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I lavori che non vogliamo più fare (o che semplicemente non conosciamo)

Nessuno vuole più fare i cosiddetti “lavori umili”. Ma siamo sicuri di sapere di cosa stiamo parlando? Da dove viene questa idea che si debba studiare per forza?

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Il lavoro manuale è scomparso dai desideri di tanti giovani che si affacciano per la prima volta al mondo del lavoro.

Fino a qualche decennio fa, era semplice: o studiavi oppure andavi a imparare un mestiere, genere fabbro, falegname, muratore, meccanico o panettiere. La distinzione era netta tra lavori classificati come umili dalla società (non si sa bene il perché) e quelli più dignitosi, che, guarda caso, riguardavano un ufficio o qualcosa di similare.

È sempre un problema culturale (e di formazione…)

Il sentore comune è quello di non scegliere a certe professioni solo perché studiando, ci aspettiamo ben altro.
I giovani che si affacciano sul mondo del lavoro lo sanno bene, e vivono questo pregiudizio come una semplice verità. Tuttavia l’origine di questo modo di pensare non è dei giovani, bensì dei loro genitori: è una cultura e un approccio al lavoro che viene inculcato fin da bambini.

I genitori desiderano sempre il meglio per i loro figli ed è quindi scontato che tendano a indirizzarli verso lavori più in “sicurezza” e più “tranquilli”.
Sì, credo che la maggior parte delle volte il problema sia proprio questo: avere la sedia sotto il sedere espone in modo minore il proprio figlio ai problemi determinati da attrezzi affilati, da macchinari infernali ed esposizione ad altezze e a fatiche (come quella del sudore o dei turni di notte).

Per fare questi lavori basta il livello di formazione dei nostri nonni, quella terza o quinta elementare che la maggior parte degli italiani aveva nel periodo precedente al boom economico. Perché un nipote o bis nipote che ha una laurea, triennale o meno, dovrebbe abbassarsi a fare questo tipo di lavori?

Il ragionamento è comprensibile e anche il desiderio dei genitori di “tutelare” i figli da questi lavori “pericolosi” e “faticosi” lo è altrettanto. Poi, volete mettere, avere un figlio avvocato, medico, manager d’azienda, professore? Quanto eleva lo status sociale e i pettegolezzi da invidia.
E non ho ancora parlato dell’influencer, lavoro tanto amato dai giovani quanto sconosciuto ai più grandi, ma così affascinante dato il suono internazionale della parola e dai soldi facili che promette.

Soldi, soldi, soldi

Sì, perché forse il problema è anche l’immaginario collettivo distorto del guadagno.
Si pensa che un manager d’azienda possa guadagnare grandi stipendi e, soprattutto, fare carriera in fretta; invece se nasci falegname, muori falegname.

Ma chi lavora invece in azienda sa che talvolta non è proprio così. La logica di guadagno di professionisti dell’arte manuale è ben diversa e segue le logiche proprie della libera professione: più riesco a innovare, più guadagno, più mi differenzio nel mercato e più farò grandi introiti. Più sono raro, più mi cercheranno (avete mai provato a prendere appuntamento con un idraulico? Manco la Regina Elisabetta è così impegnata).

Gestire una piccola impresa artigiana non è niente di diverso (a livello di management) da quelle che oggi chiamiamo start-up, ovvero imprese in fase embrionale sempre legate all’idea iniziale che la maggior parte delle volte nascono in tre giorni e in uno chiudono.

Ma allora tutta questa perdita di entusiasmo nei confronti di lavori manuali o artigianali da che cosa è dovuta?

Mani pulite

Analizzando bene quei lavori più in deficit di appeal, c’è un comune denominatore che li unisce ed è quello delle mani sporche.
Fare un lavoro artigianale ti obbliga non solo a sporcarti le mani, ma averle quotidianamente immerse nei materiali da usare. Pensiamo a un ceramista, un fornaio, un falegname e un meccanico. La persona diviene un tutt’uno con la materia, le sue mani sono come le mani di Dio, creano, plasmano, aggiustano, lubrificano, rendono bella e utile la materia grezza.

