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Gratitudine al lavoro: riconoscere gli altri e dire grazie Gratitudine al lavoro: riconoscere gli altri e dire grazie

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Costruire invece di distruggere: la gratitudine al lavoro

In un periodo di parole violente, cariche di diffidenza, di malumore, dove tutto è dipinto di nero, il primo mattone per (ri)cominciare a costruire relazioni sane è la parola “grazie”.

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Oggi ho fatto una cosa che per me è importante: ho detto grazie.

Questa settimana per me e mio figlio è stata molto impegnativa dal punto di vista emotivo e fisico: ha solo 5 anni e ha già dovuto mettere l’apparecchio.

Giornata dura, oltre a reggere lo stress emotivo del sopportare un cambiamento tanto importante e invasivo, si è dovuto riabituare a masticare in modo nuovo. Se avete figli con apparecchio o se voi stessi l’avete portato da piccoli capite assolutamente cosa intendo.

Oggi ho detto grazie alla sua maestra perché Giovanni aveva smesso di mangiare e lei è stata fondamentale per fargli cambiare idea.

Non ne voleva sapere: aveva preso così male l’idea di quella ferraglia in bocca che ha fatto giorni senza toccare cibo. E quel che è peggio è che mi ha subito detto che non voleva mangiare all’asilo.

Per fortuna la sua insegnante, Stefania, si è messa lì e ad ogni pranzo – il momento davvero critico del contatto comunitario con gli altri è stata accanto a lui, e con pazienza gli ha tagliato il cibo, ha avuto l’accortezza di trovare le parole giuste e i modi per spiegargli e fargli capire come masticare. Gli ha fatto prendere il momento della pulizia dei denti con allegria.

“Sai mamma, abbiamo riso tanto perché la Stefy mi ha fatto il solletico in bocca con lo spazzolino!” mi ha detto all’uscita da scuola l’altro giorno.

Stamattina le ho scritto un messaggio ringraziandola, perché credo che sia doveroso riconoscere il merito di qualcuno quando fa il proprio mestiere bene, e lei lo ha fatto con una dedizione che è andata ben oltre il suo ruolo.

Nella vita mi è capitato spesso di ringraziare: la gratitudine è un atteggiamento positivo, di crescita. Spesso tutto è dato per dovuto, per assodato.

Se fai il tuo lavoro dai per scontato che debba essere fatto bene, e questo è ovvio, ma capita anche che un grazie ti motivi la giornata, ti faccia sentire con precisione che quello in cui riponi sforzi e passione sia davvero la cosa che stai facendo nel miglior modo possibile.

Ringraziare è doveroso.

Perché si ringrazia poco?

Al netto del buon che ho fatto nella vita ho sempre ricevuto pochi ringraziamenti. Più probabile beccarsi un cazziatone quando le cose non filano esattamente lisce. Eppure negli anni ho imparato che dire grazie rende saldi i rapporti, invoglia a fare di più, rende il clima lavorativo molto più disteso e la cooperazione diventa automatica.

Curioso che una pratica tanto positiva e costruttiva venga utilizzata poco.

Invece viene presa per debolezza, come se dire grazie a collaboratori e partner possa togliere di credibilità il proprio ruolo.

Dire grazie non è da deboli: è da giusti.

Di contro: continuare a tartassare le persone facendo notare solo quello che non va senza dare note positive quando serve crea stress e livore nei gruppi di lavoro.

Io ho imparato che in un lavoro, per quanto gestito singolarmente, non viene mai fatto da una persona sola. Viene fatto da chi ti passa il brief, da chi discute con te, da chi poi dovrà presentarlo. È fatto dal cliente che ti dà fiducia e ti chiede di risolvergli un problema.

È fatto da tutti quelli che rendono possibile arrivare puntuali a una presentazione. E no, non è sempre così ovvio che facciano ciascuno il proprio.

Grazie è quella parola che – il giorno in cui per qualche motivo qualcosa non dovesse andare dritto – verrà ricordata da chi ti può aiutare e in qual momento metterà quel tassello, farà quella telefonata, farà più in fretta che può, aggiungerà quel non dovuto che però permetterà di fare la differenza, e questo in risposta alla gratitudine che hai dimostrato nell’ apprezzare il suo lavoro la volta prima.

