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Mamme che lavorano, allattamento e PowerPoint

Per molte donne, l’allattamento al seno è un momento importante della propria esperienza di madre. Ma può causare qualche problema a livello lavorativo. O sociale, addirittura. Perché le tette, anche quando producono cibo per pargoli innocenti, restano tette. Mentre andrebbero normalizzate.

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Diventare madre ha inciso in modo abbastanza forte sulla mia vita lavorativa.

Quando è nata la mia prima figlia, mi sono presa tre mesi di maternità per prendere il ritmo, capire che non rischiavo di spaccargli una spalla ogni volta che le cambiavo un body e comprendere che non rischiavo di ucciderla ogni volta che le andava di traverso il latte.

Ripresa la fiducia verso le mie doti di essere umano, ho mollato la piccola alla nonna e ho ripreso i miei ritmi lavorativi.

Dopo due anni è arrivato il secondo e qui è stato molto più agevole.

Una sola settimana di maternità – perché il lavoro chiama e alla fine scopri che si può tranquillamente gestire la cosa. I secondogeniti poveri loro – non godono delle attenzioni dei primi, e il mio è finito davanti al computer con me fin da subito.

Si è fatto tutte le call su Skype insieme alla mia collega, si è sorbito le telefonate coi clienti mentre gli tappavo la bocca col ciuccio, in un impeto di sano e santo spirito materno l’ho anche allattato in presentazione.

Lui aveva circa una decina di giorni, dei colleghi che mi avevano commissionato un lavoro sono venuti a casa mia per conoscere il piccolo e per vedere il lavoro svolto che era in consegna da lì a pochi giorni.

Pomeriggio inoltrato, comincio con la mia presentazione in power point dove, mentre ninno il pargolo innescando relax e sbadigli ad abbaio anche nei presenti, porto avanti trionfalmente slide dopo slide.

Poi il piccolo comincia a rognare, si lamenta, è nervosetto. La nenia della mia presentazione probabilmente non è abbastanza avvincente e lui comincia a piangere. Lo cocco ancora più forte ma nulla, sbraita come un diavolo della Tasmania. E allora non ci sono alternative: andando avanti come se nulla fosse sfodero la tetta e gliela caccio in bocca. Tempo dell’intervento: due secondi netti. Risultato: piccoletto sedato e felice.

Faccia dei presenti: un po’ imbarazzati – evidentemente la pratica dell’allattamento risulta ancora insolita ai più che ne vedono ancora qualcosa di troppo intimo o personale. Per me non era altro che sfamare mio figlio.

Il tutto è accaduto con la massima naturalezza, tanto che non ho smesso un secondo di parlare del lavoro e ho portato a casa un’approvazione piena e definitiva del progetto.

Potevo fare altrimenti? No: in quei giorni allattavo solo al seno e lui non prendeva latte artificiale.

C’è qualcosa di strano? No, credo che debba essere ovvio e accettato che in alcune situazioni madre e figlio non possano essere temporaneamente divisi, e se lavori non fai altro che portartelo dietro e fare quello che farebbe chiunque: dargli da mangiare.

Se poi il cibo arriva da una parte del tuo corpo deputata a farlo non ci vedo nulla di strano.

La maternità – non solo come condizione ma anche come pratica andrebbe normalizzata.

Non dovremmo stupirci di vedere delle madri sul posto di lavoro che allattano (ovviamente parlo di lavori dove le cose siano conciliabili).

Riunioni, conference call, presentazioni… nulla ci dovrebbe fermare.

 

Voi avete mai fatto qualcosa di strano in bilico tra lavoro e maternità? Vi è mai capitato di mettervi ad allattare in occasioni curiose?

 

 

 

Valentina Maran è nata a Varese nel 1977. È una copywriter freelance. Si è formata nelle più grandi agenzie di comunicazione milanesi e dopo un trionfale licenziamento ha scritto “Premiata Macelleria Creativa” (Fandango 2011). Scrive per riviste, committenza privata, blog di ogni tipo e si occupa prevalentemente di questioni di genere, femminismo, parità di diritti nella comunicazione. Con la sua socia Vanessa Vidale ha una piccola agenzia di comunicazione che si chiama NoAgency dalla quale non può licenziare nessuno, tranne se stessa. Da anni è docente in corsi ITS e IFTS post diploma dove insegna creatività.