Come dice un amico, Vincenzo Moretti, per fare qualsiasi lavoro devi metterci la testa, le mani e il cuore. E mai quanto nei lavori manuali! Senza uno di questi elementi il lavoro ne viene meno e non può rappresentare quella cosa capace di nobilitare l’uomo.

I lavori del settore terziario rappresentati da una scrivania, una poltrona e un computer non potranno mai competere con l’arte e il coinvolgimento di questi mestieri, ma vengono scelti dai giovani nella maggior parte dei casi perché sembrano lavori non faticosi e soprattutto più “sicuri”, non tanto in termini di rischi, quanto soprattutto di futuro.

Essere un professionista presuppone aprirsi una partita IVA e svolgere così la libera professione.
Per un giovane non è allettante iniziare in questo modo perché l’ambizione è di ottenere un contratto a tempo indeterminato sotto le dipendenze di qualcuno che possa garantirti il futuro.

Credo proprio che sia così, che il problema in Italia sia ancora il mito del posto fisso, la chimera dell’azienda come grande madre che abbraccia i suoi figli e li protegge dal mondo esterno.
Poi arriva la crisi e tutti ritorniamo a dover affrontare problemi più grandi di noi che ci lasciano in balia di ciò che accade. E forse allora, solo allora, torniamo a scoprire queste professionalità dimenticate.

È probabile che il vero problema sia la mentalità, o magari non c’è un problema: questi lavori stanno scomparendo e stiamo assistendo al lungo e pietoso funerale. Anche perché c’è l’idea – non necessariamente corroborata dai fatti – che il lavoro manuale sia quello che per primo subirà la concorrenza dell’automazione e dei robot.

Ma mentre di un manager meno in azienda non ce ne accorgiamo, quando a mancare è un meccanico che non può farti il tagliando o metterti le gomme invernali o quando hai bisogno del mobile fatto su misura per la camera dei bambini o ancora di costruire la casa dei tuoi sogni, la mancanza di un professionista-artigiano si fa sentire e può compromettere la nostra quotidianità.

Forse una soluzione c’è

Se il futuro non è dei manager, ma dei lavoratori come questi, c’è qualcosa che occorre rivedere.

Una provocazione potrebbe essere quella di creare nuove discipline accademiche volte alla conoscenza e alla riscoperta di questi lavori, che parlando di complessità non sono secondi a nessun tipo di lavoro d’ufficio o di prestigio sociale. Fare accademia e università intorno a questi mestieri può essere il giusto approccio a implementare la consapevolezza e la necessità di formazione dei giovani. Se la falegnameria o l’arte del maniscalco vengono relegati a corsi professionalizzanti dai dubbi obiettivi formativi, rimarranno per sempre emarginati dalla società e poco considerati.

Questo è un modello che già esiste in Svizzera e in Germania, con quella che viene definita la “doppia filiera” professionale: dopo la scuola dell’obbligo, un giovane può fare un apprendistato con alternanza scuola-lavoro per 3 o 4 anni, a dipendenza della disciplina.
Ottiene il suo certificato di meccanico, o parrucchiere, o lattoniere. Dopodiché, se lo desidera, può continuare la propria formazione a livello terziario, tramite le Scuole Universitarie Professionali o con diplomi professionali superiori.

Una questione di orientamento professionale

Si tratta quindi di lavorare sulla cultura, sull’immaginario collettivo e sui desideri della gente.
Basti pensare a ciò che è successo con gli chef stellati, diventati improvvisamente personaggi popolari e televisivi dando la possibilità di portare alla luce una professione che, fino a poco tempo fa, era sconosciuta ai più perché da centinaia di anni chiusi nel buio sociale e professionale di una cucina.

