Connect with us

In primo piano

Precariato e contratto determinato: una finta parentela

Il contratto determinato è sinonimo di facilità di perdere il lavoro. Ma essere precari significa soprattutto avere difficoltà a trovare un nuovo impiego.

Pubblicato

il

Il precariato in Italia è sulla bocca di tutti. Politici, economisti, aziende, e, soprattutto, persone.

Nel corso degli anni, tentativi più o meno efficaci (e più o meno studiati) si sono susseguiti nel tentativo di uccidere questo mostro. E si è sempre abbaiato all’albero sbagliato, a mio avviso.

Il precariato viene definito, da molti, come “la facilità con cui potresti perdere l’attuale lavoro”.
Una volta posta questa definizione, per contrastare il precariato occorre ostacolarlo con qualche difficoltà artificiale. Ad esempio, rendendo i contratti più difficili da terminare per il datore di lavoro.

Siamo noi stessi, infatti, i primi a definire “stabile” il contratto a tempo indeterminato, e a definire “precari” quelli a termini.
Ma non è così. Questo è sicuramente un fattore, ma non quello determinante.

La definizione che preferisco è un’altra: precariato è la difficoltà con cui trovi un altro lavoro, se dovessi perdere quello attuale.

Cosa significa essere “precari”?

Per capire meglio questa dimensione, chiediamoci: ci sentiremmo “stabili” se avessimo un contratto a tempo indeterminato in un’azienda prossima al fallimento? O in cui stanno per chiudere il reparto nel quale lavoriamo? O in cui si parla di “delocalizzazione”?
Molto probabilmente, il nostro lavoro sarebbe alquanto… precario. Ma non tutti saremmo ugualmente preoccupati. Alcuni di noi potrebbero dire, ad esempio, “beh, la mia figura è molto ricercata, non farei troppa fatica a trovare un altro lavoro”. Bingo.

Altra domanda: ci sentiremmo precari se avessimo un contratto in scadenza tra un mese? Probabilmente sì. “Rinnovano? Non rinnovano?”. Comprensibile. Ma se avessimo la consapevolezza che nel peggiore dei casi avremmo un altro lavoro nel giro di poco tempo, saremmo preoccupati? Ci sentiremmo, appunto, precari? No. Il nostro attuale lavoro forse. Ma non noi.

Sicuramente, cambiare azienda frequentemente può essere stancante. Ma non saremmo costretti a convivere con la paura di non portare più il pane a casa. Saremmo tranquillizzati dalla consapevolezza che, male che vada, la busta paga arriverà, semplicemente da un’altra azienda.

Ideale? No. Tragico? Nemmeno.

A ogni tipologia di precariato, la sua soluzione

Perché è importante questa distinzione? Perché è importante entrare nell’ordine di idee che il precariato non è legato tanto al presente (“questo lavoro”) ma al futuro (“un altro lavoro”)?

Perché cambiando la definizione del problema cambiano le soluzioni che si adottano.

Se si misura il precariato come “facilità di perdere l’attuale lavoro” si punterà sempre più su stratagemmi per ridurla, questa facilità. E spesso, si andrà a guardare ai contratti.
Il Decreto Dignità, dichiaratamente destinato a ridurre il precariato, ha agito sui contratti. E tutti conosciamo il rifiuto viscerale a proposte di agire sull’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, non a caso considerato un istituto che (se intaccato) andrebbe a demolire la “stabilità” del lavoro.

Nella stessa direzione va anche la misura, contenuta sempre nel Decreto Dignità, che penalizza le aziende che decidono di delocalizzare. Con questa definizione di precariato, la politica ha sempre risposto offrendo soluzioni che vanno a fissare (più che a stabilizzare) il lavoratore nel suo attuale posto di lavoro. Con la conseguente rigidità del mercato del lavoro (e con questo, sia chiaro, non sto dicendo di essere a favore del sistema “all’americana”, in cui un dipendente può essere licenziato da un giorno all’altro, anche senza spiegazioni).

