritornello dettato non da ritrosia, ma dalla genuina incredulità che qualcuno possa venire da lontano ad ammirare quella loro inconsapevole e ancora vergine bellezza.

La Ginosa di Carmelo

Poi c’è lui, Carmelo. Che si ostina a non lasciare la zona rossa. L’ultimo abitante della Ginosa abbandonata.

Resiste insieme alla sorella, al lato della Chiesa Matrice ancora viva grazie a loro, e sette gatti che appena lo vedono gli si avvinghiano alle caviglie in un groviglio inestricabile di code e zampe. Se vuoi parlare con lui, non ti resta che percorrere tutta la cittadina e, una volta arrivato sul ciglio della gravina, chiamare a gran voce: “Carmelo!” Puoi star sicuro che prima o poi arriva, e ti porta alla scoperta della sua Ginosa.

Magro e dinoccolato, si ferma spesso in mezzo alle pietre per indicarci una grotta o una cisterna, onesto e fiero come una ferula che svetta nella sterpaglia.

Camminare con lui nella gravina è un’esperienza surreale. Io non sono più io, ma Winkelmann alla scoperta delle rovine del grand tour. E lui non è più Carmelo ma uno spirito effluito da quella terra arcana e che si esprime in una lingua autentica, preziosa come un affresco bizantino inspiegabilmente sopravvissuto sul tufo.

Cristo si è fermato prima di Ginosa

È un rosario di case-grotta ancora intatte, la Ginosa abbandonata, che grazie a Carmelo snoccioliamo progressivamente lungo il cammino come in una preghiera universale. Le visitiamo una per volta, ascoltando i racconti della nostra guida, che ci mostra come quei minimi spazi fossero funzionali a tutto.

Ginosa il paese che muore

Un solo vano condiviso da uomini e animali, due al massimo per i più “ricchi”. Vicino all’ingresso il focolare, ancora oggi nero di fuliggine, in modo che la porta tirasse impedendo al fumo di invadere la grotta. Poi la “zona notte” che occupava quasi l’intero locale, con il grande letto nel quale dormivano tutti insieme, donne uomini anziani e bambini, rialzato in modo che sotto potessero stazionare gli animali, accanto la mangiatoia e, talvolta, delle grandi cavità per poggiare le anfore dell’olio e del vino. Alle pareti le mensole scavate per le poche stoviglie e, sul soffitto, i fori ai quali venivamo fatte penzolare, per mezzo di ganci e ceste in vimini, le derrate alimentari oppure i lattanti in lunghe fasce che fungevano da culla. Mentre la madre era a letto poteva dare così un colpetto al figlio, che dondolava in mezzo alla grotta come un pendolo, nella speranza che smettesse di piangere e si addormentasse, oppure portarselo al petto per la poppata senza staccarlo dal soffitto. Ogni cosa al suo posto, una miseria davvero efficiente.

È proprio come scriveva Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli. Una condizione ancestrale inconcepibile per un uomo civilizzato come lui, un’umanità detentrice di un “dolore terrestre” archetipico, orfana pure del messaggio salvifico del Cristo. Una società “trogloditica”, che fino all’altro ieri abitava un unico spazio tripartito conteso al buio e all’umidità della roccia: in basso le bestie, a metà gli adulti, in alto gli infanti.

Cerco di immaginarmi questo dedalo di anfratti, oggi arso e deserto, nel vorticare passato di vita voci e storie.
Carmelo le raccoglie come può, queste storie. Ce lo confessa sottovoce: pur non avendo studiato da piccolo, si è messo sotto e fa incetta di tutti i libri che trova sulla città. Si documenta, raccoglie vecchie fotografie, si informa, sa bene che nessun altro può farlo meglio di lui. È il suo dovere, la missione della vita.

Ma che ne sarà di Ginosa? Che ne sarà di queste migliaia di piccoli centri, quando non ci saranno più i Carmelo a tenerne vive le pietre e la memoria?

Chi salverà questa Italia profonda?

Entro il 2050 i pensionati italiani saranno più numerosi dei lavoratori, e già la percentuale degli over-60 ha superato quella degli under-30. Nei borghi in abbandono il fenomeno è più evidente che altrove: quando i bar sono ancora aperti, gli avventori hanno i capelli bianchi. E i cartelli vendesi aumentano di pari passo agli annunci mortuari. Chi si prenderà cura di questo Paese che muore? Chi vorrà recuperare quei luoghi poco performanti, tagliati fuori da una modernità troppo esigente?

