Stai leggendo
(Un’altra) S.

(Un’altra) S.

Un racconto d'amore di Ivano Porpora

Oggi mi hanno chiesto dove nasca la scrittura. Dove nasce?, mi hanno chiesto: e io ho risposto che nasce un po’ nel mondo delle istanze, nei temi che abbiamo bisogno di risolvere attraverso una trama. Ma poi ho pensato: e l’amore, quello, dove nasce? E la risposta che mi do, oggi – ho 43 anni, sono in una libreria romana, il tizio alla mia destra si è alzato, raccoglie un libro di Quiriny e un accendino e se ne va – è che non sai da dove, ma sai dove.

S. è stato l’unico caso in cui so da dove, e so dove.

Non era fotogenica, non è mai stata fotogenica. Conservo alcune sue foto – lei che si gira di scatto, ha un dolcevita nero, i capelli le avvolgono il volto; lei che si lava i capelli sotto la doccia in un albergo veneziano, che impressione fa scrivere albergo veneziano e sapere che è vero; lei con una cuffia a coprirle il viso in alta montagna, faceva freddo ed ebbi paura di morire in uno stradello ghiacciato su uno strapiombo -; in nessuna di queste si vede esattamente cos’è lei, il suo viso reale, cos’è stata per me lei col suo viso reale.

L’amore tra di noi si è fondato sul dovere, sul non posso, sul non ce la faccio. Ma detta così sembra brutta; e invece fu solo tenerezza, e la tenerezza è e permane, come quel ghiaccio che preserva mondi che furono e ancora non sappiamo.

Il dovere fu quel giorno che la aiutai a scrivere la tesi. Partii di casa alle cinque del mattino, andai a Verona, poi a Roma a un convegno di lavanderie – esistono -; tornai esausto e digiuno a mezzanotte, a circa mezz’ora da casa, a mezzanotte e venti mi chiamò in lacrime dicendo: Ho bisogno per la tesi, devo consegnare domani, non so come fare.

Le dissi: Vengo. Non stavamo insieme, battei sui tasti di un computer fino alle tre, ogni tanto per segnalarmi qualche errore o nota da aggiungere mi premeva lo scatto della penna sulla spalla destra. Alla ventesima volta le dissi che ero così stanco che mi veniva da piangere, ma non piangevo perché ero stanco; ci baciammo una volta, le labbra leggere; corremmo a lavarci la faccia per calmarci.

Il Non posso è quella volta in cui a Moena attraversammo un ponticello. Lo so che può sembrare scontato, tanto più di fronte a questi due che parlano di fronte a me – lui ci sta evidentemente provando, le dice delle riviste che stanno per pubblicarlo –, ma guardai i suoi occhi e il ruscello e dissi: Lucono entrambi.

Lucevano entrambi.

Magari ti interessa

Il Non ce la faccio è la prima volta che facemmo l’amore. Eravamo sul divano letto di casa sua, era un divanaccio pesante e impolverato, aperto; io sdraiato, lei sopra di me, mi mise la mano sul plesso solare mentre si muoveva dolcemente. Mi mancò improvvisamente il respiro, le dissi: Toglila, non ce la faccio.

Non la tolse, io non ce la facevo, quella mano mi diceva che potevo anche esserci, ero autorizzato a esserci, a darle il cuore oltre che il corpo, tanto, la testa, tanta. Sentii il respiro mancare, mancare e mancare; e poi qualcosa che era morto là sotto montare, poi ancora.

Lì la amai, così forte che non pensavo. E capii ciò che il Minotauro, quando finalmente arrivò Teseo, provò.

Dopo tutte le vittime sacrificali, di fronte a qualcuno che poteva tenergli testa, credo che provò un inenarrabile sollievo.

Cosa ne pensi?
Bellissimo
1
Interessante
1
Non so
1
Pessimo
0
Torna in cima