È gratis. Non costa nulla, ma costruisce molto

Lo faccio anche online, dando più visibilità che posso ai lavori ben fatti. Perché voglio che si sappia quando qualcosa è gestito bene. Ho dato anche una sorta di titolo ai miei post con questo contenuto.

[quando qualcuno è bravo glielo devi dire] – li intitolo sempre così.

L’ultima volta è stata per la strada di casa che l’amministrazione comunale mi ha rifatto.

Potrebbe sembrare ovvio che un’amministrazione pensi ai propri cittadini, in realtà era da circa 20 anni che la strada in terra battuta non veniva rimessa in piano, i tombini ormai erano tremendamente sporgenti e attraversarla in auto era una gimcana.

Questa amministrazione appena ha avuto la possibilità l’ha inserita nelle cose da fare e finalmente abbiamo una strada che si può dire tale.

Ho ringraziato pubblicamente.

L’ho trovato giusto perché c’è stata attenzione alle nostre necessità e nel tempo hanno trovato modo di porvi rimedio.

La maggior parte delle persone invece ha commentato con un “siamo sotto elezioni” , “era ora un altro po’ che aspettavano”. Ecco, io credo che imparare a costruire anziché distruggere serva a creare dialogo. Che sia importante smettere di comunicare prima l’odio che la gratitudine.

Che sia fondamentale tornare a una condivisione che parta dal positivo, senza dimenticare ovviamente che anche la discussione, la critica e il confronto servano, ci mancherebbe. Ma stiamo attraversando un periodo di parole violente, cariche di diffidenza, di malumore, dove tutto è dipinto di nero. E quando provi a costruire ti danno del buonista.

Ecco, io credo che, in un ambito così negativo, così intriso di pessimismo, ringraziare sia un atto rivoluzionario.

Quindi grazie.

Diciamolo senza paura. Diciamo bravo o brava a chi lo merita. Rendiamo pubblici i nostri sentimenti positivi.

Credo che sia molto più bello avere ragione con cortesia che avere successo con prepotenza.

 

Voi ringraziate? Come vi ponete nell’ambito social? Vi lasciate andare più alle critiche che alla costruzione positiva?

Valentina Maran è nata a Varese nel 1977. È una copywriter freelance. Si è formata nelle più grandi agenzie di comunicazione milanesi e dopo un trionfale licenziamento ha scritto “Premiata Macelleria Creativa” (Fandango 2011). Scrive per riviste, committenza privata, blog di ogni tipo e si occupa prevalentemente di questioni di genere, femminismo, parità di diritti nella comunicazione. Con la sua socia Vanessa Vidale ha una piccola agenzia di comunicazione che si chiama NoAgency dalla quale non può licenziare nessuno, tranne se stessa. Da anni è docente in corsi ITS e IFTS post diploma dove insegna creatività.

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Come WhatsApp può ancora emozionare

Si parla molto di come la tecnologia allontani le persone che sono vicine, ma si dimentica a volte che essa crea anche ponti tra persone lontane.

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Whatsappa può creare ponti e emozionare

Abbiamo parlato spesso di come la tecnologia debba essere utilizzata in maniera più consapevole, per evitare ad esempio la condivisione pazza ed esagerata di contenuti anche molto personali, e/o rischiando di cadere, come ci racconta anche l’attualità, in casi gravi come il Revenge Porn.

Siamo nell’epoca della disinformazione, nonostante le informazioni siano reperibili in maniera più veloce e capillare possibile. Ma per evitare di buttare via il bambino con l’acqua sporca, come si suol dire, vale la pena ricordare anche i momenti in cui tecnologia può addirittura commuovere.

Mi piacerebbe condividere con voi una storia di vita personale e di come, in questa situazione, la tecnologia, WhatsApp nello specifico, abbia reso un momento migliore di quanto uno potesse immaginare.

Partiamo dal principio: mia suocera, abruzzese, ha diversi fratelli ed alcuni di questi si trovano da altre parti del mondo, in particolare in Argentina e in Canada.

Per mantenere quel velo di privacy a cui tanto teniamo (e per evitare di predicare bene ma razzolare male, per restare in tema di proverbi), una delle sorelle la chiameremo Paola, anche se non è il suo nome. Parola è immigrata in Argentina negli anni 60 del ‘900 e, dopo decenni si matrimonio, ha perso suo marito.

