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Lavorare

In che lingua scrivo?

Non c’è una seconda occasione per fare una prima impressione: meglio non sbagliarsi sulla lingua di corrispondenza. O quella del CV.

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Lascia o raddoppia

Alcune persone inviano la propria candidatura sia in italiano che in inglese.
A mio parere, è un’arma a doppio taglio: a favore, il fatto che una posizione può avere un reporting funzionale o gerarchico a livello internazionale, per cui un CV interessante può essere inviato direttamente al capo senza bisogno di chiederne la traduzione al(la) candidat*.
Lo svantaggio è che si può dare l’impressione di aver mandato una candidatura molto generale, come se non ci si fosse presi la briga di informarsi sull’azienda: è locale? è una multinazionale? il loro sito in che lingua è? Si rischia insomma di passare per un* che manda curricula a destra e a manca, senza un vero obiettivo. O peggio: che non si sappia fare una scelta su cosa sia meglio mandare.

Do you speak English? Yes, m’arrangi

La lettera di motivazione deve riflettere il vostro livello di competenza linguistica. Non fatela scrivere dall’amico inglese. Quella in italiano, invece, fatela correggere da qualcuno… troppo spesso ricevo candidature con strafalcioni o errori di battitura (“sono una persona precisa e astenta”).
Sconsiglio invece di farla redigere da qualche sapientone che scrive in burocratese. Ricordatevi: una lettera serve a comunicare, se non capisco cosa volete dire, non mi state dicendo nulla.
Per sintetizzare, la regola generale è di rispondere con la stessa lingua dell’annuncio.
Per evitare di dover fare le cose di fretta, è sempre buona cosa avere un curriculum in italiano e uno in inglese, pronto e aggiornato.
Ma attenzione: che non vi salti in mente di mandare un CV in inglese a un’azienda che ha esplicitamente richiesto la documentazione, ad esempio, in francese: le minoranze, soprattutto quando non sono sempre state tali, sono particolarmente sensibili. E parlo per esperienza: candidature spontanee in tedesco, devo veramente sforzarmi per non archiviarle subito verticalmente (nel cestino).

All’età di tre anni ho deciso di diventare vegetariano; in seconda elementare, la maestra ha convocato i miei genitori perché “non era normale” che un bambino conoscesse tutti i nomi dei funghi in latino; a 13 anni ho amato per la prima volta senza sapere che non era amore; a 15 ho smesso di fare decathlon perché odiavo la competizione; ancora minorenne, sono stato processato da una corte marziale. A 20 anni mi sono sposato e a 23 ho divorziato; a 25 anni dirigevo una start-up che ho fatto fallire; a 29 ho avuto la meningite, sono morto ma non ho saputo restarlo. A 35 anni ho vissuto una relazione poliamorista e sono diventato padre di figli di altri. A 42 mi sono licenziato da un posto fisso, statale e ben pagato per fondare l’Agenzia per il Cambiamento Purple&People e la sua rivista Purpletude. A parte questo, ho 20 anni di esperienza nelle risorse umane, ho studiato a Ginevra, Singapore e Los Angeles, ho un master in comunicazione e uno in digital transformation e ho tenuto ruoli manageriali in varie aziende e in quattro lingue diverse: l’ONG svizzera, la multinazionale francese, le società americane quotate in borsa, la non-profit parastatale. Mi occupo soprattutto di comunicazione del cambiamento, di organizzazioni aziendali alternative e di gestione della diversità – e scrivo solo di cose che conosco, che ho implementato o che ho vissuto.

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Crescere

Tempo per vivere o tempo per esistere?

Una persona per vivere deve anche esistere, ma non è detto che una persona che esiste scelga anche di vivere.

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Il periodo storico in cui viviamo è ancora una continua transizione tra innovazione e tradizione.

Siamo circondati da una tecnologia che, fino a qualche anno fa, era inimmaginabile.
La respiriamo un po’ ovunque, la portiamo con noi, la troviamo sia a casa che sul posto di lavoro.

Eppure tutta questa tecnologia non risparmia di dover uscire di casa, prendere l’auto – o qualunque altro mezzo di trasporto, andare all’ufficio di competenza e armarci di tanta, tanta pazienta, perché il sito internet ufficiale non offre lo stesso tipo di servizio che si può ricevere solo “dal vivo”.

L’ho fatto anch’io, qualche giorno fa, come tantissime altre persone che, quotidianamente, perdono tempo.

Incubo di una mattina di mezza estate

Ed eccomi qui, alla vigilia di un caldo Ferragosto, dentro un ufficio pubblico, proprio io che scrivo di digitale e di innovazione.

