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Come fa un capo a rovinare l'ambiente di lavoro? Come fa un capo a rovinare l'ambiente di lavoro?

In primo piano

Pesticidi, pessimi capi e altre cose tossiche per l’ambiente (di lavoro)

Certi comportamenti strangolano la voglia di vivere, prosciugano la motivazione e rendono insopportabili i lunedì. Rovinando persone e aziende.

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In un tempo ormai antico (da qualcuno dimenticato) erano solo le aziende a scegliere il lavoratore. Il coltello dalla parte del manico ce l’avevano le industrie e l’homo faber, per guadagnarsi il pane, non poteva che mendicare un posto.

Altre opzioni possibili erano:

L’impiego statale, che dava la sicurezza di uno spazio per noi, chiedendo in cambio 40 anni della nostra vita;

Il commercio di prodotti o servizi da liberi professionisti (di solito come impresa di famiglia, con i pro e i contro tuttora esistenti);

L’apprendimento di un mestiere facendo i garzoni nelle botteghe (che magari non davano la certezza di un budget sicuro, ma una continuità più granitica degli stage di oggi);

La via dell’arte come mestiere, per la quale bisognava avere talento, destrezza e la faccia come il c**o;

La via della ricchezza, che dipendeva esclusivamente dai tesori dell’albero genealogico.

Qualcosa è cambiato

Oggi, per certi aspetti, qualcosa è un po’ diverso. Nel mondo delle organizzazioni, per esempio, il lavoratore ha un potere di scelta sia verso l’azienda sia, a volte, verso i capi.

Un potere sorprendente, che certe persone con i capelli bianchi potrebbero trovare “professionalmente blasfemo”. Perché? Perché non fa parte della loro memoria storica.

I capi (termine in via di estinzione) delle organizzazioni (destinate a durare fino alla fine del mondo) sono socialmente valutati dalle persone che lavorano alle loro dipendenze.

Certi ruoli ed equilibri sono profondamente cambiati negli ultimi 20 anni, ma anche i mezzi di comunicazione di cui siamo in possesso danno facoltà valutative, ‘editoriali’ e ‘gossippare’ una volta impensabili.

I danni letali dei capi incapaci

Di solito, i capi che non sanno svolgere il loro ruolo di vertice, incappano in alcuni errori comuni.

  1. Richiedono – e pretendono – un carico di lavoro eccessivo in relazione all’arco di tempo concesso.
  2. Non manifestano né parole né gesti di riconoscimento verso l’apporto del dipendente al processo di lavoro generale.
  3. Non si preoccupano della salute dei dipendenti nei luoghi di lavoro (altro che radon o amianto, qui si parla di vitalità interiore).
  4. Assumono e promuovono persone non adatte, ma di loro fiducia. La fiducia spesso viene ripagata, ma l’organizzazione nel frattempo collassa.
  5. Non lasciano che le persone seguano le loro passioni, all’interno di momenti e spazi compatibili con il lavoro.
  6. Non stimolano le abilità né la creatività delle persone (tradotto: la modalità è quella da dipendenti-robot).
  7. Non alimentano le persone dal punto di vista emotivo-intellettuale (aspetto che incide chiaramente anche sulla produttività).

I sintomi del nostro disagio interiore

Quelli appena descritti, in realtà, non sono grandi problemi. Sono solo problemi giganteschi.

Sono cioè questioni capaci di segnare un’epoca e identificarne gli elementi che la differenziano da un’altra (per fare un esempio facile e immediato: XX e XXI secolo).

Queste esperienze di disagio sono sempre più “sentite dentro” dalle persone, le quali mettono in discussione aspetti che fino a qualche decennio fa erano indiscutibili. Cioè sicurezza stipendiale e fedeltà aziendale.

Certe persone arrivano a detestare il lunedì mattina perché in realtà detestano il loro mestiere.

Non sopportano il clima che si respira in quell’ambiente perché spesso, a monte, non sono state create le condizioni affinché in quell’ambiente ci sia ‘vita e partecipazione’, oltre che ‘lavoro e produzione’.

Se tu ne parli in privato con chi riveste ruoli di management, ricevi dei “sì” con la testa. Ma poi non succede nulla.

Detestare il lunedì mattina 

Certe persone, nei loro luoghi di lavoro, hanno la percezione di essere figurine (con un nome, un cognome e una mail aziendale). Figurine il cui ruolo è architettato per rimanere incastonato all’interno di un meccanismo che deve produrre fatturato. Ma non emozioni.

