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Netflix si sta suicidando di normalità

Nel tentativo di generare utili per i propri azionisti, Netflix sta cercando di tagliare l’aumento delle spese. Ma questo comportamento è tipico dei network della vecchia generazione e Netflix si sta giocando la sua carta migliore: non essere come gli altri.

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Netflix ha appena annunciato di aver cancellato dopo due stagioni “The OA”, una delle serie più innovative, complesse e meglio scritte degli ultimi dieci anni.

Nel delirio di onnipotenza social-cratico, naturalmente è partita la solita petizione dei fan, sapendo che, ogni tanto, funziona: la commedia soprannaturale “Lucifer” è stata salvata grazie a una petizione proprio da Netflix, che l’ha prolungata di altre due stagioni, mentre per “Sense8” i fan erano riusciti a strappare un ultimo episodio di due ore che concludesse la saga.

La cancellazione di una serie è un fatto piuttosto normale nel panorama televisivo attuale e non di rado vengono troncate nel bel mezzo dell’intrigo, come “Dark Angel”, o “Firefly” o “Designated Survivor” o ancora “Tomorrow People”.

Ora, stendendo un pietoso velo sul poco rispetto che i produttori dimostrano per il loro pubblico, la parola chiave in questo caso è “normale”.

Il brand di Netflix è (era?) eccezionale

“Normale” è tutto ciò che Netflix ha cercato di non essere fin dalla sua creazione.

Stiamo parlando dell’azienda visionaria che ha creduto nello streaming prima degli altri (e che le ha permesso di essere citata in tutti i case studies delle business school, in quella che è ormai conosciuta come la battaglia Blockbuster vs Netflix).

Stiamo parlando della società che è diventata famosa per aver cancellato gli obblighi di presenza e le ferie ai propri collaboratori, dando loro la possibilità di assentarsi quando vogliono.

E nessuno prima di Netflix, neanche HBO, era riuscita a ridefinire il confine tra film cinematografico e film TV, portando alcune delle sue produzioni nei festival del cinema più prestigiosi al mondo, senza che fossero previste per la proiezione in sala (nel 2017, il film “Okja” con Tilda Swinton fu ammesso in concorso al festival di Cannes, sollevando un polverone che non si è ancora placato).

Di fronte a queste evidenze di eccezionalità, c’è da chiedersi se Netflix possa veramente permettersi di comportarsi “normalmente”.

Come (non) fa soldi Netflix?

Netflix ha un valore di mercato di 142 miliardi di dollari (agosto 2019), conta 125 milioni di abbonati in 190 Paesi, che guardano 125 milioni di ore di contenuti Netflix al giorno. Ma l’ultima volta che ha generato un cash flow positivo è stato nel 2009.

Il flusso di cassa (che traduce l’inglese cash flow) copre diversi ambiti, ma quello che più interessa agli azionisti è quello netto di tutti i pagamenti effettuati e ricevuti, compresi i detentori del capitale di debito.
In poche parole, i soldi che rimangono dopo aver pagato tutto e che possono essere ridistribuiti agli investitori.

All’ora attuale, le proiezioni indicano per il 2019 un cash flow negativo di 3,5 miliardi di dollari, a fronte di 3 miliardi lo scorso anno.

Questo significa che Netflix è obbligata a continuare ad indebitarsi per finanziare la produzione dei suoi contenuti originali, che però porteranno a migliorare i margini di guadagno anno dopo anno, fino al pareggio di bilancio previsto nel 2024.

I soldi di oggi valgono di più dei soldi di domani

Questo è possibile grazie al modello di business basato sugli abbonamenti e sul ritmo di crescita previsto (che include comunque un fisiologico rallentamento).

Le proiezioni finanziare indicano che per arrivare a generare un cash flow positivo di 10 miliardi, Netflix dovrà raddoppiare i suoi guadagni attuali. E 10 miliardi, sebbene possano sembrare molti, sono esattamente ciò che IBM ha generato ogni anno dell’ultimo decennio.

Ora, a titolo comparativo, il valore di mercato di IBM è di meno di 120 miliardi di dollari, ben al di sotto del valore di Netflix. Per questo motivo, è chiaro che, per riuscire a generare profitti nei prossimi cinque anni e per giustificare la sua importante capitalizzazione, Netflix dovrà rallentare la crescita delle spese.

E questo spiega le cancellazioni.

