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Crescere

Vorrei uno strumento per capire il mondo (buona notizia: già ce l’hai)

Ascoltiamo per replicare e rispondiamo perché siamo programmati a farlo. Eppure, nei colloqui di lavoro così come in tutte le situazioni della vita in cui interagiamo con gli altri, ciò che dovremmo imparare fare è porre delle domande.

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Non sono solo un modo per iniziare riflessioni o conversazioni. Le domande sono un autentico strumento di potere. Chi lo capisce, può aprire porte di mondi inesplorati. Chi non lo capisce, impiega le proprie energie solo per ripetere risposte ricevute dal passato. O al massimo, per trovarne di più comode.

Le domande sono lo strumento di lavoro di giornalisti, insegnanti, educatori, psicoterapeuti, formatori, coach, counselor. Ma soprattutto, dei selezionatori.

Nella società, sono quello che ci dobbiamo aspettare tutte le volte in cui decidiamo di non andare a vivere nelle caverne. Tradotto: le domande non ci lasceranno mai.

La dimensione del pensiero

Servono essenzialmente per tre ragioni. Solo che le prime due sono banali e governano i processi di selezione. La terza ragione invece è molto più sottile, talvolta invisibile, altre volte intangibile. E governa la chimica delle nostre relazioni.

Le prime due sono:

  1. Valutare le risposte di chi è chiamato a rispondere.
  2. Decidere la reazione sulla base delle risposte espresse.

E fin qui, si nuota in giganteschi oceani di ovvietà.

Ma occhio alla terza. Che è:

  1. Farsi un’idea della dimensione del pensiero di chi risponde.

Non mi chiedere cosa sia la dimensione del pensiero. Non lo so, forse è meglio chiederlo ai filosofi.

Quello che so è che non la puoi misurare né col metro, né col termometro né con nessuno degli strumenti che trovi al supermercato.

Anche se è chiaramente percepibile, questa dimensione non la trovi nelle classifiche, nei grafici, nelle statistiche. È invece estendibile, rinforzabile, personalizzabile. E nel tempo, per gli esseri umani in evoluzione, è anche la più redditizia di tutte.

Allenarsi a vendere il proprio destino

Curioso che durante i colloqui di selezione (per lavoro e/o collaborazioni) e durante le ‘conversazioni di selezione’ (creazione di relazioni e rapporti sentimentali) spesso ci concentriamo sulle prime due ragioni. Ma non sulla terza.

E lasciando stare il delicato terreno delle relazioni umane, i colloqui di lavoro sono un autentico banco di prova per la nostra dimensione del pensiero.

Bruce Kasanoff, fondatore di Park City Think Tank, sostiene che se stai cercando lavoro, dovresti allenarti a vendere il tuo destino. Non la tua storia passata.

Per chi fosse allergico al mondo commerciale, qui “vendere” significare basicamente “promuovere”. Quindi anche se non siamo costretti a vendere, siamo costretti a promuovere. Altrimenti, come detto prima, i Flintstones ci aspettano.

Il mantra “allenarci a vendere il nostro destino e non la nostra storia passata” può aiutarci a ricordare dettagli importanti.

Per esempio: ciò che abbiamo già passato e concluso, diventa soporifero nel momento in cui non viene raccontato come una vera storia. In più, quello che è già successo paga lo scotto di appartenere ormai al passato.

Eppure noi – con componenti egoiche disinibite – quello che abbiamo fatto in passato, durante i colloqui lo lucidiamo minuziosamente. Mettiamo in scena una costellazione di “Dal 2012 al 2014 ho lavorato con soddisfazione in…”, “Dal 2015, dopo una lunga selezione, sono stato assunto in…”. E così via.

Ma forse dovremmo imparare anche a raccontare quello che vogliamo da qui in avanti. Quello che desideriamo fare e che intendiamo raggiungere.

In sostanza, dovremmo impegnarci a dipingere un quadro avvincente. Non solo una storia che – per quanto bella – ormai è già terminata.

Non sappiamo fare le domande

Un altro dettaglio su cui si sofferma Kasanoff è che diverse persone, durante i colloqui, non sanno fare domande.

Non sanno farle per una ragione talmente semplice da risultare tragicomica.

Prima del colloquio, non si sono informate sull’azienda. Non hanno cercato informazioni sulle sue caratteristiche, attività, qualità e stranezze. Forse pensando che cercare informazioni preventive sia  onere solo di chi decide formalmente l’esito.

