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Il benessere del personale (e delle persone) non è solo questione di soldi

Lavoriamo per lo stipendio, ma questo non basta: cosa motiva veramente le persone? Cosa può fare il datore di lavoro per rinforzare l’impegno dei propri collaboratori?

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Ogni imprenditore sente e dichiara di avere a cuore il benessere dei propri dipendenti. La differenza sostanziale sta in cosa si intende per benessere.

Un errore diffuso consiste nel pensare che, per rendere felice un lavoratore, sia sufficiente pagarlo bene; o almeno il giusto, magari affiancando alla retribuzione qualche premio o altro beneficio monetizzabile.
È ovvio che tutti lavoriamo per guadagnare i soldi che ci servono per vivere e, possibilmente, per vivere bene; ma pensare che tutto sia riconducibile ad un quantum è limitato.

Vivo le aziende da oltre vent’anni, all’interno e da consulente, e mi sono resa conto che, indipendentemente dalle dimensioni, dal fatturato e dal settore merceologico, ricorrono tre elementi che fanno tutta la differenza nella percezione del proprio benessere da parte del personale.

E che tutti e tre hanno poco o niente a che fare con i soldi.

Crescita

Soprattutto tra i giovani, l’opportunità di crescere all’interno dell’azienda è fortemente motivante sia all’ingresso che nel tempo.
Questa è la ragione per cui tendono a prediligere le grandi aziende alle piccole.
Nonostante siano fortemente gerarchizzate e impersonali, molte di loro prevedono programmi di crescita strutturati, con regole di accesso standardizzate e chiare e quindi potenzialmente accessibili a tutti.

Crescere non significa solo fare carriera: si tratta di acquisire nuove conoscenze e competenze, da spendere all’interno e non solo; misurarsi con nuove sfide e opportunità; sperimentare nuovi modelli organizzativi e produttivi.

La crescita passa inevitabilmente per la formazione continua. Non solo formazione tecnica; anche – e soprattutto – formazione, per così dire, a-tecnica, per sviluppare quelle competenze trasversali utili alla crescita del singolo e dell’impresa.

Le resistenze di certi piccoli imprenditori verso la formazione si legano, aldilà del costo (spesso più immaginato che conosciuto), al suo effettivo valore e, in maniera più profonda, al ROI.
Un’obiezione che ho sentito spesso fare è: mentre loro sono in aula, non producono e io li devo pagare lo stesso.
In pratica, la formazione è vista come una specie di vacanza.

Qui credo che parte della responsabilità ricada su noi formatori e consulenti.
La difficoltà dell’imprenditore a comprendere il valore dell’investimento nella formazione delle proprie risorse, secondo me, dipende da una superficiale analisi dei bisogni formativi. Colleghi e colleghe mi perdonino la generalizzazione, ma troppo spesso ci concentriamo più sulla nostra offerta che sul risultato atteso.

L’imprenditore ha certamente chiaro cosa vuole ottenere; ciò su cui a volte è meno consapevole sono le cause per le quali quel risultato è disatteso e le modalità per ottenerlo.
Se i dipendenti sono troppo lenti nello svolgimento delle loro mansioni, forse non hanno bisogno di imparare a gestire il tempo; forse bisogna lavorare più in alto sulla chiarezza nell’assegnazione dei compiti e nella semplificazione delle procedure.

Un altro elemento strategico della crescita, è la capacità di valutare il potenziale di ciascuno, oltre l’attuale livello di esperienza o ruolo.
Più di una volta mi è capitato di incontrare persone in ruoli marginali che, però, mostravano un livello di conoscenza dell’azienda e dei suoi processi e, soprattutto, una tale voglia di accrescere il proprio contributo, da giustificare decisamente un investimento nella loro crescita.

Se nelle grandi imprese per queste figure emergere è difficile, nelle piccole – dove le filiere gerarchiche sono più contenute – bastano un pizzico di attenzione e di dialogo per scoprire su chi vale davvero la pena di investire.

A me è successo; e incontrare un imprenditore attento mi ha cambiato la vita.
Ancora studentessa, entrai come receptionist in una piccola azienda del settore del lusso. Era un lavoro noiosissimo; così, ogni volta che potevo, mi interessavo del lavoro degli altri, offrivo il mio aiuto (anche se non rientrava nelle mie mansioni) e lanciavo proposte. Il titolare se ne accorse e mi offrì di aiutarlo nell’organizzazione degli eventi aziendali.