L’insorgere della concorrenza

Le ragioni che spingono Netflix a tagliare gli show meno seguiti (o troppo cari, come era stato il caso di “Sense8”, girato in decine di location differenti in tutto il mondo) sono comprensibili.

Il loro focus è ora sulla profittabilità, dopo tanti anni di investimento, sebbene il momento storico non sia dei più felici: Amazon Prime e Hulu sono agguerriti concorrenti, mentre fra pochi mesi ci sarà la scesa in campo dei colossi Apple e Disney, con i loro contenuti originali e una loro piattaforma proprietaria.

Il pubblico acquisito basterà per permettere a Netflix di continuare a essere il leader di mercato?
Una cosa è sicura: la gente non potrà permettersi 3 o 4 diversi abbonamenti e finirà per scegliere. Sulla base dei contenuti, soprattutto, ma anche rispetto all’affinità che sente con il brand.

Da questo punto di vista, è possibile che la preoccupazione finanziaria che si avverte nell’aria, oltre a fare qualche deluso, inciderà sulla percezione del brand Netflix.

Messaggi citofonati e falsa gratitudine

Andiamo a riprendere gli annunci di alcune cancellazioni effettuate da Netflix e vediamo il linguaggio utilizzato (le traduzioni sono nostre):

Sense8
“Dopo 23 episodi, 16 città e 13 nazioni, la storia del cluster di Sense8 giunge a conclusione. Rappresenta tutto ciò che noi e i fan sognavamo che fosse: audace, emozionante, sorprendente, spaccaossa e assolutamente indimenticabile. […] Ringraziamo Lana, Lilly, Joe e Grant per la loro visione and l’intero cast e il team per il lavoro certosino e il loro impegno.”

Peccato che la storia non fosse per niente giunta “a conclusione”. Ma l’importante è riconoscere il valore della serie e ringraziare chi l’ha ideata.

Daredevil
“Marvel’s Daredevil non tornerà per una quarta stagione su Netflix. Siamo tremendamente fieri dell’ultima stagione finale dello show e sebbene sia doloroso per i fan, pensiamo che sia meglio chiudere questo capitolo in bellezza. Siamo grati allo showrunner Erik Oleson, agli scrittori, al team stellare e all’incredibile cast tra cui Charlie Cox nel ruolo di Daredevil”.

Di nuovo, è doloroso ma grazie a chi l’ha creato, e comunque l’abbiamo interrotto ma l’ultima stagione era di qualità. Tra la la.

Santa Clarita Diet
“Il mondo non aveva ancora visto una “zombedia” prima di Santa Clarita Diet, e siamo in debito con il suo creatore Victor Fresco per aver portato questa idea a Netflix. […] Siamo grati a Victor, Drew e Timonthy, nonché ai colleghi produttori esecutivi Tracy Katsky, Aaron Kaplan, Chris Miller e Ember Truesdell e all’incredibile cast […].”

Di nuovo, tante grazie per la visione e il lavoro fantastico.

The OA
“Siamo incredibilmente fieri dei sedici ipnotizzanti capitoli di “The OA” e siamo grati a Brit e Zal per aver condiviso la loro audace visione e per averla realizzata con incredibile maestria”.

No comment, penso che il punto sia chiaro.

Linguaggi diversi non fanno bene al brand

È vero che mettere in parallelo annunci fatti a distanza di mesi è impietoso, ma rimane interessante notare il modus operandi di Netflix quando cancella una serie di successo.

Stiamo parlando della stessa azienda che ha dipinto con i colori dell’arcobaleno la stazione della metropolitana di Porta Venezia a Milano per il Pride del 2018, o che ha costruito un enorme Dalì integrandolo alla statua del dito medio in piazza Affari, sempre a Milano.

Un’azienda che sa comunicare, insomma (anche se in Italia va detto che il grosso del lavoro – e del successo – è imputabile al bravissimo team creativo dell’agenzia We Are Social).

Ed è qui che casca l’asino: nella differenza tra linguaggio corporate e linguaggio marketing.

Non c’è niente di più pericoloso per un’azienda “innovativa” che farsi cogliere in fallo su quella che, fondamentalmente, è un’ipocrisia di fondo. Non c’è coerenza nel loro messaggio.

Noi diamo, noi togliamo.

Il pubblico avrà l’impressione di essere stato tradito: poco importa se amavi “The OA” e volevi vedere come andava a finire, se non rende abbastanza, il tuo piacere per noi è troppo costoso e ci sentiamo in diritto di toglierti ciò che ami.