Certe persone hanno la sensazione di essere semplicemente invisibili. Presenti, attive e obbedienti, quando il compito va svolto nei tempi e nei modi impartiti da direttori e presidenti (al 90% maschi e di mezza età). Inesistenti e sostanzialmente ‘prive di voce’, quando il ruolo svolto dovrebbe lasciare il campo al rispetto dell’essere in quanto tale. Dovrebbe succedere, ma è come neve che cade sul Sahara.

Capita di detestare il proprio lavoro perché è l’ambiente stesso a essere finto: deve mostrare un volto all’esterno, che all’interno invece “non è”.

Capita di detestare il proprio lavoro perché è territorio di competizione pura, dove gli agnelli sono lupi pronti a sbranarsi per pezzi di gloria o aumenti di stipendio apparentemente rassicuranti.

Capita di detestare il proprio lavoro perché l’energia (non quella new age, ma quella che si respira coi polmoni) è tossica. In certi casi, è semplicemente apatica e fredda. E quindi, ugualmente letale ai nostri sensi.

La capacità di desiderare (o pensare di meritarsi) altro

C’è una brutta notizia per i capi opprimenti e incapaci. Anzi peggio, la notizia è pessima.

Le persone si stanno affezionando a un mantra, che suona così: “Voglio stare bene nel mio lavoro, perché il mio lavoro fa parte della mia vita”.

Trascorrere 40 ore della propria settimana in un clima insalubre, ha delle ricadute sulla nostra salute mentale e sulla nostra tenuta fisica.

Se a questo aggiungiamo il tempo necessario per gli spostamenti casa-lavoro-casa (secondo le statistiche europee, gli italiani impiegano in media 90 minuti al giorno per il tragitto porta a porta), questi diventano il contorno triste di un piatto già di per sé non soddisfacente. Il contorno triste di un piatto che, talvolta, per noi non ha più significato.

Ma un senso diverso si può cercare. E forse, come sempre, va cercato dentro di sé. Poi altrove.

Con l’aiuto di qualcuno che ci sappia ascoltare e sia in grado non solo di comprenderci ma di ispirarci, di indicarci una direzione e di accompagnarci a fare un ‘salto’, un tempo neanche immaginabile.

 

NOTA DELL’EDITORE (da cui l’autore si dissocia perché fa troppo “marketing anni ’90”) 🙂
Se sei un “capo” e ti è appena venuto il dubbio di far parte di questo meccanismo mortale e demotivante, non abbatterti: la consapevolezza è il primo passo per migliorare le cose.
Puoi cercare (e trovare) un aiuto, ad esempio, facendo un percorso di coaching. E lo puoi fare, sostenendo nel contempo le attività di Purpletude.

Come? Facendo capo ai servizi di coaching di Purple&People. Fissa un appuntamento telefonico senza impegno cliccando qui.

Mi chiamo Enrico e sono un esploratore dell’incertezza. Tre parole messe vicine per dire che sono fortunato, perché ho la grande fortuna di vivere i mutamenti rapidissimi di quest’epoca. D’altronde, non è che l’ho scelto. È che sono nato nel 1985 e il mio secolo di evoluzione personale è il ventunesimo. Fino ad ora nel CV ho solo due vite. Nella prima, una laurea in Giurisprudenza e una vita piuttosto lineare. Nella seconda diverse esplorazioni, sperimentazioni, scoperte e una forma del viaggio molto più ciclica. Nel mio lavoro, compongo le parole che danno senso e anima ai testi. A volte creando contenuti, a volte creando vere e proprie storie. Curo e scelgo i termini, scelgo la posizione degli spazi vuoti e provo a lasciare il tempo per le pause di chi legge. Sono anche facilitatore di comunicazione empatica e formatore informale in due settori: radici di Personal branding e Storytelling emozionale. Delle persone amo gentilezza, sensibilità, ironia e gratitudine. Amo anche l’etica professionale, la creatività umana, la poesia e un po’ di vino accanto alla pasta.

Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Stiamo crescendo i nostri figli nella più profonda incoerenza.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…
Ti riporto una mia lettera alla Dirigente della scuola di mio figlio, siamo a Roma.

«Gentilissima Dirigente,

le scrivo con profonda amarezza questa comunicazione.
Le vorrei segnalare una situazione indecorosa della facciata della scuola del ‘Plesso Cicerone’ e della zona antistante.

Persistono ormai da sempre escrementi di cane ovunque che i ragazzi con gli zaini trolley si ritrovano ogni giorno a portare in casa, persiste uno stato di abbandono generale a causa della immondizia e dei cassonetti bruciati, la facciata ha una enorme scritta ‘VIVA LA DROGA’.

Questa situazione di abbandono (che ormai a Roma è diventata un problema generale) è davvero sconfortante in un luogo dove i ragazzi si trovano ogni giorno. Non so quanto potrà fare in merito a questi problemi, ma sento il dovere di segnalarglielo.
Le allego anche una foto che stamattina ho fatto passando davanti la scuola e che ha poi determinato la mia spinta a scriverle.