Come fare in questo caso per far recepire il nostro messaggio di condoglianze?

Un messaggio ai parenti più vicini al defunto è una scelta rapida ma fredda, priva di tatto che sarebbe arrivata alla vedova in un secondo momento; una chiamata classica costa ancora troppi soldi e non rende bene l’idea di vicinanza anche se la voce può dare conforto, così internet ci è venuto in soccorso.

Grazie alla collaborazione della nuora di Paola, già perfettamente collaudata con questo mondo digital e che ha permesso questo collegamento, siamo riusciti ad effettuare una video chiamata.

Il contatto è stato particolarmente emozionante; immaginate voi stessi: due sorelle che non si vedono da più di un ventennio, si guardano “digitalmente” da uno schermo del telefono. Possono interagire e conversare come se fossero in due condomini vicini eppure ci sono migliaia di chilometri di distanza. Certo, manca il contatto fisico, ma purtroppo la situazione non ha permesso un nostro spostamento nel continente sud-americano in tempi brevi.

Quanto è bastato per fare un passo del genere?

Per noi di questa generazione poco o nulla: uno scambio di numeri telefonici tra persone iscritte al servizio WhatsApp, due tocchi in uno schermo che abbia una ricezione decente e si parte con la magia.

Per la generazione precedente?

Un insieme di funzioni strane fatte da noi “giovani” che hanno permesso ai due interlocutori di parlare e di emozionarsi contemporaneamente in due continenti diversi.

Ecco, questo è un metodo della tecnologia che amo e considero importantissima.

Non dobbiamo considerarla come uno strumento che allontana chi in realtà si trova vicino, come purtroppo succede spesso, ma come un qualcosa che avvicina chi è lontano.

Perché proprio WhatsApp quando, in un precedente articolo ho tessuto le lodi Signal, oppure quando esiste Facebook, Telegram e tante altre piattaforme?

Vi rispondo a questa domanda con un’altra domanda: quante persone conoscete che possiedono uno smartphone senza avere, prima o poi, installato l’applicazione di messaggistica più famosa al mondo?

A febbraio 2018, la piattaforma contava qualcosa come un miliardo e mezzo di utenti.

È inutile negarlo, chi ha uno smartphone, possiede anche WhatsApp e in quel momento molto delicato, iniziare a parlare di come cambiare app, scaricare quell’alternativa, poca privacy nell’altra, non aveva molto senso, così abbiamo optato semplicemente per la scelta più facile, immediata e, tutto sommato, quella che si è rivelata la più efficace.

In questo caso debbo dire che la punta di diamante per le chat della casa di Zuckerberg ha svolto pienamente la sua funzione di “ponte” tra l’Italia e l’Argentina, con una videochiamata fluida senza nessun tipo di intoppo, tranne qualche piccolo ritardo nei secondi subito dopo la connessione tra i due numeri.

Il mio è uno dei tanti e tantissimi casi quotidiani di uso di questa app, sicuramente ci saranno situazioni più importanti della mia, ma alla fine della conversazione, seppur impossibile cancellare dal volto delle due interlocutrici il dolore del lutto, la loro giornata e il loro umore è migliorato con una piccola soddisfazione, lasciatemelo dire, anche nel mio cuore.

 

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The End, The Doors

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Il CV: è ancora utile o è sorpassato?

Per alcuni, il curriculum è uno strumento vecchio, che appartiene al passato. Per altri, invece, rimane lo strumento cardine della selezione. Come deve essere per restare efficace?

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Il curriculum vitae è ancora utile per trovare lavoro?

Nei percorsi di orientamento professionale che tengo, dai corsi universitari ai corsi professionalizzanti, l’incontro che più ha successo è quello relativo a come si redige un curriculum vitae. Trovare il modo migliore di parlare di sé in un documento che viaggia per il mondo ha sempre creato non poca ansia.
Come lo scrivo? Quanto deve essere lungo? Questo ci va? Quest’altro? Ma gli hobby ci devono stare? Le incognite sono tante e gli studenti mi ringraziano perché hanno la possibilità di confrontarsi in diretta per avere qualche risposta alle loro domande. E alla fine se ne vanno certi di avere tutte le informazioni necessarie per scrivere in maniera efficace il loro cv.