Se invece definiamo il precariato come “difficoltà nel trovare un altro lavoro”, allora le soluzioni cambiano drasticamente.
Perché non ci si concentra più sulla stabilità, ma sulla ricollocabilità.

E come rendi un lavoratore ricollocabile?
Alcune soluzioni (più o meno efficaci) già sono in atto: principalmente con degli incentivi alle assunzioni, in tutte le loro forme.

E poi? Formazione. Corsi di lingua, corsi di specializzazione, corsi di aggiornamento professionale, per coprire tutte le lacune (o per rafforzare tutte le competenze) di un lavoratore.

Inoltre, incentivi alle aziende che invece di licenziare attuano procedure di outplacement. E poi, lo strumento principe: potenziare (o almeno, rendere effettivamente utili) i Centri per l’Impiego.

Come vediamo, cambiare questa prospettiva cambia completamente le direzioni in cui si agisce.

Ma allora, perché non si fa?

Il motivo principale è squisitamente culturale: il concetto di “posto fisso” è molto radicato nella nostra cultura. E in un periodo in cui il mondo del lavoro va sempre più in direzione della flessibilità e dell’autonomia, in Italia siamo ancora attaccati al posto fisso, al tempo indeterminato, come unica àncora che ci salva dal mare aperto.

Come dicevo prima, intaccare questo baluardo del contratto, provoca una risposta viscerale.
Senza entrare ora nel merito della legge in sé, basti pensare alle reazioni che suscitò il Jobs Act proposto dal fu governo Renzi; il nuovo “contratto a tutele crescenti”, infatti, fu subito visto come qualcosa che avrebbe aumentato il precariato.
Cito questo esempio per chi avesse ancora qualche dubbio che nell’immaginario collettivo la condizione di precarietà sia ancora legata (quasi) esclusivamente alla forma contrattuale che ci inquadra.

O ancora, la diffidenza (purtroppo giustificata da utilizzi scorretti fatti in passato della parola) nei confronti del concetto di “flessibilità”.
Spesso, in selezione, una persona assunta a tempo indeterminato rifiuta una proposta a tempo determinato, nonostante le prospettive esplicitamente dichiarate di assunzione a tempo indeterminato, solo per il contratto in sé.
Non tanto per una questione di fiducia sulle reali intenzioni di assunzione (argomento che meriterebbe comunque un approfondimento), non perché la proposta in termini di inquadramento, retribuzione, ruolo, ecc. non sia effettivamente migliorativa, cosa che spesso è proprio per dare qualcosa in cambio alla persona.
Ma per il contratto. A prescindere da tutto il resto.

Il rischio di non sentirsi a rischio

Superare la vecchia definizione con la nuova aiuterà a guidare le proposte della politica, ma anche le richieste della cittadinanza, in una direzione realmente efficace.
Ma cambieranno anche le richieste che ognuno di noi farà direttamente all’azienda che ci assume.

A questo proposito, vi racconto un aneddoto: tempo fa vidi a colloquio una persona (che chiameremo Anna O. come da tradizione); faceva back office commerciale per un’azienda di circa 80 dipendenti, che lavorava solo nel mercato italiano (centro e nord, per la precisione). L’azienda sopravvisse alla crisi del 2008, ma non riuscì più a riprendersi; quasi 10 anni dopo, infatti, dovette chiudere.

Anna non parlava una parola di inglese: aveva avuto un pessimo insegnante alle superiori, e da allora erano passati 20 anni senza mai avere occasione di riprenderlo in mano. Quando va in vacanza, è sempre il marito a parlare.
In azienda, in 17 anni di lavoro, non le hanno mai fatto un corso. “Perché non le serviva, era una back office commerciale per il mercato italiano” direbbe qualcuno. Ma questa è la risposta alla domanda “Perché non le hanno offerto un corso?”.
La domanda che feci io fu “Perché LEI non ne ha fatto richiesta, o non si è attivata autonomamente a farne uno?”.
Di tutte le possibili risposte, l’unica che ricevetti fu “Perché non ne sentivo l’esigenza”.

E perché? In fondo, sapeva benissimo di non conoscere l’inglese.

