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Somigli a Cenerentola quando cerchi lavoro?

Il problema di molta gente: sogna quello che vorrebbe fare invece di farlo davvero.

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Ogni bambina, in qualche momento della sua vita, ha sognato di essere al suo posto. L’abito da ballo, la carrozza e…la scarpetta! Questa è da sempre la fiaba dei sognatori, delle persone “qualunque” che sentono di poter diventare “qualcuno”, serve solo l’occasione giusta.

Cercare lavoro come Cenerentola

Cenerentola si distingue dalle sorellastre per la sua grazia, per la gentilezza, per la sua bellezza interiore che si riflette all’esterno, rendendola veicolo di amore da e verso tutti. Cenerentola rappresenta chi cerca lavoro con umiltà, senza pretese, sempre col sorriso anche di fronte alle difficoltà. È un buonumore autentico, quello di Cenerentola, derivante dalla capacità di gioire per il poco che c’è (gli amici, ad esempio, o una bella giornata di sole) senza mai smettere di sognare il meglio per il futuro.

Cenerentola accetta i lavori più umili con dignità e con rispetto, mettendo il massimo impegno in ogni mansione e subendo le angherie delle sue “datrici di lavoro”. È buona, senza dubbio, ma anche ingenua.

Quando arriva il giorno tanto atteso del ballo e a Cenerentola viene permesso di partecipare, lei vive questa concessione come un dono enorme ma anche, probabilmente, non per forza dovuto. E quando la sua partecipazione sfuma nuovamente a causa della distruzione del suo abito, si fa prendere dallo sconforto e dalla rassegnazione.  Sarà solo grazie a un intervento magico che Cenerentola potrà rimettersi in pista e correre a far innamorare il principe.

Cercare lavoro come Cenerentola significa essere poco consapevoli delle proprie capacità, vivere ogni traguardo come un premio non scontato e non sempre necessariamente meritato. Significa avere molti sogni ma pochi obiettivi, avere bisogno di fare chiarezza e di un aiuto per individuare la strada da percorrere.

Punto di forza di Cenerentola

Una volta arrivata al ballo, è innegabile che Cenerentola sappia giocare bene la sua partita. Non sbaglia un colpo, gli occhi del principe sono solo per lei e, dopo la sua fuga di mezzanotte, non c’è modo di far desistere il ragazzo dal cercarla ovunque.

Il punto di forza di chi cerca lavoro come Cenerentola è sicuramente l’adeguatezza in ogni situazione, saper dire le parole giuste a un colloquio, saper fare colpo positivamente sul potenziale datore di lavoro, emergendo dalla massa e rendendosi indimenticabili.

Punto di debolezza di Cenerentola

Cosa succede se la Fata Madrina non compare? O se non ha i poteri giusti? O se semplicemente quella sera non ha voglia di lavorare?

Il punto di debolezza di chi cerca lavoro come Cenerentola è proprio questo: il rischio reale di perdere un’opportunità determinante a meno che non si riceva uno stimolo competente e incoraggiante da un’altra persona. Qualcuno che metta in luce un punto di forza da sempre ignorato, che faccia risaltare le attitudini nascoste, che aiuti a darsi un obiettivo concreto offrendo gli strumenti per raggiungerlo.

Cenerentola manca di spirito imprenditoriale e di iniziativa, di fronte al fallimento della prima chance di andare al ballo si rassegna, torna a pulire i pavimenti. Chi cerca lavoro come lei tende ad aspettare paziente, anziché uscire e andarsi a creare un’opportunità, limitandosi a “non disperare nel presente” e ad attendere la Fata Madrina.

Ricorda sempre: “Questo è il problema di molta gente: sogna quello che vorrebbe fare invece di farlo davvero”. (Fata Madrina)

Da10 anni supporta le persone che cercano lavoro o intendono cambiarlo, offrendo percorsi personalizzati in base alle caratteristiche e alle esigenze della persona. Ha mosso i primi passi lavorativi negli Stati Uniti per poi tornare in Italia e certificarsi come Coach alla Coaching University milanese di Lorenzo Paoli apprendendo uno stile di Coaching incentrato sul cliente, sulle proprie emozioni e blocchi e soprattutto sulle strategie più efficaci per aiutarlo a raggiungere i propri obiettivi.

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da Purple&People

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Come trattare gli altri (a prescindere dal farseli amici)

Mettiamola come vogliamo… ma il “savoir faire” non basta.

