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Gratitudine al lavoro: riconoscere gli altri e dire grazie Gratitudine al lavoro: riconoscere gli altri e dire grazie

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Costruire invece di distruggere: la gratitudine al lavoro

In un periodo di parole violente, cariche di diffidenza, di malumore, dove tutto è dipinto di nero, il primo mattone per (ri)cominciare a costruire relazioni sane è la parola “grazie”.

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Oggi ho fatto una cosa che per me è importante: ho detto grazie.

Questa settimana per me e mio figlio è stata molto impegnativa dal punto di vista emotivo e fisico: ha solo 5 anni e ha già dovuto mettere l’apparecchio.

Giornata dura, oltre a reggere lo stress emotivo del sopportare un cambiamento tanto importante e invasivo, si è dovuto riabituare a masticare in modo nuovo. Se avete figli con apparecchio o se voi stessi l’avete portato da piccoli capite assolutamente cosa intendo.

Oggi ho detto grazie alla sua maestra perché Giovanni aveva smesso di mangiare e lei è stata fondamentale per fargli cambiare idea.

Non ne voleva sapere: aveva preso così male l’idea di quella ferraglia in bocca che ha fatto giorni senza toccare cibo. E quel che è peggio è che mi ha subito detto che non voleva mangiare all’asilo.

Per fortuna la sua insegnante, Stefania, si è messa lì e ad ogni pranzo – il momento davvero critico del contatto comunitario con gli altri è stata accanto a lui, e con pazienza gli ha tagliato il cibo, ha avuto l’accortezza di trovare le parole giuste e i modi per spiegargli e fargli capire come masticare. Gli ha fatto prendere il momento della pulizia dei denti con allegria.

“Sai mamma, abbiamo riso tanto perché la Stefy mi ha fatto il solletico in bocca con lo spazzolino!” mi ha detto all’uscita da scuola l’altro giorno.

Stamattina le ho scritto un messaggio ringraziandola, perché credo che sia doveroso riconoscere il merito di qualcuno quando fa il proprio mestiere bene, e lei lo ha fatto con una dedizione che è andata ben oltre il suo ruolo.

Nella vita mi è capitato spesso di ringraziare: la gratitudine è un atteggiamento positivo, di crescita. Spesso tutto è dato per dovuto, per assodato.

Se fai il tuo lavoro dai per scontato che debba essere fatto bene, e questo è ovvio, ma capita anche che un grazie ti motivi la giornata, ti faccia sentire con precisione che quello in cui riponi sforzi e passione sia davvero la cosa che stai facendo nel miglior modo possibile.

Ringraziare è doveroso.

Perché si ringrazia poco?

Al netto del buon che ho fatto nella vita ho sempre ricevuto pochi ringraziamenti. Più probabile beccarsi un cazziatone quando le cose non filano esattamente lisce. Eppure negli anni ho imparato che dire grazie rende saldi i rapporti, invoglia a fare di più, rende il clima lavorativo molto più disteso e la cooperazione diventa automatica.

Curioso che una pratica tanto positiva e costruttiva venga utilizzata poco.

Invece viene presa per debolezza, come se dire grazie a collaboratori e partner possa togliere di credibilità il proprio ruolo.

Dire grazie non è da deboli: è da giusti.

Di contro: continuare a tartassare le persone facendo notare solo quello che non va senza dare note positive quando serve crea stress e livore nei gruppi di lavoro.

Io ho imparato che in un lavoro, per quanto gestito singolarmente, non viene mai fatto da una persona sola. Viene fatto da chi ti passa il brief, da chi discute con te, da chi poi dovrà presentarlo. È fatto dal cliente che ti dà fiducia e ti chiede di risolvergli un problema.

È fatto da tutti quelli che rendono possibile arrivare puntuali a una presentazione. E no, non è sempre così ovvio che facciano ciascuno il proprio.

Grazie è quella parola che – il giorno in cui per qualche motivo qualcosa non dovesse andare dritto – verrà ricordata da chi ti può aiutare e in qual momento metterà quel tassello, farà quella telefonata, farà più in fretta che può, aggiungerà quel non dovuto che però permetterà di fare la differenza, e questo in risposta alla gratitudine che hai dimostrato nell’ apprezzare il suo lavoro la volta prima.

