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Ho visto un sogno diventare realtà (e tutto è iniziato con un licenziamento)

Un licenziamento, una presa di coscienza, un percorso di career coaching: un progetto di vita che si realizza, nonostante le avversità. Di storie come questa, dovremmo tappezzarci i social.

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È passato un anno e mezzo.
Ricordo la sua voce stanca, a tratti triste, mentre parlava di quelle interminabili ore passate in ufficio a rispondere a clienti perennemente insoddisfatti. E così, alla fine, insoddisfatta lo era diventata pure lei.

Un primo, flebile tentativo di parlarne col compagno. La solita, annichilente risposta di chi a mettersi in discussione proprio non ne è capace: “E allora? Neanche a me piace il mio lavoro, ma meno male che ce l’abbiamo. Altrimenti non si mangia”.

Già. Anche lei se lo ripeteva, in realtà. Ma cosa stava mangiando, esattamente? E a quale prezzo, soprattutto? Si interrogava sul valore di sé, di ciò che sapeva, di ciò che voleva. È lo stipendio a definire il nostro valore o è la passione che mettiamo nel guadagnarcelo? Possiamo scegliere o siamo destinati ad essere perennemente scelti?

Passa il tempo.
L’azienda è in crisi. Lei viene licenziata. Panico e paura negli occhi del compagno, luce e speranza nei suoi: “Che adesso tocchi a me?”. È solo un soffio di vento che passa, ma se lo terrà in tasca, per pensarci a modo. Non sa cosa vuole fare, né dove vuole arrivare, ma sa una cosa ed è importante: non si cammina in avanti per tornare indietro. Non si lascia la strada vecchia per una strada ancora più vecchia, non si affronta l’umiliazione di un licenziamento per ritrovarsi daccapo. Altri uffici, altri clienti, sempre lei. No. Deve valerne la pena. Da qui DEVE venirne fuori qualcosa di nuovo.

È dopo questa presa di decisione, urlata a gran voce nell’intimo del suo cuore, che la incontro. Perché tra le abilità straordinarie di questa donna c’è anche quella di saper chiedere aiuto.

“Ho perso il lavoro” mi dice.
“E cosa vuoi trovare?” rispondo io.
Viene fuori poco a poco, quasi con vergogna, ma senza dubbio con grinta. Ne è spaventata mentre lo dice, ma sa bene che dire le cose a voce alta è il primo passo per renderle più vere.
“Voglio insegnare matematica”. Esce tutto d’un fiato, tipo ‘un, due, tre, dillo e non ci pensi più’.

Il mio stupore è innegabile, ma la fibrillazione alle stelle. Sicuramente la vita sarebbe più semplice se non avessimo sogni. Sapremmo accontentarci e dirci che ‘basta così’.

“Dimmi di più” la incalzo. Non ci rendiamo conto che possono bastare tre parole a legittimare la nostra libertà di dire la verità.
“Finalmente” non lo dice, ma da un sospiro capisco che lo pensa. E mi racconta la storia.

“Frequentavo l’università, amavo molto quegli studi. Quel senso di perfezione che mi trasmettevano i numeri, un mondo in cui i conti tornavano sempre. Però mancava una cosa essenziale, l’appoggio dei miei. A furia di sentirmi dire che stavo perdendo tempo ho finito per crederci. Mi mancavano tre esami”.

Da qui in poi è una storia simile a molte altre. Arriva il primo lavoro, i primi soldi, tutto sommato con poca fatica. Qualche sprazzo di avanzo di carriera qua e là, per tenersi motivati. E in un attimo sono spariti 15 anni. Dove sono finiti? In realtà non importa granché, non adesso. A lei non interessa più ‘cosa si dovrebbe fare’, ora è licenziata, in licenza, libera. Di riprovarci. Di crederci, stavolta.

I nostri incontri finiscono, la sua rivincita, invece, è appena iniziata.

Un mese fa mi arriva un suo messaggio. Vuole parlarmi, ma non subito. Dopo il 23, ma non mi dice perché. Certo che sì, anche se la mia curiosità odia aspettare. Arriva il giorno, squilla il telefono.

“Matematica! Stamattina! Mi sono laureata! Ce l’ho fatta!”.
Mi viene da piangere, ma anche da ridere. È diversa anche la voce. Non sta nella pelle, anche quando racconta che a pochi giorni dall’ultimo esame il compagno l’ha lasciata.

“Non ce la faceva a vedermi realizzata”.

Eh già. Perché spesso la nostra infelicità si specchia nei traguardi degli altri. E a volte è troppo da sopportare.

“Mi fa male, molto, ma non posso più permettere che qualcun altro dia per persa la mia partita. Sono io a giocare, io in campo. Ora so cosa voglio, vado per la mia strada”.