Quando, due anni dopo, mi laureai, ero direttrice del marketing di quella azienda.
In quei due anni lui mi aveva formata e fatta formare e aperto ad un’opportunità professionale alla quale allora non avevo neppure pensato e che invece ha caratterizzato – poi – diciassette anni della mia vita lavorativa.

Coinvolgimento

Ovvero informazione, trasparenza e ascolto.

Molto spesso i dipendenti ignorano quali siano gli obiettivi dell’azienda. Sanno cosa devono fare, ma non sanno il perché.
E se non vedono immediatamente risultati, possono facilmente perdere motivazione.

Ignorare gli obiettivi, riduce anche la capacità di valutarli quei risultati e allora è sufficiente un fraintendimento, o un pettegolezzo, per insinuare il sospetto che le cose vadano male e i posti di lavoro siano a rischio.
D’altra parte, comunicare al personale quali sono i traguardi complessivi e cosa ci si aspetta da ciascuno di loro, crea senso di appartenenza.
Ogni lavoratore e lavoratrice sente di essere parte di un progetto più ampio e responsabile, per la propria parte, della sua realizzazione.
Parallelamente, i dipendenti devono essere aggiornati anche sugli andamenti, sia quando le cose vano bene che quando non.

Lo scopo non è solo coinvolgerli: chi è sul campo tutti i giorni potrebbe percepire elementi che sfuggono all’imprenditore, e fornire utili suggerimenti per correggere e ottimizzare.
Non si tratta di collettivizzare la gestione imprenditoriale, ma di attingere idee da chi vive il business materialmente.

In una mia ex azienda cambiarono il CEO. Il nuovo arrivato convocò una riunione con tutti i manager ed esordì così: “Voi ditemi tutto ciò che va bene e tutto ciò che non va e come lo cambiereste. Io ascolto e poi decido”.
Ci furono molte reazioni stizzite: che me lo chiede a fare se poi decide comunque lui?
Io, invece, ne rimasi piacevolmente colpita: per la prima volta, le decisioni non venivano prese solo leggendo numeri; per la prima volta, si cercava di capire il perché di quei numeri e come migliorarli.

Responsabilità

Questo, per me, è l’elemento che può radicalmente cambiare il benessere nell’organizzazione.
La responsabilità presa e data.
Responsabilità non significa colpa, ma capacità di prendere decisioni, di agire coerentemente, di farsi carico delle conseguenze e di adeguare scelte e azioni successive ai risultati.

Troppo spesso, nelle aziende, vedo aprirsi la caccia al colpevole; e quando questo colpevole non ha un volto e un nome, allora la colpa si trasferisce all’esterno: il mercato, la concorrenza, i clienti che non capiscono (tutti), i fornitori (tutti) che sabotano.

Non sono mai stata un’imprenditrice, ma sono stata a lungo una manager e la prima cosa che ho imparato è che quando le cose andavano bene, voleva dire che i miei collaboratori erano bravi; quando andavano male era una mia responsabilità.
Era compito mio che lavorassero bene, che raggiungessero gli obiettivi fissati, possibilmente che li superassero e che fossero felici di impegnarsi.
Se avessero dovuto e potuto fare tutto da soli, io non sarei servita.

Allo stesso modo, se tutta la responsabilità dell’andamento di un’azienda fosse all’esterno o in mano ai dipendenti, l’imprenditore non servirebbe.
Se avete mai lavorato per qualcuno, provate a immaginare la sensazione che avreste provato quando il titolare o l’amministratore si fosse presentato da voi dicendo: “Questa scelta che ho fatto si è rivelata meno efficace del previsto e i risultati non sono buoni. Ho deciso di modificare la strategia così… Ci sono altri suggerimenti?”.

Se pensate che viva nel mondo dei sogni, ricordiamo che Steve Jobs, il quale sosteneva che non si assume gente in gamba per dirle cosa fare ma per farsi dire cosa fare, partecipava regolarmente alle riunioni di staff, ascoltando le proposte di tutti.
Apple non è mai stata una cooperativa e Jobs non era esattamente un capo democratico. Semplicemente, ottimizzava il suo investimento in persone capaci: acquisiva competenze e idee al costo di uno stipendio.