Dopo aver aspettato per un tempo accettabile (è pur sempre metà agosto), è arrivato il mio turno allo sportello.
Una signora visibilmente stanca (è pur sempre una mattina di metà agosto) mi accoglie per svolgere il lavoro per cui è pagata.

Noto che le pareti plastificate attorno a lei sono guarnite di cartoline, poster di cuccioli, santini e qualche citazioni tipiche da ufficio.Tra le tante immagini, una mi ha colpito in special modo:
– Vivo la vita aspettando qualcosa che non arriverà mai
– L’amore?
– No, la pensione.

Non ci ho messo molto per rendermi conto che quella frase, effettivamente, era fatta apposta per la signora allo sportello della vigilia di Ferragosto.

Emozioni per una frase

Questa frase non mi ha fatto sorridere per niente.
Anzi, mi ha colpito con due emozioni distinte e terribili nei confronti di questa persona: tristezza e disprezzo.

Perché tristezza? 

Per due ragioni: punto primo, perché la vita che si sta conducendo adesso, in questo preciso momento, ti piace talmente poco da sottovalutarla talmente tanto che, punto secondo, saresti dispost* a fare un “avanti veloce” nel tempo, fino ad arrivare al momento di meritata (?) e agognata pensione.

Perché disprezzo? 

Perché, se effettivamente questa vita non ti piace, significa che la stai bruciando nell’attesa di un qualcosa che non sai quando, e se, arriverà.
Quindi vivi in un perenne senso di attesa che crea solamente un gran quantitativo di ansia ed insoddisfazione nei confronti di ciò che ti passa davanti agli occhi. Di fatto, buttando via tempo.

Questione di numeri

Buttiamo giù due numeri: ipotizziamo che si ha la fortuna di vivere i canonici 83 anni, che è la speranza di vita media in Italia (tra l’altro una delle più alte al mondo.

Tra scuola, studi, tirocini, lavoro e carriera si potrebbe arrivare alla pensione all’età di 67 anni, proprio come prevede l’attuale decreto legislativo in vigore dal 1° gennaio 2019.

Ciò significa che l’81% della nostra vita è riempita da qualcosa che ci tiene occupat*, tra studio e lavoro, nell’attesa di raggiungere con grande ambizione lo stato sociale del/della pensionat*.

A 67 anni non sei più giovane e spensierat*.
Eppure in quel 19% rimanente della vita, dovremmo, o vorremmo, avere le forze necessarie, ed il tempo sufficiente, per goderci appieno l’esistenza attesa da decenni.

Vivere o esistere

Ecco che vengono alla luce una serie di riflessioni che mi porto dietro da tempo: questa lunga, infinita e triste attesa non significa vivere, bensì esistere. Che non è la stessa cosa.

Vivere è questo: aprire la mente, tenerla sempre attiva pronta ai cambiamenti e godersi dell’attimo che può cambiare la tua giornata, in meglio o in peggio. Vivere ha quindi un significato più completo perché racchiude in sé tutti i momenti belli, brutti, speciali che spesso tralasciamo e sottovalutiamo.

Come scrisse il saggio Krishnamurti, vivere può paradossalmente significare morire ogni giorno:
Quanto è necessario morire ogni giorno, ogni minuto! Morire a tutto, ai molti ieri e al momento appena trascorso. Senza la morte non può esserci rinnovamento, senza la morte non può esserci creazione.

Esistere, d’altro canto, è l’insieme di tutte quelle componenti che servono a farci vivere: respirare, mangiare, bere, e si sa, per vivere dignitosamente dobbiamo, anche lavorare.
L’esistenza è quando siamo all’interno della nostra “zona comfort”, ripercorrendo per anni la stessa routine senza un briciolo di sapore nuovo che può derivare da scelte diverse dalle solite a cui siamo abituati; scegliere una strada che sia nostra e non percorsa da altri.

Passare l’intera esperienza lavorativa che, ricordiamocelo, comporta una buona parte della nostra vita, aspettando il momento della pensione, significa buttare via i nostri momenti più preziosi, limitandoci ad esistere solamente

Ma cosa fa la differenza tra vivere ed esistere?
Il tempo, che dà valore aggiunto alle cose che dovremmo ricordare, valorizzare e non sprecare in sterili attese.
Un valore che sta proprio nella sua natura sfuggente: perché quando il tempo passa, non torna più.

 

NowPlaying:
The Quiet Life, Dirty Gold 

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In primo piano

Netflix si sta suicidando di normalità

Nel tentativo di generare utili per i propri azionisti, Netflix sta cercando di tagliare l’aumento delle spese. Ma questo comportamento è tipico dei network della vecchia generazione e Netflix si sta giocando la sua carta migliore: non essere come gli altri.

