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Lavorare

Le 6 cene aziendali a cui prima o poi ti tocca partecipare

Puntuale come il video di riepilogo su Facebook, eccola lì: la cena di Natale di fine anno coi colleghi. Ogni azienda ha il suo stile, ma possiamo identificare delle macro-aree di cene aziendali (e, con un po’ di fortuna, sopravviver loro).

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La cena aziendale è il momento topico della vita di una qualunque azienda, grande o piccola che sia, l’evento clou dell’anno è quando si decide location, cibo e regalo aziendale da spacciare ai dipendenti.

Il tono di un’attività, il vero spirito imprenditoriale, il sano spirito di squadra si respira tutto in quell’invito che in genere viene girato mezzo mail interna e impaginato alla meno peggio da qualche segretaria che sceglie a proprio gusto palline, alberi, strass e scritte glitterate che annunciano la fatidica cena di natale.

L’epilogo più o meno resta lo stesso in tutti gli ambienti: si finisce la serata con un altissimo tasso alcolico, con qualcuno da riaccompagnare a casa e qualche nuova ipotetica e nascostissima relazione tra colleghi che nessuno sa o immagina. Ma l’incipit può essere molto diverso.

Ma quante tipologie di cene ci sono?
Io, nei miei anni di esperienza da dipendente, ne ho identificate alcune:

La cena motivazionale

Più che una cena è un vero e proprio viaggio di piacere per ripagarti della fatica fatta durante l’anno. Di solito viene affittato tutto un maniero in qualche bellissima località al sud, per un paio di giorni, e tutta l’azienda viene portata, armi e bagagli, a destinazione. Vietato portare compagni, mogli e figli: tutto si deve vivere rigorosamente con gli stessi compagni di viaggio che hanno a che fare con te ogni giorno.

In genere in quei giorni cercano di instillarti di nuovo, mediante copiose flebo di vino, il sangue che hai sputato durante l’anno.

Non mancano gite organizzate in visita alla città d’arte, discoteca serale e riffa di Natale.

Il regalo pensato per tutti è qualcosa di tecnologico e costoso che tornerà certamente utile per il lavoro fuori dalle ore d’ufficio.

La cena demotivazionale

La cena demotivazionale è una roba organizzata davvero all’ultimo, raschiando il fondo del barile per motivare l’ultimissima fattura emessa come nota di spesa.

Viene organizzata in un posto improbabile, tipo una bocciofila scadente dove al bar hai solo le copie di bassa lega dei più famosi liquori di marca.

Tutto odora di vecchio e stantio, un po’ come essere finiti nella sceneggiatura di un vecchio film anni ’70.
Il cibo rigorosamente servito da scodellone di metallo tenute sotto l’ascella dai camerieri. In menu l’immancabile rognone, i nervetti e la trippa. Vino sfuso o in cartone. Serata con tombolata finale e musica dal vivo con orchestra che suona solo liscio.

Di regalo non c’è nulla, neanche il panettone con la bottiglia. Quello viene dato solo ai dirigenti.

La cena impacchettata

Dress code d’obbligo, tutti tiratissimi come neanche alla prima della scala, posti rigorosamente assegnati con criteri apicali e struttura gerarchica d’ordinanza.

Location spettacolare in un megalocale alla moda, all’ultimo grido, dell’ultimissimo respiro. Ciascuno ha accanto il proprio cameriere personale che versa acqua e vino. Di solito sono cene silenziosissime e si ride educatamente solo alle battute del capo.

Durante la cena cucinata da un megachef stellato, mentre compaiono piatti dal nome lunghissimo rispetto al contenuto, vengono assegnate medaglie al merito ai dirigenti.

A tutti gli altri bottiglia di champagne che ovviamente ricicleranno alla prima occasione utile.

La cena creativa

È quella più temibile tra tutte: di solito viene fatta in qualche posto assurdo, tipo nel tendone di un circo mentre i clown ti tirano torte in faccia, in una escape room e puoi azzannare una tartina solo se riesci ad uscire, in cima a un rifugio dopo aver ciaspolato ore sotto la neve. Bello eh, tutto molto interessante, il problema è che non sai mai cosa metterti e come ne uscirai.

