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Lavorare

In che lingua scrivo?

Non c’è una seconda occasione per fare una prima impressione: meglio non sbagliarsi sulla lingua di corrispondenza. O quella del CV.

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Lascia o raddoppia

Alcune persone inviano la propria candidatura sia in italiano che in inglese.
A mio parere, è un’arma a doppio taglio: a favore, il fatto che una posizione può avere un reporting funzionale o gerarchico a livello internazionale, per cui un CV interessante può essere inviato direttamente al capo senza bisogno di chiederne la traduzione al(la) candidat*.
Lo svantaggio è che si può dare l’impressione di aver mandato una candidatura molto generale, come se non ci si fosse presi la briga di informarsi sull’azienda: è locale? è una multinazionale? il loro sito in che lingua è? Si rischia insomma di passare per un* che manda curricula a destra e a manca, senza un vero obiettivo. O peggio: che non si sappia fare una scelta su cosa sia meglio mandare.

Do you speak English? Yes, m’arrangi

La lettera di motivazione deve riflettere il vostro livello di competenza linguistica. Non fatela scrivere dall’amico inglese. Quella in italiano, invece, fatela correggere da qualcuno… troppo spesso ricevo candidature con strafalcioni o errori di battitura (“sono una persona precisa e astenta”).
Sconsiglio invece di farla redigere da qualche sapientone che scrive in burocratese. Ricordatevi: una lettera serve a comunicare, se non capisco cosa volete dire, non mi state dicendo nulla.
Per sintetizzare, la regola generale è di rispondere con la stessa lingua dell’annuncio.
Per evitare di dover fare le cose di fretta, è sempre buona cosa avere un curriculum in italiano e uno in inglese, pronto e aggiornato.
Ma attenzione: che non vi salti in mente di mandare un CV in inglese a un’azienda che ha esplicitamente richiesto la documentazione, ad esempio, in francese: le minoranze, soprattutto quando non sono sempre state tali, sono particolarmente sensibili. E parlo per esperienza: candidature spontanee in tedesco, devo veramente sforzarmi per non archiviarle subito verticalmente (nel cestino).

HR | Digital Transformation | Change Management | Co-Founder Purple&People. Negli ultimi 15 anni ha rivestito ruoli manageriali nell’ambito delle risorse umane, a 360°, lavorando in grandi aziende americane, in multinazionali francesi e in organizzazioni parastatali svizzere. Il suo focus personale si concentra soprattutto sulla digital transformation, la gestione del cambiamento, le relazioni con gli stakeholders e lo sviluppo dei talenti. Ha il pallino per le questioni di genere e il diversity management, con una fastidiosa tendenza a voler sperimentare in prima persona le innovazioni e i modelli organizzativi radicali.

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Crescere

Lo sport: uno sforzo di lusso

Non si dovrebbe fare sport per vincere. Fare sport è mettere il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela.

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“L’importante nella vita non è solo vincere, ma aver dato il massimo. Vincere senza combattere non è vincere”. Così disse il vescovo Ethelbert Talbot durante le Olimpiadi del 1908. Dare il massimo ha a che fare con lo sport, vincere con il lavoro. Sport e lavoro andrebbero presi seriamente entrambi. Tuttavia è più semplice a dirsi che a farsi, dal momento che hanno due etiche e due estetiche decisamente diverse.

Il lavoro ha la sua etica nella necessità dello sforzo, lo sport nella concessione del lusso dello sforzo. Lavorare è produrre un effetto e se si ottiene l’effetto senza dare il massimo tanto meglio. Lo sport è dare il massimo e se si vince tanto meglio.

L’estetica del lavoro è legata al produrre: il lavoro è bello se produce il massimo con il minimo sforzo. L’estetica dello sport invece è legata alla performance massimale: lo sport è bello se ci si spinge al massimo delle possibilità e oltre.

Ma oggi è di sport che vorrei che parlare, perché di lavoro pensiamo tutti di essere abbastanza ferrati.

Sport. Dal francese antico “desport” ossia tempo libero, ozio. comodità. Per questo motivo sono annoverate tra gli sport una lunga lista di attività tra loro molto diverse, ma accomunate da un elemento ricorrente: si fanno nel tempo libero. Libero da cosa? Libero dal lavoro ossia dalla necessità di produrre.

