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Una storia di tumori, licenziamenti e rimpianti

Non sempre siamo tutelati come crediamo, in caso di malattia di lunga durata.
Può capitare che il quadro legale lasci qualche buco che il datore di lavoro non sempre è obbligato a riempire.

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Oggi ho rivisto una cara amica, approfittando del fatto che faceva un breve scalo a Milano. Sono andato all’aeroporto di Linate e abbiamo pranzato insieme, raccontandoci a voce i piccoli e grandi cambiamenti degli ultimi tre anni.

Io, ad esempio, ho lasciato il lavoro e aperto la mia azienda.
Lei, invece, ha subìto l’ablazione bilaterale dei seni, a causa di un tumore. O meglio: a causa di quattro diversi focolai tumorali.

Ascoltare la sua storia di dolore e coraggio, mi ha ricordato un momento della mia carriera di cui non vado particolarmente fiero: il giorno in cui ho dovuto licenziare una collaboratrice malata di cancro. La chiameremo Samantha e vorrei condividere con voi un po’ della sua storia.

Malattia e pagamento del salario

La malattia, e le forme oncologiche in particolare, fanno l’oggetto di una certa tutela da parte del legislatore. In Svizzera, il salario è garantito all’80% per circa 720 giorni, mentre in Italia si garantisce minimo il 66% della retribuzione per la durata di 180 giorni, alla quale si aggiungono varie possibili integrazioni, a dipendenza del contratto collettivo di categoria.

Questo, a condizione di essere salariati dipendenti, perché per gli indipendenti e le varie partite IVA, ci sono pochissimi ammortizzatori sociali, se non le assicurazioni stipulate a titolo privato (che sono spesso un incubo a livello delle condizioni generali, ricche di sorprese e cavilli inaspettati).

In media un uomo ogni 3 e una donna ogni 4 muoiono a causa di un tumore.
La sopravvivenza segna un trend positivo ed è costantemente in aumento, tanto che, oggi, in Italia, la sopravvivenza media a cinque anni dalla diagnosi di un tumore maligno è del 55% fra gli uomini e del 62% fra le donne.

Quello che le statistiche fanno fatica a mettere a fuoco sono le conseguenze per le persone professionalmente attive: una persona su due torna al lavoro dopo la malattia, affetta da danni alla salute più o meno gravi. Queste persone rischiano di trovarsi in balia della sensibilità del datore di lavoro e di regole applicate in maniera rigida.

La storia di Samantha*

A Samantha è successo proprio questo: è rimasta impigliata tra le maglie del sistema.
Quando le è stato diagnosticato il tumore, aveva da poco compiuto 30 anni. C’è questa idea – purtroppo non vera – che il cancro non colpisca la gioventù. E invece.
Anche per Samantha, come per la mia amica, si è resa necessaria l’ablazione di entrambi i seni.

Dopo una mastectomia, sollevare pesi diventa quasi impossibile.
La donna vive frequenti disturbi localizzati intorno alla ferita e sotto il braccio, che si manifestano con formicolii, bruciore o con la sensazione di avere una goccia d’acqua fredda che scende lungo il braccio.
A questo si aggiungono gli effetti collaterali di una eventuale chemioterapia e/o della radioterapia, tipicamente la caduta dei capelli, le nausee e la “bruciatura” della pelle su quello che resta del seno.
Per non parlare degli aspetti psicologici: la paura di non aver debellato completamente la malattia, il disagio di doversi abituare a un corpo profondamente modificato e, per le donne in età fertile, la preoccupazione dell’insorgere di problemi ad avere figli, se non addirittura una vera e propria menopausa indotta.

Il coraggio di continuare a vivere

In questo contesto, Samantha aveva trovato la forza di riprendere in mano la sua vita. E il suo lavoro, per lei, era una parte fondamentale della vita. Per questo, fin da subito, aveva espresso il suo desiderio di tornare a lavorare il prima possibile. Voleva lavorare. Probabilmente, doveva lavorare, per dimostrare a se stessa che era possibile riconquistare un po’ di noiosa e rassicurante normalità.