La ringrazio anticipatamente per il tempo che vorrà dedicarmi. Cordiali saluti»

Risposta della Dirigente Scolastica:

«Per anni ho sollecitato interventi a chi di competenza, che non è il Dirigente scolastico. La scuola non può sistemare i mali del mondo!!
La invito a porre le questioni in oggetto al Municipio VII (proprietario degli edifici scolastici e competente sulla manutenzione degli stessi, per legge) ed AMA per la pulizia delle strade. Se dicessi al mio personale di pitturare le pareti esterne degli edifici potrei anche essere sanzionata per questo. Magari lei sarà più fortunata. Saluti.»

Ho quindi concluso con questa mia risposta:

«Comprendo la sua posizione. Non mi trova però d’accordo su un punto: la scuola deve contribuire a cambiare i mali del mondo. Il futuro è lì e noi li stiamo facendo vivere nella più profonda incoerenza. La ringrazio comunque per il tempo che mi sta dedicando. Grazie, Saluti.»”

Cara amica, non voglio entrare nel merito delle responsabilità perché non ne conosco le dinamiche. Trovo – questo penso mi sia concesso dirlo – abbastanza svilente il continuo scarica-barile che troviamo spesso in buona parte delle nostre Istituzioni (non solo per quanto riguarda le scuole) laddove ci sia di assumersi una qualche responsabilità o, quantomeno, da rimboccarsi le maniche per adoperarsi e risolvere una specifica problematica.

Se è vero che non si può sapere a chi spetterebbe, in questo caso specifico, la prima mossa per dare una “ripulita” all’immagine della scuola, è altrettanto inverosimile che la scuola possa essere sanzionata per aver compiuto un gesto corretto e positivo, cioè quello della pulizia e del mantenimento dell’ordine. La scuola è un bene pubblico e pertanto chiunque si adoperi per renderlo più vivibile e condivisibile possibile non può che compiere un gesto meritorio. Se così non fosse, è indubbio che ci sarebbe qualcosa da rivedere a livello di regole.

Voglio concludere dunque questo post, anziché con un mio commento, raccontando un bell’aneddoto di qualche settimana fa, con la speranza che possa far tornare un po’ di speranza: i ragazzi della scuola media “Cavalieri” di Milano hanno usato centinaia di post-it colorati per ricoprire gli insulti rivolti alla dirigente Rita Bramante apparsi misteriosamente sul muro della loro scuola. Su ciascun bigliettino hanno poi scritto risposte di incoraggiamento e tanti complimenti, realizzando così un vero e proprio mosaico fatto di gentilezza e positività dai mille colori.

«Signora Preside non si scoraggi, non ci faccia caso. Sempre a testa alta!»
«Lei è la preside più brava di Milano»
«Mi dispiace per quello che è successo perché lei mette il cuore per noi e per questa scuola, le vogliamo bene!»
«Noi siamo dalla sua parte»
«Se non fosse presente con noi non sarebbe successo»
«Continui a lavorare siamo una squadra»
«Brava preside, quello che c’è scritto sul muro non è proprio vero»
«Lei viene anche nei week end per la nostra scuola e noi la ringraziamo e basta».

La risposta della preside, salutando i suoi studenti, è stata una citazione di Fabrizio De André: “È proprio vero che dal letame, a volte, se si ara il campo, se ci si lavora sopra, nascono i fior”. Per questo credo sia stato utile sfruttare il tuo racconto, cara lettrice, per ricordare anche questo aneddoto opposto: perché in mezzo a tanta cattiveria c’è anche chi riesce ancora a riconoscere il valore delle persone, del loro lavoro quotidiano e dei luoghi di condivisione dove, piano piano, vengono formati i cittadini di domani. I nostri figli. Che speriamo possano essere persone migliori.

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Crescere

Tempo per vivere o tempo per esistere?

Una persona per vivere deve anche esistere, ma non è detto che una persona che esiste scelga anche di vivere.

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Il periodo storico in cui viviamo è ancora una continua transizione tra innovazione e tradizione.

Siamo circondati da una tecnologia che, fino a qualche anno fa, era inimmaginabile.
La respiriamo un po’ ovunque, la portiamo con noi, la troviamo sia a casa che sul posto di lavoro.

Eppure tutta questa tecnologia non risparmia di dover uscire di casa, prendere l’auto – o qualunque altro mezzo di trasporto, andare all’ufficio di competenza e armarci di tanta, tanta pazienta, perché il sito internet ufficiale non offre lo stesso tipo di servizio che si può ricevere solo “dal vivo”.

