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“Sto diventando inutile”: perdere il lavoro a 50 anni

Perdere il lavoro è un evento traumatizzante, come un lutto. Come elaborarlo, quando ti tocca dopo i 50 anni e non te lo aspettavi? Come fare ad affrancarsi dal dubbio di essere diventati inutili?

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“Sto diventando INUTILE”

Il pensiero mi colpisce come un pugno, al risveglio.
Sono stato licenziato. Non mi era mai successo.
Che possibilità ho dopo i 50 anni?

La rabbia monta; cerco dove orientarla.
Non può dipendere da me: io ho fatto tutto come al solito, ho chiesto le cose giuste, al momento giusto.
Sono loro che non capiscono niente, loro che avevano bisogno di un capro espiatorio.

No, questo pensiero non mi fa stare meglio, non sostituisce la certezza dello stipendio che arrivava ogni mese in banca.

“Come me la caverò?”

***

Quante e quanti di noi sono passati per questo momento.
Magari non dopo i 50 anni: oggi anche a 40, a 30, incontro persone che si sentono vecchie per questo Mondo del Lavoro.
Il mondo sta cambiando: questo ci dicono i media.

Noi restiamo spesso intrappolat* in un punto di vista limitato, in un sensazionalismo che ci fa vedere solo i limiti del nostro Paese, del nostro Mondo del Lavoro, nascondendone le caratteristiche tranquillizzanti: siamo ancora una delle principali economie manifatturiere del mondo, siamo ancora uno dei Paesi con il più alto Prodotto Interno Lordo, abbiamo patrimoni di migliaia di miliardi, una Qualità della Vita invidiabile (clima, gastronomia, cultura,…), che ci porta ad essere tra i popoli più longevi al mondo.

Sì, ma… sì, ma questo a me serve a poco; la nostra economia somiglia al pollo di Trilussa: siamo mediamente ricchissimi, ma l’enorme evasione produce una sempre più scarsa redistribuzione delle ricchezze, ed io mi preoccupo per il domani, per quello stipendio che non c’è più, per le rinunce che dovrò fare, per i “no” che mi fiaccheranno piano piano.

“C’è ancora spazio per me?”

Ho ancora tanto da dare

Decido di guardarmi attorno.
Sono lontano da casa da troppo tempo e non ho idea di quello che sia successo, dello stato di salute delle imprese locali.

Comincio a frequentare incontri, workshop, seminari: un quadro effervescente e desolante; effervescente, perché ci sono tante occasioni di incontro, di relazione, di apprendimento; desolante, perché le aziende storiche stanno chiudendo, una dopo l’altra.

Un tessuto produttivo troppo terzista: va forte quando l’economia tira; va a fondo quando l’economia langue; l’economia è ferma da dieci anni.

In fondo è così per grossa parte dell’industria manufatturiera italiana: tanta attenzione ai costi, poco investimento in ricerca e sviluppo; alla lunga la competizione sui costi ci ha portato ad una corsa al ribasso, ci ha portato a considerare le persone solo come costi; e allora le imprese cercano persone che costino meno, in altri Paesi, o cercano tecnologie che sostituiscano le persone: i robot non si stancano mai.

Desolante. Se guardo a questo, non vedo vie di fuga. Capisco i ragazzi che fuggono all’estero; capisco i ragazzi che smettono o non iniziano per niente a cercare un’occupazione.

Che possibilità posso avere in un mondo di manodopera in eccesso?

Eppure…

Eppure sento che ho ancora tanto da dare; penso con entusiasmo alle cose che ho fatto, a quelle che potrei e vorrei ancora fare.

Mi concentro su me stesso e comincio ad elencare le mie competenze, i ruoli ricoperti, i progetti sviluppati, i traguardi raggiunti. È una lista lunga; tante cose le avevo anche dimenticate; riemergono ricordi; e la domanda cambia: “può fare a meno di me questo Paese?”