Stando all’etimologia dunque, una persona sta facendo sport quando si ritaglia un po’ di tempo libero dal lavoro e si concede il lusso di sforzarsi al massimo. Il tipo di attività che farà è secondario. Potrebbe giocare a bridge, ballare, correre, cantare. Fino a prova contraria tutto questo è sport se viene fatto nel tempo libero con l’intento di sperperare tempo ed energie.

Secondo questa definizione non è sport quello che più spesso chiamiamo sport. Ossia non è sport giocare a calcio come professionista, perché quello è lavoro, non è sport ballare come professionista, perché anche quello è lavoro.

Seguendo questo spunto etimologico dunque non è sport neppure ammazzarsi di palestra e cardiofitness per perdere peso. In questa attività infatti non c’è lusso, ma necessità di produrre un risultato: il calo di peso. Lo sport, quello vero, non ha altro obiettivo se non se stesso.

Mi ricordo quando giocavo a pallacanestro e un giorno ad un campetto ebbi modo di giocare contro un ragazzo che giocava nelle giovanili di una grossa squadra bolognese. Mi sembrò di giocare contro un marziano: lui era là e io ero ancora qua. La differenza tra me e lui era nel modo in cui affrontava il gioco. Io facevo sport, lui, per quanto giovane, lavorava. E se io volevo quel tipo di prestazione dovevo trovare del tempo e riempirlo con la pallacanestro. Quel tempo non sarebbe più stato libero. Non sarebbe più stato sport, ma lavoro. Mi sarebbe piaciuto, ma avevo già più di un lavoro in agenda e non presi quella strada. Tuttavia, quel giorno imparai qualcosa di molto importante.

Oggi da medico mi domando: alle persone per stare meglio, serve fare sport? Il lavoro da solo non basta e soprattutto non basterà in quel futuro tutto performante in cui ci apprestiamo a immergerci.

Quando si fa sport si mettono il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela. Vincere a bridge, portare a termine una maratona, passeggiare per i boschi in cerca di funghi, fare cruciverba, frequentare un corso di teatro, suonare uno strumento musicale: fare una di questa cose al massimo senza avere la necessità di farle. Questo è fare sport.

E le reazioni del corpo e della mente alla sfida dello sport sono molto interessanti. Entrambi, sorpresi, si danno da fare per trovare un modo di portare a termine la sfida, pur sapendo che possono ritirarsi quando vogliono. E che il fatto di continuare è puro esercizio di un lusso.

Pochi hanno espresso questo concetto in modo tanto evocativo ed elegante come Ortega y Gasset quando dice: “Al lavoro si contrappone un altro tipo di sforzo che non nasce da un’imposizione, ma da un impulso veramente libero e generoso della potenza vitale: lo sport […]. Si tratta di uno sforzo lussuoso che si dà a mani piene senza speranza di ricompensa, come il traboccare di un’intima energia. Perciò la qualità dello sforzo sportivo è sempre egregia, squisita”

 

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Crescere

Colpa e responsabilità: il gioco dello scaricabarile

La paura di farsi addossare una colpa rinforza o indebolisce il nostro senso delle responsabilità?

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Lo scaricabarile: evitare le responsabilità per non sentirsi in colpa

Qualche secolo fa, un Sofista di nome Gorgia difendeva in tribunale un atleta che, lanciando un giavellotto, aveva accidentalmente ucciso uno spettatore. Gorgia, maestro della reductio ad absurdum, articolava la sua difesa essenzialmente in questo modo:

  • dobbiamo pensare sia colpa dell’atleta? Egli si sarebbe quindi svegliato la mattina, con il preciso intento di uccidere lo spettatore, calcolando quindi la forza del vento, la posizione del suo bersaglio, e imponendo l’esatta spinta al giavellotto per trafiggerlo? Questo è certo impossibile.
  • dobbiamo pensare che la colpa sia dello spettatore? Egli avrebbe previsto la direzione presa dal giavellotto, ponendosi deliberatamente nel suo tragitto, con l’obiettivo di suicidarsi? Questo è certo impossibile.
  • dobbiamo pensare che la colpa sia del giavellotto? O di chi l’ha costruito? O del vento? O magari degli Dèi? Questo è certo impossibile.
  • Nessuno ha colpa per la morte dello spettatore

Per quanto, nel corso dei secoli, Gorgia e i sofisti in generale siano stati demonizzati, probabilmente a causa del loro relativismo che non li ha certo fatti apprezzare dai monaci amanuensi medievali, penso che oggi sarebbero fieri di noi, nello scoprire che i loro insegnamenti si siano sublimati nella raffinata arte dello scaricabarile.