Per delle questioni legali, non potevamo reintegrarla come collaboratrice a pieno titolo: avrebbe perso il diritto a delle prestazioni legate all’assicurazione invalidità. Inoltre, non era sicura che avrebbe sopportato i ritmi, anche lavorando solo poche ore al giorno. Con le persone che l’aiutavano nel suo percorso, abbiamo quindi concordato un piano di rientro che le avrebbe permesso di mettersi alla prova.

Samantha non ha vissuto bene questa decisione: le sembrava di essere una collaboratrice di serie B, soprattutto nei confronti dei colleghi. Nel piano di lavoro appariva su una riga a parte, perché in realtà avevamo dovuto prevedere qualcuno che l’affiancasse sempre. In pratica, era in sovrannumerario: che ci fosse stata o no, non cambiava niente per lo svolgimento del lavoro.

Ricordo bene le discussioni che abbiamo avuto in interno, con i suoi superiori: onestamente, eravamo tutti mossi da buone intenzioni. Ma non avevamo fatto bene i nostri calcoli: l’idea era che Samantha sarebbe tornata ad essere salariata da noi e non più dalle assicurazioni prima della fine del “periodo di comporto”.

Cos’è il periodo di comporto?

Il periodo di comporto – i giuristi mi perdonino la semplificazione – è un lasso di tempo, durante la malattia, in cui il collaboratore è protetto dal licenziamento; in Svizzera, non per niente, è chiamato “periodo di protezione”, visto che ci piacciono le cose semplici. In generale, il periodo di protezione coincide con il periodo in cui le assicurazioni riconoscono la malattia e la rispettiva indennità di perdita di guadagno.
In realtà, in caso di malattia irreversibile, quando cioè ci sono buoni motivi di credere che il collaboratore non potrà mai più rientrare al lavoro, il licenziamento è possibile anche prima, ma di solito i datori di lavoro lasciano comunque scadere il periodo di protezione/comporto.

Nel caso di Samantha, c’è stata una recidiva. Il tumore è tornato. Lo stesso tumore, per cui la stessa malattia: concretamente, è arrivata alla fine del periodo in cui era protetta dal licenziamento nel momento in cui stava tentando il reinserimento. Per una regola interna, la nostra azienda non prevedeva eccezioni: l’ho dovuta chiamare nel mio ufficio e licenziare. Era malata di cancro. L’ho licenziata.

Al di là di come mi sono sentito io, e di come si sia sentita lei, questa nostra decisione ha avuto un impatto fortissimo su tutte le persone che lavoravano con Samantha. Avevano appena assistito all’annientamento di quello che credevano un diritto inalienabile: essere tutelati in caso di malattia grave.

Uno non è che si ammala di cancro per non lavorare o per frodare le assicurazioni.
Tutto il nostro sistema sociale di stampo Europeo ha proprio questo obiettivo: difendere la persona nel momento del bisogno. Del vero bisogno.

Cadere nella fossa della burocrazia (e restarci)

Samantha si ritrovava ammalata, a dover affrontare nuovamente le cure oncologiche; aveva perso il lavoro, e con esso sia i mezzi di sostentamento economici che la rete sociale, non aveva più diritto alle indennità malattia e la richiesta di invalidità era in alto mare perché mai più si sarebbe immaginata di ritrovarsi inabile al lavoro in maniera permanente a 30 anni.
Non è raro tra i malati oncologici, quasi per scaramanzia, non inoltrare alcuna domanda in questo senso, perché in quel momento hanno bisogno di credere al 100% nella possibilità di guarire. Che poi dal cancro, purtroppo, non si guarisce. Ci si può curare, ma non si guarisce.

