Connect with us
Insegnare a immaginare (o la scuola che ancora non c'è) Insegnare a immaginare (o la scuola che ancora non c'è)

Crescere

Insegnare a immaginare (o la scuola che ancora non c’è)

Il sistema scolastico tradizionale è allergico all’eccezionalità dell’individuo e tende a limitarne l’immaginazione, con conseguenze importanti sul nostro modo di vedere il mondo.

Pubblicato

il

Se si crede con passione in una cosa che non esiste ancora, la si crea. Quello che non esiste è quello che non abbiamo ancora desiderato abbastanza.

Zorba il greco 

Nella lingua di terra in cui sono cresciuto, la maggior parte delle persone che conosco non è stata educata a immaginare.

Le competenze principali che sono state insegnate loro sono: leggere, scrivere, fare i calcoli, rispondere alle domande degli insegnanti, completare in tempo e nel modo migliore possibile i compiti in classe (preferibilmente per gli studenti, quelli a crocette e coi voti a manica larga).

Attenzione: potrebbe sembrare, ma il post non appartiene alla categoria delle supercazzole.

L’immaginazione invece no, non è stata insegnata. Perché “l’immaginazione non è una materia”, si sarebbe detto nel 20° secolo.

Peccato che lo sia invece. E pure fondamentale, per sopravvivere in questo mondo del lavoro.

Immaginare no, imparare sì

L’immaginazione la si può usare a proprio vantaggio, oppure a vantaggio della sfiga che si abbatte su di noi. Nel secondo caso, alla base delle sfighe c’è:

  • l’immaginazione degli eventi indesiderati.
  • la narrazione verbale degli eventi indesiderati.
  • l’aggiunta masochistica di frasi tipo “vedrai che andrà così”.

Poi c’è l’altro tipo di immaginazione, quella cioè usata con creatività e con potere. Questa rappresenta un requisito essenziale di quelli che poi chiamiamo ‘eventi fortunati’.

E proprio come la storia e la letteratura, la si può apprendere negli ambienti scolastici.

Sì… solo che te la insegnano nei sogni.

Le 3 parti della scuola dei nostri tempi

Nella scuola che tu e io abbiamo frequentato, si è sempre data grande importanza ad imparare le cose.

Ad essere sincero, ricordo che qualcuno – nel mondo degli adulti – metteva in dubbio che alcune di quelle materie servissero davvero nel concreto (ponendo l’attenzione sullo scopo dell’apprendimento).

Tra i “grandi”, non ricordo però nessuno che abbia mai messo in dubbio i metodi di insegnamento che venivano usati. Cioè ho la sensazione di essere cresciuto nella statiticità formativa in stile top-down. E questo, qualche conseguenza a me (ma anche a te) l’ha generata.

Nella scuola che ho frequentato io, la parte emotiva dell’apprendimento era una dimensione sconosciuta dai dirigenti scolastici e dagli insegnanti.

La parte gerarchico-ordinatoria era una dimensione semplicemente inevitabile.

La parte riguardante l’immaginazione e la creatività dei singoli studenti, invece, andava tenuta costantemente sotto controllo in quanto pericolosa.

La pericolosa attitudine di essere originali

L’attitudine a essere originali è stata sempre vista come pericolosa perché in grado – per le autorità educative – di generare imprevisti.

E gli imprevisti, lo sanno pure i sassi, non sono conformi né ai piani, né ai programmi, né alle direttive, né ai regimi.

Quando io e te andavamo a scuola, qualunque giovane che uscisse dai confini delle modalità prestabilite, doveva essere riportato nei ranghi.

Ed era per questo – per fare un esempio classico – che dovevamo sempre colorare dentro i bordi. Perché i bordi erano confini, cioè cortine di ferro. Confini che poi diventavano mentali. E alla lunga, anche letali.

Per la netta maggioranza degli insegnanti, infatti, il pericolo che qualche studente potesse iniziare a fare le cose “a modo suo” era ritenuto eversivo.

L’educazione che voglio (no, non ho detto vorrei)

Io non sono un sostenitore dell’educazione alla “ognuno come gli va”.

Sono a favore di modalità educative che siano strutturate per trasmettere la consapevolezza del rispetto di ruoli, di tempi, di ritmi. Il tutto all’interno di condizioni, circostanze, emozioni, squilibri e talvolta emergenze.