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MeToo: #quellavoltache ho raccontato le molestie che ho subito

Sono passati quasi due anni dai primi hashtag di denuncia delle molestie subite dalle donne. In molti ambiti, ma soprattutto in quello lavorativo. Come è andata finora e cosa è cambiato?

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Il #MeToo è quel movimento contrassegnato dal medesimo hashtag che online ha visto condivise moltissime esperienze di violenza a livello internazionale.

In Italia l’onda è partita con un po’ di giorni di anticipo sotto il segno di #quellavoltache – un’azione che ha avuto il là dalla bravissima Giulia Blasi e che ha raccolto migliaia di tweet e di racconti in pochi giorni.

Quellavoltache (non vogliatemene se lo cito al posto di Metoo, ma lo sento più mio, più vivido, visto che ho avuto il piacere e la fortuna di farne parte e di vedere da vicino come è nato e la forma che ha preso) – ha avuto il pregio di raccontare la violenza. È nato da qui: dalla necessità di dire “è successo anche a me”, è nato per dare evidenza a quanta normalità purtroppo ci sia nella violenza di genere.
Ha dimostrato nei fatti quante donne abbiano subito violenza nella loro vita. Violenza di vario tipo: aggressioni, attenzioni non richieste, palpeggiamenti, ricatti sessuali.

Quellavoltache non è stata un’azione forcaiola come molti hanno creduto di questo e del metoo.
Alla base c’è stata la voglia di narrare, di dire “mi è capitato, e non mi è piaciuto”. Non c’è stata volontà di vittimismo ma semplicemente il far notare come la violenza maschile sulle donne sia una pratica sdoganata, normalizzata ad ogni livello, dal catcalling per strada fino agli uffici dove i capi ti chiedono di essere carina con loro.

Nessun settore ne è uscito indenne e i racconti sono stati tantissimi e il vero megafono dell’informazione è arrivato con le denunce di uomini in vista.

E poi?
E poi non è cambiato tantissimo in termini lavorativi e chi parla oggi di quella manifestazione non solo online ma anche offline parla di flop perché ha visto reintegrare molti dei nomi noti messi in discussione.

La giustizia è MeToo?

Vi faccio una domanda diretta: avete mai provato a fare una denuncia per molestie?
La prima cosa che vi succederà è non essere credute (o creduti, ma preferisco metterla al femminile, visto che capita con maggior frequenza a noi).

Ne ho discusso a suo tempo con un amico avvocato – gli ho chiesto schiettamente se uno mi avesse messo la mano sul culo che so, in ufficio da soli, cosa avrei potuto fare?
Mi ha detto – dovresti comunque recarti al pronto soccorso, farti fare una carta che attesti che sei stata lì anche se non hai contusioni e nulla, poi andare con quello a fare denuncia. Un foglio di carta è meglio di niente quando si va dai carabinieri.

E poi?

E poi resta comunque la sua parola contro la tua e dio solo lo sa quanto sia difficile esser credute, nonostante nel mondo del lavoro esista questa strana leggenda di qualcuna che è andata dai carabinieri a denunciare il capo e tutto si è risolto con fraccate di soldi.
Sarà, ma io non ne ho mai conosciuta una, anzi: ho sempre trovate donne che ne hanno parlato con difficoltà e ancor meno hanno denunciato. Il racconti do “quella che ha messo nei guai il capo” mi è sempre arrivata da bocche maschili e non ho mai potuto verificare la fonte. Tant’è.

