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Lavorare

La foto del CV

Bisogna mettere la foto sul proprio CV? E se sì, di che tipo?

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Delitto di faccia

In alcuni Paesi, è illegale chiedere una foto del(la) candidat*. Finiti i tempi della segretaria “poliglotta e di bell’aspetto”: una foto può rivelare l’età, la forma fisica, la razza, le peculiarità (i capelli tinti di blu, il piercing al sopracciglio).
Alcuni datori di lavoro, è possibile, utilizzeranno anche questo criterio per selezionare le persone che vogliono incontrare. Altri, invece, come me, apprezzeranno una foto recente e verosimile per ricordarsi meglio della persona e per fare mente locale, dopo l’eventuale colloquio.
Insomma, si ricorda più facilmente un viso che un nome, di solito.

Foto che sì foto che no

In generale, consiglio di mettere la propria foto: non abbiate nulla da nascondere. O meglio, nascondete ciò che non è il caso di mostrare: il bikini, ad esempio.
Vedo decine di CV con foto da spiaggia. Eh no, dai. O con delle pose da selfie su Snapchat: le ragazze, tutte ammiccanti; i ragazzi, tutti tenebrosi.
Non esagerate con i filtri, non lisciatevi le rughe, non allungatevi il volto e per favore: non cerchiate la vostra faccia in mezzo a un gruppo di amici, ad una cena annaffiata di vino, con bottiglie e bicchieri ben in vista (sì, ho visto anche questo).

Che tipo di foto?

La foto deve essere recente. Ma veramente: non recente del genere prima della gravidanza o recente genere prima della calvizia. Non fa buona impressione presentarsi in un modo e rappresentarsi in un altro.
Una foto sobria e sorridente veicola sempre un’immagine di serietà. Quello che potete fare, è evitare la flashata frontale, girando leggermente le spalle o il viso.
Secondo certi studi, inoltre, gli occhiali contribuiscono a dare un’idea di intelligenza: per cui se li portate, non toglieteli per l’occasione. Ma questo vale per tutto, anche per i piercing: insomma, siate voi stess*

All’età di tre anni ho deciso di diventare vegetariano; in seconda elementare, la maestra ha convocato i miei genitori perché “non era normale” che un bambino conoscesse tutti i nomi dei funghi in latino; a 13 anni ho amato per la prima volta senza sapere che non era amore; a 15 ho smesso di fare decathlon perché odiavo la competizione; ancora minorenne, sono stato processato da una corte marziale. A 20 anni mi sono sposato e a 23 ho divorziato; a 25 anni dirigevo una start-up che ho fatto fallire; a 29 ho avuto la meningite, sono morto ma non ho saputo restarlo. A 35 anni ho vissuto una relazione poliamorista e sono diventato padre di figli di altri. A 42 mi sono licenziato da un posto fisso, statale e ben pagato per fondare l’Agenzia per il Cambiamento Purple&People e la sua rivista Purpletude. A parte questo, ho 20 anni di esperienza nelle risorse umane, ho studiato a Ginevra, Singapore e Los Angeles, ho un master in comunicazione e uno in digital transformation e ho tenuto ruoli manageriali in varie aziende e in quattro lingue diverse: l’ONG svizzera, la multinazionale francese, le società americane quotate in borsa, la non-profit parastatale. Mi occupo soprattutto di comunicazione del cambiamento, di organizzazioni aziendali alternative e di gestione della diversità – e scrivo solo di cose che conosco, che ho implementato o che ho vissuto.

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In primo piano

Assistere una persona con disabilità è un mestiere

Non ci si può improvvisare a fare l’assistente per una persona con disabilità. Ma è vero anche che non tutti i professionisti socio-sanitari sono adeguati a svolgere questo tipo di mestiere. E non è una colpa, a condizione di essere onesti con se stessi.

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Una delle paure più ricorrenti quando si è una persona con disabilità è quella di non trovare un’assistenza adeguata. Il tema del “Dopo di Noi” conosce bene questo tormento: “a chi lascerò mio figlio quando non ci sarò più? Chi si prenderà cura di lui come farebbe un genitore?” sono le domande che le famiglie si pongono. Ma anche per un giovane come me, che vorrebbe staccarsi dal “nido” come qualunque coetaneo, la situazione non è meno complicata.

Una ricerca sorprendente (e allucinante)

Qualche mese fa feci un test: pubblicai un annuncio nel quale ricercavo un “assistente domiciliare qualificato” (per cui operatore socio sanitario o assistenziale, ma volendo anche infermiere) disposto a vivere 24 ore su 24 con me, badando alla mia persona e alle faccende di casa, garantendo ciò che un regolare contratto prevede (stipendio, vitto e alloggio, giorno libero…). Il risultato è stato allucinante: solo un terzo delle risposte proveniva da persone che avevano realmente studiato o avuto esperienze nel socio-sanitarie, mentre tutti gli altri erano candidati improbabili. Si andava dal giardiniere “con esperienza in famiglia di disabilità” alla segretaria “molto molto sensibile”, fino all’animatore di villaggi turistici “con spiccata empatia e grandi doti di socializzazione” (giuro, tutti esempi reali).