Guardo in me stesso e vedo possibilità

No, non può fare a meno di me. Né di te.
Perché quello che siamo è il frutto di un enorme investimento collettivo, un investimento che ha dato frutti: siamo usciti dalla guerra distrutti (e non è che prima avessimo sviluppato granché) e siamo una delle prime dieci economie mondiali.
Abbiamo creatività, competenze tecniche, conoscenze accumulate, capitali disponibili, …

“C’è ancora spazio per me?”, mi chiedevo.
Certo che c’è, ma vivo in un sistema che ha rinunciato ad investire sulle persone e sulle idee, un sistema bloccato dai timori e dalle regole, un sistema che non è più un Sistema, che non sa guardare in una direzione e remare all’unisono.

“E allora che me ne faccio delle mie competenze?”

Per fortuna proprio ora che tutto sta cambiando

Lo sguardo che ho fatto girare attorno a me, mi ha restituito un panorama per nulla incoraggiante, ma…

Ma il Mondo sta cambiando: non sono solo io ad essere inadeguato, lo siamo tutt*.
E allora ripartiamo da zero, senza rendite di posizione, perché la crisi può sgretolare qualsiasi ricchezza e l’unica ricchezza è la mia capacità di cavarmela.

Guardo ancora attorno a me e vedo opportunità, vedo bisogni insoddisfatti, vedo persone che possono giovarsi dalle mie competenze.
Certo, mi mancano anche esperienze, competenze, strumenti, per sviluppare appieno le mie professionalità: investo in me stesso, per acquisire quello che mi manca, per soddisfare tutti i presupposti.

Faccio un bilancio delle mie competenze, un punto zero, e guardo ai miei obiettivi, alle competenze che mi serviranno per compiere il primo passo.

Sì, guardo solo al primo passo, perché il mondo cambia troppo velocemente per pianificare troppo avanti, anche quando l’obiettivo che ho è chiaro. Tutte le belle teorie sulla gestione ciclica dei processi (Pianifica, Esegui, Verifica, Correggi) diventano vitali quando le onde del cambiamento rischiano di portarmi alla deriva,

Sono utile al necessario cambiamento

Il Mondo sta cambiando ed io sono parte di questo cambiamento, sono utile a questo cambiamento, sono necessario.
Lo sono perché so, perché so fare, perché so essere, perché so far sapere; sono queste le competenze chiave: il sapere teorico, il sapere pratico, il sapere relazionale, il sapere comunicativo.

E se qualcosa mi manca, investo su me stesso per costruirla: per acquisire nuove competenze tecniche, per metterle in pratica, per relazionarmi con le altre persone e per comunicare quello che posso apportare.

Asciugo le lacrime e riparto.
E non mi sento più solo, perché è a questo che servono le relazioni umane, il conoscersi, il fare rete.

Padre. Runner. Curioso. Timido. Introverso. Inespresso. Guardo il mondo da un obiettivo. Graffio fogli. Faccio progetti. Sbaglio. Chiedo scusa, talvolta. Mi interrogo, sempre. Mi trovi su LinkedIn.

Caro Iacopo...

“Per le mie colleghe maestre, la mia alunna disabile non potrà mai imparare qualcosa”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…

Sono un’insegnante di sostegno, trasferita dalla Puglia al Nord. Ho scelto di essere un’insegnante di sostegno all’età di 11 anni, quando ho conosciuto G., un ragazzo tetraplegico dall’entusiasmo contagioso. Con lui ho i ricordi più belli della mia adolescenza: quanti pomeriggi trascorsi insieme a studiare attendendo di fare merenda, le serate al cinema, i corsi di nuoto, e le lunghissime telefonate anche oltre oceano, quando andava per mesi a New York per sperimentare nuove terapie e fare interventi!

Ricordo il periodo di quando era arrabbiato con Dio e mi domandava il perché lui fosse così e perché gli amici non volessero uscire con lui. Adesso però siamo cresciuti. Ognuno ha le sue vite, non ci sentiamo sempre, ma quando accade ritorniamo indietro di 24 anni e improvvisamente ritorno ad avere 11 anni.

Faccio questa premessa, per sottolineare come l’amicizia con G., i miei studi, la mia specializzazione nel sostegno, il ruolo, il sacrificio di lavorare lontana da cinque anni dalla mia famiglia, il carico di responsabilità come figura strumentale handicap e disagio ricevuto l’anno scorso, e soprattutto i bambini che ho incontrato, hanno forgiato in me sempre più un senso di giustizia e amore.

