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Non chiamiamola fuga, ma emancipazione

In 5 anni, 250.000 giovani hanno lasciato l’Italia per cercare opportunità di lavoro e di vita all’estero. Un effetto della crisi del mercato del lavoro? Forse. Ma non solo.

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Quella della fuga dei cervelli è stata in un (ormai) lontano passato una situazione che ha riguardato pochi eletti, studenti universitari meritevoli che entravano in contatto con altre Università europee o mondiali e con le quali portavano avanti progetti di ricerca o altro, oppure giovani e adulti che grazie a varie esperienze personali venivano in contatto con realtà estere e se ne innamoravano a tal punto da scegliere di vivere in un’altra nazione.

Negli ultimi tempi invece questo flusso sociale ha assunto un altro impatto. Come vediamo dalle ultime ricerche dell’ISTAT nel 2017 sono quasi 28.000 i laureati che migrano per lavoro all’estero, uno 0,4% in più rispetto al 2016 e questa tendenza continua ad aumentare. Se pensiamo che negli ultimi cinque anni quasi 250.000 mila giovani hanno lasciato il Paese i numeri si fanno pesanti.

L’ISTAT considera questa fuga come prodotto dell’«andamento negativo del mercato del lavoro italiano» e della «nuova ottica di globalizzazione» che porta i tanti giovani che effettuano tale scelta a investire su loro stessi nei paesi stranieri dove trovano più possibilità di alte retribuzioni e di una veloce crescita di carriera.

Viene da chiederci se è veramente un problema di soldi o se questo esodo rappresenta la voglia ancestrale della gioventù di scappare da qualcosa che per loro natura appartiene al passato, ai loro genitori, a qualcosa che non riesce ad andare dietro ai sogni e alle speranze tipiche della loro età. Forse il costruirsi una carriera all’estero è il pretesto di trovare un nuovo modo di vivere, perché quello nazionalista che stiamo creando, in questo mondo ampio, facile, accessibile, ci sta stretto. Io credo che i giovani abbiano finalmente capito cosa c’è di buono in un certo tipo di globalizzazione, nello scambio con altre culture e altre società. Un’esperienza all’estero anche se non rimane tale ma diventa l’esperienza di vita diversa dal solito è qualcosa che arricchisce non solo chi la vive, ma chi la desidera, chi la medita. Porsi obiettivi di trasferimento all’estero presuppone una maturità di scelta invidiabile di certi giovani di oggi.

Certo la situazione politica, economica e sociale in cui verte il Paese a volte non lascia molta scelta, ma è pur sempre una scusa. Desideriamo vedere i problemi e fuggire da loro a gambe levate, ma talvolta il problema è un altro, o meglio non c’è. C’è solo il desiderio di affermarsi come persone prima che lavoratori e l’estero offre una possibilità accessibile, ma non semplice, perché gli italiani hanno pur sempre legami, radici, un sentimento forte indissolubile con la propria terra, cultura e tradizioni talmente insite nella loro vita da portarle con sé e soffrire della loro mancanza. Questa affermazione non vuole essere una sviolinata al sentimento patrio, né una citazione da luogo comune, ma le basi che ci permettono di stare per una volta dalla parte di chi sceglie e dal coraggio che mette nella scelta.

E poi il tutto assume anche un valore sociale e politico non indifferente.

Credo che quegli Stati Uniti d’Europa, sogno politico di generazioni di leader, stia lentamente concretizzandosi con questa migrazione tra gli Stati e anche tra le regioni degli stessi Stati. Per i frontalieri per esempio è normale lavorare all’estero se fare pochi chilometri in più di distanza permettono di pagare meno tasse o godere di stipendi più alti. Per le persone del Sud Europa salire nel Nord industriale e affascinante è sempre stato oggetto di attenzione sociale (e non sto parlando delle migrazioni degli anni del boom economico degli abitanti del sud nelle città del nord Italia). Si tende a scegliere la strada più ovvia, quella che offre più opportunità anche se va a discapito di sentimenti nazionalistici.

Ma la vera espressione di un nuovo tipo di mentalità europea è nata dalla cosiddetta generazione Erasmus e ci pensiamo troppo poco. Durante gli studi molte Università favoriscono scambi e progetti culturali di settimane, mesi, anni in un paese straniero e sottovalutiamo sempre la rilevanza che certe componenti extrascolastiche contribuiscono a creare momenti indelebili nella vita di una persona come le relazioni personali nate per l’appunto nelle aule universitarie, gli stage svolti con il programma Leonardo che favoriscono una finestra su metodi di lavoro diversi dai nostri, i progetti di ricerca interuniversitari che ci avvicinano al confronto e alla collaborazione, le tesi internazionali basate su casi di studio virtuosi.