Nel gergo delle risorse (dis)umane, Samantha è caduta in quello che chiamiamo un “buco assicurativo”. È raro e ci vuole l’allineamento di tutta una serie di condizioni, ma non è impossibile: si cade in una specie di terra di nessuno, dove le Istituzioni spariscono e tutto è rimesso sulle spalle del datore di lavoro, al quale non resta altro che applicare la legge, nella nostra costante paura di creare dei “precedenti”.
A volte è difficile far capire che le eccezioni sono spesso giustificabili umanamente, ma non lo sono contrattualmente. E anche se può sembrare che ci si nasconda dietro a dei pezzi di carta, in realtà stiamo puntellando gli ultimi baluardi del trattamento equo. Perché le eccezioni sono sempre fatte ad personam, e non è mai una buona cosa, per lo meno non su queste tematiche che toccano aspetti etici.

Un lieto fine e qualche rimorso

Samantha è sopravvissuta e, a quanto ne so, sta meglio.
Dopo qualche mese mi aveva scritto una lettera molto dura. No, dai, diciamoci la verità: aveva mandato un’accorata nota di protesta.
Non ricordo le parole che aveva utilizzato per descrivermi, ma ne uscivo come qualcuno di spietato e senza umanità.

La cosa peggiore, in quel momento, è che mi ero sentito ferito per quelle parole. Perché ero convinto di aver fatto tutto quanto era in mio potere per sostenerla. Ma le regole sono le regole. E nel dirmi questo e nel sentirmi “offeso”, il dubbio che fossi un po’ bastardo mi era venuto, a essere sincero.
In fondo, Samantha aveva trovato il coraggio di esternare la sua sofferenza, la sua incredulità di fronte al trattamento che le avevamo riservato in un momento così difficile, e io mi preoccupavo di quello che si poteva pensare di me? Della mia reputazione? Che uomo-merda. Ma questa è dietrologia. Sul momento ero solo molto molto arrabbiato e deluso e dicevo frasi del genere “Vedi, uno cerca di essere gentile e guarda come finisce, meglio essere stronzi”.

Il paradosso è che anch’io sono stato gravemente malato. Era il 2004. E quindi so cosa vuol dire ritrovarsi diminuito, impotente, impossibilitato, tagliato fuori da quella che, volente o nolente, è la nostra vita: le lunghe ore che passiamo al lavoro. Ma questa è un’altra storia, che vi racconterò sicuramente, prima o poi.

Ciò che conta veramente

Mentre mi appresto a concludere la storia di Samantha, mi domando se il fatto di averne parlato mi faccia sentire meglio.
Non credo. E, soprattutto, sento che l’intento non doveva essere quello di alleggerirmi. Ho pensato che a fine anno ricordarci che certe cose non sono certe per niente avrebbe potuto farci affrontare il futuro con maggiore consapevolezza.

Non è un caso se in questo periodo natalizio abbiamo l’abitudine di augurare felicità e salute.
E dopo questo ricordo difficile che ho condiviso, il mio augurio per te che leggi è solo questo: un anno nuovo in buona salute.

Sempre.
Buone feste a tutte e a tutti.

 

NOTA:
Editato il 26.12.2018, con una correzione delle statistiche di mortalità (1 donna su 4 e non 1 donna su 6 come scritto in precedenza).

All’età di tre anni ho deciso di diventare vegetariano; in seconda elementare, la maestra ha convocato i miei genitori perché “non era normale” che un bambino conoscesse tutti i nomi dei funghi in latino; a 13 anni ho amato per la prima volta senza sapere che non era amore; a 15 ho smesso di fare decathlon perché odiavo la competizione; ancora minorenne, sono stato processato da una corte marziale. A 20 anni mi sono sposato e a 23 ho divorziato; a 25 anni dirigevo una start-up che ho fatto fallire; a 29 ho avuto la meningite, sono morto ma non ho saputo restarlo. A 35 anni ho vissuto una relazione poliamorista e sono diventato padre di figli di altri. A 42 mi sono licenziato da un posto fisso, statale e ben pagato per fondare l’Agenzia per il Cambiamento Purple&People e la sua rivista Purpletude. A parte questo, ho 20 anni di esperienza nelle risorse umane, ho studiato a Ginevra, Singapore e Los Angeles, ho un master in comunicazione e uno in digital transformation e ho tenuto ruoli manageriali in varie aziende e in quattro lingue diverse: l’ONG svizzera, la multinazionale francese, le società americane quotate in borsa, la non-profit parastatale. Mi occupo soprattutto di comunicazione del cambiamento, di organizzazioni aziendali alternative e di gestione della diversità – e scrivo solo di cose che conosco, che ho implementato o che ho vissuto.