In questi giovani anni di ruolo ho dovuto scontrarmi più volte per far valere i diritti di questi bambini. Ho lottato per cercare di dare ambienti idonei, progetti, sussidi e soprattutto di creare sempre un clima accogliente e inclusivo, non solo per loro, ma per tutti i bambini e i genitori che sempre più si sentono soli.

È appena iniziato un nuovo anno scolastico. Non vedevo l’ora di rivedere i miei alunni, l’unica gioia e l’unica forza per andare avanti. Parto però con una tristezza nel cuore. Per l’ennesima volta mi sono scontrata con una collega che parla urlandoti in faccia e facendoti pezza da piedi. La discussione nasce dopo una comunicazione che giunge dalla direzione, dove le ore di sostegno sono poche e che per almeno i primi giorni, in attesa di ricevere altre ore dal provveditorato, dobbiamo coprire gli alunni gravi, i quali possono mettersi in situazione di pericolo.
Successivamente questa collega afferma che dare troppe ore di sostegno alla mia alunna è esagerato ‘perché tanto una come S. che porta il pannolone non sarà mai in grado di imparare a leggere e a scrivere… e non fa mica didattica!’.

Hai presente un grandissimo incendio con fiamme alte che divampano ovunque? Ecco, io mi sono sentita così. Sforzandomi di fare sentire il mio urlo di rabbia e dolore, le ho detto che ‘ogni bambino ha i suoi obiettivi da raggiungere con i suoi tempi… Tu non sei nessuno per parlare così… non te lo permetto! Tu Non conosci e non hai visto i successi di S. in seconda, anche imparare a lavarsi le mani o ad aprire la cerniera del giubbino ed essere autonoma è didattica!’.

Le mie colleghe di classe, maestre anche loro di S. (perché S. non è solo l’alunna della maestra di sostegno) non hanno detto una parola. Le altre (parlo di un gruppo di 30 docenti perché eravamo in riunione) sono rimaste in silenzio. Ero io da sola, a lottare contro un mostro di ignoranza e pregiudizi, in nome di tutti i bambini come S.
Improvvisamente l’ho immaginata a 30 anni, quando la scuola dell’obbligo sarà da tempo finita: cosa sarà di lei, figlia unica, con i genitori già oggi molto grandi, in una società brutta e squallida come questa? A me è mancata tanto quest’estate, ma ho il cuore che piange.

Purtroppo è una guerra tra poveri e i tagli all’istruzione e sul sostegno ci sono. Non ritengo meno grave un bambino che ha bisogno di meno ore di sostegno, ma fosse anche che un capitolo di storia non saranno in grado di ricordarlo, potranno sempre essere in grado di stare al mondo. Comunicare, esprimere bisogni, sapersi relazionare con gli altri, acquisire le autonomie di base, sono i primi obiettivi che ogni bambino deve aspirare a raggiungere. Ma per altri non è così… Certi bambini sono destinati al loro crudele destino.

Ti riporto un pensiero non mio ma di Giuseppe Pontiggia, che condivisi con la Dirigente di Torino, quando superai l’anno di prova: ‘Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare. Sono nati due volte e il percorso sarà più tormentato. Ma alla fine anche per voi sarà una rinascita’.”

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Ho abbandonato i social media. Per un po’. Poco.

Più vediamo (l’apparente) felicità degli altri sui social, più aumenta il nostro livello di insoddisfazione: lo hanno dimostrato le ricerche. Cosa fare? Chiudere l’account? Ne siamo in grado?

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I Social network hanno invaso la nostra quotidianità.
Abbiamo sviluppato una ipersensibilità a Like, stelline e cuoricini che ogni giorno riceviamo sulle piattaforme più gettonate dalle persone.

Diventiamo sempre più narcisisti, vogliosi di dimostrare che anche noi abbiamo una nostra esistenza nel mondo digitale, vogliamo il nostro spazio e semplicemente dire “Hey, guardatemi, ci sono anche io”.