Ma sono a favore di un’educazione che è ancora in minoranza. Di un’educazione, cioè, che aiuti le persone ad accorgersi. Accorgersi per stupirsi, farsi venire dei dubbi e cercare interpretazioni di realtà, senza considerarle mai universi di verità.

Questo per me è lo scopo dell’educare, che sto immaginando di contribuire a creare.

Grazie a un’educazione olisticamente intesa, le persone possono essere supportate nel:

  • riconoscere un proprio senso di disciplina personale.
  • costruire un proprio metodo di autogestione dei compiti.
  • allenare una responsabilità personale verso le conseguenze generate dalle nostre azioni.

Est modus in rebus

Il genio degli esseri umani necessita di squilibrio e anche di incomprensione. Ma alla lunga, c’è sempre la necessità di una misura nelle cose. Anche nel genio. Altrimenti, rimane incompreso o alienato.

E per l’educazione credo sia lo stesso.

L’educazione occidentale degli ultimi 200 anni è stata totalmente squilibrata verso quattro elementi costanti:

  • obbligo
  • divieto
  • ricatto
  • controllo

Nel mio (libero) pensiero e nella mia azione, mi batto contro l’omologazione che tratta le persone come fossero prodotti che escono da una catena di montaggio.

Perché questo modo di intendere e attuare l’educazione annichilisce la genialità che si trova nella diversità di espressione del singolo.

Questa educazione annulla le due principali competenze che dovranno avere i tuoi figli e i tuoi nipoti, per sopravvivere non solo nel mondo del lavoro ma anche nelle comunità sociali in cui vivranno.

Sto parlando della capacità di…

1. Avere un pensiero critico sulle ‘cose’ del mondo.

E ciò, in un mondo folle che cerca docili fedeli, significa essere dei MALADJUSTED (cioè disadattati).

2. Porre (e porsi) domande a risposte che non sono soddisfacenti per la realtà reale.

E quindi, in un mondo frenetico che vuole solo risposte, essere degli ASKER (cioè domandatori).

Quello che io e te ci diciamo da un po’.

E che ci ricorda, col sorriso, Brian Oshiro. 

 

Mi chiamo Enrico e sono un esploratore dell’incertezza. Tre parole messe vicine per dire che sono fortunato, perché ho la grande fortuna di vivere i mutamenti rapidissimi di quest’epoca. D’altronde, non è che l’ho scelto. È che sono nato nel 1985 e il mio secolo di evoluzione personale è il ventunesimo. Fino ad ora nel CV ho solo due vite. Nella prima, una laurea in Giurisprudenza e una vita piuttosto lineare. Nella seconda diverse esplorazioni, sperimentazioni, scoperte e una forma del viaggio molto più ciclica. Nel mio lavoro, compongo le parole che danno senso e anima ai testi. A volte creando contenuti, a volte creando vere e proprie storie. Curo e scelgo i termini, scelgo la posizione degli spazi vuoti e provo a lasciare il tempo per le pause di chi legge. Sono anche facilitatore di comunicazione empatica e formatore informale in due settori: radici di Personal branding e Storytelling emozionale. Delle persone amo gentilezza, sensibilità, ironia e gratitudine. Amo anche l’etica professionale, la creatività umana, la poesia e un po’ di vino accanto alla pasta.

Crescere

Dubito ergo sum: abbiamo troppe certezze che ci possono danneggiare

L’evoluzione che ha portato allo sviluppo del nostro cervello e ci ha reso più resilienti delle altre specie, potrebbe ora essere un ostacolo alla sopravvivenza della nostra specie?

Pubblicato

il

Ultimamente mi sono spesso trovato a ragionare sui benefici e sui rischi di una condivisione ampia delle informazioni, come quella oggi possibile grazie al Web.

L’accesso alle informazioni contenute nella rete ha un costo in costante calo, in sintonia con quella che era la visione di chi ha dato vita al Web: l’accesso libero e gratuito al Sapere come strumento di democrazia.

D’altro canto il web odierno è viziato da una fortissima asimmetria informativa:
chi ha più competenze specifiche ha più possibilità di produrre contenuti di qualità e di verificare l’attendibilità delle fonti;
chi è meno competente, tende a prendere per buono (e a far divenire virale) ogni contenuto che confermi le sue idee.