E infatti la stessa indagine evidenzia che la gran parte degli emigrati italiani si reca proprio in Europa con la Gran Bretagna al primo posto nonostante la politica post-Brexit non abbia ancora risolto (o non voglia) la regolamentazione dei flussi dall’Europa. Il paese della Regina accoglie circa 21.000 laureati italiani, seguono Germania (19.000), Francia (12.000) e Svizzera (10.000).

Le mete extraeuropee più gettonate sono state invece nell’ordine, il Brasile, gli USA, il Canada, l’Australia e gli Emirati Arabi ma i numeri sono molto più bassi circa 15.500 in totale.

Queste dinamiche fanno riflettere chi rimane, fanno ragionare ancora una volta sulla condizione presente in Italia sia del lavoro, ma anche dell’istruzione e della formazione accademica. Se i laureati che abbiamo in Italia se ne vanno, il valore culturale e sociale della nazione tenderà ad abbassarsi.

Ancora una volta è fondamentale che si capisca l’importanza di un investimento sulla formazione personale che può (e forse deve) passare dall’estero, ma dovrebbe in seguito ricadere su quanto abbiamo costruito e stiamo cercando di mantenere in vita. Questo è quanto un italiano desidererebbe, ma se fossero i nostri figli a mostrarci le due facce della medaglia, cosa potremmo consigliare? Quale futuro vorremmo per loro? Quale responsabilità abbiamo oggi nei loro confronti?

 

Dal 2007 mi occupo del Career Service di Fondazione Campus di Lucca ovvero supporto gli studenti dei corsi di laurea e dei corsi professionali della realtà formativa a orientarsi nel mondo del lavoro e trovare le opportunità formative e professionali più confacenti alle loro competenze e attitudini cercando di favorire il placement. Nel corso degli anni ho ampliato le mie conoscenze di comunicazione e marketing per comprendere la relazione tra le persone e il lavoro focalizzando l’attenzione sulle tecniche di personal branding e reputazione offline e online.

Crescere

La ragione di vivere non sempre si trova (e neanche si deve cercare)

La vita è tutta una ricerca, nella speranza di trovare la nostra vera vocazione. Ma la ragione per alzarci al mattino, spesso, non la si trova: bisogna coltivarla.

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Ikigai: coltivare la propria ragione di vivere

“A parte la sveglia, che cos’è che ti fa alzare la mattina?”

Questa domanda di solito fa sorridere le persone.

Alcune, dopo aver sorriso, hanno uno sguardo un po’ preoccupato.

Alcune chiedono di specificare meglio la domanda.

Altre, invece, la domanda l’hanno compresa benissimo.

Adesso hanno solo il timore di non avere una risposta che sia la loro vera risposta.

Quello che ci fa alzare la mattina

Negli ultimi anni, si sono scritti diversi libri e articoli sul tema dell’Ikigai. La parola proviene dai vocaboli giapponesi “iki” (vivere) e “gai” (ragione, scopo). Pertanto, questo concetto può essere tradotto come “ragione di vita”.

In un unico termine, gli abitanti della terra del Sol Levante esprimono diversi significati che possono essere “indossati” a seconda delle nostre condizioni interpretative.

Possiamo sentire l’Ikigai come il motivo basilare per cui ci alziamo tutte le mattine (sveglia elettronica esclusa). Oppure quello che vogliamo realizzare con il nostro tempo (il tempo che definiamo “libero”). Magari è l’insieme delle nostre passioni più autentiche o è la nostra vocazione più vera. Per qualcuno potrebbe essere il modo con cui contribuisce a migliorare l’ambiente in cui vive.

Un territorio molto impegnativo

Personalmente, riguardo all’Ikigai, tendo a suddividere le persone in cinque categorie.

  1. Quelli che hanno compreso cosa sia (risposta personale, non “giusta”)
  2. Quelli che hanno compreso cosa sia e stanno cercando di farlo germogliare
  3. Quelli che non hanno compreso cosa sia
  4. Quelli che non hanno tempo per pensarci
  5. Quelli che non ne hanno mai sentito parlare

L’Ikigai è un “territorio” molto impegnativo per l’uomo e la donna occidentali (che siamo noi).