E questa volta non la fermerà nessuno.

Da10 anni supporta le persone che cercano lavoro o intendono cambiarlo, offrendo percorsi personalizzati in base alle caratteristiche e alle esigenze della persona. Ha mosso i primi passi lavorativi negli Stati Uniti per poi tornare in Italia e certificarsi come Coach alla Coaching University milanese di Lorenzo Paoli apprendendo uno stile di Coaching incentrato sul cliente, sulle proprie emozioni e blocchi e soprattutto sulle strategie più efficaci per aiutarlo a raggiungere i propri obiettivi.

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La lettura: un atto di ribellione

Quanto si legge in Italia? Cosa si legge? E su quale supporto? I dati ISTAT descrivono una realtà in cambiamento, dove il libro sta diventando uno strumento di ribellione.

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I ribelli leggono i libri

Si sa, la lettura è una di quelle azioni che, all’inizio della nostra storia, viene insegnata prevalentemente a scuola, con i grossi e noiosi libri di storia, italiano, arte e tante altre materie.

Rimane così impressa nella nostra mente l’idea che lettura sia solo per scopi professionali ed accademici; di conseguenza, se prendo in mano un libro, è solo per un esame o una reale necessità.

Oltre a questo, fortunatamente, la lettura da semplice attività di insegnamento,potrebbe divenire una vera passione, un modo per continuare, detta in maniera semplicistica, ad allenare la mente.

Secondo l’ISTAT

Secondo dati ISTAT nel 2017 il 41% della popolazione italiana, dai 6 anni in su, ha letto almeno un libro per motivi che non derivano per forza dal sistema scolastico e lavorativo.

Gli stessi dati dimostrano quanto sia maggiormente interessata, e quindi lettrice, la popolazione femminile (47,1%) rispetto a quella maschile (34,5%).

La prima vera istituzione che insegna l’arte della lettura è proprio la famiglia: laddove ci sono entrambi i genitori che amano i libri e perseguono nella lettura anche i/le propri* figli* continuano questa tradizione con una percentuale dell’80% dei ragazzi tra gli 11 e i 14 anni; se non si hanno entrambe le figure che dedicano del tempo a leggere la percentuale si dimezza del 39,8%.

Libro cartaceo o eBook?

In tempi di rivoluzione digitale, gli italiani preferiscono un libro cartaceo o un eBook?

Prima di passare alle statistiche, fermiamoci a capire cos’è e cosa significa avere un libro elettronico: un eBook è un libro in formato digitale e permette di essere letto in tutti quei dispositivi che ne supportano quella tipologia di file.

Per fare un esempio pratico: un eBook, per poter essere letto in un dispositivo Kindle di Amazon, deve essere nel formato mobi, a differenza di altri competitor che possono leggere gli eBook in formato epub.

Ci sono quindi diverse possibilità di leggere in maniera “paperless”, ovvero senza carta.

Sempre secondo i dati ISTAT, un/una ragazz* su 5 con età varia dai 15 e 24 anni, legge questa tipologia di libri, dovuta proprio al fatto di essere un “nativo digitale” e quindi considerare più immediato e comodo il fattore libro elettronico.

Libri contro social

I dati dimostrano un risultato certo: gli/le italian* leggono poco e lo fanno sempre meno.

Non si tratta più della questione formato del libro, cartaceo o digitale che sia, ma da qualcos’altro che ha catturato la nostra attenzione e ci ha letteralmente rapit*, sto parlando della tecnologia e dei social.

Infatti, i dati di wearesocial.com, in collaborazione con Hootsuite, dimostrano statistiche nettamente diverse rispetto alla lettura citata nelle righe precedenti.

Quasi 55 milioni di italiani hanno la connessione ad Internet, quindi 9 persone su 10 accedono alla rete.
35 milioni sono le persone del Bel Paese registrate ad un social network e attive tramite le stesse piattaforme.
E i social sono la fonte d’informazione primaria dei più giovani (il 43% della generazione Z si informa esclusivamente sui social contro il 35% che legge le notizie sui siti di informazione).

Fotti il sistema, leggi

I numeri parlano chiaro, più persone accedono alla rete e meno si dedicano alla lettura; d’altronde leggere è un qualcosa che conviene fare in posizione ferma, comoda e rilassata mentre i social sono l’antitesi dell’immobilismo, rappresentano la velocità, l’immediatezza con una validità dei post che può realmente “scadere” dopo pochi minuti.

Sono una enorme macchina “mangia dati” che ne richiede sempre di più; io la immagino simile alla grande struttura che sfrutta i lavoratori presenti nel fim Metropolis del 1927.

