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Più responsabilità, stesso stipendio: come evitarlo?

Lo scenario è sempre lo stesso: aumentano le responsabilità ma il salario rimane inchiodato. Come fare per intavolare una discussione? Quali sono i poteri in atto nella negoziazione?

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C’era questo ragazzo che frequentava un corso di formazione che stavo tenendo. Un ragazzo giovane e brillante, che svolgeva un lavoro ad altissima richiesta, nella sua zona, uno di quei lavori per cui servono competenze specifiche, di cui le aziende sono costantemente in cerca.

Questo ragazzo aveva un problema semplice quanto diffuso: lavorava in azienda ormai da qualche anno, e all’interno aveva rapidamente acquisto competenze e responsabilità. Ormai il suo lavoro non era più quello di quando era stato assunto. Il suo stipendio, però, sì: gli sarebbe piaciuto ottenere un aumento di stipendio.

Ricordo che, per quanto questo ragazzo non avesse alcuna difficoltà a motivare la richiesta di aumento, o anche a trovare alternative in altre aziende, era terrorizzato dall’idea che il suo capo, il titolare dell’azienda, potesse prenderla a male per la sua richiesta di aumento. Così terrorizzato che piuttosto che rischiare un confronto con il capo, preferì accontentarsi della sua generosità, e aspettare che fosse lui ad offrirgli l’aumento che ormai da diversi mesi gli aveva promesso, salvo poi dimenticarsene.

Sempre la stessa storia

Proprio un paio di settimane fa, ad un corso diverso, e con persone diverse, ho conosciuto una donna, che si trovava esattamente nella stessa situazione. In effetti sono rimasto colpito dalle similitudini delle due storie, e facendo un po’ di ricerche ho scoperto che questa è una narrazione incredibilmente comune, che funziona sempre più o meno nello stesso modo.

  1. Si viene assunti da una piccola azienda con delle determinate responsabilità, e un dato stipendio.
  2. Con il tempo le responsabilità crescono, e diventano più varie. Inoltre si acquisiscono sempre maggiori competenze. Lo stipendio, però, resta lo stesso.
  3. Si avanza qualche debole richiesta di aumento, che viene accolta con generiche promesse.
  4. Si fa affidamento sulla generosità del datore di lavoro (alla fine ogni tanto qualche bonus arriva). E si evita di guardarsi in giro, o cercare alternative, o anche solo di negoziare meglio un accordo, perché tanto è così ovunque, oppure se rompo le scatole magari mi licenziano.

Insomma, quello che ho osservato è che un po’ per incapacità e un po’ per paura si evita di rinegoziare un accordo di lavoro, vivendo un po’ con la massima del Chi si accontenta gode.

Un po’ come  il sesso anale, insomma. Pare che all’inizio sia un po’ doloroso, ma alla fine anche prenderlo lì non sia male.

Equilibri e potere

Quando parlo di negoziazione mi piace sempre usare la metafora degli ostaggi. Immagina una situazione alla Casa di Carta, in cui un gruppo di terroristi si chiude in una banca, prende un gruppo di ostaggi e inizia a fare richieste senza senso. A un certo punto arriva un negoziatore che intavola la trattativa.

La domanda che mi piace fare all’aula quando parlo di negoziazione è: chi ha maggior potere negoziale in questa circostanza? Escludendo l’ovvio, cioè gli ostaggi, è facile pensare che il potere negoziale sia dalla parte dei terroristi, che hanno le vite umane in pugno, ma da un’analisi più approfondita emerge che il vero potere ce l’ha il negoziatore: questi, in qualunque momento, può decidere di sacrificare gli ostaggi per catturare o uccidere i terroristi. Naturalmente non vuole farlo, e questo apre alla trattativa (ma nella storia è accaduto diverse volte). I terroristi, invece, questa scelta non ce l’hanno: più ostaggi uccidono, e più cala il loro potere negoziale.

Insomma, descrivere un gioco negoziale è abbastanza semplice: da una parte la trattativa avviene quando ciascuna delle parti può offrire qualcosa che interessa all’altra; dall’altra, chi ha più possibilità di scelta ha anche maggior potere negoziale.

La logica dell’irrazionale

Ora, torniamo un momento al dipendente che chiede un aumento. Se ha un’alternativa, come una proposta di incarico da parte di un’altra azienda, si trova nella posizione del negoziatore: vorrebbe ottenere qualcosa dall’altra parte, ma preferisce non percorrere quella strada (però, se la trattativa fallisse, potrebbe ricadere in quell’alternativa).