Così poi i candidati si trovano di fronte a persone (i selezionatori) che vedono per la prima volta nella loro vita. Si presentano, stringono la mano, si siedono e attendono le domande. Per poter dare delle risposte.

Non hanno domande, non hanno curiosità, non hanno in tasca il minimo frammento di originalità. Sono tendenzialmente programmati per rispondere. E quindi, molto spesso, non sono in grado di incuriosire.

Confessione personale

Al di là di colloqui e selezione, la mia visione più ampia mi porta a pensare che le domande più importanti siano quelle che poniamo a noi stessi. Quelle che ci facciamo, mentre nessuno ci sta né guardando né ascoltando. Oppure quelle domande che rielaboriamo grazie all’interazione con gli altri.

Confesso che, prima di candidarmi per un colloquio o una chiacchierata importante, tendo a prepararmi su alcune domande.

Si tratta di un gioco fatto di nove quesiti (che mi sono costruito nel tempo), fingendomi un ascoltatore di me stesso.

Eccole qui:

Quante persone nuove fai in modo di conoscere* ogni mese?

Che rapporto hai con il tuo divertimento?

Hai mai partecipato a un corso di formazione residenziale?

Quanto tempo riesci a resistere senza toccare il tuo smartphone?

Quando non capisci, di solito, chiedi oppure rimani in silenzio?

Il lunedì mattina, potendo scegliere in totale libertà, cosa faresti?

Riesci a concederti almeno un momento di meditazione al giorno?

Quanti libri leggi (dall’inizio alla fine) in un anno?

Sinceramente, sei una persona che vorresti incontrare?

*dal vivo o tramite videochiamate

 

Potete giudicare quanto intelligente è una persona dalle sue risposte. Potete giudicare quanto è saggia dalle sue domande.

NAGUIB MAHFUZ

Mi chiamo Enrico e sono un esploratore dell’incertezza. Tre parole messe vicine per dire che sono fortunato, perché ho la grande fortuna di vivere i mutamenti rapidissimi di quest’epoca. D’altronde, non è che l’ho scelto. È che sono nato nel 1985 e il mio secolo di evoluzione personale è il ventunesimo. Fino ad ora nel CV ho solo due vite. Nella prima, una laurea in Giurisprudenza e una vita piuttosto lineare. Nella seconda diverse esplorazioni, sperimentazioni, scoperte e una forma del viaggio molto più ciclica. Nel mio lavoro, compongo le parole che danno senso e anima ai testi. A volte creando contenuti, a volte creando vere e proprie storie. Curo e scelgo i termini, scelgo la posizione degli spazi vuoti e provo a lasciare il tempo per le pause di chi legge. Sono anche facilitatore di comunicazione empatica e formatore informale in due settori: radici di Personal branding e Storytelling emozionale. Delle persone amo gentilezza, sensibilità, ironia e gratitudine. Amo anche l’etica professionale, la creatività umana, la poesia e un po’ di vino accanto alla pasta.

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Bello e impossibile (se è difficile da avere, non si dimentica)

Ogni giorno abbiamo la scelta: fiorire, e rischiare di essere recisi, o nasconderci, e rischiare di non vivere. Ma c’è una terza opzione che va cercata: essere la versione migliore di noi, ma lontano dallo sguardo degli altri.

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“Non sarò un altro fiore raccolto per la propria bellezza e lasciato morire. Sarò wild, difficile da trovare e impossibile da dimenticare”.

Sono sempre in cerca di nuove definizioni del concetto di GO WILD. E queste parole della scrittrice Erin Van Vuren mi hanno subito colpito.

“Non sarò un altro fiore raccolto per la propria bellezza e lasciato morire”.

Trovo che queste parole siano come un fendente luminoso in una notte buia. La notte buia in cui a volte come persone ci troviamo. Quel momento in cui nessun riferimento del passato sembra più utile o valido. E la tendenza sarebbe di lasciarsi andare, lasciarsi naufragare come le balene che vanno a morire sulle spiagge e attendono lì la morte.
Mi guardo intorno e molti sguardi sembrano suggerire: mi lascio andare. E come ti lasci andare? Ci sono due modi. Il primo è lasciarsi andare alla bruttezza, perché tanto non ha senso farsi belli. Il secondo è lasciarsi andare alla bellezza ingenua, come un fiore che si fa troppo bello e finisce per mettersi troppo in mostra. Così viene raccolto da un passante qualsiasi che è solo in cerca di novità. Affascinato, strappa quello splendido fiore, ma non si accorge che con il gesto con cui lo stima, facendolo suo, al tempo stesso lo colpisce a morte. Il fiore raccolto è il fiore che comincia a morire.