Ah, lo scaricabarile. Uno sport dalla portata globale, di cui noi Italiani siamo sempre in vetta alle classifiche.

Sì, insomma, le regole le conosciamo tutti: il campo di gioco è l’azienda, tipicamente (ma ci possono essere interessanti variazioni sul tema, come il dibattito politico). Scopo del gioco è passare una patata bollente in mano a qualcun altro che non te la possa ripassare indietro. L’ultimo, cioè quello che non può scaricarla a nessun altro, perde.

In effetti, penso che sia uno dei pochi giochi dove i membri della stessa squadra invece che giocare contro gli altri, giocano tutti contro tutti.

Il concetto di colpa, centrale in questo gioco, è effettivamente antico quanto il primo sistema giuridico: nella massima biblica occhio per occhio, dente per dente, è ben presente: chi arreca un danno ad un altro essere umano deve essere punito nella stessa misura.

Ed è giusto così!

Tutti i sistemi giuridici hanno sempre avuto uno scopo principale: garantire il più possibile l’equità di trattamento per persone diverse, affinché alcuni non traessero ingiustamente vantaggio dalle altre. E quindi, chi commette un fatto di questo tipo ha una colpa (concetto che troviamo anche nell’ordinamento italiano, che distingue tra la colpa, accidentale, e il dolo, deliberato).

Tutto questo per dire che il concetto di colpa, per quanto sia del tutto artificiale, è così profondamente radicato nella nostra cultura da aver assunto un’identità propria, anche a livello emotivo, il senso di colpa appunto.

Il che porta a tutta una serie di conseguenze interessanti! Il nostro cervello è fisiologicamente costruito per proteggere se stesso dalle emozioni negative, e quindi ci mette nelle condizioni di agire per evitare il senso di colpa. E se la colpa nasce dall’essere responsabili di una determinata azione, quale modo migliore per evitare il senso di colpa che quello di ridurre o evitare del tutto le responsabilità?

Pensa solo a quelle mail aziendali in cui si invia un messaggio al ricevente, mettendo però in copia metà azienda. Questo permette di deresponsabilizzare tutti, perché se è importante qualcuno la leggerà. Una soluzione incredibilmente elegante!

Il che porta ad una stranissima condizione: la paura della colpa. Siamo così tanto abituati a evitare ogni tipo di responsabilità, che facciamo incredibilmente fatica ad assumercela, e molto spesso quando ci troviamo ad essere noi quelli che ricevono la famosa patata bollente, andiamo completamente nel pallone.

Il che è buffo, dal mio punto di vista, perché se scarichiamo la colpa, il problema non viene risolto. Certo, viene trovato un capro espiatorio, e in alcuni casi sono convinto che questo sia molto divertente, ma questo non risolve il problema.

Ricordiamoci che il capro espiatorio era l’offerta (la capra, appunto) da sacrificare agli Dei per placare la loro ira, espiando il peccato commesso (dalla comunità). Mai definizione fu più accurata. Di solito non serve, però meglio farlo che non farlo, giusto?

Per risolvere il problema, dunque,  è necessario che qualcuno si assuma la responsabilità, e metta quindi in pratica tutte quelle azioni correttive, che sono necessarie.

Insomma, tutto questo per dirti che puoi stare sereno: qualunque sia il problema non è colpa tua, perché colpa è un concetto inventato. E se proprio vuoi crederci, un po’ come si crede agli oroscopi, puoi tranquillamente continuare a provare a scaricarla sugli altri.

Oppure in alternativa puoi scegliere di diventare responsabile dei tuoi problemi, e in questo modo risolverli.

Sì, insomma, fai tu.

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