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L’etichetta non è qualcosa che ti appiccichi addosso, ma può essere ciò che ti rende unico.

In francese l’étiquette è l’insieme di regole o abitudini che siamo soliti utilizzare in contesti sociali e professionali. Una sorta di protocollo sociale. Da qui il nome inglese di business etiquette. O quello che in Italia definiamo Galateo a più ampio raggio di azione (dall’ambito sociale a quello professionale e diplomatico).

Laddove ci sono le regole, ci sono anche strappi alla regola, le eccezioni. Ma le regole servono e favoriscono l’equilibrio di relazione tra due o più persone. Si dice che la legge è creata per il lieto (con)vivere, e penso che nessuno dovrebbe metterne in dubbio il rispetto. Anche perché entreremmo nel campo di discussione della civiltà o inciviltà.

La regola nell’etichetta è una convenzione sociale che siamo soliti rispettare talvolta anche senza accorgersene. Però credo che riflettere sulle nostre azioni quotidiane possa essere un guardare oltre, un capire veramente di che pasta siamo fatti e capire dove possiamo mettere quell’elemento straordinario di noi da farlo diventare il nostro segno riconoscibile. Come fare per fare la differenza in un mondo di convenzioni sociali, dove il Galateo ci insegna che talvolta se non sai sei fuori?

Gli inglesi quando si incontrano si chiedono “how are you?” ovvero (letteralmente) “come sei?” e non “come stai?” come nel corrispettivo in italiano: ciò che mi interessa è come sei qui e ora, qual è il tuo stato d’animo nell’incontro con me. Ecco la prova tangibile che il galateo dovrebbe e potrebbe servire per stabilire una connessione con l’altro che vada oltre la mera convenzione sociale.

Si instaura un rapporto che, seppur disseminato di orpelli di stile, mira a raggiungere pienamente il dialogo e la relazione con l’altro.
Credo che una cosa che non debba essere messa mai in discussione sia l’Educazione, l’educazione come chiave per aprire le porte all’altro e predisporsi bene al contatto sociale. Educazione che deriva dall’essere educati, senza giri di parole, significa essere culturalmente aperti e formati alla relazione. Oggi c’è troppo “savoir faire” per dirla alla francese, parto con l’improvvisazione, ci provo, mi butto. Ma seppur questa determinazione sia positiva in un contesto in cui si deve provare a fare o raggiungere qualcosa, in società non si dovrebbe mai improvvisare, perlomeno per quanto riguarda il comportamento e l’educazione.

Sul resto possiamo lavorarci ed è possibile fare la differenza pur consapevoli di rispettare la libertà altrui. Per assurdo poi la vera libertà sta nel muoversi entro certi limiti (le regole), riuscire a esprimere se stessi con creatività e coraggio in uno spazio di azione definito.

Una delle limitazioni può essere, nei tempi che stiamo vivendo, quella di riuscire a gestire la relazione e applicare le regole del galateo quando le persone interagiscono senza attuare tutti gli elementi della comunicazione, ovvero utilizzando solo il linguaggio verbale escludendo il paraverbale e il non verbale, come nello scambio di e-mail o nelle chat. Qua l’etichetta si fa netiquette. Il predominio in questi casi risiede nella parola e nel contesto in cui viene presentata.

Emanuele Invernizzi e Alessandro Lucchini ci dicono, per esempio che, «l’email più efficace è quella breve con un solo argomento che usa parole chiare scritta in forma diretta senza ammiccamenti, senza allusioni». Scompaiono quindi gli elementi relativi alla forma intesa come stile e come orpello e la comunicazione si fa più telegrafica, ma non per questo non deve rispettare le regole del buonsenso.

Nella business etiquette è necessario un atteggiamento consono per poter essere un buon lavoratore, ma anche per favorire il business e lasciare un bel ricordo di noi a un ipotetico acquirente, partner o cliente. Se acquisiamo più competenze nella gestione delle relazioni, grazie alla business etiquette, ma anche al buonsenso, poniamo le basi per l’acquisizione di una competenza fondamentale come la leadership. Sa gestire gli altri, chi per primo sa relazionarsi e sa istituire buone connessioni tra le persone lavorando sul comportamento, sulla necessità e sul rispetto delle regole.