L’origine di questo comportamento è in parte fisiologica ed in parte psicologica:
– fisiologicamente paghiamo lo scotto di avere un cervello che si è evoluto per essere efficiente, non per essere preciso: per risparmiare energia, dà maggiore peso a tutto ciò che conferma la nostra immagine del mondo; integrare informazioni in contrasto con ciò che crediamo lo costringerebbe ad una pesante riorganizzazione, per costruire un nuovo insieme di credenze;
– psicologicamente siamo totalmente incapaci di valutare le nostre competenze: meno sappiamo e più crediamo di sapere (effetto Dunning-Kruger); più sappiamo e meno siamo sicuri delle nostre competenze (sindrome dell’impostore).

Dal punto di vista etico, credo che a prescindere dalle differenti condizioni di partenza, però, restiamo responsabili delle nostre scelte.
Per esempio, se ci occupiamo di ridurre le disuguaglianze di genere e non ci occupiamo di tematiche ambientali, gettando l’olio di frittura nello scarico del lavandino, potremmo danneggiare la qualità della vita delle prossime generazioni di donne più degli effetti della disparità retributiva tra generi: sapere o non sapere che ciò possa accadere è una nostra scelta ed una nostra responsabilità.

Anche facendo la scelta diametralmente opposta, occupandoci solo di tematiche ambientali e trascurando le tematiche di genere, potremmo favorire il permanere di una società patriarcale, poco incline ad occuparsi dell’ambiente, danneggiando la nostra missione: anche in questo caso, sapere o non sapere ciò che possa accadere è una nostra scelta ed una nostra responsabilità.

Se accettiamo la responsabilità delle nostre scelte, però, dobbiamo combattere i fenomeni fisiologici e psicologici di cui parlavamo poco fa:
uno degli effetti degli algoritmi che regolano il funzionamento dei social network è quello di avvicinare persone le cui “esternazioni” risultino simili, perché questo rafforza le interazioni;
la conseguenza è l’effetto bolla informativa: i social network progressivamente rafforzano i legami tra persone che la pensano allo stesso modo, basandosi sui contenuti condivisi, e questo ci porta ad avere un’immagine falsata del mondo, un mondo in cui predominano le nostre idee, i nostri contenuti, i nostri valori, la nostra maniera di esprimerci; il nostro cervello interpreta erroneamente il fatto che certi contenuti si ripetano come dimostrazione della loro affidabilità, viralizzando allo stesso modo informazioni corrette e fake news; e chi ha interesse a far emergere la propria visione e ha competenze sui social media, può sfruttare questo fenomeno, in buona fede o in cattiva fede.

Apparentemente l’unico modo per evitare errori grossolani è andare in direzione contraria: lasciare spazio all’incertezza, abilitando la capacità di imparare qualcosa che vada oltre l’orizzonte delle nostre “certezze” e “credenze” e confrontandoci con chi ha idee che si scostino almeno un poco dalle nostre.
Mentre la tendenza psicologica rilevata dall’effetto Dunning-Kruger è diffusa tra chi ha poche competenze specifiche, la tendenza fisiologica a preservare le nostre “certezze” cresce con la quantità di informazioni di cui disponiamo, e colpisce, perciò, anche chi è maggiormente competente.
E se quando ragioniamo di temi legati alle scienze naturali, possiamo quasi sempre ricorrere al metodo scientifico per tentare di validare le nostre idee [1], quando passiamo nel dominio delle scienze sociali, per ragioni pratiche ed etiche, non possiamo quasi mai dimostrare la loro correttezza [2].

Torniamo perciò alla possibile soluzione:
invece di attaccarci alle nostre teorie, concentrandoci solo sui temi che ci stanno a cuore, potremmo rimanere apert* al dubbio ed espost* ad una varietà di temi.

In questo modo potremmo affrontare insieme la complessità (di solito, invece, andiamo verso la semplificazione e questo ci allontana progressivamente da un modello attendibile del mondo, soprattutto del mondo umano, attorno a noi).

Passare da un sapere come insieme di competenze individuali (spesso legate ad un valore di mercato e protette dal diritto d’autore) ad un sapere visto come insieme di competenze condivise (e quindi prive di valore di mercato e non protette dal diritto d’autore) sarebbe una rivoluzione copernicana, difficilmente compatibile con il modello di società e di economia in cui siamo immers*, ma possiamo permetterci di resistere al cambiamento quando in gioco c’è la sopravvivenza della specie Homo Sapiens e dell’intero genere Homo?