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L’obbedienza non è più una virtù

Gli atti di mancata obbedienza, soprattutto se motivati da un principio superiore, permettono di esplorare strade non contemplate dal percorso dell’obbedienza.

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L’obbedienza non è più una virtù, la scelta e la responsabilità della scelta hanno insidiato da tempo il suo primato. Come dice quel simpatico detto “Le bambine brave vanno in paradiso, quelle cattive dappertutto”. E se essere cattive (o cattivi) significa scegliere piuttosto che obbedire, sembra proprio che la scelta sia la nuova virtù.

Obbedire o non obbedire? La soluzione sta oltre la scelta

“Obbedire o non obbedire?”. Ti è mai capitato di trovarti a riflettere su questo dilemma? Se ci pensi è sempre il solito quesito “Essere te stesso o cedere al compromesso?”. La complicazione sta nel fatto che per essere te stesso ti rendi conto che a volte devi obbedire, altre volte devi evitare di farlo. Per cui la differenza tra essere te stesso e cedere al compromesso in realtà sfuma. Anche quando cedi, infatti, sei te stesso e sei responsabile del tuo cedimento.

Tutto questo tende a confonderti le idee, lo so. Preferiresti identificare una volta per tutte l’obbedire e il disobbedire con il giusto e lo sbagliato. Tuttavia le cose non sono così facili! Come in tutti i dilemmi, infatti, la soluzione non sta nella scelta, ma oltre la scelta stessa.

L’obbedienza non è più una virtù

Avevo più o meno 13 anni quando lessi per la prima volta un libretto dal titolo “L’obbedienza non è più una virtù”. Don Lorenzo Milani lo aveva scritto nel 1965. Si poneva la questione di come trasmettere il concetto di obbedienza alle leggi agli allievi della sua piccola scuola dispersa tra le colline. «Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate».

Don Lorenzo parlava di “ubbidienza alla legge” dello Stato, ma quando io lessi quel libretto pensai all’obbedienza in generale. A 13 anni il dilemma obbedire o non obbedire era un tema caldo nelle mie viscere. Da allora ogni volta che mi sono trovato davanti ad un bivio, la risposta che mi sono dato è sempre stata la stessa “L’obbedienza non è più una virtù”. Obbedisci o evita di obbedire, in entrambi i casi stai solo compiendo una scelta.

Scelte diverse, storie diverse

Come tutti ho anche io i miei scheletri nell’armadio. Tuttavia, se rovisto bene tra i ricordi, riesco a trovare anche alcune obbedienze evitate di cui vado fiero per le esperienze che mi hanno concesso di fare. Sia chiaro, non critico chi ha obbedito a ciò a cui io ho disobbedito. Voglio solo sottolineare che se vuoi storie diverse, devi fare scelte diverse. E per fare scelte diverse, qualche volta devi evitare di obbedire.

Quelle tre volte che ho evitato di obbedire

La prima mancata obbedienza al “percorso” fu quando, dopo la laurea, decisi di non candidarmi per la scuola di specializzazione. Mentre frequentavo i reparti ospedalieri come studente di medicina mi ero convinto che se volevo aiutare le persone prima e meglio avevo la necessità di sviluppare un pensiero e una pratica medica generalista. Rifiutai la “specializzazione” in favore della “generalizzazione”.