Il regalo è sempre qualcosa di sensazionale che nessuno capisce cos’è e come si usa. Però tutti giurano sia un’idea geniale.

La cena benefica

Viene fatta in un ristorante dove ciascuno paga il suo ingresso a un costo spropositato con la scusa della raccolta fondi. Devi anche portare qualcosa che possa essere messo in vendita a una specie di swap party dove sei invitato a comprare e lasciare tutto comunque lì in dono. Nessun regalo di natale alla fine perché i soldi destinati a ringraziare gli ospiti sono andati a qualche fondazione che costruisce pozzi in Africa.

Praticamente esci senza un rene, ma felice, sapendo che qualcosa di buono l’hai fatto.

La cena senza pretese

È quella fatta all’ultimo, senza sapere bene neanche dove prenotare. Di solito succede alle piccole realtà, quelle dove si è tutti amici e ci si arrangia all’ultimo incastrando gli impegni di tutti e coordinandosi alla meglio.

Si dice sempre “oh, quest’anno non ci si regala niente” e invece ogni anno tutti hanno un pensierino per ciascuno, perché dopotutto lavorare insieme ti costringe, tuo malgrado, a vedere anche i lati positivi della convivenza forzata. Queste sono le feste più belle, dove si ride, si beve, ci si prende in giro e si fanno progetti per l’anno dopo, rimandando a gennaio qualsiasi mail urgente dell’ultimo minuto, perché il piacere di stare insieme viene prima di tutto.

Io ho avuto la cena sociale della mia piccola agenzia martedì 11 dicembre (mentre voi mi starete leggendo a ridosso del Natale).
Ho comprato regali ragionatissimi ai miei amici – perché chiamarli colleghi è poco – e spero apprezzeranno.

Io mi auguro che mi arrivi l’ormai abituale agenda rossa d’agenzia, perché ci sono affezionatissima, mi devo già segnare gli appuntamenti di gennaio e fare la mia solita pensata quando la aprirò, domandandomi “chissà cosa succederà quest’anno?”.

Già. Chissà.

Valentina Maran è nata a Varese nel 1977. È una copywriter freelance. Si è formata nelle più grandi agenzie di comunicazione milanesi e dopo un trionfale licenziamento ha scritto “Premiata Macelleria Creativa” (Fandango 2011). Scrive per riviste, committenza privata, blog di ogni tipo e si occupa prevalentemente di questioni di genere, femminismo, parità di diritti nella comunicazione. Con la sua socia Vanessa Vidale ha una piccola agenzia di comunicazione che si chiama NoAgency dalla quale non può licenziare nessuno, tranne se stessa. Da anni è docente in corsi ITS e IFTS post diploma dove insegna creatività.

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Lasciare un lavoro per dedicarsi alla famiglia

Carriera e maternità (o paternità). Conciliare il lavoro con la famiglia. I figli cambiano la vita… e il lavoro.

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Lasciare un lavoro per dedicarsi ai figli

Quando in una famiglia arriva un bambino, succede qualcosa di strano. Non parlo di nuovi oggetti misteriosi che prendono il posto dei classici mobili, soprammobili ed elettrodomestici, o il feng shui lasciato da parte per fare spazio a scatoloni IKEA pieni zeppi di giochi, corredini e pannolini, ma qualcosa di più intangibile e invisibile.

La famiglia richiede il suo tempo

Accade una ridefinizione di ruoli, un cambio repentino delle priorità, nuove responsabilità e allenamento di nuove o sopite competenze. Perché per ogni nuovo bambino che arriva il tempo famigliare si ridefinisce e si amplifica. Le attività devono essere portate avanti secondo un’ottimizzazione temporale che non ha eguali, meglio di ogni programmazione data da un nuovo processo aziendale, meglio della pianificazione per una scadenza di consegna progetto, o di una qualsiasi nuova mansione che va ad arricchire e migliorare il tempo che spendo.