Accade la stessa cosa con gli splendidi sassi che ogni tanto fanno capolino nelle acque del mare o dei torrenti di montagna. Meravigliosi arcobaleni di colori finché sono immersi nell’acqua, diventano cieli grigi quando portati all’asciutto. Rimane la forma, ma si perde tutto il colore.

A questo punto sembra non esserci più via di scampo. Non vale la pena farsi belli per poi finire buttati nell’immondizia. Tanto vale rendersi brutti. Almeno saremo lasciati stare, soli nel nostro grigiume.

Queste sono le due opzioni razionali, quando si pensa che tra bello e brutto non ci sia una terza opzione. Questo è il panorama delle possibilità di scelta, quando si pensa come Aristotele: Tertium non datur. Non c’è una terza possibilità e quindi non c’è scelta, dal momento che, se non c’è una terza opzione, non c’è una reale possibilità di uscire dal solco. Si può solo fermarsi o avanzare ovvero resistere o accettare. Rendersi brutti è resistere al destino ingrato dei belli, rendersi belli è fare la fine dei brutti. E mi riferisco alla bellezza e alla bruttezza in senso ampio: interiore ed esteriore.

Ma dopo averci messi davanti al dilemma, Erin Van Vuren ci fa intravedere una via di uscita. Ci apre ad un’altra possibilità: essere wild. Ossia essere “difficili da trovare, ma impossibili da dimenticare”. Difficili da raggiungere, ma impossibili da abbandonare. Ci propone di affacciarci sul mondo della logica non ordinaria. Un mondo in cui potrebbe valer la pena rendersi belli e al tempo stesso introvabili.

Davanti a questa prospettiva, qualcuno potrebbe cedere e dire “Tanto vale allora non rendersi belli, se poi ci si deve rendere introvabili”. Questo è comprensibile se il concetto di bellezza è ancora vincolato al rendersi belli per gli altri. In una logica wild, invece, rendersi belli, è soprattutto uno spettacolo che si offre a se stessi. Come un diamante che assume la sua stupenda forma nel buio della terra. Lontano dagli sguardi indiscreti dei cercatori di novità, il diamante assembla se stesso e si rende sempre più prezioso. Un po’ come se un uomo o una donna si curassero della loro bellezza anche se sanno bene che passeranno le loro giornate soli davanti ad un monitor.

E qui ricordo le parole di una maestra, a cui molto devo, che per prima mi illuminò sulla reale e concreta differenza tra gioielli e bigiotteria. La bigiotteria è facile da avere, ma altrettanto facile da dimenticare in fondo ad un cassetto. I gioielli, invece, quelli veri, sono difficili da avere, ma una volta avuti, poi è difficile dimenticarli. La bigiotteria è fragile, si adatta solo a pochi abiti. I gioielli veri, invece, sono volubili, hanno tante facce. Li puoi indossare con tutto e stanno sempre bene. Anzi, i gioielli veri sono desiderati da tutti, non perché belli in sé, ma perché valorizzano la bellezza di chi li indossa.

Essere wild è anche questo. Essere come diamanti che perfezionano la propria capacità di valorizzare la bellezza altrui. È per questo che le persone amano i diamanti, perché il diamante vero non prevarica, ma valorizza. Difficile da avere, ma impossibile da dimenticare.

Anche questo è #gowild.

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Accenditi, avviati, connettiti (e ritrova te stesso)

Dobbiamo riconnetterci con le nostre radici e quella parte di anima che ci rende unici, speciali, capaci di vivere il cambiamento e di creare connessioni reali. Profondamente umane.

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Esiste uno specifico termine inglese per definire gli studenti che abbandonano gli studi: drop out.

Faccio parte anch’io di questo gruppo di studenti: quasi al traguardo, – mancavano un po’ di ore di tirocinio, alcuni esami e la tesi,- mi sono fermata. Ho abbandonato il corso triennale in musicoterapia, anche se mi aveva stimolata verso una crescita e una dimensione molto umana.

Lo stesso termine, drop out, lo utilizzò anche Timothy Leary (scrittore, psicologo ed attore nonché sostenitore dell’utilizzo dell’LSD negli anni ’60).

Leary però modificò il senso del termine drop out grazie al suo famoso motto “Turn on, tune in, drop out” che significa: accenditi, sintonizzati, abbandonati.