Questa popolarità, per altro di dubbio merito, ha permesso a molti giovani di iniziare a desiderare di essere cuochi, portandoli a intraprendere sempre più corsi di studio nell’enogastronomia.

Mi domando se anche questo problema non sia legato alla mancanza di orientamento nelle scuole.
I giovani non conoscono quali lavori possono desiderare, neppure quelli più basilari, figuriamoci quelli del futuro. E tutti si apprestano a divenire youtuber e influencer forse perché, vivendo i social, sono figure professionali che conoscono veramente bene e in cui si sentono già a loro agio.

Credo profondamente che l’uomo tecnologico di oggi sia solo una evoluzione dettata da mancanza di pratiche sociali come l’attenzione, la cultura e, soprattutto, l’orientamento nelle scuole superiori.
Forse dobbiamo incominciare da qui: da creare una cultura della conoscenza dei mestieri, con i loro pregi, i loro difetti e le loro effettive opportunità di inserimento nel mondo del lavoro.

Dal 2007 mi occupo del Career Service di Fondazione Campus di Lucca ovvero supporto gli studenti dei corsi di laurea e dei corsi professionali della realtà formativa a orientarsi nel mondo del lavoro e trovare le opportunità formative e professionali più confacenti alle loro competenze e attitudini cercando di favorire il placement. Nel corso degli anni ho ampliato le mie conoscenze di comunicazione e marketing per comprendere la relazione tra le persone e il lavoro focalizzando l’attenzione sulle tecniche di personal branding e reputazione offline e online.

Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Stiamo crescendo i nostri figli nella più profonda incoerenza.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…
Ti riporto una mia lettera alla Dirigente della scuola di mio figlio, siamo a Roma.

«Gentilissima Dirigente,

le scrivo con profonda amarezza questa comunicazione.
Le vorrei segnalare una situazione indecorosa della facciata della scuola del ‘Plesso Cicerone’ e della zona antistante.

Persistono ormai da sempre escrementi di cane ovunque che i ragazzi con gli zaini trolley si ritrovano ogni giorno a portare in casa, persiste uno stato di abbandono generale a causa della immondizia e dei cassonetti bruciati, la facciata ha una enorme scritta ‘VIVA LA DROGA’.

Questa situazione di abbandono (che ormai a Roma è diventata un problema generale) è davvero sconfortante in un luogo dove i ragazzi si trovano ogni giorno. Non so quanto potrà fare in merito a questi problemi, ma sento il dovere di segnalarglielo.
Le allego anche una foto che stamattina ho fatto passando davanti la scuola e che ha poi determinato la mia spinta a scriverle.

La ringrazio anticipatamente per il tempo che vorrà dedicarmi. Cordiali saluti»

Risposta della Dirigente Scolastica:

«Per anni ho sollecitato interventi a chi di competenza, che non è il Dirigente scolastico. La scuola non può sistemare i mali del mondo!!
La invito a porre le questioni in oggetto al Municipio VII (proprietario degli edifici scolastici e competente sulla manutenzione degli stessi, per legge) ed AMA per la pulizia delle strade. Se dicessi al mio personale di pitturare le pareti esterne degli edifici potrei anche essere sanzionata per questo. Magari lei sarà più fortunata. Saluti.»

Ho quindi concluso con questa mia risposta:

«Comprendo la sua posizione. Non mi trova però d’accordo su un punto: la scuola deve contribuire a cambiare i mali del mondo. Il futuro è lì e noi li stiamo facendo vivere nella più profonda incoerenza. La ringrazio comunque per il tempo che mi sta dedicando. Grazie, Saluti.»”

Cara amica, non voglio entrare nel merito delle responsabilità perché non ne conosco le dinamiche. Trovo – questo penso mi sia concesso dirlo – abbastanza svilente il continuo scarica-barile che troviamo spesso in buona parte delle nostre Istituzioni (non solo per quanto riguarda le scuole) laddove ci sia di assumersi una qualche responsabilità o, quantomeno, da rimboccarsi le maniche per adoperarsi e risolvere una specifica problematica.