È una questione di tempo come tutto del resto, il nostro tempo è prezioso perché ha un valore anche e soprattutto economico e non ci pensiamo troppo spesso. Questa attenzione al tempo ridefinisce quello che nella società diamo per scontato. Avere un figlio è donare molto del tempo personale a un’altra creatura, quindi è un aumento esponenziale delle capacità personali di ottimizzazione e gestione del tempo disponibile.

Si dice che a volte il periodo di maternità, per esempio, è equivalente alla frequenza di un master. Non banalizzerei così il concetto, ma sicuramente ciò che ci sta dietro ha un fondo di verità perché la mamma (ma può essere anche il papà) deve allenare delle competenze “classiche” in modo autonomo e immediato altrimenti si rischia di non riuscire a gestire il nuovo arrivato e lasciarsi sopraffare da tutto il resto.

Non si parla in questo caso solo di gestione del tempo, ma della capacità di delegare, di gestire situazioni complesse, di ascoltare e di risolvere i problemi, giusto per fare degli esempi.

Lasciare un lavoro per i figli

È più importante la carriera o la famiglia? Famiglia e lavoro non sono inconciliabili, e anzi uno  potrebbe venire in aiuto dell’altra e viceversa (ad esempio un buon lavoro assicura una migliore retribuzione, che dà più sicurezza nel momento in cui si decide di avere un altro figlio).

Forse il problema vero che non ci permette di vederla così rimane sempre e comunque il tempo. Ovvero una volta superato il periodo obbligatorio e/o facoltativo della maternità/paternità riusciamo a inserire nella nostra giornata anche le classiche otto ore di lavoro o siamo costretti a chiedere una riduzione di orario o addirittura un’interruzione del rapporto di lavoro?

Sempre più spesso si assiste a un cambiamento obbligato di vita, molte madri infatti (purtroppo ancora non ci allontaniamo dalla differenza di genere) scelgono laddove possibile impieghi part-time o, nei casi più gravi, lasciano il posto di lavoro perché non hanno la possibilità di lasciare i figli ai nonni o a persone di fiducia che possano guardarli.

Il rapporto Mamme di Save The Children 2017, intitolato non a caso “Le equilibriste”, sottolinea il fatto che l’occupazione femminile totale in Italia nel 2016 è pari al 48,1% e sta aumentando a piccoli passi anno dopo anno come a suggerire che la donna cerchi sempre di più la possibilità di emanciparsi dalla condizione di subordinazione al partner.

Sempre in Italia però il 58,2% delle donne occupate in contratti part-time sono in part-time non volontario e questo dato è in forte crescita rispetto a un decennio fa che si stimava fosse intorno “solo” al 38%. Insomma, l’equilibrio tra maternità e lavoro passa spesso per un part-time non richiesto.

Quando invece è un desiderio

Credo però che ci siano anche motivazioni sociali e personali dietro la scelta di chiedere un part-time o di lasciare un lavoro.

Quando analizziamo dati e statistiche sull’argomento, talvolta perdiamo di mira il campo emotivo. Diventare madre e padre è prima di tutto un grande cambiamento personale e talvolta questa nuova situazione crea cambi di rotta e nuove priorità che prima non si valutavano minimamente. Le emozioni che si innescano ogni volta nelle persone più o meno sensibili hanno il potere di governare scelte, abitudini e di indirizzare la nostra vita a loro piacimento.

Forse dietro a questi dati non c’è un problema legato alla questione femminile o all’impossibilità di gestire i famigliari in difficoltà, sia che essi siano troppo piccoli o con qualche problema di salute. A volte potrebbe essere una volontà del genitore di passare più tempo insieme al figlio. Quasi sempre però questo approccio si accompagna a situazioni economiche più stabili e soddisfacenti che permettono di rinunciare a una quota di reddito in famiglia.

Il welfare è una buona cosa, ma basta?