Che poi non è altro che sapersi predisporre e aprirsi agli altri. Non è difficile. Sempre questa è la faccenda. Dale Carnegie diceva nel suo manuale “Come trattare gli altri e farseli amici” che «il sorriso è messaggio di buona volontà. Il vostro sorriso illumina la vita di tutti quelli che vi vedono.»

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Bel lavoro offresi, bella presenza cercasi

Cerchiamo di essere sempre più belli, amiamo circondarci di belle persone. E gli annunci sono sempre zeppi di “bella presenza”. È il lavoro, bellezza! O forse no?

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Non hai mai sentito dire che la bellezza delle cose / Ama nascondersi / Ed è forte quello che ho dentro / Distante dalla mediocrità – Carmen Consoli

B come Bellezza

La bellezza è una virtù, declamata, ricercata, teorizzata da artisti, filosofi, poeti, scrittori, registi. E’ qualcosa che pure inconsciamente cerchiamo di raggiungere, di coglierne il fascino e farlo nostro, ne accarezziamo l’idea, la ricerchiamo quando il nostro corpo perde le sembianze eteree, fresche e lucide della giovinezza.

La nostra ricerca spasmodica di bellezza investe tutti i campi, dalla scelta dell’auto da comprare, al posto di lavoro, dalla decisione di quale hotel prenotare, fino alla scelta della tappezzeria di casa. È imprescindibile che se ricerchiamo tale valore nelle cose materiali sicuramente vogliamo circondarci di persone che siano altrettanto belle!

E ciò succede anche nel mondo del lavoro. Per esempio gli annunci sono pieni di richieste di “bella presenza”, gli ottimisti dicono che la richiesta non si limita a chi è di bello d’aspetto, ma a coloro che sono curati, puliti, che sanno vestirsi bene, che si atteggiano con fare elegante, i pessimisti invece affermano che scrivere bella presenza è segno di una ricerca di persone belle, dotate di soggettiva bellezza.

È innegabile però che si scrive bella presenza perché vogliamo circondarci di bellezza. Vogliamo lavorare con belle persone, non solo esteticamente, ma anche piacevoli e di buoni sentimenti.

Scritti e leggi che cercano di capire se è discriminante o meno fare distinzioni su questo aspetto, ne sono stati prodotti da sempre, ma talvolta si scrive bella presenza proprio per trasmettere questo senso del “piacevole”. Se devo relazionarmi con una persona preferisco infatti che sia gradevole, che favorisca la conversazione, che sappia adottare quei gesti che mettono l’altro nella condizione di chiedere, confrontarsi e concretizzare un’attività professionale oppure commerciale.

La bellezza estetica aiuta, ma non è tutto. Sei veramente bello se questa tua bellezza è nascosta, celata e se viene fuori nella relazione con l’altro.

Ma c’è di più. Una bella presenza per me è strettamente correlata all’empatia. Perché sei bello fino in fondo se riesci ad attivare una relazione con gli altri e se questa relazione “funziona”. Presentarsi bene significa avere rispetto per la persona che ti sta di fronte, nei modi, negli atteggiamenti e nell’empatia.  Capire i problemi dell’interlocutore, farli propri e addirittura prevederli è peculiarità di un animo bello che toglie alla bella presenza ogni valutazione soggettiva.

Credo che però dobbiamo educarci un po’ a vicenda a rivedere questo concetto a livello sociale. Bisogna avere il coraggio di puntare alla ricerca della bellezza, non solo come qualità personale, ma soprattutto nelle nostre attività quotidiane e nel nostro lavoro. Si dice spesso, quando facciamo bene il proprio lavoro, che abbiamo fatto un Bel Lavoro e questo fa scaturire quella bella sensazione che si chiama soddisfazione.

La Bellezza diventa quindi l’obiettivo da ricercare e a cui dobbiamo tendere, in tutto ciò che facciamo. Fare un bel lavoro ci riempie e ci circonda di bellezza. Essa poi, in fin dei conti, non è altro che una scelta, come la felicità.

L’oscuro Dostojevskij ci dice che la bellezza salverà il mondo e aggiungo anche che esercitarla ci rende persone migliori e più belle. Ecco che parte il circolo virtuoso, siamo tutti chiamati a essere belli e a farci portatori di bellezza per gli altri.

Foscolo afferma nelle sue Grazie che “La bellezza è una specie di armonia visibile che penetra soavemente nei cuori umani.”

Chi meglio di altri è capace di descriverci una bellezza così completa, vera e utile che possa migliorare noi stessi e il nostro mondo?

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