Partiamo dal presupposto che nessuno sa fare tutto e nessuno è portato per fare tutto. Io, ad esempio, non potrei mai fare il calciatore per ovvi motivi, ma non riuscirei neanche a stare ore in ufficio per tenere il bilancio di un’azienda, nonostante il cervello e la calcolatrice li possa usare bene, al contrario delle gambe. Questo perché, oltre agli strumenti visibili, ci sono requisiti “nascosti” come capacità e competenze da mettere in gioco. Sia chiaro, non che una laurea o un attestato siano garanzia di competenza, anzi! Ma il sentirsi al posto giusto è fondamentale quando si lavora, tanto quanto la preparazione professionale.

Amicizia e lavoro: due ambiti diversi

Nel rapportarsi alla disabilità è necessario uno sforzo ulteriore: occorre distinguere tra un rapporto di amicizia, permettetemi “improvvisato”, e quello di tipo professionale. Uscire con i propri compagni di università, se ti sposti in carrozzina, è ben diverso dal farlo con il tuo assistente personale: cambia l’intesa e la complicità della relazione, ma anche il tipo di richieste che vengono fatte e gli sforzi necessari oltre alle accortezze “pretese”. Da un assistente devi ottenere il meglio, come ogni titolare si aspetterebbe da qualunque dipendente; allo stesso modo non è scontato che un “semplice amico”, magari privo di esperienza, possa – o voglia – aiutarci in ogni situazione (a suo buon diritto).

Tra i tanti messaggi che le persone mi indirizzano, c’è stato recentemente quello di una ragazza che lavora come assistente per una ragazza cieca. Nella sua lettera mi raccontava di come, nonostante stia con lei da qualche mese, si sia resa conto della difficoltà del suo ruolo: “mi sento una responsabilità molto grande, ho paura di non saperla guidare e che si faccia male, così mi viene l’ansia a mille ogni volta che dobbiamo uscire. So che possono sembrare problemi stupidi, ma ci sto male!”. No, non sono problemi stupidi e non dobbiamo vedere come una sconfitta quella di rendersi conto che, probabilmente, una certa strada non fa al caso nostro.

Premesso che ogni lavoro di responsabilità è in qualche modo fonte di ansia, e che occorre tempo per far pratica, imparare e diventare sempre più disinvolti e sicuri di sé, dovremmo però anche essere oggettivi e porci la domanda: è realmente la cosa che voglio fare e per la quale credo di essere portato? Perché il più delle volte ci sono problemi che non sono “problemi”: se un lavoro ci mette a disagio, perché farlo? Ammettere certi errori di valutazione è una tutela per noi stessi e per la persona con la quale dobbiamo stare a contatto (e non esiste nulla di più stretto di una quotidiana convivenza, spesso snervante nei suoi equilibri precari – lo è nelle relazioni di coppia, sentimentali, figuriamoci in quelle di lavoro!).

Essere onesti con se stessi

Non è colpa nostra. Non si tratta di fallimenti, si tratta di imparare a conoscersi. Capire che in certi casi “essere amici” varrebbe molto di più e sarebbe molto più giusto rispetto all’essere “collaboratori”. E poi, diciamolo, così come non siamo adatti per tutto, non siamo nemmeno adatti per tutti: le relazioni interpersonali sono complicate già di per sé, ma quando ci sono esigenze e necessità non da poco alle quali si deve badare, il tutto viene amplificato. Così come alle volte basterebbe cambiare persona per trovare il posto giusto dove stare, come vale in tutti i rapporti, altre ancora sarebbe meglio cambiare del tutto la direzione del nostro cammino. D’altronde, amici lo si può essere sempre e comunque, l’importante è che la professionalità prescinda da questo.

Insomma, un chirurgo che sviene alla vista del sangue non potrebbe mai fare il chirurgo. Però magari, col tempo e con i tentativi, riesce a comprendere che sarebbe un fantastico clown di corsia. E allora insegniamogli a trovare, sulla punta del suo naso, quella fantastica pallina di gomma rossa, e a saperla riconoscere.

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Comunicare

Una storia giapponese: ritrovare il lavoro con creatività

Il kamishibai è una forma di teatro di strada nato in Giappone e creato da persone disoccupate, durante la crisi economica precedente alla seconda guerra mondiale. Oggi è uno strumento di storytelling didattico.

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Ieri sera ho rimesso mano al mio kamishibai, fatto con sapiente cura dalle mani di mio suocero, nato falegname e diventato inventore-pensionato, e da mia moglie.
Ho
inserito delle piccole luci led nel telaio di questo teatrino giapponese, affinché ricreasse vagamente l’effetto cinema e mi desse la possibilità di leggere e recitare le storie in penombra.