E in un mondo occidentale in cui lo specialista è l’esperto, scegliere di fare il generalista appare decisamente una scelta disobbediente.

La seconda mancata obbedienza al “percorso” fu quando rinunciai a frequentare il corso per medico di medicina generale. Volevo approfondire la medicina cinese. Avevo cominciato per caso a studiare agopuntura, farmacologia e massaggio cinese. Rapidamente avevo colto che si trattava di una pratica medica basata sull’indurre il corpo a reagire e regolarsi da sé, piuttosto che sul bloccarlo e orientarlo in modo forzato.

E in un mondo occidentale in cui il costrutto medico scientifico di base è che il corpo impazzisce, investire sul fatto che il corpo è intelligente è decisamente disobbediente.

La terza mancata obbedienza la misi in atto quando mi stancai di dire a persone che soffrivano di disturbi psicosomatici “Stai tranquillo, non hai nulla!” solo perché gli esami erano negativi. Queste persone soffrivano di ipocondria o altri disturbi somatoformi, non era vero che non avevano nulla.
Di questi disturbi si soffre e si muore come di qualsiasi altro disturbo di salute non curato o curato male. Decisi di iscrivermi alla scuola di specializzazione in psicoterapia. Avevo l’impressione che l’unico modo per andare oltre il dualismo pratico tra mente e corpo fosse quello di essere competente nel trattamento dei problemi dell’una e dell’altro.

E decidere di dedicarsi a comprendere e curare ciò che non si vede e non si misura, ma c’è, è ancora abbastanza disobbediente.

Tradire il vecchio per costruire il nuovo

In realtà se penso al bene più grande che ho sempre perseguito, non mi sembra di avere disobbedito. Ho solo cercato di aiutare le persone che soffrono in modo più rapido ed efficace. Tuttavia, per chi comprende le logiche del settore sanitario, è chiaro quanto le mie mancate obbedienze al percorso formativo previsto abbiano avuto il sapore di veri e propri gesti di tradimento nei confronti di amici e colleghi. E non nascondo che non passano giorni in cui io non senta o legga sui media critiche rispetto a chi si discosta dal percorso formativo previsto. La mancata obbedienza di pensiero è la più temuta.

Tuttavia, sono proprio gli atti di mancata obbedienza quelli grazie ai quali ciascuno di noi può esplorare strade che non esistevano nel percorso previsto dall’obbedienza. Del resto come disse Lord Baden Powel “Se una strada non esiste, la creeremo”. E per creare una strada che non esiste sono necessari atti di mancata obbedienza.

Quello che conta è ispirarsi ad un principio superiore

Tutti accettiamo che un’autoambulanza violi i limiti di velocità per portare una persona in pronto soccorso il prima possibile. Al tempo stesso tutti rifiutiamo che un automobilista faccia lo stesso solo per arrivare puntuale ad un pranzo di famiglia. Nel primo caso la mancata obbedienza al codice della strada in realtà è una forma di obbedienza ad un principio superiore ossia la sopravvivenza di un essere umano. Nel secondo caso invece la disobbedienza sarebbe obbedienza ad un principio inferiore ossia la cura di un interesse personale.

Che cos’è la virtù?

A questo punto ti domando: che cos’è per te la virtù?
…ti auguro di obbedire principio “più” superiore a cui potrai di volta in volta accedere.

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Crescere

Essere freelance è una vocazione (quindi non è per tutti)

I lavori autonomi sono spesso presentati come la soluzione alla difficoltà di trovare un lavoro. Ma, in mancanza di un vero desiderio e di tanta determinazione, può rivelarsi una esperienza dolorosa.

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Sono una libera professionista dal 2008.

Lo sono diventata per caso; perché mi è stata offerta un’opportunità professionale che mi allettava molto e perché avevo la nausea di certe esperienze da dipendente: piccoli soprusi, contributi non versati, rigidità inconcepibili nel 21° secolo.