“Perché comunque ero stabile, avevo un lavoro a tempo indeterminato in un’azienda nella quale non serviva, e l’azienda andava bene. Almeno fino al 2008”.

Non ha mai fatto un corso di inglese, né l’ha mai richiesto, perché non si sentiva “precaria” senza. Se avesse misurato la sua precarietà in termini di “difficoltà a trovare un altro lavoro”, sarebbe giunta alla seguente conclusione: “Aspetta. Sono un’impiegata commerciale che non conosce l’inglese. Sempre più aziende richiedono la conoscenza dell’inglese anche per ruoli che non prevedono contatti coi clienti in generale, men che meno quelli esteri, figuriamoci quanto sarà importante l’inglese per un’impiegata col mio ruolo. Se qualcosa dovesse andare male, io farei molta fatica a trovare un altro lavoro”.

E così Anna, assunta a tempo indeterminato, in un’azienda all’epoca molto solida e con 17 anni di anzianità nel ruolo, si sarebbe resa conto di quanto effettivamente fosse precaria.
La sua storia è comunque a lieto fine perché, dopo quasi due anni di disoccupazione, è riuscita a trovare posto in un’azienda in cui le hanno persino offerto un inquadramento e retribuzioni migliori dell’azienda precedente. Sono contento per lei ma la pertinenza dell’esempio resta, così come la definizione di base del problema, che più che capito, va capovolto, per poter essere risolto.

Studente di Psicologia del Lavoro, libero professionista, consulente HR e magnagati. Una di queste quattro finirà presto e mi auguro davvero sia la prima. Ma quando ci si laurea in psicologia non si smette mai di studiare. Orgogliosamente pieno di domande, scrivo per offrire (e ottenere in cambio) un punto di vista diverso e non per insegnare qualcosa. Scrivo principalmente per me stesso, perché attraverso la scrittura mi “costringo” a mettere in ordine i miei pensieri. Attività che sento di consigliare a chiunque. Classe ’93, la crisi del 2008 l’ho vista sui banchi di scuola e, fortunatamente, mai in casa. Questa stabilità mi ha portato a lanciarmi, e non ad impigrirmi, nel mondo del lavoro prima ancora di laurearmi, e ne ho pagato lo scotto ma anche raccolto i frutti. Il mio mondo sono le Umane Risorse, e credo fermamente che la loro gestione in azienda dovrebbe essere “to the people, by the people, for the people”. Molte cose devono ancora cambiare, e se anche non sarò protagonista di questo cambiamento sicuramente ne voglio fare parte.

Caro Iacopo...

“Per le mie colleghe maestre, la mia alunna disabile non potrà mai imparare qualcosa”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

Pubblicato

il

Mi scrivono:

“Caro Iacopo…

Sono un’insegnante di sostegno, trasferita dalla Puglia al Nord. Ho scelto di essere un’insegnante di sostegno all’età di 11 anni, quando ho conosciuto G., un ragazzo tetraplegico dall’entusiasmo contagioso. Con lui ho i ricordi più belli della mia adolescenza: quanti pomeriggi trascorsi insieme a studiare attendendo di fare merenda, le serate al cinema, i corsi di nuoto, e le lunghissime telefonate anche oltre oceano, quando andava per mesi a New York per sperimentare nuove terapie e fare interventi!

Ricordo il periodo di quando era arrabbiato con Dio e mi domandava il perché lui fosse così e perché gli amici non volessero uscire con lui. Adesso però siamo cresciuti. Ognuno ha le sue vite, non ci sentiamo sempre, ma quando accade ritorniamo indietro di 24 anni e improvvisamente ritorno ad avere 11 anni.

Faccio questa premessa, per sottolineare come l’amicizia con G., i miei studi, la mia specializzazione nel sostegno, il ruolo, il sacrificio di lavorare lontana da cinque anni dalla mia famiglia, il carico di responsabilità come figura strumentale handicap e disagio ricevuto l’anno scorso, e soprattutto i bambini che ho incontrato, hanno forgiato in me sempre più un senso di giustizia e amore.