La maggior parte delle donne non denuncia. Io stessa non ho mai denunciato le molestie che ho subito.
Vengono creduti più gli uomini delle donne e in mancanza di prove certe e oggettive, la cosa decade.
A meno che non siamo lacero-contuse e fortemente traumatizzate (ma mi raccomando eh, che si veda: acido in faccia, ossa rotte, cicatrici da accoltellamento o altro) la cosa rischia di cadere nel vuoto e la mano sul culo, la palpata di tette, il bacio non richiesto e lo strusciamento insistente resta quello che è: una violenza contro cui non puoi fare niente. E questo è un fatto.

Inutile che si portino in trionfo gli uomini denunciati usciti indenni all’urlo di “visto? Avevano ragione loro, vi siete inventate tutto, non è così grave” perché noi donne abbiamo desistito. La legge non tutela le vittime, soprattutto quelle di violenze meno evidenti.
Secondo voi essere toccate, palpeggiate, forzate a fare cose che non si vogliono senza che ci siano cicatrici o contusioni è meno grave? Non è violenza? È più accettabile?
Dopotutto cosa vuoi che sia? È così?

Cosa è cambiato? In Italia poco

All’estero non so, ammetto che non sono particolarmente ferrata su cosa capiti negli altri uffici, sta di fatto che le denunce da noi cadono nel silenzio: basti guardare quella di qualche tempo fa – una ricerca condotta dalla federazione nazionale stampa italiana – che ha portato alla luce un dato inquietante: l’85% delle giornaliste ha subito atti di molestia sul luogo di lavoro.
Il 66,3% l’ha subito negli ultimi 5 anni, il 42,2% negli ultimi 12 mesi.

Si tratta di insulti, molestie verbali, battute insinuanti la vita sessuale o inopportune relativamente alla propria vita privata.
Il 13,7 % ha subito veri e propri atti di violenza fisica.

L’online: la violenza impalpabile che c’è

Si subisce violenza anche con l’invio di materiale porno non richiesto, messaggi espliciti, richieste che vanno oltre l’ambito lavorativo.
La colpa? Uomini, spesso colleghi, anche superiori.
Le donne hanno ricevuto benefici lavorativi? Non mi risulta. Anzi: quello che ho visto è una sistematica gogna mediatica in difesa del macho molestatore, quello che ha ragione, quello che “sono state loro ad andarci”, “dopotutto ti faceva comodo”.
Si sa: se sei vittima di una violenza è perché te la sei cercata, mica perché c’è qualcuno che pensa di disporre del tuo corpo come gli pare.

Mi è stato chiesto se nel mondo della pubblicità io abbia mai subito violenze. Violenza fisica no, offese sessiste sì, spesso, anche da persone che ho stimato professionalmente.

Me lo sono fatto andar bene per conservare il posto, perché non potevo permettermi di fare la guerra.
Ho mandato giù con un sorriso di circostanza per poter lavorare. E i colleghi maschi che sentivano dire al capo che noi donne al massimo andavamo bene in casa a fare la calzetta? Non pervenuti.

Ora invece la guerra la faccio eccome, e mi becco secchiate di “sei la solita stronza” ogni volta che alzo la mano e faccio notare che le cose non mi tornano o non mi quadrano.

Ma ora non mi importa, ho raggiunto una posizione, sono inscalfibile, sono forte del mio talento e della mia professionalità. E quando posso divento la voce di chi ha meno forza di me.

Nel mondo della pubblicità c’è violenza? Sì.
Non è il fantastico mondo degli unicorni, e alle donne tocca ancora subire attenzioni non richieste, AD ubriachi che si strusciano, minacce sul fatto che “o sei carina o la tua carriera è finita”. Ci sono, e ci saranno. Dipende da quanta voglia si ha di mettere in luce quello che c’è di sbagliato.

Forse quellavoltache ha fatto prendere coraggio e ha fatto capire a molte di noi di non essere sole, che serve raccontare.
Mi piacerebbe poter dire piena di fiducia “DENUNCIATE!” ok, lo farò ma lo ammetto, con poca convinzione visto gli esiti e visto che la forca aspetta più spesso le donne. Spero che qualcosa cambi e che anche a livello giuridico prenda forma un’attitudine meno patriarcale e più equa.

Forse forse, se insistiamo, qualcosa cambierà.