Origini del teatro di carta

Il kamishibai (o teatro di carta) è uno strumento per rendere coinvolgente la lettura delle storie.
Originariamente creato per i bambini, questa specie di teatrino viaggiante è diventato nella storia il metodo alternativo con cui raccontare storie e insegnare, usato addirittura dai regimi totalitari per far passare le proprie idee propagandistiche a persone più vulnerabili come gli analfabeti.
Forse proprio per questo utilizzo “negativo” è stato un po’ dimenticato, ma fortunatamente il fascino della cultura giapponese l’ha rivalutato da tempo e ora alcune scuole lo adottano come strumento di storytelling

È un supporto a suo modo interattivo perché permette l’animazione della lettura attraverso le immagini, i suoni e la partecipazione del pubblico. Ma la cosa straordinaria, ed ecco il perché ne parlo, è la sua nascita. 

Nato in Giappone negli anni ’20 è stato il simbolo di rinascita e di resilienza di una categoria di lavoratori, i benshi, che stavano vivendo un periodo di profonda crisi.
Era usanza in Giappone, infatti, che le visioni dei film muti fossero accompagnate da un narratore professionista che, stando in piedi a fianco dello schermo, spiegava le situazioni che si vivevano sullo schermo, come voce narrante, ma anche come commentatore. Possiamo dire infatti che i benshi siano stati i primi critici e “traduttori” dell’immagine visiva.

Con l’avvento del cinema sonoro alla fine degli anni ‘20 questa categoria entrò in una profonda crisi. Il fatto che gli attori potessero parlare e la possibilità di inserire una voce off registrata, cambiò il destino di questi artisti. I poster dei film, in cui fino a quel momento campeggiavano le facce dei benshi, vennero sostituite dalle facce degli attori protagonisti.

Dopo una prima prova di resistenza con un grande sciopero avvenuto nel 1929, molti dei professionisti decisero di abbandonare il settore del cinema e dedicarsi ad altro. Purtroppo alcuni di loro si resero conto troppo tardi dell’impossibilità di proseguire con la professione e si ritrovarono improvvisamente sul lastrico. 

Simone Bigongiari anima uno spettacolo di kamishibai

La soluzione innovativa

Ecco che nacque nella mente dei più creativi l’idea di replicare lo spettacolo cinematografico nelle piazze, per la strada.
Procuratisi un po’ di legno e una bicicletta (entrambi elementi che si trovavano a buon mercato in quel periodo in Giappone), questi novelli benshi giravano in cerca di gruppi di bambini a cui potessero raccontare le loro storie illustrate.

Il kamishibai veniva montato sul portapacchi della bicicletta (la grandezza è leggermente superiore a un foglio A3) ed era facile da allestire. Una volta aperte le due ante frontali, il kamishibaiya iniziava a raccontare la storia, che si poteva leggere sul retro delle tavole illustrate, impreziosita di piccoli oggetti riutilizzati a scopo musicale o sonoro. I bambini che potevano pagare il modestissimo prezzo del biglietto ascoltare avevano l’onore di poter assistere in prima fila seduti in terra, mentre chi non pagava poteva ugualmente partecipare, ma in piedi e in posizione meno privilegiata. 

Oggi si è perso un po’ il lato romantico del teatrino viaggiante (anche se esistono ancora kamishibaiya con la bicicletta), ma questa forma artistica si è inserita a scopo didattico e narrativo nelle scuole dell’infanzia e primarie, diventando un metodo alternativo per coinvolgere e stimolare alla lettura i più piccoli. 

Una storia più vicina a noi di quanto pensiamo

Perché ho raccontato questa storia?

Perché la mentalità profonda e sensibile del Giappone ci insegna ancora oggi come poterci risollevare in momenti di forte crisi.

Ci insegna che la creatività è la competenza trasversale che ci può permettere di risolvere i problemi, di qualunque tipo essi siano. Ci grida fortemente la necessità di alzarci dal divano e cominciare a creare la nostra vita professionale. Ci suggerisce come l’inizio di tutto può essere una storia, la tua o la mia, raccontata in chiave originale. Ci dice che la crisi si supera solo applicando al massimo le nostre potenzialità. Non dobbiamo andare a cercare necessariamente nuove competenze, ma possiamo lavorare su quelle che già abbiamo e trasformarle per nuovi utilizzi. 

Il kamishibai diventa quindi un elemento simbolico di questa forte presa di coscienza, quasi di rinascita. Perché ci insegna che le soluzioni più performanti sono già nelle nostre mani e se riusciamo a unire i nostri bisogni con ciò che siamo in grado di fare, possiamo creare qualcosa di nuovo anche all’interno di contesti limitati e limitanti.

E la crisi infatti è proprio un grande esempio di contesto limitante. Sia che essa sia personale o globale. 

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