Se lo sono chiesti Franco Artiminio e Giovanni Lindo Ferretti, che per i tipi di GOG Edizioni hanno appena pubblicato il pamphlet L’Italia profonda. Una chiacchierata tra due punti di vista molto diversi su un tema a loro caro: la sopravvivenza dei piccoli centri lungo la spina dorsale d’Italia. Una voce dall’Appennino Tosco-Emiliano e l’altra dall’Irpinia, che si interrogano sulle possibili prospettive future di quello che sembra essere un intero Paese dimenticato da Dio, l’Italia delle montagne e dei borghi periferici, ma che resta il punto privilegiato per trovarlo, un dio.

La soluzione, se c’è, non può che nascere da un semplice e profondo moto di amore, fatto di attenzione e consapevolezza, per quelle pietre in progressivo abbandono. L’economia alla base di quelle comunità oggi non è più sostenibile: non possiamo tornare ai campi e ai monti di ieri. Le aree protette e gli alberghi diffusi, il turismo verde e i parchi avventura sono tutte forme di un rivivere posticcio, al pari dei sassi di Matera trasformati in lussuosi B&B. Che non si è ancora capito se creino benefici o danni. Pure se condotto nel più rispettoso dei modi, il recupero di un luogo avviene sempre a posteriori, l’anima è messa in formalina e finisce per puzzare di morte.

E allora, che cosa facciamo? Ci limitiamo a tenere in vita un Paese di “rovine parlanti” impedendo che si trasformino in “ruderi muti”, come direbbe Paolo Rumiz?

Non saranno i cammini turistici né i pellegrinaggi a salvarla. L’Italia profonda vivrà solo nelle opere di chi riuscirà ancora ad abitarla, nascendo e morendo in lei, creando piccole economie sostenibili rispettose delle identità locali. Un progetto come quello del sarto Angelo Inglese, per intenderci; ma è arrivata l’alluvione.

È cósa

Il sole cala sul bordo della gravina, punto dalle antenne dei palazzi che segnano il limes della modernità. Le Asics di Carmelo lasciano impronte leggere sul pietrisco del torrente in secca. All’improvviso si ferma e ci indica una casa sventrata sopra le nostre teste. Due fauci spalancate contro la Chiesa Matrice.

Ginosa: la casa distrutta da Pasolini

“È stato Pasolini. Per la scena finale del Vangelo secondo Matteo voleva far saltare uno dei sassi di Matera. Ma là non glielo hanno permesso. Allora ha pensato bene di venire qui. Avrà dato poche lire all’amministrazione, e così hanno messo la dinamite. Me lo ricordo: io e i miei amici andavamo spesso a giocare su quel lato della gravina, nelle sale vuote del palazzo, poi l’hanno fatto esplodere. I registi famosi… Che ci vogliamo fare, è cósa.”

È cósa, lo ripete spesso, con quella o che finisce tanto stretta da sembrare una u.

Già, i film, è cósa. Proprio mentre risaliamo la gravina insieme a Carmelo, a Matera le auto di 007 sfrecciano tra i sassi, indifferenti a materani e turisti esclusi da ampie zone del centro. The show must go on e nessuno deve disturbare le riprese. La bellezza si è fatta scenario, e nient’altro. Strano destino di un Paese che muore e, quando va bene, rinasce parco, museo, boutique oppure fenomeno da baraccone.

Il testimone

È il momento giusto per mostrarci “il grido”: le ombre del tramonto ne marcano i tratti. Lo ha individuato nei suoi frequenti andirivieni, quel volto impresso nella roccia. Carmelo ne è convinto ogni giorno di più: la Terra gli parla attraverso quelle forme, vuole dirgli qualcosa, e lui crede di aver capito che cosa.

A vederlo così, dal basso, è difficile dargli torto. Un volto gigantesco che sembra gridare in una smorfia di dolore, laddove l’alluvione ha colpito più forte.

Ginosa: il grido

Pareidolia, la chiamano. L’illusione che riconduce a forme conosciute profili o sagome casuali.
Abbaglio o no, le parole di Carmelo sono chiare: l’uomo ha perso l’amore per la sua terra, violentandola; adesso ne è ripagato con la stessa moneta. Il nostro sarà un destino di dolore, se non ritorniamo a prenderci cura di lei.
Ma il volto nella roccia di Carmelo non è solo sgomento. Sopra la testa, il chiaroscuro del dirupo accenna un’altra forma. È un’anfora, simbolo d’acqua in una terra arsa, e dunque abbondanza e benevolenza.