Quando parliamo di problemi legati alla conciliazione lavoro e famiglia, non dobbiamo pensare solo alla gestione dei figli, ma anche alla presenza di adulti conviventi o non conviventi in difficoltà. Anziani, invalidi, persone portatrici di handicap e altri soggetti che vivono difficoltà motorie o di altro genere richiedono cure e attenzioni particolari andando a incidere in modo importante sul nostro tempo.

Le aziende che hanno un occhio di riguardo al welfare dei lavoratori cercano di predisporre strumenti o metodi di lavoro alternativi per poter garantire una serena conciliazione. Ecco che nascono gli ormai già rodati asili aziendali o la possibilità di usufruire di maggiordomi messi a disposizione dall’azienda per piccole commissioni, come pagare bollette, ritirare vestiti in lavanderia, ecc.

Una delle forme però più utili per garantire questo “benessere” potrebbe essere rappresentata dallo smart working, ovvero dal gestire i propri incarichi professionali a distanza. Ma siamo sicuri che questa sia una via che aiuta concretamente le famiglie in difficoltà? Inoltre non tutte le PMI in Italia applicano questo tipo di pratiche anzi talvolta sono legati solo a realtà più grandi con logiche multinazionali. E i lavoratori inseriti in questo tipo di aziende sono nettamente inferiori a tutto il tessuto di PMI e aziende famigliari di cui è cosparso il territorio italiano.

E per gli uomini cosa cambia?

Se l’italiano è famoso nel mondo per essere “mammone” dobbiamo dire che i papà si stanno prendendo la rivincita: sta infatti cambiando il paradigma storico dell’uomo lavoratore che non si occupa dei figli, mutando in figure sociali più attente ai bisogni dei figli. Nascono padri che rinunciano a promozioni e decidono di chiedere il part-time. Resta fermo però il fatto che almeno una persona all’interno del nucleo famigliare deve favorire un reddito tale da mantenere la situazione economica stabile per poter fare questo tipo di scelta.

È interessante notare che uno studio del Boston College del 2017 evidenzia tre tipi di padri: quelli egualitari, quelli conflittuali e quelli tradizionali. I primi sono coloro che desiderano e sono concretamente uguali al partner nella cura e nella crescita dei figli; i secondi sono quelli che desiderano essere egualitari, ma poi in pratica non lo sono o non lo possono essere per motivi professionali. Ci sono poi quelli tradizionali che invece non richiedono un ruolo attivo nella crescita dei figli e quindi non lo sono realmente.

Una ricerca condotta su questo studio fa emergere poi che più il padre guadagna uno stipendio alto (130-150mila dollari), meno le partner lavorano (44%) e più sono “tradizionalisti”. Invece più lo stipendio è basso più il padre è egualitario nei doveri genitoriali e più le loro partner lavorano (90%).

Anche questo è work-life balance

La conclusione perfetta di questo breve excursus nel mondo della conciliazione tra famiglia e lavoro potrebbe essere riassunta con la parola cura: in un mondo in cui il tempo è una merce venduta a caro prezzo e soprattutto è un bene prezioso sempre più carente nelle nostre vite, aver cura dell’altro può essere la soluzione che ridona dignità e umanità alle nostre relazioni.

Naturalmente questa cura deve appartenere non solo ai genitori e ai lavoratori, ma anche ai datori di lavoro e ai responsabili che gestiscono le persone all’interno dell’azienda, che dovrebbero garantire un’attenzione sempre più forte alle necessità dei singoli individui. Il prendersi cura degli altri è una parte importante della propria professionalità.

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Crescere

Lo sport: uno sforzo di lusso

Non si dovrebbe fare sport per vincere. Fare sport è mettere il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela.

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“L’importante nella vita non è solo vincere, ma aver dato il massimo. Vincere senza combattere non è vincere”. Così disse il vescovo Ethelbert Talbot durante le Olimpiadi del 1908. Dare il massimo ha a che fare con lo sport, vincere con il lavoro. Sport e lavoro andrebbero presi seriamente entrambi. Tuttavia è più semplice a dirsi che a farsi, dal momento che hanno due etiche e due estetiche decisamente diverse.