È gratis. Non costa nulla, ma costruisce molto

Lo faccio anche online, dando più visibilità che posso ai lavori ben fatti. Perché voglio che si sappia quando qualcosa è gestito bene. Ho dato anche una sorta di titolo ai miei post con questo contenuto.

[quando qualcuno è bravo glielo devi dire] – li intitolo sempre così.

L’ultima volta è stata per la strada di casa che l’amministrazione comunale mi ha rifatto.

Potrebbe sembrare ovvio che un’amministrazione pensi ai propri cittadini, in realtà era da circa 20 anni che la strada in terra battuta non veniva rimessa in piano, i tombini ormai erano tremendamente sporgenti e attraversarla in auto era una gimcana.

Questa amministrazione appena ha avuto la possibilità l’ha inserita nelle cose da fare e finalmente abbiamo una strada che si può dire tale.

Ho ringraziato pubblicamente.

L’ho trovato giusto perché c’è stata attenzione alle nostre necessità e nel tempo hanno trovato modo di porvi rimedio.

La maggior parte delle persone invece ha commentato con un “siamo sotto elezioni” , “era ora un altro po’ che aspettavano”. Ecco, io credo che imparare a costruire anziché distruggere serva a creare dialogo. Che sia importante smettere di comunicare prima l’odio che la gratitudine.

Che sia fondamentale tornare a una condivisione che parta dal positivo, senza dimenticare ovviamente che anche la discussione, la critica e il confronto servano, ci mancherebbe. Ma stiamo attraversando un periodo di parole violente, cariche di diffidenza, di malumore, dove tutto è dipinto di nero. E quando provi a costruire ti danno del buonista.

Ecco, io credo che, in un ambito così negativo, così intriso di pessimismo, ringraziare sia un atto rivoluzionario.

Quindi grazie.

Diciamolo senza paura. Diciamo bravo o brava a chi lo merita. Rendiamo pubblici i nostri sentimenti positivi.

Credo che sia molto più bello avere ragione con cortesia che avere successo con prepotenza.

 

Voi ringraziate? Come vi ponete nell’ambito social? Vi lasciate andare più alle critiche che alla costruzione positiva?

Valentina Maran è nata a Varese nel 1977. È una copywriter freelance. Si è formata nelle più grandi agenzie di comunicazione milanesi e dopo un trionfale licenziamento ha scritto “Premiata Macelleria Creativa” (Fandango 2011). Scrive per riviste, committenza privata, blog di ogni tipo e si occupa prevalentemente di questioni di genere, femminismo, parità di diritti nella comunicazione. Con la sua socia Vanessa Vidale ha una piccola agenzia di comunicazione che si chiama NoAgency dalla quale non può licenziare nessuno, tranne se stessa. Da anni è docente in corsi ITS e IFTS post diploma dove insegna creatività.

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Il problema non sono i risultati, ma le aspettative

Un risultato può essere deludente solo se non corrisponde alle nostre aspettative: ma come si creano e quanto sono pertinenti in un mondo fatto da sistemi complessi?

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uomo fosso aspettative

Non so voi, ma a me capita spesso di essere più concentrato sui (mancati) risultati che sulle (errate) aspettative.

L’altro giorno, ad esempio, sono stato in piscina e ho preso una porta in faccia.
Mancavo da un pezzo, da tanto che non ricordavo più l’odore del cloro e l’umidità che ti investe quando passi dagli spogliatoi alle vasche.

Ci sono andato con un obiettivo preciso: fare 60 vasche da 25 metri in 15 minuti.
Cuffietta nuova di zecca, occhialini tecnici, un po’ appanzato devo dire, ma determinatissimo.

Entro in acqua e inizio subito il riscaldamento, che la temperatura non è quella della piscina idromassaggio. Poi mi posiziono in corsia tre, guardo l’orologio appeso al muro, faccio un lungo respiro e parto con la prima spinta.
Esco dalla vasca quarantacinque minuti dopo, visibilmente distrutto, con un record non invidiabile di 30 vasche, ovvero la metà del risultato obiettivo nel triplo del tempo atteso. Un trionfo, ho pensato.

Dalle mie parti, qualcuno potrebbe dirmi: Bravo, mona! Ho scoperto solo dopo che l’obiettivo che mi ero dato era più o meno simile al record mondiale di nuoto in stile libero in vasca corta. Record. Mondiale. Ma sul momento ho incartato il senso di delusione e l’ho infilato nella borsa dei panni sporchi, mentre mi avviavo al parcheggio.