Se non ha alternative, viceversa, si trova nella posizione dei terroristi: è costretto a giocare una partita in cui le mosse sono già definite. Può sperare nella generosità della controparte, che può provare ad influenzare, ma se essa rifiuta, si trova con le mani legate.

Se poi, per paura, non affronta nemmeno la negoziazione, inizia a somigliare pericolosamente a un ostaggio.

Questo, almeno, è quello che ci dice la logica. Affrontare una trattativa come un negoziatore dell’FBI è un altro paio di maniche.

Una delle trappole più comuni in cui è facile cadere è pensare che se ho un’alternativa allora sono a posto. Ma ricordiamocelo: il negoziatore vuole salvare gli ostaggi, per quanto sia virtualmente disposto a sacrificarli. Ecco che, paradossalmente, l’avere un’alternativa non è in realtà una condizione necessaria per chiedere un aumento di stipendio, se so comunicare nel modo corretto.

Senza dimenticarmi che il mio interlocutore non è una macchina, ma una persona. Spesso si affronta una richiesta di aumento con una bella presentazione powerpoint in cui si va a spiegare, in modo estremamente logico e razionale, i motivi che spingono a tale richiesta. E non c’è nulla di male in questo: se dall’altra parte ho una persona estremamente fredda e analitica, questo tipo di motivazione è più che sufficiente a ottenere un aumento.

Molto più spesso, però, la situazione è decisamente diversa. In teoria il nostro capo è d’accordo, l’aumento di stipendio lo meriteremmo. Però…

  • …però non ci sono soldi in questo momento
  • …però se lo aumento a te devo aumentarlo anche al tuo collega che fa il tuo stesso lavoro ma non se lo merita
  • …però devo prima preoccuparmi di chiudere l’accordo con il nuovo cliente, poi si vedrà
  • ...però mi stai sulle balle quindi anche no.

Una questione di comprensione

L’essere umano è squisitamente irrazionale, e per raggiungere i nostri obiettivi dobbiamo saper giocare con quell’irrazionalità, senza subire la nostra. Ad esempio, se abbiamo paura ad affrontare una trattativa di questo tipo non stiamo facendo altro che subire la situazione.

Purtroppo non esistono consigli spicci per diventare dei bravi negoziatori, se non quello di affidarsi a qualcuno che conosca quest’arte, e che sappia formarti ad affrontare questo tipo di situazioni.

Uno spunto però lo voglio dare: tutto nasce da un ascolto reale dei desideri, e delle intenzioni dell’altro. Per capire come ottenere un aumento di stipendio dovrei prima comprendere che cosa desidera il mio capo, e per cui sarebbe disposto a investire su di me.

Ricordiamocelo, ogni volta che il mio capo mi assegna una nuova responsabilità, di fatto sta rinegoziando il nostro accordo. Quello è il momento migliore anche per rivedere la parte economica del nostro contratto. Se accetto e basta, magari influenzato dalla sua autorità, o dalla soddisfazione personale, di fatto mi sto lasciando manipolare da quell’irrazionalità di cui si parlava poco fa, e ci sto perdendo.

La buona notizia è che si può anche imparare a gestirla, e usarla per migliorare le proprie posizioni.

Sono Consulente, Formatore e Coach. Ma anche podcaster, scrittore, cuoco, giardiniere, marito e padre. Studio modelli di Comunicazione e Problem Solving, e li uso per aiutare le persone e le aziende a risolvere problemi apparentemente irrisolvibili, o a raggiungere obiettivi incredibilmente sfidanti, che di solito hanno a che fare con la gestione del cambiamento, la leadership, e la negoziazione. Insomma, un po' un Mr. Wolf, senza però tutto quel sangue, rughe e papillon.

Crescere

Essere padre nel 2019

Tradizionalmente la figura paterna aveva il compito di insegnare al figlio a rischiare. In una società attenta alla protezione, il rischio può apparire inutile. E il padre un optional.

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Nel 2019 essere padre è un optional: si può non esserlo.
Al tempo stesso è vero anche il reciproco, per cui nel 2019 avere un padre è un optional: si può anche non averlo.
In questa strana epoca chi vuole essere un padre deve sforzarsi di esserlo e chi vuole avere un padre deve sforzarsi di averlo.