È in questo paradosso tra sogno e sostanza che Netflix sta facendo male i suoi calcoli. Dimostrando di essere schiavo del sistema legato agli interessi degli azionisti, alza la bandiera bianca di ciò che lo rendeva speciale e ammette la sua normalità.

E tra Netflix, Hulu, AmazonPrime, Disney+, Apple TV+ e AT&T’s WarnerMedia qual è la differenza, se l’essere speciali non è più un vantaggio competitivo? Una domanda che gli executive di Netflix faranno bene a porsi, perché, lo si sa, anche il pubblico dà, e poi toglie.

All’età di tre anni ho deciso di diventare vegetariano; in seconda elementare, la maestra ha convocato i miei genitori perché “non era normale” che un bambino conoscesse tutti i nomi dei funghi in latino; a 13 anni ho amato per la prima volta senza sapere che non era amore; a 15 ho smesso di fare decathlon perché odiavo la competizione; ancora minorenne, sono stato processato da una corte marziale. A 20 anni mi sono sposato e a 23 ho divorziato; a 25 anni dirigevo una start-up che ho fatto fallire; a 29 ho avuto la meningite, sono morto ma non ho saputo restarlo. A 35 anni ho vissuto una relazione poliamorista e sono diventato padre di figli di altri. A 42 mi sono licenziato da un posto fisso, statale e ben pagato per fondare l’Agenzia per il Cambiamento Purple&People e la sua rivista Purpletude. A parte questo, ho 20 anni di esperienza nelle risorse umane, ho studiato a Ginevra, Singapore e Los Angeles, ho un master in comunicazione e uno in digital transformation e ho tenuto ruoli manageriali in varie aziende e in quattro lingue diverse: l’ONG svizzera, la multinazionale francese, le società americane quotate in borsa, la non-profit parastatale. Mi occupo soprattutto di comunicazione del cambiamento, di organizzazioni aziendali alternative e di gestione della diversità – e scrivo solo di cose che conosco, che ho implementato o che ho vissuto.

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Coltivare la bellezza dentro e fuori

Coltivare la bellezza richiede una quotidiana cura di sé, del proprio corpo, della propria mente. Al tempo stesso alimentare la bontà significa impegnarsi altrettanto quotidianamente nella cura degli altri e del mondo.

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coltivare la bellezza

Come coltivare la bellezza dentro e fuori da noi?
A questo tema secoli fa i greci dedicarono un’espressione che da allora ha ispirato e guidato un gran numero tra uomini e donne: kalos kai agathos.

Kalos potrebbe essere tradotto con bello e Agathos con buono. Kalos kai agathos starebbe dunque per bello e buono.
Tuttavia, questa traduzione non rende! Nelle parole bello e buono infatti c’è tutto, ma al tempo stesso manca ancora qualcosa.
la Grecia classica, con tutta la sua mortalità e immortalità, universalità e località.

Essere kalos kai agathos significa essere di una bellezza umana, razionale e finita, e al tempo stesso di una bontà divina, folle e infinita. E soprattutto essere belli e buoni al tempo stesso!

Lo suggeriscono le parole stesse: la k di kalos, esteriore e ordinata; la g di agathos, interiore e passionale.

Coltivare la bellezza interiore ed esteriore come ambivalenza

Chi coltiva la bellezza secondo il principio kalos kai agathos si pone in una condizione di ambivalenza costante. Vive tra controllo e perdita di controllo, tra ordine e caos, tra comprendere e contemplare, tra fare e cercare, tra pensiero e passione.

Il controllo e il rigore che alimentano la bellezza. La perdita di controllo e la dedizione che alimentano la bontà.

Chi persegue questa via si alza al mattino di buon ora e si domanda “Cosa dà valore alla mia vita?”. Prende un foglio di carta e scrive, non quello che pensa, ma quello che sente.

Poi si domanda “Di cosa il mio corpo ha bisogno per vivere al meglio?”.  A quel punto osserva e pensa e, se serve, studia.
Quindi beve un bel bicchiere d’acqua, magari due, perché sa che siamo fatti per il 70% di acqua. Mette il corpo in movimento, affinché questo respiri aria. Mangia un po’ di tutto, dal momento che sa che il suo corpo è fatto un po’ di tutto (ho parlato della colazione come atto coraggioso qualche giorno fa).