In seguito, però, rientrando a casa in auto con il pilota automatico e la testa che continuava a lavorare, mi sono reso conto che a volte attacchiamo il mirino sul bersaglio sbagliato: se fissiamo l’asticella delle aspettative troppo in alto, poi è difficile misurarsi sui risultati.

Nel gioco delle tre carte, il problema siamo noi

Prendiamo la politica.
Se un candidato ci dice che una volta eletto farà delle cose per ottenere certi risultati, noi abbiamo solitamente due atteggiamenti simultanei e contrari: in linea di massima non gli crediamo (e cioè pensiamo che menta) ma se in qualche modo ci convince a stare dalla sua parte, gli diamo comunque un minimo di credito e lo aspettiamo al varco.

Nulla di strano. Ma se poi quello stesso politico viene eletto e non fa quello che ha promesso, nel modo in cui lo ha promesso, con i risultati che ha promesso, c’è chi comprensibilmente si incazza.

E chi si incazza di solito è super esigente, con il politico: ha detto che usciva dalla politica, ha detto che toglieva le accise, ha detto che aboliva la povertà, ha detto che avrebbe creato un milione di posti di lavoro, e non lo ha fatto!

Bene. Ma allora mi chiedo: siamo sicuri siano tutti dei cialtroni inaffidabili? Non è che piuttosto abbiamo cannato le nostre aspettative?

Quante volte accade, nel nostro lavoro, di mancare un obiettivo, di presentare un bel pacco di slide cui non daremo seguito per poi ripresentarle ciclicamente, di dare una scadenza e non riuscire a rispettarla, di stilare la lista delle cose da fare in giornata e finire che abbiamo fatto tutt’altro.

Eppure, quando parla un politico, paradossalmente prendiamo alla lettera qualsiasi intenzione, qualsiasi piano, qualunque desiderata.
Il politico naturalmente fa il suo gioco   e qualche volta è il gioco delle tre carte  ma noi abbiamo una scelta che spesso ci precludiamo.

Possiamo scegliere di ridimensionare consapevolmente le nostre aspettative, oppure di metterle quanto meno in prospettiva filtrando con senso critico le cose che dice.

Capire il contesto per gestire le aspettative

Da qualche anno gira un modello che si chiama Cynefin, che è tornato alla ribalta per supportare tutto il filone dell’agile.
Per farla breve, spiega che il rapporto causa-effetto è evidente, perfino banale, solo in contesti semplici. Un incrocio con un semaforo è un contesto semplice, ad esempio.

A mano a mano che il contesto diventa articolato, questo rapporto si fa fatica ad afferrarlo. Nei contesti complicati, per cogliere il nesso bisogna avere un grado elevato di conoscenza. L’impianto elettrico di casa mia è un buon esempio: come funziona non è evidente a tutti, ma ad un elettricista sì.

Nei contesti complessi, invece, il nesso causa-effetto di un’azione lo si può cogliere solo a posteriori, perché ci sono troppe variabili che si condizionano a vicenda.

Un mio collega dice che un dominio complesso è come una festa di compleanno per bambini. Puoi fare dei tentativi, per tenerli buoni, ma non sai a priori cosa catturerà la loro attenzione, come si influenzeranno tra loro, se e come interverranno i genitori. E la stessa festa, con gli stessi invitati, il giorno dopo, avrebbe una dinamica diversa, non ripetibile né prevedibile in anticipo.

L’azienda e la politica se ci pensate non sono diversi da una festa di compleanno per bambini. Sono sistemi complessi. Non in maniera assoluta, ovviamente: in questi sistemi convivono cose semplici, cose complicate e cose complesse.

Un nuovo impianto aumenta la capacità produttiva: questo è evidente. Ma lanciare un nuovo prodotto sul mercato è un dominio complesso: puoi stimare come reagirà il tuo target, ma ci sono molte cose che non sai (e molte altre che non sai nemmeno di non sapere).

Il problema di mettere a fuoco

Lo stesso limite lo vedo quando si parla di analisi di clima in stile wonderful-place-to-work (così non faccio torti a nessuno).