Tutto questo discorso mi fa scattare in mente una scritta su un muro per me molto rappresentativa, per quanto questo genere di street art, se così vogliamo chiamarla, a me proprio non piaccia: “fotti il sistema, studia”.
Una frase così, scritta su un muro, cioè l’immagine opposta a quella che può essere la rappresentazione collettiva dello studio in una biblioteca o dentro una classe, mi ha rapito e l’ho fatta mia.

Usare le stupende biblioteche che abbiamo nelle nostre città, fermarsi e perdersi nell’universo delle parole e delle frasi è la forma più scomoda e discostante che possiamo adottare nella nostra vita.

Ecco quindi che nell’era della globalizzazione, un atto molto più ribelle che uscire da tutti social, è proprio leggere.

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Lavorare per vivere (e non il contrario)

Scegliere la vita che si vuole significa prima di tutto decidere che spazio dare al lavoro e con che modalità affrontarlo. I consigli della Identity Coach.

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Donna al lavoro

Ogni giorno una freelance si sveglia e si fa in quattro per sbarcare il lunario.
Per molte persone l’azienda è uno one (wo)man show: non ci si può permettere di perdere neanche un colpo, neanche una deadline, neanche un cliente. Per lo meno, se si ha l’intenzione di chiudere l’anno in attivo.

Mi rivolgo soprattutto a queste persone che hanno fatto del lavoro indipendente la loro unica fonte di sostentamento, ma credo che anche molte altre possano ritrovarsi: infatti, vorrei riflettere con voi sul fatto che lavoriamo “perché bisogna farlo”.

Le mie clienti mi dicono spesso frasi come:
Lavoro un paio d’ore dopo cena e poi sono troppo stanca per fare altro e vado a letto” oppure “Sì, lo so, avevamo deciso che mi sarei svegliata prima per fare colazione con calma ma ne ho approfittato per rispondere a qualche e-mail”.

Come coach, io tendo a rispondere con un moderato “Parliamone…” che però, nella mia testa, era partito come un “No, no, no e poi no”.

La fregatura più grande: il lavoro nobilita l’uomo

Ah, perché? Mandare avanti una vita di coppia sana ed armoniosa non ci nobilita?
Passare del tempo a studiare, crescere, viaggiare, fare esperienze… non ci nobilita?

E di contro, se trasformiamo il lavoro che abbiamo scelto nella nostra arma letale, questo cosa fa di noi?
Personaggi del Cluedo, alla meglio. La signorina Giulia, in ufficio, con il Modello 730.

Questo vuol dire che il più bel lavoro del mondo non stufa mai? Certo che sì. Normalizziamo questo fatto: ogni attività comporta delle cose fastidiose da fare, ed è normale trovarsi a voler mandare a quel paese una decina di persone alla volta, ogni tanto. Enfatizziamo: ogni tanto.

In quale scenario vogliamo essere?

Bisogna trovare la quadra e capire in che scenario siamo o, per lo meno, vorremmo essere.

Scenario A:
Il lavoro è organico alla vita, e quindi include e facilita le cose che sono importanti per noi.

Un esempio di questo scenario può essere quello della mia cliente L, che ha lasciato un lavoro che detestava per dedicarsi ad un altro che sa fare bene, che le piace e che può fare da casa, facendo vedere ai suoi tre pargoli che si può scegliere!

Quando è venuta da me, L voleva un po’ di aiuto nel reintegrare le altre parti della vita che erano rimaste indietro: la vita di coppia con il marito, il tempo libero, i momenti di studio per migliorarsi nella sua attività. Insomma, un po’ tutto a parte il lavoro. E così abbiamo fatto.

Ci siamo riuscite non perché io l’abbia ipnotizzata con magici incantesimi, ma semplicemente perché L aveva capito la parte più importante: la vita è il nostro parco giochi, e sta a noi darle la forma che desideriamo.
Con i nostri giochi e insieme alle persone che scegliamo noi, e se qualcosa o qualcuno va bene per i parchi degli altri non è detto che debba andare bene per il nostro.

Scenario B:
Il lavoro è la nostra principale fonte di gioia e preoccupazione.

In questa situazione, spesso lasciamo che i risultati lavorativi ci definiscano come persone, facendo sì che la nostra immagine di noi stesse sia trascinata a destra e a manca da fattori sui quali non abbiamo il controllo.

Attenzione: in questo scenario si può anche avere successo. Talvolta molto, visto l’impegno e la mole di lavoro che si è disposte ad affrontare.
Peccato che il prezzo sia un’anima stracciata, che non ha posto per quelle cose che rendono la vita degna di essere vissuta e che il denaro potrebbe anche rendere più facili.

La buona notizia qui è: si può sempre scegliere.
La cattiva notizia invece è che si può sempre cambiare scenario, e se non stiamo attente il rischio e di ricascare sempre nel secondo.

E tu, in che scenario sei?

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