Questa riflessione è dedicata ai padri e ai figli, alla magia che può svilupparsi da una relazione oggi non necessaria, ma possibile. Non parlerò qui di madri e figlie, anch’esse protagoniste di una relazione altrettanto magica. Ne scriverò un’altra volta.

Un invisibile gioco di sguardi…

Oltre che non necessaria, la relazione tra padre e figlio oggi è nella maggior parte dei casi qualcosa di impalpabile. Molti di coloro che stanno “attorno” ad essa spesso non se ne rendono neppure conto che tra i due c’è qualcosa anche dove sembra non esserci.

Il gioco di sguardi in questa relazione è tutto. Con gli sguardi inizia e spesso anche finisce (con buona pace delle madri!).

Gli occhi del padre scrutano inquieti e coraggiosi l’orizzonte, come gli occhi di un marinaio che sente la nostalgia del mare. A volte l’orizzonte è un lavoro appassionante, altre volte un apparentemente inutile passatempo. In tutti i casi, quando un padre guarda l’orizzonte, i suoi occhi sprigionano un fascino particolare e in quel momento, potete scommetterci, il figlio lo guarda.

Non aspettatevi che il padre coinvolga il figlio nelle sue avventure. Questo accade di rado.
Le sue avventure sono avventure da uomini grandi, non da uomini piccoli. Che si tratti di un lavoro di responsabilità o di perfezionare il plastico su cui scorre un vecchio trenino, è richiesta la fermezza di chi è già grande. Tuttavia, quello che il piccolo vede negli occhi del grande è sufficiente per trasmettere quella passione, che sarà il sale della sua vita.

…e di poche parole

A volte accade che dopo anni, questo gioco di sguardi venga interrotto per un attimo e che un giorno il padre si giri verso il figlio e gli lasci in eredità poche misurate, parole: “Ricordati …” oppure “Sappi …”.

E queste parole rimarranno impresse nella mente di quel “piccolo uomo” per sempre.

Chi è un padre?

Non mi ero mai posto questa domanda fino a quando mi imbattei in una possibile risposta.
La trovai in un libro che rubai per caso proprio dalla scrivania di mio padre. Si intitolava “Geofilosofia dell’Europa” di Massimo Cacciari.

Questa risposta era data nella forma di un’immagine, di un’analogia. In essa non si parlava solo del padre, ma anche della madre. Secondo l’autore, i due sarebbero in relazione reciproca come nell’antica Atene erano in relazione reciproca il Pireo, il porto della città, e l’Acropoli, la collina dei templi.

Quest’ultima, infatti, come una madre, era il luogo dove veniva custodito e protetto ciò che di più sacro c’era in Atene: il culto degli dei, le usanze.
Il Pireo, invece, luogo di arrivi e partenze, scambi e trasformazioni, aveva il compito di garantire la contaminazione e lo scambio delle merci, ma anche delle idee e dei costumi.

Secondo questa analogia, padre e madre esercitano due ruoli ben distinti nella vita dei figli.
La madre custodisce, nutre e protegge; il padre sospinge, contamina e rinnova.

Come vanno le cose oggi

Nella versione più “tipica” dei fatti i bambini iniziano a vivere quando uno spermatozoo feconda un ovulo.
Affinché questo avvenga servono sia un padre sia una madre. Una volta che la vita è iniziata, tuttavia, le cose possono andare avanti anche senza l’aiuto del padre.

La madre deve esserci, è necessaria.
Il padre può esserci o non esserci, è un optional. Se c’è, non è detto che faccia la differenza. Egli è come uno dei mille optional sulle nostre automobili, di molti di essi non sappiamo che farcene.

Così accade che se il padre, oggi, nel 2019 voglia fare la differenza, debba sforzarsi di essere un optional utile. Non potrà mai essere necessario, ma potrebbe diventare utile, magari anche utilissimo, a volte addirittura decisivo.

Il padre e il rischio

Il padre, se vuole, ha un compito che va controcorrente: deve allenare il figlio al rischio dell’avventura e della contaminazione.
Il rischio di cambiare. E in una società sempre più attenta alla protezione, allenare al rischio può apparire come inutile, anzi indesiderato.

Ci sono state epoche in cui il rischio era necessario. La vita richiedeva il rischio come strumento e ingrediente della sopravvivenza. In quei tempi forse anche il padre era necessario. Poi le cose sono cambiate. Abbiamo imparato a sopravvivere senza rischiare. Chi te lo fa fare, di rischiare?