Io posso chiedere, con crocetta in scala 1–5 a tutti i dipendenti, se nel loro contesto “si può contare sulla collaborazione delle persone?” o se “i responsabili sono disponibili ed è facile parlare con loro?”, ma se poi mi concentro sui risultati rischio seriamente di andare a sbattere.

La cosa grossa qui non sono i risultati, ma le aspettative: se sei uno stagista e ti aspetti che il CEO del tuo gruppo sia facilmente disponibile a fare due parole con te, e questo non accade, il problema non è che non accade. Il problema è che ti aspetti la cosa sbagliata o, per dirla in metafora, il problema è che ti concentri su quante galline catturi in un’ora e non sul buco nel pollaio.

Allo stesso modo, in politica puoi ad esempio prendere decisioni economiche secondo dei modelli, ma non è detto che funzionino, perché il risultato dipende da troppe variabili molte delle quali non sono sotto controllo, e non potrebbero esserle. Ma anche qui: se non si mette a fuoco il vero problema – l’indeterminatezza dei risultati – c’è il rischio di restarne schiacciati.

Da dove vengono le nostre aspettative?

Le aspettative possono essere legate alla nostra esperienza personale (ho sempre mangiato benissimo, in questo ristorante, quindi mi attendo lo stesso livello ad ogni visita), ma il più delle volte sono veicolate tramite canali esterni.

Pensiamo ad esempio ai social media e a come contribuiscono a definire le nostre aspettative a tutti i livelli, persino a livello di perfezione fisica: i filtri per ringiovanire i volti sono diventati talmente comuni che restiamo colpiti se un nostro contatto pubblica una sua fotografia con rughe o imperfezioni troppo evidenti.

Nello stesso modo i media, in generale, ci comunicano delle immagini che poi dovremo sovrapporre alla realtà. Questo fenomeno è stato studiato a lungo da chi si occupa di percezione della qualità. In particolare è famoso il modello di Christian Grönross (1984) che definisce la qualità come il prodotto, o come il risultato, di ciò che ci si aspetta rispetto all’esperienza effettiva.

In pratica, se paghiamo 40 Euro per una notte in hotel, non avremo grandi aspettative sulla colazione. Trovare un buffet variato e con prodotti freschi segnerà la nostra esperienza in modo totalmente positivo, e quindi avremo tendenza a considerare tutta l’offerta come di buona qualità. Lo stesso tipo di trattamento in un 5 stelle ci avrebbe deluso per la mancanza di frutta di stagione.

La complessità crea complessità… ma non a tutti piace

Per quanto riguarda la politica, le aspettative sono sicuramente legate alle nostre esperienze passate, ma tenderanno a formarsi anche rispetto ai messaggi che riceviamo: un politico che sa come comunicare saprà convincere, anche senza usare sempre il metro della verità per misurare messaggi e sparate.

Nell’articolo che citavo poco fa, pubblicato sempre su Purpletude, avevo parlato della necessità di esplorare spazi di non verità e un lettore aveva reagito con un commento che mi aveva colpito: “Proporre ricette economiche di cui non sei sicuro è stupido. In politica, poi, è la cosa peggiore. Dire, sapendo di mentire, che hai un grande esercito e che se vai in guerra vinci di sicuro, è una disgrazia”.

A parte non essere una disgrazia (si chiama inganno militare e c’è chi lo usa tutti i giorni dalle parti della penisola coreana), in realtà non c’è nessuno al mondo che può essere sicuro degli effetti di una ricetta economica o dell’esito di una guerra. Al massimo ci si può aspettare che uno sia sicuro che ci sono buone o ottime probabilità di riuscita.

Essere coscienti che l’immagine che ci viene proposta non corrispondente necessariamente alla realtà è possibile solo allenando costantemente la capacità di distinguere le parti complesse da tutte le altre.

Perché le aspettative devono sempre essere semplici, per loro natura, e di conseguenza la comunicazione di queste stesse aspettative tenderà a semplificare la complessità (leggi: la realtà). E questo è il modo migliore per rimanere delusi dai mancati risultati.
O incazzati per le promesse non mantenute.

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Come prendersi cura del proprio cervello

Come prendersi cura del proprio cervello? È una domanda scottante oggi. Nessuno infatti vorrebbe assistere al decadimento del proprio cervello.