Se guardiamo indietro all’origine del Web e a progetti comunitari, come Wikipedia, Linux e tutto il mondo del Free Software e dell’Open Source, l’idea aggregante è proprio questa: la ricchezza culturale nasce dal confronto e dalla condivisione e lo sforzo comune di una miriade di persone crea le condizioni per produrre ricchezza culturale a basso costo.

Questo paradigma oggi è minacciato dalla perdita di neutralità e dalle crescenti asimmetrie nel controllo della Rete;
si tratta di uno dei tanti temi forti aperti dalla globalizzazione e dalla digitalizzazione: la libertà è solo apparente quando le condizioni di partenza, le tutele, i diritti sono disuguali;
lo si percepisce negli accordi commerciali internazionali, mentre tendiamo a prendere posizione con più difficoltà davanti alla scelta tra avere servizi facilmente disponibili, apparentemente in maniera gratuita, e perdere progressivamente la capacità di preservare un accesso alla Rete e alle sue risorse che sia realmente democratico ed uguale per tutt*:
disponiamo di sempre più informazioni e sempre più servizi, ma siamo sempre meno capaci di verificarne l’attendibilità e di controllare l’uso che viene fatto dei nostri dati e delle nostre informazioni.

L’innovazione passa anche per l’analisi dei nostri comportamenti: chi rinuncerebbe oggi alla possibilità di disporre in tempo reale di informazioni sul traffico? chi intralcerebbe gli studi che permettono la diagnosi precoce ed accurata delle malattie?

Ma siamo dispost* ad accettare che questi dati, i dati sulle nostre preferenze ed i nostri comportamenti, siano incamerati da entità il cui interesse principale non è il Bene Comune, ma il profitto privato?

Sembra un paradosso, ma il futuro del genere Homo potrebbe dipendere dal superamento di quello che è stato uno degli elementi chiave del suo successo evolutivo:
mettere a freno il nostro cervello, che ottimizza il consumo di energia e la sopravvivenza individuale, a favore di un’Intelligenza collettiva, messa al riparo da proprietà e profitto ed orientata al Bene Comune.

Note
[1] in realtà Popper ci ha spiegato che è impossibile validare: si può solo invalidare una teoria, perché infiniti esperimenti a favore non possono escludere che esistano situazioni in cui la teoria non si applica; per esempio abbiamo vissuto allegramente con la teoria gravitazionale newtoniana, anche se Einstein ci ha dimostrato che non è sempre valida
[2] per sincerarcene basta osservare come vengano usate tranquillamente teorie psicologiche e teorie della mente incompatibili, senza che abbiamo finora trovato una risposta definitiva sulla loro validità

Continua a leggere

Crescere

Per capire il mondo che cambia, cammina lungo i bordi delle strade

La continua osservazione di come le cose interagiscono tra loro va a comporre un’immagine (e quindi la comprensione) del mondo che cambia. La sfida, come sempre, è essere costanti.

Pubblicato

il

Cammina lungo i bordi delle strade, è lì che ti farai la migliore idea sul mondo che cambia.
È lungo l’interfaccia tra uomo e macchina, uomo e uomo, uomo e natura che si gioca la partita.

Cammina, osserva, annota

Prenditi una mezz’ora di tempo, esci di casa e cammina lungo i bordi delle strade. Osserva. Poi estrai il tuo taccuino tascabile a pagine bianche e prendi nota. Racconta quello che vedi e quello che pensi. Disegni, fiumi di parole, schemi, domande. Vai oltre i dettagli, annota tutto.

Vai oltre

Vai oltre il pacchetto di sigarette che trovi nascosto tra le erbacce lungo la strada. Guardagli attorno. Che cosa succede? Ok, qualcuno ha fatto il cattivone e l’ha buttato a terra invece che nel bidone dell’immondizia. E dopo, cosa è successo? Come hanno reagito le erbacce?

Vai oltre quella lunga fila di automobili con una sola persona per vettura. Guardagli attorno. Cosa succede? È vero, molte persone per recarsi al lavoro ancora utilizzano l’auto privata. Sono proprio degli irresponsabili. Tuttavia, qualcosa sta accadendo attorno a loro. Te ne rendi conto? Osserva. Come si comportano le persone dentro e attorno a quelle auto? Cosa pensano? Cosa dicono? Dove vanno?