Lo è perché, se ci entriamo dentro, pone delle domande ostiche. Ci mette in contatto con quesiti personali che solitamente non sono né leggeri, né volatili, né banali. Sono solo terribilmente rari. Ci mette cioè sulla frequenza di quello che potremmo definire un nostro senso esistenziale.

Forse neanche ce ne accorgiamo, ma siamo abituati ogni giorno a stringere, produrre, correre, obbedire, fatturare, presenziare, non deludere, garantire, rimanere composti, rimanere fedeli, ammaliare, accondiscendere, sorvolare, cercare consenso, ecc. (verbi caratteristici di un certo modus vivendi).

Una ragione per vivere

Come direbbe un politico italiano (o un comico che lo imita), non possiamo mica star qui a “pettinar le bambole”. Cioè, in qualche modo, bisogna andare al punto.

E con una ricerca specifica sull’Ikigai, l’Università di Sendai (Giappone) è andata al punto. Lo ha fatto approfondendo le credenze sociali e gli stili di vita relativi a questo tema, oltre ai risvolti effettivi sulle persone che hanno compreso l’Ikigai nella loro vita.

Dai risultati emerge che le persone con un consapevole senso di Ikigai sentono la pienezza del presente: quella che rende ogni istante prezioso e che dà la sensazione di avere uno scopo (che è qualcosa di diverso di un semplice obiettivo da raggiungere).

I ricercatori hanno dedotto che questo senso non rifletta semplicemente fattori psicologici individuali (quali benessere, speranza, fiducia), ma anche la consapevolezza individuale delle motivazioni per cui si vive. Il suo significato ha a che vedere con l’avere uno scopo o una ragione per vivere.

Oltre questa benedetta felicità

Secondo questa filosofia, tutti possiedono un proprio Ikigai. Però non sempre si riesce a scoprirlo, perché è necessaria una ricerca profonda che implica un viaggio introspettivo.

E i viaggi introspettivi costano un sacco, giusto? Non denaro, forse, ma una fatica e un rischio di “pericoloso risveglio” capace di far tremare le gambe.

Nella dimensione dell’Ikigai non si tratta quindi di trovare “questa benedetta felicità” (parola che citiamo spesso, talvolta senza sapere di cosa stiamo parlando).

Si tratta più che altro di scoprire invece ciò che ci fa stare bene e che ci appassiona, soprattutto sul lungo periodo.

Volevamo trovare, ma c’è da coltivare

Fin da bambino, mi hanno raccontato le storie di pirati che trovano il tesoro, di principesse che trovano ranocchi (e a volte prìncipi), di uomini che trovano lampade speciali nelle grotte, di ragazzetti che trovano spade nelle rocce, di astronauti che trovano pianeti sconosciuti nell’Universo.

Nella mia infanzia, tutto quello che ancora non c’era… andava trovato. Perché era il fisiologico risultato della ricerca.

L’Ikigai invece no. La brutta notizia, a questo punto del post, è che non c’è uno scopo da trovare.

Ken Mogi, studioso giapponese che ha scritto Il piccolo libro dell’Ikigai, ritiene che non sia qualcosa da trovare, quanto piuttosto qualcosa che possa essere svelato. Da chi? Da chi decide di coltivare una pianta, che ha una ragione per vivere.

Come sempre, per “scrivere racconti nuovi”, potremmo cominciare con delle domande. In questo caso, tre semplici domande. A noi stessi.

  1. Quali sono le cose che hanno per me maggior valore?

  2. Come mi piace utilizzare le prime ore del mattino, dopo essermi svegliato?

  3. Da quali attività ricavo con naturalezza il massimo piacere?

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Crescere

Tra percezione e reazione: l’equilibrio della forza grande

Il Tai Ji Quan insegna che se vuoi spingere il tuo avversario lontano devi lasciare che il suo peso entri dentro di te. La forza grande nasce nell’equilibrio tra la percezione dell’altro e ciò che ci porta a reagire.

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La curiosità: la forza grande del Tao

Che cos’è la forza “grande”?

Il Tai Ji Quan insegna che se vuoi spingere il tuo avversario lontano devi lasciare che il suo peso entri dentro di te. E tanto più lascerai che questo accada, tanto più sentirai in te la forza aumentare.
Questa parabola crescerà fino al punto in cui ti sentirai in bilico: se tu lo facessi entrare un pizzico in più, non avresti più la forza di respingerlo. Ed è esattamente quello il momento di (re)agire: ti ritroverai a sviluppare una forza “grande” in quanto somma della sua forza dentro di te e della tua forza su di lui. Avrai realizzato il Tao: il bianco dentro il nero e il nero dentro il bianco.