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cervello

Tra le domande più scottanti che si pone la medicina moderna due ruotano attorno ad un solo organo, il cervello, e sono:

Della prima sappiamo molto, anzi moltissimo, ma sembra non bastare mai. Ogni volta che diciamo “Sappiamo come il cervello funziona!”, infatti, emerge un dettaglio nuovo, che svela un altro dettaglio nuovo, che a sua volta svela un altro dettaglio nuovo. Più impariamo, più ci rendiamo conto di non sapere.

Della seconda sappiamo poco, anzi pochissimo. Eppure quello che sappiamo, se applicato, potrebbe produrre effetti importanti per molti: prevenzione, gestione e cura di molte condizioni di sofferenza cerebrale.

Tuttavia, la nostra convinzione rimane quella che solo chi sa come funziona il cervello, può sapere come prendersene cura. Così finisce che di tutto quello che sappiamo non abbiamo il coraggio di fare tutto quello che potremmo. Preferiamo aspettare in attesa di saperne di più.

Quello di cui vi parlerò potrà apparirvi troppo semplice per essere utile nella cura di disturbi così complessi come le demenze, i disturbi degenerativi e tutte quelle piccole manifestazioni di disfunzione mentale che fanno tanto soffrire chi ne è portatore e chi gli vive accanto. Eppure è tutto estremamente efficace, scientifico e soprattutto alla portata di tutti. Se volete saperne di più. potete iniziare leggendo gli splendidi Go Wild e Spark del dottor John J Ratey.

Il benessere del cervello è un business che ancora non funziona

Il benessere del cervello umano è un potenziale business da tanti milioni di soldi! Chiunque abbia due spiccioli da parte (ad esempio Google) decide di investirli anche in neuroscienze. Tuttavia nessuno è ancora riuscito a trovare un “farmaco” che raggiunga quelli che sono gli obiettivi più ambiti:

  • Proteggere il cervello dal suo fisiologico decadimento,
  • Curare la degenerazione cerebrale che è caratteristica di disturbi oggi assai diffusi come la malattia di Alzheimer, Encefalopatia vascolare, Sclerosi Multipla, Sclerosi Laterale Amiotrofica.

Quindi, ci troviamo in una condizione in cui il tessuto corporeo più prezioso, quello nervoso, a cui nessuno vorrebbe mai rinunciare, è quello su cui si fa più ricerca, ma per cui si hanno meno strumenti farmacologici efficaci.

Lo stile di vita come farmaco per il cervello

In questo scenario sconfortante, negli ultimi decenni molti ricercatori hanno trovato il coraggio di battere un altro punto di vista: dedicarsi allo studio degli effetti dello stile di vita sul benessere del cervello umano. Esatto, stile di vita. Quindi, nessun nuovo farmaco, solo vecchie abitudini.

Il modo in cui ciascuno di noi vive, infatti, ha un effetto su come il cervello di ciascuno di noi sta. Il cervello sente, ascolta, vede, tocca e gusta tutto quello che viene in contatto con i nostri sensi. E, quel che è più importante, reagisce a tutto. Quindi, quello che nella nostra vita gli proponiamo o non gli proponiamo lo influenza, nel bene e nel male.

Le basi dello stile di vita come farmaco per il cervello

Ho voluto riassumere tutte le importanti conclusioni di anni di studi sullo stile di vita come farmaco per il cervello, in tre punti:

  • 6 domande
  • 6 azioni
  • 6 qualità

6 Domande

I ricercatori più intraprendenti si distinguono dagli altri per il coraggio di farsi domande che gli altri non si fanno. Alcuni ricercatori si sono fatti veramente delle domande geniali. Ecco le 6 domande a mio avviso più importanti che alcuni di loro si sono fatti:

  • Quale modo di mangiare rinvigorisce il cervello?
  • Che tipo di movimento rinvigorisce il cervello?
  • Quale ambiente rinvigorisce il cervello
  • Che effetto hanno le relazioni sul benessere del cervello?
  • Durante il sonno, in che modo il cervello si rinvigorisce?
  • Che effetto fa la meditazione sul benessere del cervello? E soprattutto qual è la meditazione che fa bene al cervello umano?

Sembrano domande banali, ma per chi è immerso tutto il giorno nella complessità, farsi una domanda semplice a volte è la cosa più difficile.