In questi giovani anni di ruolo ho dovuto scontrarmi più volte per far valere i diritti di questi bambini. Ho lottato per cercare di dare ambienti idonei, progetti, sussidi e soprattutto di creare sempre un clima accogliente e inclusivo, non solo per loro, ma per tutti i bambini e i genitori che sempre più si sentono soli.

È appena iniziato un nuovo anno scolastico. Non vedevo l’ora di rivedere i miei alunni, l’unica gioia e l’unica forza per andare avanti. Parto però con una tristezza nel cuore. Per l’ennesima volta mi sono scontrata con una collega che parla urlandoti in faccia e facendoti pezza da piedi. La discussione nasce dopo una comunicazione che giunge dalla direzione, dove le ore di sostegno sono poche e che per almeno i primi giorni, in attesa di ricevere altre ore dal provveditorato, dobbiamo coprire gli alunni gravi, i quali possono mettersi in situazione di pericolo.
Successivamente questa collega afferma che dare troppe ore di sostegno alla mia alunna è esagerato ‘perché tanto una come S. che porta il pannolone non sarà mai in grado di imparare a leggere e a scrivere… e non fa mica didattica!’.

Hai presente un grandissimo incendio con fiamme alte che divampano ovunque? Ecco, io mi sono sentita così. Sforzandomi di fare sentire il mio urlo di rabbia e dolore, le ho detto che ‘ogni bambino ha i suoi obiettivi da raggiungere con i suoi tempi… Tu non sei nessuno per parlare così… non te lo permetto! Tu Non conosci e non hai visto i successi di S. in seconda, anche imparare a lavarsi le mani o ad aprire la cerniera del giubbino ed essere autonoma è didattica!’.

Le mie colleghe di classe, maestre anche loro di S. (perché S. non è solo l’alunna della maestra di sostegno) non hanno detto una parola. Le altre (parlo di un gruppo di 30 docenti perché eravamo in riunione) sono rimaste in silenzio. Ero io da sola, a lottare contro un mostro di ignoranza e pregiudizi, in nome di tutti i bambini come S.
Improvvisamente l’ho immaginata a 30 anni, quando la scuola dell’obbligo sarà da tempo finita: cosa sarà di lei, figlia unica, con i genitori già oggi molto grandi, in una società brutta e squallida come questa? A me è mancata tanto quest’estate, ma ho il cuore che piange.

Purtroppo è una guerra tra poveri e i tagli all’istruzione e sul sostegno ci sono. Non ritengo meno grave un bambino che ha bisogno di meno ore di sostegno, ma fosse anche che un capitolo di storia non saranno in grado di ricordarlo, potranno sempre essere in grado di stare al mondo. Comunicare, esprimere bisogni, sapersi relazionare con gli altri, acquisire le autonomie di base, sono i primi obiettivi che ogni bambino deve aspirare a raggiungere. Ma per altri non è così… Certi bambini sono destinati al loro crudele destino.

Ti riporto un pensiero non mio ma di Giuseppe Pontiggia, che condivisi con la Dirigente di Torino, quando superai l’anno di prova: ‘Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare. Sono nati due volte e il percorso sarà più tormentato. Ma alla fine anche per voi sarà una rinascita’.”

Continua a leggere

In primo piano

Ho abbandonato i social media. Per un po’. Poco.

Più vediamo (l’apparente) felicità degli altri sui social, più aumenta il nostro livello di insoddisfazione: lo hanno dimostrato le ricerche. Cosa fare? Chiudere l’account? Ne siamo in grado?

Pubblicato

il

I Social network hanno invaso la nostra quotidianità.
Abbiamo sviluppato una ipersensibilità a Like, stelline e cuoricini che ogni giorno riceviamo sulle piattaforme più gettonate dalle persone.

Diventiamo sempre più narcisisti, vogliosi di dimostrare che anche noi abbiamo una nostra esistenza nel mondo digitale, vogliamo il nostro spazio e semplicemente dire “Hey, guardatemi, ci sono anche io”.