Si può fare altro?

Certo: farci caso. Sensibilizzare amici, compagni, colleghi sul fatto che certe pratiche non richieste sono comunque offensive e fuori luogo.
Convincerli che serve anche il loro apporto per cambiare le cose, che non è una lotta che possiamo fare da sole e che non dipende solo da noi.

Soprattutto, una volta per tutte, smettiamola di considerare normali o poco gravi le attenzioni non richieste. “Cosa vuoi che sia, ti ha solo fischiato dietro” è no. “Lascia stare dopotutto avrai interpretato male, non ti ha toccata” è no.
No, no, e ancora no.

 

Avete subito mai una violenza? Avete denunciato?
O avete almeno raccontato?

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Fare musica in modo inclusivo: arriva ODLA, la tastiera per ciechi

Una campagna di crowdfunding per produrre una tastiera che permetta alle persone cieche di scrivere e fare musica più facilmente.

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Oggi vogliamo presentarvi ODLA, un progetto speciale di “Kemonia River” per fare musica senza barriere. Si tratta di una tastiera per la scrittura digitale della musica, ed è compatibile con i principali software di notazione musicale. Le sue funzioni di scrittura ed editing permettono infatti elaborazioni complesse senza ostacoli o rallentamenti. Un progetto così valido che ha ricevuto il “Premio Leonardo per l’innovazione in musica” durante il FIM – Salone della Formazione e dell’Innovazione Musicale. Ma cos’ha di così particolare ODLA?

In un mare di software e approcci diversi sul mercato per scrivere e fare musica, ODLA rappresenta una valida alternativa alle tradizionali tastiere: oltre a rendere l’attività di scrittura più intuitiva, vuole strizzare l’occhio alla user-experience semplificando di molto le operazioni dei software. Questo perché ODLA nasce da un’idea di musicisti che hanno voluto soddisfare le esigenze non solo dei professionisti ma anche degli appassionati. Ma c’è di più…

Il dispositivo facilita il lavoro grazie all’introduzione dell’innovativo pentagramma: un sistema di input con rigo in rilievo che favorisce l’esperienza tattile e richiama l’estetica tradizionale della scrittura musicale. Per queste sue caratteristiche, ODLA diventa così un importante ausilio per gli utenti ciechi: a differenza dei tradizionali dispositivi di ausilio alla disabilità visiva, ODLA rende l’interfaccia molto più intuitiva, favorendo quindi l’usabilità dei programmi di notazione musicale davvero per tutti.

I tasti attorno al pentagramma in rilievo di ODLA sono distribuiti in modo ergonomico e facilmente memorizzabili anche da una persona cieca (questo ne facilita anche l’apprendimento, velocizzandolo). Inoltre, nella versione dedicata alla disabilità, sono stati aggiunti elementi software vocali in grado di guidare l’utente durante il percorso creativo. L’obiettivo di ODLA è che i copisti, i compositori, gli appassionati di musica e gli studenti (tutti, nessuno escluso) possano scrivere uno spartito in digitale in maniera rapida ed intuitiva, evitando alcuni aspetti dell’apprendimento del funzionamento di software complessi.

ODLA per finanziarsi ha lanciato una campagna di crowdfunding su Ulule che si concluderа il 24 Giugno. Se l’obiettivo della campagna verrà raggiunto, si potrà avviarne concretamente la produzione, realizzando un vero consumer-test sul mercato per migliorare alcuni dettagli e funzionalità (oltre a finanziare la promozione del prodotto stesso).

La produzione musicale è virata sul digitale ma, in molti casi (quando devono essere registrati dei brani musicali da ensemble o solisti reali, oppure quando si eseguono concerti dal vivo), si ha ancora bisogno di un vero e proprio spartito da leggere. Fino ad oggi, per essere stampato, questo spartito veniva editato tramite tastiera tradizionale del PC (le comuni tastiere “QWERTY”) o attraverso una tastiera elettronica MIDI combinata ad un software di notazione musicale. Oggi, con ODLA, potrebbe cambiare davvero la musica, per tutti. 

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