La responsabilità è anche quella che si dà, progressivamente, a chi dimostra di meritarla e volerla.
Parlo di delegare funzioni decisionali e non solo operative.
È una scelta difficile e ha i suoi margini di rischio.

Si deve identificare una persona che, in una determinata funzione, risulti particolarmente preparata, appassionata e, possibilmente, riconosciuta dai colleghi.
Poiché per le decisioni strategiche non basta la preparazione, ma serve una certa sensibilità imprenditoriale (lungimiranza, visione d’insieme, capacità di cogliere i segnali deboli del mercato) questa persona potrà essere formata solo dall’imprenditore, che dovrà trasferirle esperienze e competenze, introdurla alle proprie relazioni, per poi progressivamente affidarle alcune funzioni; inizialmente marginali e poi più significative.

Il primo vantaggio per l’imprenditore è di liberare tempo ed energie per le funzioni non delegabili.
Il secondo è di coltivare il proprio sostituito per quando deciderà di lasciare.
Il terzo è che, se l’opportunità è offerta alla persona giusta e raccontata correttamente, è a ridotto impatto economico.
Di fronte a una così grande occasione di crescita e apprendimento, il dipendente si sentirà così gratificato da impegnarsi anche senza una corrispondente contropartita retributiva.
Inoltre, fungerà da traino verso gli altri: salendo di livello, lascerà spazio ad altri che, a loro volta, si sentiranno motivati a migliorarsi e ambire a maggiori responsabilità.

Il prestigio è una leva motivazionale esponenzialmente più forte del denaro.

Come va a finire

Man mano che si abituano a maggiori responsabilità, le persone, per così dire, ci prendono gusto.
È facile che, a un certo punto, l’azienda che per prima ha deciso di investire su di loro, diventi troppo piccola.
Lì un imprenditore c’è già, è il loro mentore e non potrebbero mai pensare né desiderare di scavalcarlo.
Allora, l’unica possibilità è andare a cercare nuove e maggiori responsabilità altrove: mettendosi in proprio o entrando in un’azienda più grande.

Se il primo pensiero che vi viene è di ingratitudine o peggio opportunismo, vi sbagliate.
È la normale evoluzione, come qualunque dominus di pratica professionale vi potrà confermare.

Tra l’altro, è un processo lungo, che dura anni, nel corso dei quali l’azienda e l’imprenditore avranno beneficiato del contributo del dipendente e dell’esempio positivo e replicabile che avrà lasciato ai colleghi.

Appassionata di crescita e condivisione, affamata di conoscenza e confronto, inguaribile ottimista sulla possibilità di ciascuno di contribuire al bene comune, dopo 17 anni nel mondo sales e marketing, nella mia vita attuale sono trainer e facilitatrice supportando lo sviluppo dei singoli e dei team e la gestione costruttiva dei cambiamenti e delle relazioni.

Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Stiamo crescendo i nostri figli nella più profonda incoerenza.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…
Ti riporto una mia lettera alla Dirigente della scuola di mio figlio, siamo a Roma.

«Gentilissima Dirigente,

le scrivo con profonda amarezza questa comunicazione.
Le vorrei segnalare una situazione indecorosa della facciata della scuola del ‘Plesso Cicerone’ e della zona antistante.

Persistono ormai da sempre escrementi di cane ovunque che i ragazzi con gli zaini trolley si ritrovano ogni giorno a portare in casa, persiste uno stato di abbandono generale a causa della immondizia e dei cassonetti bruciati, la facciata ha una enorme scritta ‘VIVA LA DROGA’.

Questa situazione di abbandono (che ormai a Roma è diventata un problema generale) è davvero sconfortante in un luogo dove i ragazzi si trovano ogni giorno. Non so quanto potrà fare in merito a questi problemi, ma sento il dovere di segnalarglielo.
Le allego anche una foto che stamattina ho fatto passando davanti la scuola e che ha poi determinato la mia spinta a scriverle.

La ringrazio anticipatamente per il tempo che vorrà dedicarmi. Cordiali saluti»

Risposta della Dirigente Scolastica:

«Per anni ho sollecitato interventi a chi di competenza, che non è il Dirigente scolastico. La scuola non può sistemare i mali del mondo!!
La invito a porre le questioni in oggetto al Municipio VII (proprietario degli edifici scolastici e competente sulla manutenzione degli stessi, per legge) ed AMA per la pulizia delle strade. Se dicessi al mio personale di pitturare le pareti esterne degli edifici potrei anche essere sanzionata per questo. Magari lei sarà più fortunata. Saluti.»

