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Lavoriamo bene solo quando c’è motivazione

Soldi, soldi, soldi… o forse no? Quali sono i meccanismi della motivazione, al lavoro? Cosa dice la letteratura scientifica? Veramente lo stipendio è l’aspetto più importante che ci spinge ad alzarci alla mattina?

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Negli ultimi decenni la nostra concezione della cultura del lavoro ha perso spessore, valore e soprattutto identità. Ormai tutti parlano di lavoro come quella cosa che può darti da vivere, un qualcosa che purtroppo non possiamo evitare, ma che cerchiamo di raggirare in tutti i modi.
Anche lo studio in molti casi è diventato il pretesto per allontanare il più possibile il fatidico momento di ricercare il lavoro più adatto a noi. E diventare così autonomi.

Perché il lavoro è responsabilità condivisa, è l’unica cosa che unisce veramente una comunità.
Quando si lavora si compie sempre un’azione che ci porta a raggiungere un determinato obiettivo favorendo così una miglioria alla società in cui siamo inseriti. Non si lavora mai per sé stessi neppure quando facciamo del nostro hobby il nostro lavoro.

Il lavoro stesso assume rilevanza solo nel momento esatto in cui diventiamo consapevoli della responsabilità che porta in sé. Poter fare bene il proprio lavoro non dovrebbe essere peculiarità di poche menti, ma una volontà e un diritto dettato da motivazione ed entusiasmo.
Sì, perché quando ci si confronta con gli altri: quando si fa qualcosa per l’utilità comune, dobbiamo anche affrontarlo con il giusto entusiasmo che rappresenta il motore migliore per andare avanti, obiettivo dopo obiettivo.

Il lavoro soddisfa i nostri bisogni?

La letteratura scientifica ha individuato questa caratteristica nella motivazione, che dall’etimologia latina della parola individua qualcosa che spinge a muoversi: “atto a muoversi”, ma che richiama anche il francese motif, ovvero darsi un motivo sul perché facciamo le cose. Darsi un obiettivo.

Maslow con la sua teoria dei bisogni ha indicato nel soddisfacimento dei bisogni la chiave di volta per stimolare sempre questa motivazione. Una volta che hai soddisfatto i bisogni considerati primari (respiro, alimentazione, sesso, sonno, omeostasi), puoi ricorrere a soddisfare i bisogni “secondari” che stanno uno sopra l’altro a forma piramidale per far capire che più raggiungi obiettivi di soddisfazione alla base, più ricerchi altro che ti elevi.
Però una volta raggiunto l’apice e sei nello spazio dell’autorealizzazione, Maslow non ci offre una valida alternativa, anche se è utile per suggerirci che la creazione di obiettivi volti al soddisfacimento dei bisogni è un fattore determinante di motivazione in maniera più massiccia che il denaro.

Gli stimoli giusti

La teoria X e la teoria Y di Douglas McGregor, applicate dagli anni ‘60, ci conducono a una lettura di massima molto efficace. Le due teorie mettono a confronto due “stili” di gestione delle risorse umane in azienda.

La prima considera un ambiente in cui il datore di lavoro tende a vedere l’apporto professionale dei dipendenti in maniera restrittiva per far evitare comportamenti di difficile gestione. Questa restrizione porta il lavoratore a cogliere il mero senso utilitaristico del lavoro senza portare a nessun tipo di miglioria nel suo lavoro data anche la mancanza di responsabilità applicata e di possibilità di giudizio.

La teoria Y invece prevede una netta contrapposizione di visione in cui l’organizzazione tende a creare un clima positivo basato sulla fiducia dei lavoratori e sulla partecipazione alle scelte strategiche attraverso la libertà di agire e la delega.

Queste teorie tendono a farci riflettere ancora una volta sull’importanza di un’organizzazione aziendale di stimolare un contesto professionale volto alla creazione e al raggiungimento di obiettivi specifici proprio per allenare la motivazione nei dipendenti. Puntare su uno sviluppo di ambiente tipico della teoria Y porta a dare massimo rispetto alle persone e a valorizzare il loro “essere parte dell’azienda” perché il contesto si muove a piccoli passi, per obiettivi. E la pratica insegna che non c’è cosa migliore per lo sviluppo di una motivazione continua nel lavoro quotidiano…

Avere degli obiettivi fa bene alla motivazione

Perfino la mia professoressa di storia, quando ci vedeva stanchi e annoiati di stare ad ascoltare in aula, ci diceva che per stimolare l’interesse occorre darsi un obiettivo preciso, occorre (per l’appunto) lavorare nell’individuare un obiettivo specifico che mi permetta di tener vivo l’interesse. E questo obiettivo non poteva essere rappresentato solo dal voto finale dopo l’interrogazione, ma da una serie di esercizi che portavano alla conoscenza di un periodo storico, di un contesto, di quello che una situazione passata può ancora dirci oggi.