L’ho fatto anch’io, qualche giorno fa, come tantissime altre persone che, quotidianamente, perdono tempo.

Incubo di una mattina di mezza estate

Ed eccomi qui, alla vigilia di un caldo Ferragosto, dentro un ufficio pubblico, proprio io che scrivo di digitale e di innovazione.

Dopo aver aspettato per un tempo accettabile (è pur sempre metà agosto), è arrivato il mio turno allo sportello.
Una signora visibilmente stanca (è pur sempre una mattina di metà agosto) mi accoglie per svolgere il lavoro per cui è pagata.

Noto che le pareti plastificate attorno a lei sono guarnite di cartoline, poster di cuccioli, santini e qualche citazioni tipiche da ufficio.Tra le tante immagini, una mi ha colpito in special modo:
– Vivo la vita aspettando qualcosa che non arriverà mai
– L’amore?
– No, la pensione.

Non ci ho messo molto per rendermi conto che quella frase, effettivamente, era fatta apposta per la signora allo sportello della vigilia di Ferragosto.

Emozioni per una frase

Questa frase non mi ha fatto sorridere per niente.
Anzi, mi ha colpito con due emozioni distinte e terribili nei confronti di questa persona: tristezza e disprezzo.

Perché tristezza? 

Per due ragioni: punto primo, perché la vita che si sta conducendo adesso, in questo preciso momento, ti piace talmente poco da sottovalutarla talmente tanto che, punto secondo, saresti dispost* a fare un “avanti veloce” nel tempo, fino ad arrivare al momento di meritata (?) e agognata pensione.

Perché disprezzo? 

Perché, se effettivamente questa vita non ti piace, significa che la stai bruciando nell’attesa di un qualcosa che non sai quando, e se, arriverà.
Quindi vivi in un perenne senso di attesa che crea solamente un gran quantitativo di ansia ed insoddisfazione nei confronti di ciò che ti passa davanti agli occhi. Di fatto, buttando via tempo.

Questione di numeri

Buttiamo giù due numeri: ipotizziamo che si ha la fortuna di vivere i canonici 83 anni, che è la speranza di vita media in Italia (tra l’altro una delle più alte al mondo.

Tra scuola, studi, tirocini, lavoro e carriera si potrebbe arrivare alla pensione all’età di 67 anni, proprio come prevede l’attuale decreto legislativo in vigore dal 1° gennaio 2019.

Ciò significa che l’81% della nostra vita è riempita da qualcosa che ci tiene occupat*, tra studio e lavoro, nell’attesa di raggiungere con grande ambizione lo stato sociale del/della pensionat*.

A 67 anni non sei più giovane e spensierat*.
Eppure in quel 19% rimanente della vita, dovremmo, o vorremmo, avere le forze necessarie, ed il tempo sufficiente, per goderci appieno l’esistenza attesa da decenni.

Vivere o esistere

Ecco che vengono alla luce una serie di riflessioni che mi porto dietro da tempo: questa lunga, infinita e triste attesa non significa vivere, bensì esistere. Che non è la stessa cosa.

Vivere è questo: aprire la mente, tenerla sempre attiva pronta ai cambiamenti e godersi dell’attimo che può cambiare la tua giornata, in meglio o in peggio. Vivere ha quindi un significato più completo perché racchiude in sé tutti i momenti belli, brutti, speciali che spesso tralasciamo e sottovalutiamo.

Come scrisse il saggio Krishnamurti, vivere può paradossalmente significare morire ogni giorno:
Quanto è necessario morire ogni giorno, ogni minuto! Morire a tutto, ai molti ieri e al momento appena trascorso. Senza la morte non può esserci rinnovamento, senza la morte non può esserci creazione.

Esistere, d’altro canto, è l’insieme di tutte quelle componenti che servono a farci vivere: respirare, mangiare, bere, e si sa, per vivere dignitosamente dobbiamo, anche lavorare.
L’esistenza è quando siamo all’interno della nostra “zona comfort”, ripercorrendo per anni la stessa routine senza un briciolo di sapore nuovo che può derivare da scelte diverse dalle solite a cui siamo abituati; scegliere una strada che sia nostra e non percorsa da altri.

Passare l’intera esperienza lavorativa che, ricordiamocelo, comporta una buona parte della nostra vita, aspettando il momento della pensione, significa buttare via i nostri momenti più preziosi, limitandoci ad esistere solamente

Ma cosa fa la differenza tra vivere ed esistere?
Il tempo, che dà valore aggiunto alle cose che dovremmo ricordare, valorizzare e non sprecare in sterili attese.
Un valore che sta proprio nella sua natura sfuggente: perché quando il tempo passa, non torna più.

 

NowPlaying:
The Quiet Life, Dirty Gold 

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