Ho quindi concluso con questa mia risposta:

«Comprendo la sua posizione. Non mi trova però d’accordo su un punto: la scuola deve contribuire a cambiare i mali del mondo. Il futuro è lì e noi li stiamo facendo vivere nella più profonda incoerenza. La ringrazio comunque per il tempo che mi sta dedicando. Grazie, Saluti.»”

Cara amica, non voglio entrare nel merito delle responsabilità perché non ne conosco le dinamiche. Trovo – questo penso mi sia concesso dirlo – abbastanza svilente il continuo scarica-barile che troviamo spesso in buona parte delle nostre Istituzioni (non solo per quanto riguarda le scuole) laddove ci sia di assumersi una qualche responsabilità o, quantomeno, da rimboccarsi le maniche per adoperarsi e risolvere una specifica problematica.

Se è vero che non si può sapere a chi spetterebbe, in questo caso specifico, la prima mossa per dare una “ripulita” all’immagine della scuola, è altrettanto inverosimile che la scuola possa essere sanzionata per aver compiuto un gesto corretto e positivo, cioè quello della pulizia e del mantenimento dell’ordine. La scuola è un bene pubblico e pertanto chiunque si adoperi per renderlo più vivibile e condivisibile possibile non può che compiere un gesto meritorio. Se così non fosse, è indubbio che ci sarebbe qualcosa da rivedere a livello di regole.

Voglio concludere dunque questo post, anziché con un mio commento, raccontando un bell’aneddoto di qualche settimana fa, con la speranza che possa far tornare un po’ di speranza: i ragazzi della scuola media “Cavalieri” di Milano hanno usato centinaia di post-it colorati per ricoprire gli insulti rivolti alla dirigente Rita Bramante apparsi misteriosamente sul muro della loro scuola. Su ciascun bigliettino hanno poi scritto risposte di incoraggiamento e tanti complimenti, realizzando così un vero e proprio mosaico fatto di gentilezza e positività dai mille colori.

«Signora Preside non si scoraggi, non ci faccia caso. Sempre a testa alta!»
«Lei è la preside più brava di Milano»
«Mi dispiace per quello che è successo perché lei mette il cuore per noi e per questa scuola, le vogliamo bene!»
«Noi siamo dalla sua parte»
«Se non fosse presente con noi non sarebbe successo»
«Continui a lavorare siamo una squadra»
«Brava preside, quello che c’è scritto sul muro non è proprio vero»
«Lei viene anche nei week end per la nostra scuola e noi la ringraziamo e basta».

La risposta della preside, salutando i suoi studenti, è stata una citazione di Fabrizio De André: “È proprio vero che dal letame, a volte, se si ara il campo, se ci si lavora sopra, nascono i fior”. Per questo credo sia stato utile sfruttare il tuo racconto, cara lettrice, per ricordare anche questo aneddoto opposto: perché in mezzo a tanta cattiveria c’è anche chi riesce ancora a riconoscere il valore delle persone, del loro lavoro quotidiano e dei luoghi di condivisione dove, piano piano, vengono formati i cittadini di domani. I nostri figli. Che speriamo possano essere persone migliori.

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Crescere

Tempo per vivere o tempo per esistere?

Una persona per vivere deve anche esistere, ma non è detto che una persona che esiste scelga anche di vivere.

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Il periodo storico in cui viviamo è ancora una continua transizione tra innovazione e tradizione.

Siamo circondati da una tecnologia che, fino a qualche anno fa, era inimmaginabile.
La respiriamo un po’ ovunque, la portiamo con noi, la troviamo sia a casa che sul posto di lavoro.

Eppure tutta questa tecnologia non risparmia di dover uscire di casa, prendere l’auto – o qualunque altro mezzo di trasporto, andare all’ufficio di competenza e armarci di tanta, tanta pazienta, perché il sito internet ufficiale non offre lo stesso tipo di servizio che si può ricevere solo “dal vivo”.

L’ho fatto anch’io, qualche giorno fa, come tantissime altre persone che, quotidianamente, perdono tempo.

Incubo di una mattina di mezza estate

Ed eccomi qui, alla vigilia di un caldo Ferragosto, dentro un ufficio pubblico, proprio io che scrivo di digitale e di innovazione.