È questo il motivo principale. Occorre quell’obiettivo che ci permetta di vivere il lavoro come qualcosa che abbiamo voglia di fare. Perché i soli soldi, principale motore di motivazione, non riescono a tenere sempre vivo l’interesse: quando c’è la sicurezza di un posto fisso, di un’entrata mensile e di uno stile di vita coerente con il nostro guadagno, non vediamo comunque l’ora che arrivi il venerdì o le tanto desiderate ferie.

C’è quindi qualcosa ancora che manca.

È tutto nella testa: cambiamo approccio

Vivendo in un sistema che non permette di poter guadagnare sempre di più giorno dopo giorno (anche se nelle situazioni migliori gli scatti di anzianità lo rendono possibile per pochi euro), dobbiamo cercare altro e non dobbiamo riporre nell’elemento economico il successo della nostra giornata lavorativa.

È un fattore anche e soprattutto di scelta. Che tipo di lavoro abbiamo scelto e perché? Cosa ci ha portato a svolgere quel lavoro: il soddisfacimento di un bisogno primario o il cercare di arrivare in cima alla nostra piramide?

Tendiamo a cercare lavoro dove ci è più comodo, dove i nostri desideri si sposano alla sola promessa economica o al fatto di averne trovato uno, e in tempi di crisi strombazzata dai media a più non posso, alla fine quasi ci crediamo… anche se il grande problema sta proprio nell’approccio culturale sbagliato che rivolgiamo al lavoro.

Il lavoro dovrebbe essere una pratica che nasce come attività che unisce le persone, che costruisce identità, che dà dignità ai singoli. Purtroppo la crisi culturale sta proprio in questo approccio distorto in cui cerchiamo di far valere il denaro e “l’offerta che non possiamo rifiutare”.

Dobbiamo invece iniziare a vedere il lavoro come qualcosa che ci arricchisce non il portafogli, ma lo spirito, per la forte valenza sociale e identitaria. Solo così la motivazione e l’entusiasmo diventano protagonisti dei nostri giorni, creando consapevolezza e relazioni.

È opportuno cambiare approccio culturale quanto prima.
È una questione urgente, non è più accettabile lamentarsi quando è lunedì e gioire il venerdì.

Riprendiamoci il nostro lavoro e la nostra identità.

Dal 2007 mi occupo del Career Service di Fondazione Campus di Lucca ovvero supporto gli studenti dei corsi di laurea e dei corsi professionali della realtà formativa a orientarsi nel mondo del lavoro e trovare le opportunità formative e professionali più confacenti alle loro competenze e attitudini cercando di favorire il placement. Nel corso degli anni ho ampliato le mie conoscenze di comunicazione e marketing per comprendere la relazione tra le persone e il lavoro focalizzando l’attenzione sulle tecniche di personal branding e reputazione offline e online.

Caro Iacopo...

“Per le mie colleghe maestre, la mia alunna disabile non potrà mai imparare qualcosa”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…

Sono un’insegnante di sostegno, trasferita dalla Puglia al Nord. Ho scelto di essere un’insegnante di sostegno all’età di 11 anni, quando ho conosciuto G., un ragazzo tetraplegico dall’entusiasmo contagioso. Con lui ho i ricordi più belli della mia adolescenza: quanti pomeriggi trascorsi insieme a studiare attendendo di fare merenda, le serate al cinema, i corsi di nuoto, e le lunghissime telefonate anche oltre oceano, quando andava per mesi a New York per sperimentare nuove terapie e fare interventi!

Ricordo il periodo di quando era arrabbiato con Dio e mi domandava il perché lui fosse così e perché gli amici non volessero uscire con lui. Adesso però siamo cresciuti. Ognuno ha le sue vite, non ci sentiamo sempre, ma quando accade ritorniamo indietro di 24 anni e improvvisamente ritorno ad avere 11 anni.

