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Se non accogli nella tua vita la fragilità, allora la tua vita vive di costanti fragili

Se non accogli nella tua vita la fragilità, allora la tua vita vive di costanti fragili

Ivano Porpora

Pensavo poco fa che l’arte e l’amore in fin dei conti hanno un aspetto in comune.

Che poi non è vero, è una forzatura dire: l’arte. Nel senso che io penso sempre in termini narrativi, penso alla letteratura, e per me la letteratura è l’arte totale perché è la più povera di supporti, hai solo pagine bianche e combinazioni di 26 caratteri e con quello devi far tutto.

È una cazzata e lo so, perché, per dire, la pittura non ha supporto temporale, e nemmeno la scultura e la fotografia, sono lì, un Pollock non ha un prima o un dopo come ce l’ha un romanzo a pagina 20 e poi a pagina 200 o semplicemente un’espressione come “Poco dopo”; e poi la danza non ha la riproducibilità, l’architettura vive di vuoti, la musica è una cosa talmente complessa che per me è l’arte prima e non riesco a definirla, e il cinema vive di un flusso e di collettività, e il fumetto vive di costruzioni che vengono create negli spazi tra una vignetta e l’altra; però io penso sempre alla letteratura, e quindi il pensiero era quello.

La letteratura e l’amore hanno un aspetto, forte, in comune.

Sono stato innamorato alcune volte, in vita. Mi basta poter dire: più di una per sentirmi fortunato, perché se non accogli nella tua vita la fragilità, allora la tua vita vive di costanti fragili.

E tutte le volte che mi sono innamorato, dicevo, ho avuto in dono elementi tangibili che segnavano il riamore anche quando riamore poi alla fine non c’era: perché l’amore ha anche la sfiga di non essere necessariamente riamato, e allora ti senti scemo e invochi la pioggia battente, noi italiani poi il melodramma ce l’abbiamo dentro. Il mio primo bacio era un bacio di fumo, il mio primo amore è stato su una pelle di vacca, ho ricevuto biglietti e lettere – più di quanti ne abbia scritti, è curioso -, ho ricevuto fiori e visite, quadri e foto, quando ami e quando sei riamato il mondo intorno a te si popola di presenza, e non è un caso se presenza e speranze sono anagrammi.

Comunque. In tutto quanto, nel mio vivere amante, ho sempre avuto paura. Mi accorgo che sono innamorato perché mi accorgo della paura. Più ho paura, più questa monta e si segna le piccole frasi, i rumori di sottofondo, le crepe di assestamento, più sono innamorato; e lo stesso vale quando scrivo, ho il terrore di buttare via una bella idea, di seppellirla sotto una frase carina, perché una bella idea non è monetizzabile, non è quello il punto, il punto è che una bella idea è il semplice modo che ha la tua vita di decodificarsi in uno scritto. Se butti via una bella idea, stai buttando una chiave per una porta chiusa da troppo.

Ma oltre la paura c’è un’altra cosa che considero. Ho scoperto nel corso del tempo che, sia quando scrivo che quando amo, va tutto bene. Vado bene io, intendo.

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Quando non amo, tendo a presentarmi come non sono. Al mio meglio, sì – mi lavo, mi profumo, sorrido eccetera; ma è un mio meglio insostenibile, dall’aria gracile e fatto di nuvole, non sono io, non restituisce alla mia amata me.

Quando ami, alla fine scopri che va tutto bene. Che vai bene come sei, nei tuoi limiti; e il gusto quindi è dire: Non mi nasconderò, stavolta, perché vuoi la mia presenza, povera e fragile ma soda, vera.

Sulla pagina è uguale, va tutto bene, vai bene tu che scrivi, e ci vuol poco ad accorgersene, in fondo.

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