Conosco molte persone che hanno cominciato così.
In effetti, a meno di voler esercitare professioni ordinistiche (avvocato, commercialista, architetto, …) non è che uno si svegli la mattina con l’ardente desiderio di aprire la partita iva.
Almeno, non in Italia.

Tanta burocrazia, una tassazione quasi vessatoria, l’incertezza dei guadagni.
Tutta roba che da dipendente non vedi, perché è a carico dell’impresa.
Tu sai solo che in un certo giorno del mese ti viene accreditato uno stipendio, piccolo o grande: come quei soldi si siano effettivamente generati, non è un tuo problema.

Quando mi sono resa autonoma, ho guardato con occhi diversi.
Non che non conoscessi le dinamiche, ma era cambiato il mio punto di osservazione.
E avevo improvvisamente paura, tanta paura.
Paura di non riuscire, paura di non fatturare abbastanza, paura di non riuscire a gestire tutto da sola.

La terra di mezzo

Ma la voglia di mettermi in gioco e di iniziare a collaborare con una grande azienda multinazionale ha vinto su tutte le paure.
Quell’azienda non prevedeva dipendenti in ruoli commerciali e manageriali: l’unico modo per entrare era con la partita iva.

E così, sono diventata, per usare la definizione di ISTAT, una dependent self employed, ovvero una di quelle persone che, pur risultando autonome, hanno almeno il 75% del proprio fatturato (e qualcosa in più del proprio tempo lavorativo) legato a un solo committente.
È una specie di terra di mezzo: non sei dipendente ma nemmeno devi fare tutto da solo.

L’azienda ti mette a disposizione strumenti, personale amministrativo, un ufficio, e tu, in cambio, lavori praticamente solo per lei.
Per certi versi è più rassicurante, almeno per un po’.
Ti senti parte di una struttura più grande, hai colleghi con cui confrontarti, superiori a cui chiedere aiuto, strutture e strumenti apparentemente senza costo.

Una terra di mezzo molto affollata a ben vedere: circa i 4% del totale dei lavoratori e delle lavoratrici in Italia, e il 18% di chi ha partita iva sembra che questa sia un’anomalia tutta nostrana. E, in effetti, siamo il Paese Europeo con il maggior numero di lavoratori autonomi (23,2% contro una media del 15,7%).

In questo modo, le aziende cercano un modo per abbattere gli esorbitanti costi del lavoro; e le persone, dal canto loro, trovano un modo per rimanere ancorate al vecchio mito del posto fisso.

Eh già, perché il paradosso di questo lavoro super precario (per guadagni, gestione, orari) è che è a tempo indeterminato.
Il mandato professionale è fiduciario; quindi non prevede scadenza.
Il contratto rimane in vigore fintanto che permane la fiducia.
Il che vuole anche dire che l’azienda può serenamente comunicarti che da domani mattina – letteralmente puoi restartene a casa a dormire, perché è cessata la fiducia. E lo puoi fare, sostanzialmente, anche tu.

Nel bene e nel male (più nel bene che nel male) ho fatto questa vita per otto anni, sempre in grandi aziende, e ho imparato alcune cose che mi sono servite nel passaggio a “davvero autonoma”.

Fare libera professione non è come fare impresa

Fare libera professione è più semplice perché:

1. puoi non avere una sede fisica.
Lo smartworking, di cui tanto si parla per il personale dipendente, è la prassi, da anni, per moltissimi freelance.
Puoi lavorare da casa, presso il/la committente, in coworking, e così via.

2. puoi non avere personale.
Anzi, generalmente non ne hai. Il 68% delle partite iva in Italia è senza dipendenti. Il che vuol dire che non hai i costi e, soprattutto, la responsabilità, di persone che lavorano per te.