Se è vero che non si può sapere a chi spetterebbe, in questo caso specifico, la prima mossa per dare una “ripulita” all’immagine della scuola, è altrettanto inverosimile che la scuola possa essere sanzionata per aver compiuto un gesto corretto e positivo, cioè quello della pulizia e del mantenimento dell’ordine. La scuola è un bene pubblico e pertanto chiunque si adoperi per renderlo più vivibile e condivisibile possibile non può che compiere un gesto meritorio. Se così non fosse, è indubbio che ci sarebbe qualcosa da rivedere a livello di regole.

Voglio concludere dunque questo post, anziché con un mio commento, raccontando un bell’aneddoto di qualche settimana fa, con la speranza che possa far tornare un po’ di speranza: i ragazzi della scuola media “Cavalieri” di Milano hanno usato centinaia di post-it colorati per ricoprire gli insulti rivolti alla dirigente Rita Bramante apparsi misteriosamente sul muro della loro scuola. Su ciascun bigliettino hanno poi scritto risposte di incoraggiamento e tanti complimenti, realizzando così un vero e proprio mosaico fatto di gentilezza e positività dai mille colori.

«Signora Preside non si scoraggi, non ci faccia caso. Sempre a testa alta!»
«Lei è la preside più brava di Milano»
«Mi dispiace per quello che è successo perché lei mette il cuore per noi e per questa scuola, le vogliamo bene!»
«Noi siamo dalla sua parte»
«Se non fosse presente con noi non sarebbe successo»
«Continui a lavorare siamo una squadra»
«Brava preside, quello che c’è scritto sul muro non è proprio vero»
«Lei viene anche nei week end per la nostra scuola e noi la ringraziamo e basta».

La risposta della preside, salutando i suoi studenti, è stata una citazione di Fabrizio De André: “È proprio vero che dal letame, a volte, se si ara il campo, se ci si lavora sopra, nascono i fior”. Per questo credo sia stato utile sfruttare il tuo racconto, cara lettrice, per ricordare anche questo aneddoto opposto: perché in mezzo a tanta cattiveria c’è anche chi riesce ancora a riconoscere il valore delle persone, del loro lavoro quotidiano e dei luoghi di condivisione dove, piano piano, vengono formati i cittadini di domani. I nostri figli. Che speriamo possano essere persone migliori.

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Crescere

Tempo per vivere o tempo per esistere?

Una persona per vivere deve anche esistere, ma non è detto che una persona che esiste scelga anche di vivere.

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Il periodo storico in cui viviamo è ancora una continua transizione tra innovazione e tradizione.

Siamo circondati da una tecnologia che, fino a qualche anno fa, era inimmaginabile.
La respiriamo un po’ ovunque, la portiamo con noi, la troviamo sia a casa che sul posto di lavoro.

Eppure tutta questa tecnologia non risparmia di dover uscire di casa, prendere l’auto – o qualunque altro mezzo di trasporto, andare all’ufficio di competenza e armarci di tanta, tanta pazienta, perché il sito internet ufficiale non offre lo stesso tipo di servizio che si può ricevere solo “dal vivo”.

L’ho fatto anch’io, qualche giorno fa, come tantissime altre persone che, quotidianamente, perdono tempo.

Incubo di una mattina di mezza estate

Ed eccomi qui, alla vigilia di un caldo Ferragosto, dentro un ufficio pubblico, proprio io che scrivo di digitale e di innovazione.

Dopo aver aspettato per un tempo accettabile (è pur sempre metà agosto), è arrivato il mio turno allo sportello.
Una signora visibilmente stanca (è pur sempre una mattina di metà agosto) mi accoglie per svolgere il lavoro per cui è pagata.

Noto che le pareti plastificate attorno a lei sono guarnite di cartoline, poster di cuccioli, santini e qualche citazioni tipiche da ufficio.Tra le tante immagini, una mi ha colpito in special modo:
– Vivo la vita aspettando qualcosa che non arriverà mai
– L’amore?
– No, la pensione.