6 Azioni

Naturalmente a domande così importanti difficilmente si può dare una risposta rassicurante e definitiva. Tuttavia, chi lavora su domande importanti ottiene sempre informazioni importanti, anche se non definitive. In particolare, sono emerse 6 azioni a cui ciascuno di noi dovrebbe porre attenzione per sapere come prendersi cura del proprio cervello:

  • MANGIARE IN MODO VARIEGATO. Il cervello umano si distingue dal cervello degli altri esseri viventi per l’estrema varietà di azioni che sa compiere. Al tempo stesso si caratterizza in quanto necessita di un apporto di alimenti variegato per esprimere a pieno le proprie potenzialità.
  • ALLENARSI ALL’AGILITÀ E ALLA VERSATILITÀ. Nel cervello, come nei muscoli, vale il principio “use it or lose it” (o lo utilizzi o lo perdi). Questo significa che le singole fibre nervose, come le singole fibre muscolari, si mantengono vitali solo se le utilizziamo. Se non le utilizziamo le perdiamo. Ecco perché l’allenamento (e il movimento in generale) dovrebbe contenere combinazioni di movimenti differenti. Dove non c’è differenza, c’è perdita! Camminare è perfetto, ma camminare in un sentiero tortuoso è meglio. Correre funziona, ma correre nel traffico o in un sentiero è meglio. Sollevare pesi va bene, ma sollevare pesi con forme inconsuete funziona di più.
  • DORMIRE. Alternare ai momenti di veglia dei momenti di sonno. Vivere come se il sonno non fosse un intervallo di tempo passivo, in cui i deboli recuperano le forze, ma attivo, in cui il cervello metabolizza le esperienze vissute e memorizza le informazioni che ha raccolto. (Avevo parlato del sonno già un anno fa).
  • STARE IN NATURA. Garantirsi momenti in cui vivere immersi nella natura. Un bosco, una spiaggia, la campagna, il deserto … in tutte queste condizioni l’essere umano raccoglie una miriade di stimoli che aiutano il cervello a mantenersi adatto alle condizioni climatiche presenti in quel momento.
  • COLTIVARE LE RELAZIONI. Esatto coltivare le relazioni come si coltivano le piante nell’orto. Dedicare tempo, spazio ed energia alla creare e mantenere relazioni con gli altri. È vero, con l’abitudine si riesce a vivere bene anche da soli, ma è grazie all’interazione con gli altri che ognuno di noi conosce veramente se stesso.
  • COLTIVARE LA CONSAPEVOLEZZA (awareness) . Praticare regolarmente attività che portano la mente a ritrovare il proprio centro. Uso apposta un linguaggio non neuroscientifico, per riferirmi a quello a cui ambiscono normalmente coloro che praticano la meditazione. Sappiate tuttavia che l’effetto “meditazione” non è altro che quella condizione in cui tutto il cervello pulsa ad uno stesso ritmo e tutti i neuroni sono sincronizzati. Il che significa che questo effetto può determinarsi anche quando ricevete un massaggio o lo fate; quando annaffiate i vostri fiori; quando suonate uno strumento musicale, quando cucinate, quando guardate un bel panorama o i vostri figli che giocano. La meditazione seduta in posizione del Loto è un modo adatto per alcuni, ma non per tutti. Ognuno dovrebbe trovare il suo di “in medio” stare (ossia stare in mezzo – meditare) .

6 qualità

Da questo derivano 6 qualità che non dovrebbero mai mancare nella vostra vita.

  • Varietà
  • Sfida
  • Calcolo
  • Immersione
  • Relazione
  • Riassunto/focalizzazione

Tornando all’inizio, quindi, chi volesse sapere come prendersi cura del proprio cervello dovrebbe impegnarsi a vivere una vita ricca di varietà, non tirarsi indietro davanti alle sfide, prendersi un tempo per lasciare che il cervello calcoli e metabolizzi quello che è accaduto. Trovare un tempo per immergersi nella natura, coltivare le relazioni con gli altri e ogni tanto dedicarsi a immaginare un centro attorno a cui far ruotare la propria vita.

Strana ironia della sorta

La cosa buffa è che le stesse attività che sono utili per prendersi cura del proprio cervello sono utili anche per prendersi cura del proprio corpo. Come se il modo migliore per prendersi cura del proprio cervello fosse quello di prendersi cura del proprio corpo.

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