Faccio questa premessa, per sottolineare come l’amicizia con G., i miei studi, la mia specializzazione nel sostegno, il ruolo, il sacrificio di lavorare lontana da cinque anni dalla mia famiglia, il carico di responsabilità come figura strumentale handicap e disagio ricevuto l’anno scorso, e soprattutto i bambini che ho incontrato, hanno forgiato in me sempre più un senso di giustizia e amore.

In questi giovani anni di ruolo ho dovuto scontrarmi più volte per far valere i diritti di questi bambini. Ho lottato per cercare di dare ambienti idonei, progetti, sussidi e soprattutto di creare sempre un clima accogliente e inclusivo, non solo per loro, ma per tutti i bambini e i genitori che sempre più si sentono soli.

È appena iniziato un nuovo anno scolastico. Non vedevo l’ora di rivedere i miei alunni, l’unica gioia e l’unica forza per andare avanti. Parto però con una tristezza nel cuore. Per l’ennesima volta mi sono scontrata con una collega che parla urlandoti in faccia e facendoti pezza da piedi. La discussione nasce dopo una comunicazione che giunge dalla direzione, dove le ore di sostegno sono poche e che per almeno i primi giorni, in attesa di ricevere altre ore dal provveditorato, dobbiamo coprire gli alunni gravi, i quali possono mettersi in situazione di pericolo.
Successivamente questa collega afferma che dare troppe ore di sostegno alla mia alunna è esagerato ‘perché tanto una come S. che porta il pannolone non sarà mai in grado di imparare a leggere e a scrivere… e non fa mica didattica!’.

Hai presente un grandissimo incendio con fiamme alte che divampano ovunque? Ecco, io mi sono sentita così. Sforzandomi di fare sentire il mio urlo di rabbia e dolore, le ho detto che ‘ogni bambino ha i suoi obiettivi da raggiungere con i suoi tempi… Tu non sei nessuno per parlare così… non te lo permetto! Tu Non conosci e non hai visto i successi di S. in seconda, anche imparare a lavarsi le mani o ad aprire la cerniera del giubbino ed essere autonoma è didattica!’.

Le mie colleghe di classe, maestre anche loro di S. (perché S. non è solo l’alunna della maestra di sostegno) non hanno detto una parola. Le altre (parlo di un gruppo di 30 docenti perché eravamo in riunione) sono rimaste in silenzio. Ero io da sola, a lottare contro un mostro di ignoranza e pregiudizi, in nome di tutti i bambini come S.
Improvvisamente l’ho immaginata a 30 anni, quando la scuola dell’obbligo sarà da tempo finita: cosa sarà di lei, figlia unica, con i genitori già oggi molto grandi, in una società brutta e squallida come questa? A me è mancata tanto quest’estate, ma ho il cuore che piange.

Purtroppo è una guerra tra poveri e i tagli all’istruzione e sul sostegno ci sono. Non ritengo meno grave un bambino che ha bisogno di meno ore di sostegno, ma fosse anche che un capitolo di storia non saranno in grado di ricordarlo, potranno sempre essere in grado di stare al mondo. Comunicare, esprimere bisogni, sapersi relazionare con gli altri, acquisire le autonomie di base, sono i primi obiettivi che ogni bambino deve aspirare a raggiungere. Ma per altri non è così… Certi bambini sono destinati al loro crudele destino.

Ti riporto un pensiero non mio ma di Giuseppe Pontiggia, che condivisi con la Dirigente di Torino, quando superai l’anno di prova: ‘Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare. Sono nati due volte e il percorso sarà più tormentato. Ma alla fine anche per voi sarà una rinascita’.”

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Ho abbandonato i social media. Per un po’. Poco.

Più vediamo (l’apparente) felicità degli altri sui social, più aumenta il nostro livello di insoddisfazione: lo hanno dimostrato le ricerche. Cosa fare? Chiudere l’account? Ne siamo in grado?

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I Social network hanno invaso la nostra quotidianità.
Abbiamo sviluppato una ipersensibilità a Like, stelline e cuoricini che ogni giorno riceviamo sulle piattaforme più gettonate dalle persone.