Il lavoro ha la sua etica nella necessità dello sforzo, lo sport nella concessione del lusso dello sforzo. Lavorare è produrre un effetto e se si ottiene l’effetto senza dare il massimo tanto meglio. Lo sport è dare il massimo e se si vince tanto meglio.

L’estetica del lavoro è legata al produrre: il lavoro è bello se produce il massimo con il minimo sforzo. L’estetica dello sport invece è legata alla performance massimale: lo sport è bello se ci si spinge al massimo delle possibilità e oltre.

Ma oggi è di sport che vorrei che parlare, perché di lavoro pensiamo tutti di essere abbastanza ferrati.

Sport. Dal francese antico “desport” ossia tempo libero, ozio. comodità. Per questo motivo sono annoverate tra gli sport una lunga lista di attività tra loro molto diverse, ma accomunate da un elemento ricorrente: si fanno nel tempo libero. Libero da cosa? Libero dal lavoro ossia dalla necessità di produrre.

Stando all’etimologia dunque, una persona sta facendo sport quando si ritaglia un po’ di tempo libero dal lavoro e si concede il lusso di sforzarsi al massimo. Il tipo di attività che farà è secondario. Potrebbe giocare a bridge, ballare, correre, cantare. Fino a prova contraria tutto questo è sport se viene fatto nel tempo libero con l’intento di sperperare tempo ed energie.

Secondo questa definizione non è sport quello che più spesso chiamiamo sport. Ossia non è sport giocare a calcio come professionista, perché quello è lavoro, non è sport ballare come professionista, perché anche quello è lavoro.

Seguendo questo spunto etimologico dunque non è sport neppure ammazzarsi di palestra e cardiofitness per perdere peso. In questa attività infatti non c’è lusso, ma necessità di produrre un risultato: il calo di peso. Lo sport, quello vero, non ha altro obiettivo se non se stesso.

Mi ricordo quando giocavo a pallacanestro e un giorno ad un campetto ebbi modo di giocare contro un ragazzo che giocava nelle giovanili di una grossa squadra bolognese. Mi sembrò di giocare contro un marziano: lui era là e io ero ancora qua. La differenza tra me e lui era nel modo in cui affrontava il gioco. Io facevo sport, lui, per quanto giovane, lavorava. E se io volevo quel tipo di prestazione dovevo trovare del tempo e riempirlo con la pallacanestro. Quel tempo non sarebbe più stato libero. Non sarebbe più stato sport, ma lavoro. Mi sarebbe piaciuto, ma avevo già più di un lavoro in agenda e non presi quella strada. Tuttavia, quel giorno imparai qualcosa di molto importante.

Oggi da medico mi domando: alle persone per stare meglio, serve fare sport? Il lavoro da solo non basta e soprattutto non basterà in quel futuro tutto performante in cui ci apprestiamo a immergerci.

Quando si fa sport si mettono il corpo e la mente nella condizione di spingere al massimo senza la necessità di farcela. Vincere a bridge, portare a termine una maratona, passeggiare per i boschi in cerca di funghi, fare cruciverba, frequentare un corso di teatro, suonare uno strumento musicale: fare una di questa cose al massimo senza avere la necessità di farle. Questo è fare sport.

E le reazioni del corpo e della mente alla sfida dello sport sono molto interessanti. Entrambi, sorpresi, si danno da fare per trovare un modo di portare a termine la sfida, pur sapendo che possono ritirarsi quando vogliono. E che il fatto di continuare è puro esercizio di un lusso.

Pochi hanno espresso questo concetto in modo tanto evocativo ed elegante come Ortega y Gasset quando dice: “Al lavoro si contrappone un altro tipo di sforzo che non nasce da un’imposizione, ma da un impulso veramente libero e generoso della potenza vitale: lo sport […]. Si tratta di uno sforzo lussuoso che si dà a mani piene senza speranza di ricompensa, come il traboccare di un’intima energia. Perciò la qualità dello sforzo sportivo è sempre egregia, squisita”

 

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