Ma se c’è una cosa che impariamo dopo aver inviato un po’ di curriculum alle aziende è che la certezza in questo campo non esiste. I recruiter sono persone e come persone hanno dei punti di vista soggettivi che possono differire tantissimo da ciò che “può andare” a ciò che “non va”.

Al di là di questa forte componente soggettiva che è la parte affascinante e misteriosa dell’efficacia di un cv, l’incognita più grande, secondo me, è un’altra…

Il curriculum serve ancora?

È uno dei dibattiti più accesi specialmente su LinkedIn.
Ci sono persone che preferiscono nuovi approcci alla ricerca lavoro e vedono il cv come un legame con il passato quasi inutile. Preferiscono leggere blog personali, vedere video, scovare informazioni dai profili pubblici sui social, oppure ricorrono ad applicazioni di gamification o all’uso massiccio di form online letti da intelligenza artificiale in grado di fare matching automatico tra le competenze offerte dal candidato e quanto richiede l’annuncio di lavoro.
L’altra frontiera molto discussa è data da quelle realtà che si pongono di mediare tra te e l’azienda interessata all’assunzione e chiedono di inviare progetti, idee e soluzioni anziché sterili curriculum.

Sicuramente si tratta di un approccio nuovo che ci pone di fronte a un mutamento di coscienza su quello che è e che dovrebbe essere la ricerca di impiego, ma che crea ancora più confusione nei giovani che devono entrare nel mondo del lavoro. Se pensiamo che tanti di loro partono a costruire quella che dovrebbe essere la loro presentazione efficace in un formato statico, standardizzato e imprigionato da logiche burocratiche come il curriculum europeo, siamo ancora lontani dal capire quanto vale il mio cv nella ricerca di lavoro.

Come scrivere un CV che funziona

L’evoluzione sembra andare quindi nella direzione di abbandonare lo strumento, ma credo che non si tenga conto di una caratteristica fondamentale propria del cv: il curriculum non è importante solo nel contenuto, ma anche come contenitore. Il modo in cui ti presenti e cosa dici di te è fondamentale per fare la differenza. Selezionare le informazioni, scomporre, narrare, far emergere un filo conduttore nelle tante attività svolte, evidenziare alcune attitudini, sono azioni che aiutano il candidato a fare quella scrematura che dovrebbe favorire un giudizio personalizzato da parte di chi riceve il cv. È un lavoro di cesellatura, in cui lasciare le informazioni che riteniamo importanti pulendo da orpelli che tendiamo a fare. Il cv non è più la fiera delle vanità. Ormai è risaputo che non si deve “fare cose, vedere gente” per il solo gusto di aggiungere la figurina mancante e rendere colorito e variegato quel pezzo di carta.

È solo il modo in cui tendiamo a vedere il cv che dovrebbe cambiare. Nella vecchia logica che vuole questo documento un mero elenco delle attività professionali e formative, non ha molto più senso, perché tutte queste informazioni posso essere trovate facilmente e velocemente sui social network o in un blog personale arricchite da varie e migliori componenti (interazioni e conferme di competenze da parte di altre persone del tuo network, confronto con altri profili, ecc.).
Se rinnoviamo il tutto attraverso un’attenzione grafica più personalizzata, un’azione di selezione e un modo nostro di riportare le competenze, possiamo leggere il curriculum come il risultato di un percorso di crescita ed essere apprezzato perché possiede quell’elemento straordinario che ci valorizza veramente in un mondo di curriculum europei.

Far emergere se stessi

Insomma dobbiamo metterci più anima. Così si vede cosa realmente sappiamo fare. Non importa se tu devi giocare con un’app per dimostrare alcune tue abilità all’azienda che vuole assumerti, o se devi presentare un progetto specifico (a prescindere dal fatto se sia un modello selettivo etico o meno), quello che realmente importa è la visibilità e l’importanza che dai alle tue cose e a come racconti di te.

Forse è per questo motivo che alla fine non penso che il cv sia un elemento destinato a morire. Quando ti ricapita l’opportunità di lavorare su te stesso creando la tua storia professionale e selezionando le parole che meglio si addicono affinché si continui a parlare di te?

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