In sostanza (è il caso di dirlo) una sorta di bisogno di risvegliare la mente aprendo le porte alla percezione, entrando in sintonia con l’universo, cercando di ascoltarlo e comprenderlo per finire in uno stato di abbandono verso una più profonda coscienza di sé, scoprendo la propria unicità e quella necessità di muoversi da un immobilismo verso un cambiamento possibile.

Di se stesso, Leary scrive di essere stato: “un anonimo impiegato istituzionale che ogni mattina guidava la propria auto fino al lavoro, in una lunga colonna di auto pendolari per poi tornare, ogni notte, a casa a bere martini… come molti milioni di borghesi, liberali, robot intellettuali”.

Sicuramente l’incontro con sostanze psichedeliche ha molto influito sul suo successivo percorso di vita fino a portarlo a definire la nascita dei primi personal computer come la nuova LSD, tanto da trasformare il motto “Turn on, tune in, drop out” in Turn on, boot up, jack in che significa accenditi, avviati, connettiti.

A ben pensarci, Leary ci ha visto giusto: oggi viviamo proprio così.
Accesi, avviati e connessi, spesso 24 ore su 24.

Un bene o un male?

Non credo sia necessario un giudizio, in fondo ciascuno ha il proprio metro di misura su come spendere il proprio tempo e la propria vita nel modo che ritiene migliore.

Sicuramente l’arrivo dei personal computer, di tablet, di smartphone hanno rivoluzionato il mondo dell’informazione e dell’informazione fake, della connessione immediata e della realtà digitale e virtuale.

Un bene o un male?

Vale la risposta sopra.

Per quanto mi riguarda oltre i molti pro ci sono anche i contro.
Stiamo perdendo contatto con le persone perché ci affidiamo a messaggi online, videochiamate, messaggini vocali accompagnati da emoticons e gif di vario genere e per quanto possa essere immediato e veloce ed utile in molte circostanze, stiamo perdendo il senso dell’essere fisicamente uno di fronte all’altro, di conoscerci attraverso quello spazio vitale che ci fa tenere la giusta distanza e la giusta vicinanza, di annusarci, di dare credito o meno alla prima impressione, di stringerci la mano, di vedere se siamo alti o bassi, magri e tonici, di scoprire che abbigliamento ci contraddistingue, di scorgere micro espressioni e gesti che ci possono aiutare nel decifrare il nostro interlocutore, di entrare in uno stato empatico, di recarci in un bar seduti ad un tavolino con un caffè davanti e parlare di lavoro, di vita, di noi stessi, di progetti e sogni, di fatica e difficoltà.

Recuperare una dimensione più a misura d’uomo è necessario e credo faccia anche bene. In fondo siamo e saremo sempre animali sociali che senza gli altri non possono riprodurci, progredire, crescere, imparare, evolvere.

Ma anche questo non basta. Serve una profonda capacità di sapersi sintonizzare gli uni negli altri e di saper creare relazioni e connessioni profonde, a tu per tu.
In fondo il più grande progresso e la più grande innovazione non è data da tecnologie sempre più raffinate in 4G e 5G o da creazione di robot simili all’uomo, ma dalla capacità di ritrovare se stessi in questa società ultra veloce. Sapersi riconnettere con le proprie radici e quella parte di anima che ci rende unici, speciali, capaci di vivere il cambiamento e di creare connessioni reali e profondamente umane.

La vera rivoluzione del XXI secolo sta tutta qui: saper “abbandonare”, (o trovare il giusto punto di equilibrio, almeno in parte) quello che è il futuro ipertecnologico, per ritrovare una dimensione più intima ed umana che porti ad una coscienza più profonda del grande potenziale che ogni essere umano racchiude in sé. Il solo modo per vivere una vita più serena e pacifica, meno stressata e orientata al potere/successo, più consapevole, più cooperativa e meno individuale.

E si può così leggere il mantra di Leary Turn on, boot up, jack in in una chiave nuova.

Accenditi, avviati, connettiti per ritrovare te stesso prima di tutto, per dare così spazio a quell’essere umani di cui oggi abbiamo decisamente bisogno. Esseri umani buoni, attenti alle proprie necessità e a quelle degli altri, che credono nell’importanza della collaborazione e dell’interdipendenza, che vivono per rendere il mondo quel “posto migliore” che in fondo ognuno desidera.

Un bene o un male?

Vale la risposta sopra… ma forse è proprio un bene necessario.

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