Ma, anche da freelance, devi avere:
a) un capitale iniziale.
A meno che tu non abbia ereditato l’attività, gli inizi possono essere molto difficili. Devi costruirti credibilità, una tua clientela, una continuità lavorativa.
Quindi, per un po’, devi mettere in conto che non guadagnerai; o, comunque, che non guadagnerai abbastanza.

b) una certa propensione al rischio.
Se vuoi emergere nel mercato, devi distinguerti. Il che vuol dire anche rischiare di non fare la scelta giusta o di non riuscire a trasferire la tua unicità.

La vita da freelance non è per tutti

Alcune persone immaginano la vita da freelance come una lunga vacanza ben pagata.
In realtà, devi essere consapevole che, a meno di straordinari talenti o altrettanto straordinari colpi di fortuna:

1. l’avvio è duro e il mantenimento non è da meno.
Se all’inizio devi cercare il tuo mercato, poi te lo devi tenere e accrescere: tanto lavoro di ricerca, preparazione, prova, aggiornamento, ricerca, preparazione, prova, aggiornamento,… che non finiscono praticamente mai.

2. ti svegli disoccupato tutte le mattine.
Nella libera professione devi sempre viaggiare su due livelli temporali contemporaneamente: il lavoro che fai oggi per guadagnarti da vivere, e il lavoro che farai domani, ma devi impostare oggi, per continuare a guadagnarti da vivere.
Il che vuol dire che, mentre raccogli frutti da un lato del campo, nell’altro lato devi arare, seminare, fertilizzare, coltivare, per garantirti un futuro raccolto.

3. devi essere disciplinato.
È vero che da freelance domini il tuo tempo, ma questo non vuol dire che puoi fare sempre come ti pare.
Non solo perché hai scadenze da rispettare, ma, soprattutto, per non rischiare di lavorare tutto il giorno tutti i giorni.
A volte dovrai farlo, per un certo tempo e per un determinato obiettivo, ma non può essere la prassi.
Non c’è nobiltà nel lavorare come schiavi, e non c’è denaro che tenga.
Anche se, mediamente, hai il privilegio di lavorare sulle tue passioni, la vita è anche altro e il rischio di alienarla è altissimo.

Te la devi sentire

Hai perso un lavoro da dipendente dopo i 40 anni? Mettiti in proprio.
Sei giovane? Dimenticati l’assunzione e, piuttosto, inventati una carriera da freelance (o, peggio, da startupper).
Niente di più sbagliato, in entrambi i casi.

Mi rendo conto che se hai bisogno e voglia di lavorare e le uniche offerte sul mercato sono per uno stagista con meno di 35 anni ma almeno 10 anni di esperienza (quindi, in entrambi i casi, sei fuori), l’unica via possibile ti sembri fare da te; ma il rischio di fallimento è altissimo.

Nella mia carriera manageriale ho selezionato qualche centinaio di persone per ruoli a partita iva.
Ci sono persone che proprio non sono vocate per queste professioni e, dopo un po’, le riconosci subito.

Sono quelle che pensano che tutto sia troppo facile o troppo difficile.
Quelle che ti chiedono quali sono gli orari.
Quelle che ti chiedono quanto si guadagna mediamente e che, quando rispondi “quanto saprai e vorrai guadagnare”, ti guardano come se avessi fatto una battuta di pessimo gusto.
Quelle che fanno un lavoro invece di essere un certo tipo di professioniste.
Quelle che non hanno ambizioni; che ti dicono che vogliono una vita tranquilla, e se chiedi loro cos’è la tranquillità, non rispondono.
Quelle che se chiedi loro dove si troveranno tra tre o cinque anni non ti sanno rispondere, perché non ci hanno mai pensato.
Quelle a cui se proponi un progetto che potrebbe essere un trionfo o un totale fallimento si tirano indietro perché vedono ogni sfida come un rischio, invece che ogni rischio come una sfida.

Ho erogato montagne di ore di formazione in autoimprenditorialità ma la verità è che, se non hai certe inclinazioni, nessuno te le può insegnare.

E non c’è niente di male.
Non sei sbagliato o carente.
Semplicemente, non è per te.

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Treding