Così il padre è diventato un optional e assieme a lui il rischio. Si può fare a meno di loro, anche se a volte possono essere entrambi utili, addirittura decisivi.

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MeToo: #quellavoltache ho raccontato le molestie che ho subito

Sono passati quasi due anni dai primi hashtag di denuncia delle molestie subite dalle donne. In molti ambiti, ma soprattutto in quello lavorativo. Come è andata finora e cosa è cambiato?

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Il #MeToo è quel movimento contrassegnato dal medesimo hashtag che online ha visto condivise moltissime esperienze di violenza a livello internazionale.

In Italia l’onda è partita con un po’ di giorni di anticipo sotto il segno di #quellavoltache – un’azione che ha avuto il là dalla bravissima Giulia Blasi e che ha raccolto migliaia di tweet e di racconti in pochi giorni.

Quellavoltache (non vogliatemene se lo cito al posto di Metoo, ma lo sento più mio, più vivido, visto che ho avuto il piacere e la fortuna di farne parte e di vedere da vicino come è nato e la forma che ha preso) – ha avuto il pregio di raccontare la violenza. È nato da qui: dalla necessità di dire “è successo anche a me”, è nato per dare evidenza a quanta normalità purtroppo ci sia nella violenza di genere.
Ha dimostrato nei fatti quante donne abbiano subito violenza nella loro vita. Violenza di vario tipo: aggressioni, attenzioni non richieste, palpeggiamenti, ricatti sessuali.

Quellavoltache non è stata un’azione forcaiola come molti hanno creduto di questo e del metoo.
Alla base c’è stata la voglia di narrare, di dire “mi è capitato, e non mi è piaciuto”. Non c’è stata volontà di vittimismo ma semplicemente il far notare come la violenza maschile sulle donne sia una pratica sdoganata, normalizzata ad ogni livello, dal catcalling per strada fino agli uffici dove i capi ti chiedono di essere carina con loro.

Nessun settore ne è uscito indenne e i racconti sono stati tantissimi e il vero megafono dell’informazione è arrivato con le denunce di uomini in vista.

E poi?
E poi non è cambiato tantissimo in termini lavorativi e chi parla oggi di quella manifestazione non solo online ma anche offline parla di flop perché ha visto reintegrare molti dei nomi noti messi in discussione.

La giustizia è MeToo?

Vi faccio una domanda diretta: avete mai provato a fare una denuncia per molestie?
La prima cosa che vi succederà è non essere credute (o creduti, ma preferisco metterla al femminile, visto che capita con maggior frequenza a noi).

Ne ho discusso a suo tempo con un amico avvocato – gli ho chiesto schiettamente se uno mi avesse messo la mano sul culo che so, in ufficio da soli, cosa avrei potuto fare?
Mi ha detto – dovresti comunque recarti al pronto soccorso, farti fare una carta che attesti che sei stata lì anche se non hai contusioni e nulla, poi andare con quello a fare denuncia. Un foglio di carta è meglio di niente quando si va dai carabinieri.

E poi?

E poi resta comunque la sua parola contro la tua e dio solo lo sa quanto sia difficile esser credute, nonostante nel mondo del lavoro esista questa strana leggenda di qualcuna che è andata dai carabinieri a denunciare il capo e tutto si è risolto con fraccate di soldi.
Sarà, ma io non ne ho mai conosciuta una, anzi: ho sempre trovate donne che ne hanno parlato con difficoltà e ancor meno hanno denunciato. Il racconti do “quella che ha messo nei guai il capo” mi è sempre arrivata da bocche maschili e non ho mai potuto verificare la fonte. Tant’è.

La maggior parte delle donne non denuncia. Io stessa non ho mai denunciato le molestie che ho subito.
Vengono creduti più gli uomini delle donne e in mancanza di prove certe e oggettive, la cosa decade.
A meno che non siamo lacero-contuse e fortemente traumatizzate (ma mi raccomando eh, che si veda: acido in faccia, ossa rotte, cicatrici da accoltellamento o altro) la cosa rischia di cadere nel vuoto e la mano sul culo, la palpata di tette, il bacio non richiesto e lo strusciamento insistente resta quello che è: una violenza contro cui non puoi fare niente. E questo è un fatto.