Non ci ho messo molto per rendermi conto che quella frase, effettivamente, era fatta apposta per la signora allo sportello della vigilia di Ferragosto.

Emozioni per una frase

Questa frase non mi ha fatto sorridere per niente.
Anzi, mi ha colpito con due emozioni distinte e terribili nei confronti di questa persona: tristezza e disprezzo.

Perché tristezza? 

Per due ragioni: punto primo, perché la vita che si sta conducendo adesso, in questo preciso momento, ti piace talmente poco da sottovalutarla talmente tanto che, punto secondo, saresti dispost* a fare un “avanti veloce” nel tempo, fino ad arrivare al momento di meritata (?) e agognata pensione.

Perché disprezzo? 

Perché, se effettivamente questa vita non ti piace, significa che la stai bruciando nell’attesa di un qualcosa che non sai quando, e se, arriverà.
Quindi vivi in un perenne senso di attesa che crea solamente un gran quantitativo di ansia ed insoddisfazione nei confronti di ciò che ti passa davanti agli occhi. Di fatto, buttando via tempo.

Questione di numeri

Buttiamo giù due numeri: ipotizziamo che si ha la fortuna di vivere i canonici 83 anni, che è la speranza di vita media in Italia (tra l’altro una delle più alte al mondo.

Tra scuola, studi, tirocini, lavoro e carriera si potrebbe arrivare alla pensione all’età di 67 anni, proprio come prevede l’attuale decreto legislativo in vigore dal 1° gennaio 2019.

Ciò significa che l’81% della nostra vita è riempita da qualcosa che ci tiene occupat*, tra studio e lavoro, nell’attesa di raggiungere con grande ambizione lo stato sociale del/della pensionat*.

A 67 anni non sei più giovane e spensierat*.
Eppure in quel 19% rimanente della vita, dovremmo, o vorremmo, avere le forze necessarie, ed il tempo sufficiente, per goderci appieno l’esistenza attesa da decenni.

Vivere o esistere

Ecco che vengono alla luce una serie di riflessioni che mi porto dietro da tempo: questa lunga, infinita e triste attesa non significa vivere, bensì esistere. Che non è la stessa cosa.

Vivere è questo: aprire la mente, tenerla sempre attiva pronta ai cambiamenti e godersi dell’attimo che può cambiare la tua giornata, in meglio o in peggio. Vivere ha quindi un significato più completo perché racchiude in sé tutti i momenti belli, brutti, speciali che spesso tralasciamo e sottovalutiamo.

Come scrisse il saggio Krishnamurti, vivere può paradossalmente significare morire ogni giorno:
Quanto è necessario morire ogni giorno, ogni minuto! Morire a tutto, ai molti ieri e al momento appena trascorso. Senza la morte non può esserci rinnovamento, senza la morte non può esserci creazione.

Esistere, d’altro canto, è l’insieme di tutte quelle componenti che servono a farci vivere: respirare, mangiare, bere, e si sa, per vivere dignitosamente dobbiamo, anche lavorare.
L’esistenza è quando siamo all’interno della nostra “zona comfort”, ripercorrendo per anni la stessa routine senza un briciolo di sapore nuovo che può derivare da scelte diverse dalle solite a cui siamo abituati; scegliere una strada che sia nostra e non percorsa da altri.

Passare l’intera esperienza lavorativa che, ricordiamocelo, comporta una buona parte della nostra vita, aspettando il momento della pensione, significa buttare via i nostri momenti più preziosi, limitandoci ad esistere solamente

Ma cosa fa la differenza tra vivere ed esistere?
Il tempo, che dà valore aggiunto alle cose che dovremmo ricordare, valorizzare e non sprecare in sterili attese.
Un valore che sta proprio nella sua natura sfuggente: perché quando il tempo passa, non torna più.

 

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The Quiet Life, Dirty Gold 

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