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Netflix ha appena annunciato di aver cancellato dopo due stagioni “The OA”, una delle serie più innovative, complesse e meglio scritte degli ultimi dieci anni.

Nel delirio di onnipotenza social-cratico, naturalmente è partita la solita petizione dei fan, sapendo che, ogni tanto, funziona: la commedia soprannaturale “Lucifer” è stata salvata grazie a una petizione proprio da Netflix, che l’ha prolungata di altre due stagioni, mentre per “Sense8” i fan erano riusciti a strappare un ultimo episodio di due ore che concludesse la saga.

La cancellazione di una serie è un fatto piuttosto normale nel panorama televisivo attuale e non di rado vengono troncate nel bel mezzo dell’intrigo, come “Dark Angel”, o “Firefly” o “Designated Survivor” o ancora “Tomorrow People”.

Ora, stendendo un pietoso velo sul poco rispetto che i produttori dimostrano per il loro pubblico, la parola chiave in questo caso è “normale”.

Il brand di Netflix è (era?) eccezionale

“Normale” è tutto ciò che Netflix ha cercato di non essere fin dalla sua creazione.

Stiamo parlando dell’azienda visionaria che ha creduto nello streaming prima degli altri (e che le ha permesso di essere citata in tutti i case studies delle business school, in quella che è ormai conosciuta come la battaglia Blockbuster vs Netflix).

Stiamo parlando della società che è diventata famosa per aver cancellato gli obblighi di presenza e le ferie ai propri collaboratori, dando loro la possibilità di assentarsi quando vogliono.

E nessuno prima di Netflix, neanche HBO, era riuscita a ridefinire il confine tra film cinematografico e film TV, portando alcune delle sue produzioni nei festival del cinema più prestigiosi al mondo, senza che fossero previste per la proiezione in sala (nel 2017, il film “Okja” con Tilda Swinton fu ammesso in concorso al festival di Cannes, sollevando un polverone che non si è ancora placato).

Di fronte a queste evidenze di eccezionalità, c’è da chiedersi se Netflix possa veramente permettersi di comportarsi “normalmente”.

Come (non) fa soldi Netflix?

Netflix ha un valore di mercato di 142 miliardi di dollari (agosto 2019), conta 125 milioni di abbonati in 190 Paesi, che guardano 125 milioni di ore di contenuti Netflix al giorno. Ma l’ultima volta che ha generato un cash flow positivo è stato nel 2009.

Il flusso di cassa (che traduce l’inglese cash flow) copre diversi ambiti, ma quello che più interessa agli azionisti è quello netto di tutti i pagamenti effettuati e ricevuti, compresi i detentori del capitale di debito.
In poche parole, i soldi che rimangono dopo aver pagato tutto e che possono essere ridistribuiti agli investitori.

All’ora attuale, le proiezioni indicano per il 2019 un cash flow negativo di 3,5 miliardi di dollari, a fronte di 3 miliardi lo scorso anno.

Questo significa che Netflix è obbligata a continuare ad indebitarsi per finanziare la produzione dei suoi contenuti originali, che però porteranno a migliorare i margini di guadagno anno dopo anno, fino al pareggio di bilancio previsto nel 2024.

I soldi di oggi valgono di più dei soldi di domani

Questo è possibile grazie al modello di business basato sugli abbonamenti e sul ritmo di crescita previsto (che include comunque un fisiologico rallentamento).

Le proiezioni finanziare indicano che per arrivare a generare un cash flow positivo di 10 miliardi, Netflix dovrà raddoppiare i suoi guadagni attuali. E 10 miliardi, sebbene possano sembrare molti, sono esattamente ciò che IBM ha generato ogni anno dell’ultimo decennio.

Ora, a titolo comparativo, il valore di mercato di IBM è di meno di 120 miliardi di dollari, ben al di sotto del valore di Netflix. Per questo motivo, è chiaro che, per riuscire a generare profitti nei prossimi cinque anni e per giustificare la sua importante capitalizzazione, Netflix dovrà rallentare la crescita delle spese.

E questo spiega le cancellazioni.

L’insorgere della concorrenza

Le ragioni che spingono Netflix a tagliare gli show meno seguiti (o troppo cari, come era stato il caso di “Sense8”, girato in decine di location differenti in tutto il mondo) sono comprensibili.

Il loro focus è ora sulla profittabilità, dopo tanti anni di investimento, sebbene il momento storico non sia dei più felici: Amazon Prime e Hulu sono agguerriti concorrenti, mentre fra pochi mesi ci sarà la scesa in campo dei colossi Apple e Disney, con i loro contenuti originali e una loro piattaforma proprietaria.