Il contatto con il nostro tormento interiore alimenta la bontà d’animo.
La cura del nostro involucro esteriore crea la bellezza.

Kalos kai aghatos: attraverso le epoche

L’espressione kalos kai agathos si ritrova in diverse epoche della storia greca. Con essa furono descritti gli eroi dell’epoca omerica e al tempo stesso i grandi uomini politici dell’epoca delle città stato (Atene, Sparta).

Come si spiega che gli uni e gli altri fossero kalos kai agathos? Se kalos kai agathos è un guerriero vigoroso che ha cosparso di sangue il campo di battaglia, come può esserlo anche un politico esile che si impegna tutti i giorni per evitare il conflitto tra i cittadini e per alimentare la democrazia?

C’è una sola spiegazione: kalos kai agathos significa essere al tempo stesso di una bellezza divina e di una bontà mortale, in armonia con l’eternità e in sintonia con il momento presente. Parafrasando umilmente Immanuel Kant, belli in quanto in armonia con il cielo stellato sopra di noi e buoni in quanto in armonia con la legge morale dentro di noi.

Immortali e mortali.

Il guerriero combatte per la giusta causa e il politico prende le parti della giustizia: così entrambi sono buoni. Il guerriero e il politico, tengono entrambi la testa alta, lo sguardo rivolto all’orrizzonte, il petto aperto e la pancia leggermente retratta, quando si gettano l’uno nel campo di battaglia e l’altro nell’agora (la piazza dove si animava il dibattito tra i cittadini). Così entrambi sono belli.

Bontà e Bellezza: non si contraddicono pur contraddicendosi

I concetti di bellezza e bontà, non si contraddicano in teoria, tuttavia bisticciano spesso nella pratica! Ed è questo che rende la via del kalos kai agathos non priva di difficoltà.

Coltivare la bellezza richiede una quotidiana cura di sé, del proprio corpo, della propria mente. Al tempo stesso alimentare la bontà significa impegnarsi altrettanto quotidianamente nella cura degli altri e del mondo.

Quando si è giovani e ci si può ancora concedere di vivere la vita un pezzo alla volta, la soluzione sembra semplice: trovare un tempo per sé, in cui coltivare la bellezza, e un tempo per gli altri, in cui coltivare la bontà.

Con il passare del tempo, tuttavia, la vita si fa complessa e non è più così generosa. Da adulti lo sappiamo bene. Le giornate diventano un ring in cui ci sembra spesso di dover scegliere tra noi e gli altri, tra bellezza e bontà. Tuttavia, se scegliamo e scomponiamo la vita in noi e gli altri, stiamo rompendo il binomio kalos kai agathos, ci stiamo arrendendo.

Coltivare la bellezza interiore ed esteriore non significa crearsi due vite in cui essere nell’una belli e nell’altra buoni. Significa coltivare una sola vita in cui bellezza e bontà si alimentino l’un l’altra. Perché nessuno è bello come chi è profondamente buono e nessuno è buono come chi è veramente bello.

Coltivare la bellezza interiore ed esteriore non significa distinguere, ma confondere.

La via del kalos kai agathos è la terza via, in cui l’armonia con il cielo stellato sopra di me, non contraddice quella con la legge morale dentro di me.

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Purpose: quando i tuoi obiettivi aziendali non sono i miei

Il cliente vuole lavorare con persone che condividano il “purpose” del proprio brand: ma quanto impegno (e tempo libero) può legittimamente pretendere?

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Va sempre più di moda il termine Purpose, che detto facile rivendica in un certo senso i valori del brand che persegue in ogni scelta strategica. I valori in ogni step aziendale. Ammirevole, non c’è che dire, tranne quando questo obiettivo diventa un atteggiamento un po’ inquinato dalle aspettative e quello che ti chiedono i tuoi clienti è crederci quando condividono con te gli obiettivi aziendali, senza però considerare l’impegno di tempo e occupazione che stanno pretendendo.

Non cercano solo un partner per la comunicazione (nel mio caso mi occupo di quello), ma tutti intimamente vogliono di più: vogliono qualcuno che creda nella loro missione tanto quanto loro.
Vogliono, anzi, esigono che sposi la causa.

Mi capita più o meno con buona parte dei clienti: i livelli di aspettativa sono diversi.