Dopo aver aspettato per un tempo accettabile (è pur sempre metà agosto), è arrivato il mio turno allo sportello.
Una signora visibilmente stanca (è pur sempre una mattina di metà agosto) mi accoglie per svolgere il lavoro per cui è pagata.

Noto che le pareti plastificate attorno a lei sono guarnite di cartoline, poster di cuccioli, santini e qualche citazioni tipiche da ufficio.Tra le tante immagini, una mi ha colpito in special modo:
– Vivo la vita aspettando qualcosa che non arriverà mai
– L’amore?
– No, la pensione.

Non ci ho messo molto per rendermi conto che quella frase, effettivamente, era fatta apposta per la signora allo sportello della vigilia di Ferragosto.

Emozioni per una frase

Questa frase non mi ha fatto sorridere per niente.
Anzi, mi ha colpito con due emozioni distinte e terribili nei confronti di questa persona: tristezza e disprezzo.

Perché tristezza? 

Per due ragioni: punto primo, perché la vita che si sta conducendo adesso, in questo preciso momento, ti piace talmente poco da sottovalutarla talmente tanto che, punto secondo, saresti dispost* a fare un “avanti veloce” nel tempo, fino ad arrivare al momento di meritata (?) e agognata pensione.

Perché disprezzo? 

Perché, se effettivamente questa vita non ti piace, significa che la stai bruciando nell’attesa di un qualcosa che non sai quando, e se, arriverà.
Quindi vivi in un perenne senso di attesa che crea solamente un gran quantitativo di ansia ed insoddisfazione nei confronti di ciò che ti passa davanti agli occhi. Di fatto, buttando via tempo.

Questione di numeri

Buttiamo giù due numeri: ipotizziamo che si ha la fortuna di vivere i canonici 83 anni, che è la speranza di vita media in Italia (tra l’altro una delle più alte al mondo.

Tra scuola, studi, tirocini, lavoro e carriera si potrebbe arrivare alla pensione all’età di 67 anni, proprio come prevede l’attuale decreto legislativo in vigore dal 1° gennaio 2019.

Ciò significa che l’81% della nostra vita è riempita da qualcosa che ci tiene occupat*, tra studio e lavoro, nell’attesa di raggiungere con grande ambizione lo stato sociale del/della pensionat*.

A 67 anni non sei più giovane e spensierat*.
Eppure in quel 19% rimanente della vita, dovremmo, o vorremmo, avere le forze necessarie, ed il tempo sufficiente, per goderci appieno l’esistenza attesa da decenni.

Vivere o esistere

Ecco che vengono alla luce una serie di riflessioni che mi porto dietro da tempo: questa lunga, infinita e triste attesa non significa vivere, bensì esistere. Che non è la stessa cosa.

Vivere è questo: aprire la mente, tenerla sempre attiva pronta ai cambiamenti e godersi dell’attimo che può cambiare la tua giornata, in meglio o in peggio. Vivere ha quindi un significato più completo perché racchiude in sé tutti i momenti belli, brutti, speciali che spesso tralasciamo e sottovalutiamo.

Come scrisse il saggio Krishnamurti, vivere può paradossalmente significare morire ogni giorno:
Quanto è necessario morire ogni giorno, ogni minuto! Morire a tutto, ai molti ieri e al momento appena trascorso. Senza la morte non può esserci rinnovamento, senza la morte non può esserci creazione.

Esistere, d’altro canto, è l’insieme di tutte quelle componenti che servono a farci vivere: respirare, mangiare, bere, e si sa, per vivere dignitosamente dobbiamo, anche lavorare.
L’esistenza è quando siamo all’interno della nostra “zona comfort”, ripercorrendo per anni la stessa routine senza un briciolo di sapore nuovo che può derivare da scelte diverse dalle solite a cui siamo abituati; scegliere una strada che sia nostra e non percorsa da altri.

Passare l’intera esperienza lavorativa che, ricordiamocelo, comporta una buona parte della nostra vita, aspettando il momento della pensione, significa buttare via i nostri momenti più preziosi, limitandoci ad esistere solamente

Ma cosa fa la differenza tra vivere ed esistere?
Il tempo, che dà valore aggiunto alle cose che dovremmo ricordare, valorizzare e non sprecare in sterili attese.
Un valore che sta proprio nella sua natura sfuggente: perché quando il tempo passa, non torna più.

 

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The Quiet Life, Dirty Gold 

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