Percepire e reagire: questa è la via della forza “grande”, del Tao supremo

Così, chi non si esercita nella capacità di percepire, non sviluppa la capacità di reagire; chi non si esercita nella capacità di reagire, non sviluppa la capacità di percepire.

Se lasci che l’altro avanzi troppo verso e dentro di te, non avrai più la forza di respingerlo; se non lo lasci entrare abbastanza, non avrai la forza di raggiungerlo.

La forza dunque nasce dalla capacità di lasciare entrare gli altri dentro di noi, piuttosto che da quella di entrare noi dentro gli altri.
Al tempo stesso la forza trova compimento nella capacità di reagire quando l’interazione con l’altro si sta per trasformare in prevaricazione. Chi vuole esercitare la sua forza sugli altri deve innanzitutto imparare a gestire il contatto con gli altri.

I grandi maestri di Tai ji Quan riescono talvolta ad esercitare la loro forza sugli altri anche senza avere con essi un contatto diretto. Come si spiega tutto questo, si domandano in molti? In loro infatti non sembra esserci alcun contatto con l’avversario. La forza sembra sorgere da loro e da loro soltanto!

Chi li osserva attentamente sa bene come sciogliere questo dilemma. Il contatto in realtà c’è! Semplicemente non avviene per il tramite del tatto, ma attraverso altri sensi, come l’udito, la vista e in qualche modo l’olfatto. Così l’ingresso dell’altro in noi stessi può avvenire anche in forma di informazioni sensoriali non tattili: una percezione a distanza.

Qual è dunque il più grande talento di un essere umano capace di una forza “grande”? La risposta è semplice, ma per nulla scontata.

È la curiosità, la virtù degli uomini e delle donne capaci di una forza “grande”

A questo punto allora la domanda diventa un’altra: qual è la qualità necessaria per essere curiosi e di conseguenza forti? Lao Tzu, nel suo mitico Tao Te Ching, dice:

Chi conosce gli altri è sapiente,
chi conosce se stesso è illuminato.
Chi vince gli altri è potente,
chi vince se stesso è forte.

Sapienza e illuminazione, come una costante oscillazione tra sé e gli altri, tra gli altri e sé, questa è la curiosità che rende potenti e forti. Chi esplora solo se stesso o solo gli altri sarà sempre debole. È l’interazione che sprigiona la forza “grande”!

Quando percorriamo la via della solitudine e dell’isolamento, siamo come un fiore che si rifiuta di fiorire: non emana nessun profumo, non sprigiona nessun colore. Se ci avviamo lungo le vie del mondo e ci concediamo di imbatterci in altri esseri viventi umani e non umani, allora, presto o tardi, gli urti e le carezze della vita ci faranno sbocciare e le nostre potenzialità diventeranno le nostre azioni, le nostre azioni ripetute nel tempo le nostre virtù.

Chi rifiuta gli schiaffi della vita, si rammollisce;
chi rifiuta le carezze, si irrigidisce 

Spesso si sente dire che il vuoto sarebbe la premessa del pieno, il disinteresse la premessa per la curiosità, il distacco la premessa del contatto. Solo chi è vuoto, infatti, può far entrare un pieno. Penso che questo sia vero, ma solo fino ad un certo punto.

Negli anni ho cercato il vuoto più e più volte, ma più l’ho cercato, meno l’ho trovato.
Ho incontrato decine di persone che dopo anni di dedizione al vuoto interiore, hanno perso l’equilibrio, frustrati da un pieno che non arriva mai.

Quello che fa la differenza tra la via del Tao e della forza “grande” e la via del vuoto è… la pratica.
La forza grande è il frutto della pratica e mai del sacrificio. La ripetizione quotidiana dell’esercizio della curiosità, questa è la strada sicura. Osservare, ascoltare, sentire: tutto.

Di nuovo Lao Tzu dice:

Per raggiungere la conoscenza
aggiungi qualcosa ogni giorno.
Per conquistare la saggezza
togli qualcosa ogni giorno.

Spesso si ritiene che conoscenza e saggezza siano due qualità che si escludono a vicenda: antitetiche, come il professore e il saggio della famosa storia Zen. Quello che ho potuto sperimentare e sperimento quotidianamente è diverso: conoscenza e saggezza si alimentano reciprocamente.

La via della forza “grande” è la via dell’integrazione.

 

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