Lo salutiamo nella luce aranciata dei primi lampioni che si riflettono sulle chianche, ringraziandolo per averci consegnato il testimone di tanta bellezza. Lui ci prega di portare con noi un po’ del suo paese che muore.

Ai piedi arriva anche l’ultimo gatto. Carmelo lo chiama e quel nome che sa di sere d’infanzia, Stellina, è per noi l’ultima sua parola mentre svicola oltre la Chiesa Matrice, verso l’unica casa illuminata della vecchia Ginosa.

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Il cervello dell’essere umano: un corpo di genio

Il nostro corpo rimane l’opera più geniale che il nostro cervello abbia mai partorito, sempre che non sia stato il corpo stesso a plasmare il cervello.

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Noi umani siamo tra gli esseri viventi quelli con il cervello più sviluppato e di questo siamo molto fieri. Spesso ci identifichiamo con esso al punto da dimenticare tutto il resto del corpo che pur abbiamo. Quello che sfugge ai più è che quando si parla del nostro genio il pensiero va subito alle grandi opere che abbiamo realizzato: tecnologia e arte. Ci dimentichiamo che l’espressione più fine della genialità umana in realtà è il nostro stesso corpo, di cui il cervello è una parte.

Tra corpo e cervello c’è un rapporto intimo, indissolubile che era già vivo tanto tempo fa, quando ancora le nostre opere erano lungi dal diventare quello che sono adesso. Per molti secoli, il vero colpo di genio è stato il nostro stesso corpo e, a pensarci bene, probabilmente è ancora così. Il corpo rimane l’opera più geniale che il cervello abbia mai partorito (sempre che non sia stato il corpo a partorire il cervello!).

Cervello: maneggiare con cautela

Lasciate che vi spieghi.

Torniamo un attimo indietro, ad un pomeriggio di più o meno 40’000 anni fa. Uno dei nostri avi sta correndo. Non fa jogging, né si prepara ad una maratona. Corre per sopravvivere. È uno dei tanti predatori. E quell’avo ha un corpo e un cervello identici a quelli di cui noi stessi, oggi, siamo dotati.

Pur avendo egli un cervello grande più o meno il triplo di quello del più intelligente tra gli animali che lo circondano, invece di pensare, corre. Insegue una preda. Forse si tratta di un capriolo sull’appennino bolognese o di un’antilope su un qualche altopiano dell’Africa meridionale.

Tuttavia, rispetto agli altri predatori, egli si distingue per alcune caratteristiche ben precise:

  • Non corre come un felino che non sa se riuscirà a raggiungere la preda e abbatterla.
  • Corre con passo sicuro e deciso, come chi è certo che alla fine la spunterà sulla preda.

L’essere umano sta cacciando per sopravvivere, non per divertimento, e in questo è come gli altri predatori. Tuttavia, c’è qualcosa in lui che lo rende particolarmente sicuro di sé. Sembra che sappia che riuscirà nell’intento.

La preda all’inizio lo distacca e sembra averlo seminato. Dopo poco tuttavia egli la raggiunge. Questa scappa, ma lui in breve tempo le è di nuovo addosso. La scena si ripete più e più volte finché ad un certo punto succede l’imprevisto: la preda crolla al suolo. È stremata, non ha più forze per fuggire. Si accascia e il  nostro avo arriva sul posto e con un colpo la abbatte. La eviscera, se la mette in spalla e la porta all’accampamento dove la divide con i membri della famiglia e del gruppo a cui appartiene.

Perché tanto spreco di “cervello”? potrebbe dire oggi qualcuno! Eppure lo spreco è solo apparente. In quella caccia infatti c’è già tutta la genialità dell’Homo Sapiens come noi la conosciamo oggi.

Vi do tre elementi a cui prestare attenzione:

  • Versatilità.
  • Previsione.
  • Empatia.

La versatilità

Quando una preda è inseguita da un predatore, ha una sola possibilità per salvarsi: portare il predatore in un terreno a lui non congeniale.

Le prede saltano, i predatori non sempre; entrano in acqua e nuotano, i predatori non sempre; si arrampicano, i predatori non sempre. È così che le prede si salvano.

Quando però il predatore è in grado di muoversi con agilità su molti terreni, per la preda può essere un problema. L’essere umano era quel tipo di predatore. L’unico triatleta della storia di questo pianeta. L’altro era il drago (così dicono i cinesi), ma da un po’ di tempo nessuno lo vede.