A tutti piacerebbe avere partner e fornitori che credono nelle stesse cose, o meglio: che credono in quelle del brand. Non valutano quali siano quelle di ciascuno, ti chiedono semplicemente di aderire al modello, ma non solo in termini di filosofia. No. Vogliono che ci spendi del tempo della professionalità possibilmente gratis, in generale per un fine che in realtà è lo sviluppo del loro brand, non un bene superiore. È un finto Purpose. Non è universale e utile. È il loro e serve a loro, ma giustificato da “è utile/ fa networking / ti può servire”.

Credici per far del bene al mio brand

Esatto: questa è l’aspettativa non dichiarata. Credici! Credi in questo fantastico percorso motivazionale, credi nella costruzione del networking sano, nel volontariato. Credici! Il cliente lo esige – ti organizza incontri, ti dice che c’è l’evento benefico da lui organizzato al quale si aspetta che tu partecipi come volontario. E sul quale poi dovrai fare networking utile a lui e condivisione social spesso utile più a lui che a te.

C’è il corso di formazione che ti regala col preciso fine di ottenere più competenza da te, c’è la cena mensile coi soci per cui si aspetta la tua presenza. Offre lui, ma tu ci devi essere per capire chi sono i concorrenti e vedere come va la presentazione e cosa c’è da migliorare.
C’è un ma in questa cosa: l’impegno da parte del professionista è appunto atteso come “dovuto e volontario”.

Dopotutto ti sto offrendo una cena, dopotutto ti sto regalando un corso, dopotutto ti sto dando la possibilità di fare un’esperienza di volontariato costruttiva ed edificante, non vorrai mica mancare?

La domanda è: questa crescita, questo obiettivo di costruire valore è utile a entrambi o solo al brand? Io, fornitore, quanto tempo ti aspetti che passi in queste cene/incontri/corsi/atti di più o meno libero arbitrio?

Grazie, ma scelgo io

Partiamo da un sunto tanto semplice quanto banale: se dovessi dedicarmi a tutti i clienti con lo stesso trasporto emotivo e lo stesso “crederci” che tutti vorrebbero, non avrei del tempo libero – passerei le giornate praticamente a lavorare gratuitamente, anche se il lavoro gratis è inteso come cene di PR, corsi di aggiornamento (utilissimi, eh, per carità), e “cose in cui credere e fare beneficienza”. E che in genere sono previste nei week end, o nelle serate, e comunque mai quantificate come tempo che una persona ti sta dedicando.

Te lo sto regalando / offrendo/ dando gratis, quindi?

Quindi il tempo che chiedete a un professionista di passare per una buona vostra causa è tempo che chiedete di avere per voi.
Non retribuito.

Io ho la mia azienda, il mio sogno e coltivo in mio senza aspettarmi che i miei fornitori ne facciano parte con lo stesso entusiasmo.

Non ho bisogno di innamorarmi della causa per fare un buon lavoro. Il mio essere professionista comprende già degli alti standard anche se non sto a immolarmi per la causa.
Se sono un vero professionista ci penserò io a pagarmi i corsi di formazione più utili e calibrati nel modo giusto sulla mia esperienza.
Idem il volontariato: sposo cause che sento nel profondo, non che mi vengono imposte.

Anche se chiedete a un professionista di partecipare per networking, per creare gruppo, per fare PR utili, comunque gli state chiedendo di impiegare gratuitamente del tempo per fare quello che serve soprattutto a voi. Perché il fine è qualcosa che torna a voi.
Se ne vale la pena o meno lo soppesa poi il professionista.

Una questione di buone relazioni?

Voi potete proporre, ma non aspettatevi per forza che dall’altra parte accettino. E se lo fanno non è detto che il ritorno dell’altro sia equo, probabilmente lo sta facendo più che altro per pura cortesia. È un modo cordiale per mantenere la relazione con voi.

Domandatevi: se gli chiedessi di lavorare gratis accetterebbe solo per la causa?
Ve lo dico: la risposta per la maggior parte dei casi è no.

Non offendetevi e soprattutto non pretendete adesione alla causa.
Pretendete alta professionalità. Questo sì. E se qualcuno vi dice che non ha tempo perché è andato a un corso di aggiornamento, apprezzatelo: lo sta facendo anche per voi, ma senza chiedervi un euro, investendo positivamente su se stesso.

 

Voi? Avete clienti che vi chiedono di aderire alle loro cause e alla loro Purpose strategy? Avete dovuto fare cose delle quali non vi è importato molto pur di “aderire” alle aspettative del cliente?

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