Inutile che si portino in trionfo gli uomini denunciati usciti indenni all’urlo di “visto? Avevano ragione loro, vi siete inventate tutto, non è così grave” perché noi donne abbiamo desistito. La legge non tutela le vittime, soprattutto quelle di violenze meno evidenti.
Secondo voi essere toccate, palpeggiate, forzate a fare cose che non si vogliono senza che ci siano cicatrici o contusioni è meno grave? Non è violenza? È più accettabile?
Dopotutto cosa vuoi che sia? È così?

Cosa è cambiato? In Italia poco

All’estero non so, ammetto che non sono particolarmente ferrata su cosa capiti negli altri uffici, sta di fatto che le denunce da noi cadono nel silenzio: basti guardare quella di qualche tempo fa – una ricerca condotta dalla federazione nazionale stampa italiana – che ha portato alla luce un dato inquietante: l’85% delle giornaliste ha subito atti di molestia sul luogo di lavoro.
Il 66,3% l’ha subito negli ultimi 5 anni, il 42,2% negli ultimi 12 mesi.

Si tratta di insulti, molestie verbali, battute insinuanti la vita sessuale o inopportune relativamente alla propria vita privata.
Il 13,7 % ha subito veri e propri atti di violenza fisica.

L’online: la violenza impalpabile che c’è

Si subisce violenza anche con l’invio di materiale porno non richiesto, messaggi espliciti, richieste che vanno oltre l’ambito lavorativo.
La colpa? Uomini, spesso colleghi, anche superiori.
Le donne hanno ricevuto benefici lavorativi? Non mi risulta. Anzi: quello che ho visto è una sistematica gogna mediatica in difesa del macho molestatore, quello che ha ragione, quello che “sono state loro ad andarci”, “dopotutto ti faceva comodo”.
Si sa: se sei vittima di una violenza è perché te la sei cercata, mica perché c’è qualcuno che pensa di disporre del tuo corpo come gli pare.

Mi è stato chiesto se nel mondo della pubblicità io abbia mai subito violenze. Violenza fisica no, offese sessiste sì, spesso, anche da persone che ho stimato professionalmente.

Me lo sono fatto andar bene per conservare il posto, perché non potevo permettermi di fare la guerra.
Ho mandato giù con un sorriso di circostanza per poter lavorare. E i colleghi maschi che sentivano dire al capo che noi donne al massimo andavamo bene in casa a fare la calzetta? Non pervenuti.

Ora invece la guerra la faccio eccome, e mi becco secchiate di “sei la solita stronza” ogni volta che alzo la mano e faccio notare che le cose non mi tornano o non mi quadrano.

Ma ora non mi importa, ho raggiunto una posizione, sono inscalfibile, sono forte del mio talento e della mia professionalità. E quando posso divento la voce di chi ha meno forza di me.

Nel mondo della pubblicità c’è violenza? Sì.
Non è il fantastico mondo degli unicorni, e alle donne tocca ancora subire attenzioni non richieste, AD ubriachi che si strusciano, minacce sul fatto che “o sei carina o la tua carriera è finita”. Ci sono, e ci saranno. Dipende da quanta voglia si ha di mettere in luce quello che c’è di sbagliato.

Forse quellavoltache ha fatto prendere coraggio e ha fatto capire a molte di noi di non essere sole, che serve raccontare.
Mi piacerebbe poter dire piena di fiducia “DENUNCIATE!” ok, lo farò ma lo ammetto, con poca convinzione visto gli esiti e visto che la forca aspetta più spesso le donne. Spero che qualcosa cambi e che anche a livello giuridico prenda forma un’attitudine meno patriarcale e più equa.

Forse forse, se insistiamo, qualcosa cambierà.

Si può fare altro?

Certo: farci caso. Sensibilizzare amici, compagni, colleghi sul fatto che certe pratiche non richieste sono comunque offensive e fuori luogo.
Convincerli che serve anche il loro apporto per cambiare le cose, che non è una lotta che possiamo fare da sole e che non dipende solo da noi.

Soprattutto, una volta per tutte, smettiamola di considerare normali o poco gravi le attenzioni non richieste. “Cosa vuoi che sia, ti ha solo fischiato dietro” è no. “Lascia stare dopotutto avrai interpretato male, non ti ha toccata” è no.
No, no, e ancora no.

 

Avete subito mai una violenza? Avete denunciato?
O avete almeno raccontato?

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