Grazie alla versatilità mentale e fisica, l’essere umano è sempre stato in grado di destreggiarsi al meglio su diversi terreni: dal bosco alla prateria, dalla collina alla pianura, dal caldo al freddo.
Oggi i nostri corpi ci appaiono goffi e irrigiditi e tutto questo non ci sembra vero. Tuttavia, quello che i nostri avi facevano allora è ancora nella nostre potenzialità sia fisiche sia psichiche, perché abbiamo il cervello per farlo.

Per potersi adattare a diversi stili di movimento, infatti, è necessario avere un corpo e una struttura che lo coordini. Altri animali hanno il corpo, ma non hanno abbastanza cervello. Ecco perché noi li abbiamo surclassati.

  • Versatilità del movimento = versatilità della gestione del movimento.
  • Corpo versatile = cervello versatile.

Grazie agli studi di paleontologia moderna, oggi sappiamo che il nostro cervello probabilmente è diventato così grande, così articolato e complesso proprio per gestire una capacità di movimento crescente e presente nel nostro stesso corpo.

La previsione

Tuttavia, correre per ore e ore, adeguandosi a qualsiasi terreno non sarebbe bastato per catturare la preda, se l’essere umano non fosse stato in grado di prevederne le mosse. Ed ecco la nostra seconda virtù: la capacità di previsione.

La preda normalmente scappa perché crede che quando sarà fuori dal campo visivo del suo predatore sarà salva. “Se non mi vede non mi pensa”, s’illude la preda. I nostri avi, invece, erano capaci di pensare la loro preda anche quando era fuori dal loro campo visivo.

L’essere umano osservava la preda, osservava il territorio e ipotizzava dove la preda avrebbe trovato terreno più congeniale per le proprie abilità atletiche. Oggi diremmo che il nostro avo cacciatore sfruttava la sua capacità di costruire modelli previsionali in base a quello che vedeva.

Tutto questo avveniva grazie ad un particolare tipo di neuroni oggi noti come neuroni fusiformi, che noi esseri umani condividevamo e condividiamo con pochi altri animali. Di nuovo, quella tecnica rozza di procurarsi da mangiare, ossia correre dietro alla preda fino a sfiancarla, era già espressione della nostra genialità .

L’empatia

La versatilità e la capacità di creare modelli previsionali sarebbero state già qualità sufficienti a proiettare l’essere umano sulla vetta dei predatori. Tuttavia, il nostro avo aveva ancora una virtù che lo faceva sempre essere un passo avanti rispetto alla sua preda: l’empatia. Due erano la virtù che derivavano da questa abilità:

  • Il gioco di squadra
  • L’adattamento alle caratteristiche uniche e irripetibili di quel momento, di quella preda e di quell’ambiente spazio temporale

L’empatia è un trucco del cervello?

Dell’empatia si dicono tante cose. In questa sede mi preme portare alla vostra attenzione un dettaglio: essa è di nuovo l’espressione di una qualità strutturale del nostro cervello di cui noi soli tra gli esseri viventi siamo dotati: i neuroni a specchio.

Quando si parla di empatia spesso si parla di essa come se fosse una qualità che alcuni decidono di sviluppare e altri no. Il problema è che l’empatia dipende da una struttura che tutti abbiamo e che nessuno può spegnere. Tutti noi la esercitiamo costantemente e sempre. Non si può spegnere. E consiste essenzialmente in questo:

  • Quando osserviamo un altro essere umano in noi si attivano le stesse aree cerebrali che si attiverebbero come se noi compissimo i suoi stessi gesti o assumessimo la sua stessa postura. Se lui mangia una banana davvero, nel nostro cervello si stanno attivando le aree cerebrali che utilizzeremmo se anche noi stessimo mangiando una banana davvero. Noi ci sentiamo come se fossimo lui.
  • Quando osserviamo un essere vivente anche se non si tratta di un essere umano, il nostro cervello si attiva come se lui fosse un essere umano. Attiviamo in noi le stesse aree cerebrali che si attiverebbero se noi stessimo facendo quello che lui sta facendo.

Adesso capite quale grande vantaggio era per i nostri avi, mentre correvano dietro ad una preda, avere nel loro cervello dei neuroni a specchio.

  • Mentre guardavano i propri compagni di caccia, si sincronizzavano gli uni con gli altri.
  • Mentre guardavano la preda, si sincronizzavano con lei, con i suoi ritmi, con i suoi movimenti.

Quando sentivano quello che i loro compagni sentivano, formavano una squadra; quando sentivano quello che la loro preda sentiva, erano la sua ombra e andavano dove lei va.

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