Studi e invidia

Diverse ricerche lo dimostrano: i social sono una vera e propria mania per tanti di noi al punto da non riuscire più a staccarsi dal piccolo monitor del nostro telefono.

Due studi, tra i tanti, meritano l’attenzione per aver posto un indicatore chiaro di come i social cambiano la nostra mentalità.

Il primo, riguarda un documento molto importante sulla felicità degli utenti che frequentano maggiormente il più famoso, Facebook, condotto da Helena Wenninger, Peter Buxmann e Hanna Krasnova rispettivamente delle Università di Darmstadt e Berna.

Lo studio in questione dimostra che più si naviga all’interno del social, più viene percepito un senso di insoddisfazione nel vedere le immagini di altre persone che mostrano felicità, un po’ come se ci fosse un senso di invidia che colpisce gli utenti nel vedere emozioni positive dei propri contatti.

Il secondo studio condotto dall’Università di Pittsburg in collaborazione con la Columbia Business School e disponibile per visione sul sito ufficiale, dimostra che più si riceve apprezzamento digitale nei social, pensiamo ad esempio ad Instagram, dove il narcisismo è la parola d’ordine, più viene ridotto il proprio autocontrollo.

Sono colpit* soprattutto chi è molto gettonat* all’interno delle piattaforme, pensate, ad esempio, ai famosi influencer.

In faccia alla realtà

Dopo tutto, è inutile negarlo, il nostro sguardo è sempre pronto a controllare lo schermo, in attesa di ricevere notifiche.

Questo è forse un modo per sentirsi accettat* e richiest* dalla società.

Possiamo stare qui a raccontare quanto sarebbe bella la vita senza social a favore di viaggi, libri, palestra; di come si può, a piccoli passi, ridurre la nostra presenza digitale pensando di fare del bene a noi stessi un po’ per volta.

Ma, alla fine, quanto ci crediamo?

Siamo veramente disposti a ridurre il nostro patrimonio sociale digitale, a rifiutare enormi cerchie di amici conquistati con anni di fatica e poi alla fine chiudere tutto, saluti e baci a tutti?

Non penso proprio.

Abbandonare un social

Quanti di voi hanno detto basta a qualche piattaforma sociale?

Io l’ho fatto diverse volte: nel 2014 disattivai l’account Facebook per diversi mesi, ho eliminato Instagram per ben 2 volte tornando poi con nuovi account e ho disattivato LinkedIn per una settimana.

Perche sono tornato?
Perché ogni social ha le sue caratteristiche e motivazioni ben specifiche a cui volevo rimanere presente.

Sono giunto alla conclusione che, se dovessi scegliere fra tutti i network con le varie modalità di di utilizzo, e con tutti i pro e contro della situazione, penso che non sarei più capace di togliermi da Facebook.

Il motivo di tale scelta è presto detto: tantissime aziende, locali e altre realtà, hanno la propria pagina aggiornata sul social, dove tutti possono controllare in tempo reale eventuali cambiamenti e rimanere “al passo”.

Stesso discorso vale per gestori di siti web o blog che, grazie alla piattaforma di Zuckerberg possono avere una capillarità ed una conoscenza mai immaginata fino ad ora.

Quando le persone mi confessano che si sentono “fuori dal mondo”, intendono proprio questo: non sapere quello che accade nel mondo, perché se prima era compito dei classici media come la tv ed i giornali essere al centro dell’attenzione, ora tutto si concentra nelle varie piattaforme dove diamo il meglio, ed anche il peggio, di noi stessi.

Rimanere quindi senza un supporto come il social network ci fa sentire a disagio, vuoti, proprio come se avessimo fatto un passo di lato lasciando che il mondo continui la sua velocissima vita online.

Ed ecco che, tornando al punto di partenza, iscriversi ai vari servizi ci vuole poco, “È veloce e semplice” scrive la pagina di accesso a Facebook, ma dobbiamo capirne il funzionamento, dosare la nostra presenza online, cosa condividere o meno e soprattutto sapere che abbiamo una vita fuori da questo schermo senza prendere scelte drastiche.

NowPlaying:
Amerika, Rammstein

Continua a leggere

Treding