Il pubblico acquisito basterà per permettere a Netflix di continuare a essere il leader di mercato?
Una cosa è sicura: la gente non potrà permettersi 3 o 4 diversi abbonamenti e finirà per scegliere. Sulla base dei contenuti, soprattutto, ma anche rispetto all’affinità che sente con il brand.

Da questo punto di vista, è possibile che la preoccupazione finanziaria che si avverte nell’aria, oltre a fare qualche deluso, inciderà sulla percezione del brand Netflix.

Messaggi citofonati e falsa gratitudine

Andiamo a riprendere gli annunci di alcune cancellazioni effettuate da Netflix e vediamo il linguaggio utilizzato (le traduzioni sono nostre):

Sense8
“Dopo 23 episodi, 16 città e 13 nazioni, la storia del cluster di Sense8 giunge a conclusione. Rappresenta tutto ciò che noi e i fan sognavamo che fosse: audace, emozionante, sorprendente, spaccaossa e assolutamente indimenticabile. […] Ringraziamo Lana, Lilly, Joe e Grant per la loro visione and l’intero cast e il team per il lavoro certosino e il loro impegno.”

Peccato che la storia non fosse per niente giunta “a conclusione”. Ma l’importante è riconoscere il valore della serie e ringraziare chi l’ha ideata.

Daredevil
“Marvel’s Daredevil non tornerà per una quarta stagione su Netflix. Siamo tremendamente fieri dell’ultima stagione finale dello show e sebbene sia doloroso per i fan, pensiamo che sia meglio chiudere questo capitolo in bellezza. Siamo grati allo showrunner Erik Oleson, agli scrittori, al team stellare e all’incredibile cast tra cui Charlie Cox nel ruolo di Daredevil”.

Di nuovo, è doloroso ma grazie a chi l’ha creato, e comunque l’abbiamo interrotto ma l’ultima stagione era di qualità. Tra la la.

Santa Clarita Diet
“Il mondo non aveva ancora visto una “zombedia” prima di Santa Clarita Diet, e siamo in debito con il suo creatore Victor Fresco per aver portato questa idea a Netflix. […] Siamo grati a Victor, Drew e Timonthy, nonché ai colleghi produttori esecutivi Tracy Katsky, Aaron Kaplan, Chris Miller e Ember Truesdell e all’incredibile cast […].”

Di nuovo, tante grazie per la visione e il lavoro fantastico.

The OA
“Siamo incredibilmente fieri dei sedici ipnotizzanti capitoli di “The OA” e siamo grati a Brit e Zal per aver condiviso la loro audace visione e per averla realizzata con incredibile maestria”.

No comment, penso che il punto sia chiaro.

Linguaggi diversi non fanno bene al brand

È vero che mettere in parallelo annunci fatti a distanza di mesi è impietoso, ma rimane interessante notare il modus operandi di Netflix quando cancella una serie di successo.

Stiamo parlando della stessa azienda che ha dipinto con i colori dell’arcobaleno la stazione della metropolitana di Porta Venezia a Milano per il Pride del 2018, o che ha costruito un enorme Dalì integrandolo alla statua del dito medio in piazza Affari, sempre a Milano.

Un’azienda che sa comunicare, insomma (anche se in Italia va detto che il grosso del lavoro – e del successo – è imputabile al bravissimo team creativo dell’agenzia We Are Social).

Ed è qui che casca l’asino: nella differenza tra linguaggio corporate e linguaggio marketing.

Non c’è niente di più pericoloso per un’azienda “innovativa” che farsi cogliere in fallo su quella che, fondamentalmente, è un’ipocrisia di fondo. Non c’è coerenza nel loro messaggio.

Noi diamo, noi togliamo.

Il pubblico avrà l’impressione di essere stato tradito: poco importa se amavi “The OA” e volevi vedere come andava a finire, se non rende abbastanza, il tuo piacere per noi è troppo costoso e ci sentiamo in diritto di toglierti ciò che ami.

È in questo paradosso tra sogno e sostanza che Netflix sta facendo male i suoi calcoli. Dimostrando di essere schiavo del sistema legato agli interessi degli azionisti, alza la bandiera bianca di ciò che lo rendeva speciale e ammette la sua normalità.

E tra Netflix, Hulu, AmazonPrime, Disney+, Apple TV+ e AT&T’s WarnerMedia qual è la differenza, se l’essere speciali non è più un vantaggio competitivo? Una domanda che gli executive di Netflix faranno bene a porsi, perché, lo si sa, anche il pubblico dà, e poi toglie.

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