Studi e invidia

Diverse ricerche lo dimostrano: i social sono una vera e propria mania per tanti di noi al punto da non riuscire più a staccarsi dal piccolo monitor del nostro telefono.

Due studi, tra i tanti, meritano l’attenzione per aver posto un indicatore chiaro di come i social cambiano la nostra mentalità.

Il primo, riguarda un documento molto importante sulla felicità degli utenti che frequentano maggiormente il più famoso, Facebook, condotto da Helena Wenninger, Peter Buxmann e Hanna Krasnova rispettivamente delle Università di Darmstadt e Berna.

Lo studio in questione dimostra che più si naviga all’interno del social, più viene percepito un senso di insoddisfazione nel vedere le immagini di altre persone che mostrano felicità, un po’ come se ci fosse un senso di invidia che colpisce gli utenti nel vedere emozioni positive dei propri contatti.

Il secondo studio condotto dall’Università di Pittsburg in collaborazione con la Columbia Business School e disponibile per visione sul sito ufficiale, dimostra che più si riceve apprezzamento digitale nei social, pensiamo ad esempio ad Instagram, dove il narcisismo è la parola d’ordine, più viene ridotto il proprio autocontrollo.

Sono colpit* soprattutto chi è molto gettonat* all’interno delle piattaforme, pensate, ad esempio, ai famosi influencer.

In faccia alla realtà

Dopo tutto, è inutile negarlo, il nostro sguardo è sempre pronto a controllare lo schermo, in attesa di ricevere notifiche.

Questo è forse un modo per sentirsi accettat* e richiest* dalla società.

Possiamo stare qui a raccontare quanto sarebbe bella la vita senza social a favore di viaggi, libri, palestra; di come si può, a piccoli passi, ridurre la nostra presenza digitale pensando di fare del bene a noi stessi un po’ per volta.

Ma, alla fine, quanto ci crediamo?

Siamo veramente disposti a ridurre il nostro patrimonio sociale digitale, a rifiutare enormi cerchie di amici conquistati con anni di fatica e poi alla fine chiudere tutto, saluti e baci a tutti?

Non penso proprio.

Abbandonare un social

Quanti di voi hanno detto basta a qualche piattaforma sociale?

Io l’ho fatto diverse volte: nel 2014 disattivai l’account Facebook per diversi mesi, ho eliminato Instagram per ben 2 volte tornando poi con nuovi account e ho disattivato LinkedIn per una settimana.

Perche sono tornato?
Perché ogni social ha le sue caratteristiche e motivazioni ben specifiche a cui volevo rimanere presente.

Sono giunto alla conclusione che, se dovessi scegliere fra tutti i network con le varie modalità di di utilizzo, e con tutti i pro e contro della situazione, penso che non sarei più capace di togliermi da Facebook.

Il motivo di tale scelta è presto detto: tantissime aziende, locali e altre realtà, hanno la propria pagina aggiornata sul social, dove tutti possono controllare in tempo reale eventuali cambiamenti e rimanere “al passo”.

Stesso discorso vale per gestori di siti web o blog che, grazie alla piattaforma di Zuckerberg possono avere una capillarità ed una conoscenza mai immaginata fino ad ora.

Quando le persone mi confessano che si sentono “fuori dal mondo”, intendono proprio questo: non sapere quello che accade nel mondo, perché se prima era compito dei classici media come la tv ed i giornali essere al centro dell’attenzione, ora tutto si concentra nelle varie piattaforme dove diamo il meglio, ed anche il peggio, di noi stessi.

Rimanere quindi senza un supporto come il social network ci fa sentire a disagio, vuoti, proprio come se avessimo fatto un passo di lato lasciando che il mondo continui la sua velocissima vita online.

Ed ecco che, tornando al punto di partenza, iscriversi ai vari servizi ci vuole poco, “È veloce e semplice” scrive la pagina di accesso a Facebook, ma dobbiamo capirne il funzionamento, dosare la nostra presenza online, cosa condividere o meno e soprattutto sapere che abbiamo una vita fuori da questo schermo senza prendere scelte drastiche.

NowPlaying:
Amerika, Rammstein

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