Diventiamo sempre più narcisisti, vogliosi di dimostrare che anche noi abbiamo una nostra esistenza nel mondo digitale, vogliamo il nostro spazio e semplicemente dire “Hey, guardatemi, ci sono anche io”.

Studi e invidia

Diverse ricerche lo dimostrano: i social sono una vera e propria mania per tanti di noi al punto da non riuscire più a staccarsi dal piccolo monitor del nostro telefono.

Due studi, tra i tanti, meritano l’attenzione per aver posto un indicatore chiaro di come i social cambiano la nostra mentalità.

Il primo, riguarda un documento molto importante sulla felicità degli utenti che frequentano maggiormente il più famoso, Facebook, condotto da Helena Wenninger, Peter Buxmann e Hanna Krasnova rispettivamente delle Università di Darmstadt e Berna.

Lo studio in questione dimostra che più si naviga all’interno del social, più viene percepito un senso di insoddisfazione nel vedere le immagini di altre persone che mostrano felicità, un po’ come se ci fosse un senso di invidia che colpisce gli utenti nel vedere emozioni positive dei propri contatti.

Il secondo studio condotto dall’Università di Pittsburg in collaborazione con la Columbia Business School e disponibile per visione sul sito ufficiale, dimostra che più si riceve apprezzamento digitale nei social, pensiamo ad esempio ad Instagram, dove il narcisismo è la parola d’ordine, più viene ridotto il proprio autocontrollo.

Sono colpit* soprattutto chi è molto gettonat* all’interno delle piattaforme, pensate, ad esempio, ai famosi influencer.

In faccia alla realtà

Dopo tutto, è inutile negarlo, il nostro sguardo è sempre pronto a controllare lo schermo, in attesa di ricevere notifiche.

Questo è forse un modo per sentirsi accettat* e richiest* dalla società.

Possiamo stare qui a raccontare quanto sarebbe bella la vita senza social a favore di viaggi, libri, palestra; di come si può, a piccoli passi, ridurre la nostra presenza digitale pensando di fare del bene a noi stessi un po’ per volta.

Ma, alla fine, quanto ci crediamo?

Siamo veramente disposti a ridurre il nostro patrimonio sociale digitale, a rifiutare enormi cerchie di amici conquistati con anni di fatica e poi alla fine chiudere tutto, saluti e baci a tutti?

Non penso proprio.

Abbandonare un social

Quanti di voi hanno detto basta a qualche piattaforma sociale?

Io l’ho fatto diverse volte: nel 2014 disattivai l’account Facebook per diversi mesi, ho eliminato Instagram per ben 2 volte tornando poi con nuovi account e ho disattivato LinkedIn per una settimana.

Perche sono tornato?
Perché ogni social ha le sue caratteristiche e motivazioni ben specifiche a cui volevo rimanere presente.

Sono giunto alla conclusione che, se dovessi scegliere fra tutti i network con le varie modalità di di utilizzo, e con tutti i pro e contro della situazione, penso che non sarei più capace di togliermi da Facebook.

Il motivo di tale scelta è presto detto: tantissime aziende, locali e altre realtà, hanno la propria pagina aggiornata sul social, dove tutti possono controllare in tempo reale eventuali cambiamenti e rimanere “al passo”.

Stesso discorso vale per gestori di siti web o blog che, grazie alla piattaforma di Zuckerberg possono avere una capillarità ed una conoscenza mai immaginata fino ad ora.

Quando le persone mi confessano che si sentono “fuori dal mondo”, intendono proprio questo: non sapere quello che accade nel mondo, perché se prima era compito dei classici media come la tv ed i giornali essere al centro dell’attenzione, ora tutto si concentra nelle varie piattaforme dove diamo il meglio, ed anche il peggio, di noi stessi.

Rimanere quindi senza un supporto come il social network ci fa sentire a disagio, vuoti, proprio come se avessimo fatto un passo di lato lasciando che il mondo continui la sua velocissima vita online.

Ed ecco che, tornando al punto di partenza, iscriversi ai vari servizi ci vuole poco, “È veloce e semplice” scrive la pagina di accesso a Facebook, ma dobbiamo capirne il funzionamento, dosare la nostra presenza online, cosa condividere o meno e soprattutto sapere che abbiamo una vita fuori da questo schermo senza prendere scelte drastiche.

NowPlaying:
Amerika, Rammstein

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