Torna alla tua vita

A quel punto torna alla tua vita di tutti i giorni.

La prossima volta che senti parlare di questioni importanti (cambiamento climatico, crisi economica, immigrazione, scuola, finanza), ripensa a quello che hai visto mentre camminavi lungo i bordi delle strade. Parti da lì. Guarda da lì. Pensa da lì. E sopratutto rispondi da lì.

Lo sai perfettamente che quando fai così sei molto più sul pezzo. Stai rispondendo a ritmo. Ci sei. Non devi più ancorarti a teorie, basate su quello che starebbe accadendo dall’altra parte del mondo (e che non potrai mai verificare). Puoi rispondere a tono, in base alla tua esperienza, dal momento che tutti i giorni ti preoccupi di arricchirla di osservazioni e riflessioni.

Il giorno dopo, fallo di nuovo

Il giorno dopo trova di nuovo quella mezz’ora e cammina lungo i bordi delle strade. Comincerai presto a capire tante cose. Tuttavia, sappi che quello che dovrai curare non è tanto iniziare a capire, ma continuare a farlo.

Appena smetterai di camminare, infatti, smetterai di vedere; e appena smetterai di vedere, smetterai di pensare e di nuovo faticherai a capire.

E quando senti qualcuno parlare di cose importanti, domandati: “Da dove parla?”

Quando ti capita di ascoltare qualcuno che parla di temi importanti, fatti questa domanda: “Da dove parla?”.
Parla dal punto di vista di uno che cammina lungo i bordi delle strade o di uno che cammina nel mezzo di una strada? Non dovrai fare ricerche bibliografiche. Lo capirai subito.

Nel primo caso parlerà a ritmo con l’evolversi della realtà. Nel secondo sarà sempre fuori tempo: troppo in anticipo o troppo in ritardo, un visionario o un nostalgico.

L’ignoranza non è ammessa

Come sai, nel nostra Paese l’ignoranza non è ammessa.
La cosa mi ha sempre dato un po’ fastidio. Pensavo che fosse onere di chi fa le regole renderle note agli altri. Tuttavia nel tempo ho capito che questa norma ha un senso.

Alzarsi e recarsi tutti i giorni lungo i bordi delle strade per capire quali sono le regole di interazione tra le parti, è importante tanto quanto respirare. E nessuno può andare là sui bordi della strada al posto tuo.

Te ne renderai conto presto. Prima leggevi gli articoli degli “inviati” per capire. Tra un po’ sarai tu l’inviato più affidabile e aggiornato. Saranno i tuoi gli articoli che leggerai.

Osservo i contadini attraversare i confini

Quando cammino lungo i bordi delle strade di campagna vedo i contadini che solcano il confine tra terra coltivata e terra non coltivata. Con i loro grandi trattori tagliano il confine e, una volta entrati nel loro podere, se ne stanno lì a lavorare.
Ho l’impressione che non si rendano conto che la qualità del loro raccolto dipende molto più da quello che accade lungo l’interfaccia tra campi ed erbacce, piuttosto che da quello che accade nel campo stesso.

Si limitano a tenere basse le erbe che non capiscono con il taglia erba oppure a contenerle con il diserbante. E poi si rituffano nel loro campo a fare quello che hanno sempre fatto e non si accorgono che è sul confine che tutto inizia.
È lì che dovrebbe essere concentrata la loro attenzione. Purtroppo, dal momento che loro si concentrano sul loro campo, non gli rimane altro che adattarsi al cambiamento a cui non hanno voluto partecipare.

Viviamo sospesi tra due opzioni, con un sentiero in mezzo

Viviamo come sospesi tra due mondi: selvaggio e civilizzato, erbe ed erbacce, macchina e uomo. In questa prospettiva sembra che ci siano solo due possibilità di scelta: scegliere per chi tifare. Capitan America o Iron Man? (Spero tu abbia letto Civil War? Non mi dire che ancora pensi che la questione della giustizia sia una cosa da capire sui libri?).

C’è una terza via

Chi cammina lungo i bordi delle strade taglia il dilemma in due e decide di scegliere di s-battersi per far funzionare le due sponde assieme. Così come le proprietà dell’acqua sono più della somma delle proprietà di ossigeno e idrogeno.

Allora? Ci vediamo per strada?

Continua a leggere

Treding