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Ricordati che sei una persona

Ricordati che sei una persona

  • Non siamo maschere, siamo ciò che facciamo
  • Essere persone significa appartenere al tempo, e quindi alla morte
  • Ricordarsi di vivere è l’unico modo per dare senso al nostro passaggio
Un uomo simile a una statua classica si toglie la maschera, rimanendo uguale

Se qualcuno mi vedesse fissare così inebetito il distributore automatico di bevande mi prenderebbe per scemo.
Ho i pensieri talmente scombinati da non ricordare nemmeno quanto zucchero metto di solito nel mio espresso, rigorosamente lungo. Effetto di una settimana particolarmente dura al lavoro.

Quando finalmente lo ricordo, inserisco la pennetta, premo e aspetto.
Mi volto verso la parete per evitare lo sguardo dei colleghi che potrebbero passare. Niente di personale con chicchessia, è solo che non ho voglia di parlare con nessuno.
L’occhio mi cade sul cartello con le norme Covid, ancora appeso lì dopo tre anni: indica in quanti potevamo stare in questo angolo di corridoio. Il numero è: uno.

Una persona.

Essere una persona

La mia mente va in loop su questo ammasso di suoni, p-e-r-s-o-n-a.

Ti è mai successo? Prendi una parola e non la molli più. La ripeti nella mente fino a macinarla, finché il significato svanisce nel nulla.

A me capita soprattutto quando sono stanco o costretto a ripetere un movimento in modo meccanico.

Stavolta, per non smarrire del tutto il significato di persona provo a riacciuffarla dalle radici.

L’equivoco della maschera

Avranno raccontato anche a te la storia della maschera, non è vero?

Persona è una parola molto antica, forse etrusca, che in origine vuol dire “maschera”. Perché alla fine, come diceva Pirandello, è proprio così: ognuno di noi indossa, sempre, una maschera.

Mentre continuo a girare la paletta di plastica nel caffè, sorrido beffardo.

Ti hanno mentito.
Non c’è nessuna maschera, nessuno di noi ne ha mai avuta una.

Siamo semplicemente ciò che appariamo, siamo le azioni che compiamo, le parole che diciamo. Oltre queste non c’è altro. Nessuna maschera dietro cui nascondersi. La nostra verità è nuda, esposta a tutti. Siamo il modo in cui reagiamo agli altri: le “maschere” sono l’illusione con cui ci diciamo di essere diversi da noi stessi.

Figli di chi

Il primo uomo che si è definito “persona” voleva dire altro. Aveva capito una cosa importante, la più importante di tutte, così importante da definire sé stesso e ogni suo simile in quel modo.

Persona è sì parola etrusca, ma non significa “maschera”.

Persona è in origine Phersu-na.
Quella particella finale, il suffisso -na, significa “appartenente a”. Gli etruschi lo usavano per indicare una filiazione, una derivazione genetica. Puoi tradurla con “figlio di” oppure “della famiglia di”, per intenderci.

Quindi non siamo maschere; semplicemente, siamo “figli di Phersu”.

Per sapere chi siamo davvero e quale sia la nostra principale peculiarità, dobbiamo conoscere lui. Chi è questo Phersu?

In viaggio

Phersu è il nome di una sorta di divinità, un essere a metà tra il divino e l’umano che spesso indossa una maschera – e da qui l’equivoco – ma il punto è un altro.
Phersu è una figura misteriosa, dipinto spesso nelle splendide tombe etrusche vicino alla raffigurazione del “proprietario” del sepolcro o di altri personaggi nell’atto di essere uccisi. Talvolta corre con il capo all’indietro, circondato da uccelli in volo e altri simboli del trapasso, o suona il flauto guidando l’anima del defunto nel suo viaggio verso l’aldilà.

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Nonostante l’identità di Phersu resti ancora da chiarire, è evidente il suo legame con la morte: la sua funzione è assistere o guidare il momento del trapasso. Ciò che lo contraddistingue non è la maschera che spesso ma non sempre porta sul volto: è il suo essere al servizio della morte, a suggerirci chi siamo per definizione.

Appartenere geneticamente a Phersu e quindi essere persone vuol dire soltanto una cosa: essere mortali, disporre di un tempo irreversibilmente limitato; giungere, alla fine del viaggio, tutti indistintamente alla stessa destinazione.

Ricordati di vivere (da persona)

So che avresti preferito non saperlo, restare dell’idea di avere a disposizione infinite maschere.

Ma non è come credi. Appartenere a Phersu è molto meglio che mettere in scena, ogni santo giorno, il simulacro di sé stessi.

Chi si è definito persona per la prima volta voleva ricordarsi di vivere.

Vivere consapevoli di avere un tempo limitato, e quindi con la missione di creare valore e significato per noi e per gli altri. Pena il finire divorati dai mostri che popolano l’eterno nulla.

Vivere responsabili del proprio destino, sobbarcandosi il peso delle gioie e dei dolori inevitabilmente raccolti lungo la strada. Vivere onorando il fatto, puro e semplice, di essere vivi.
Vivere sapendo che, un giorno, saremo tutti accompagnati da Phersu verso un oltre sconosciuto. Che non ci si bagna due volte nello stesso fiume e che nessuno può sottrarsi, suo malgrado, a questa quotidiana lotta coi flutti.
Perché, allora, non ci facciamo bastare il semplice fatto di essere persone per smettere di guardare all’altro come a un nemico, per iniziare a coprirci vicendevolmente le spalle nelle piccole e grandi guerre di ogni giorno?

Non saprei dirti che diamine ci fosse in questo caffè.
Dovrei prendere seriamente in conto l’idea di farmi vedere da uno bravo.
Quello che so dirti, ora che ho masticato questa vecchia parola entratami in bocca per caso, è che tutto mi appare più piccolo e leggero.
Prova anche tu, ricordati di vivere.

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