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“Sono una mamma ‘adottiva’ e vorrei spiegare perché le parole sono importanti.”

“Sono una mamma ‘adottiva’ e vorrei spiegare perché le parole sono importanti.”

Secondo il vocabolario Treccani il termine “adozione” significa “Istituto giuridico che sorge non per vincolo di sangue, ma per un rapporto giuridico costituito mediante il consenso di un adottante e di un adottato” (l’adozione di un bambino orfano, diventare figlio adottivo o padre per adozione). “Adozione”, però, sempre per il Treccani, indicherebbe anche “il mantenimento di un minore nel suo paese d’origine, grazie al versamento di somme di denaro attraverso organizzazioni internazionali”.

Il punto è che “adozione a distanza” viene spesso usato anche da alcune ONG del settore. In questo caso, però, è bene specificare che il termine corretto è “sostegno a distanza”: scambiare “adozione” con “sostegno”, infatti, significa confondere due mondi completamente diversi. Emozioni, storie, fatiche ed esperienze vicine ma anche lontane.

A specificarlo più volte sono state proprio le “famiglie adottive” quando mi è capitato di parlare di mia “figlia” (metto le virgolette, non me ne vogliano i genitori biologici e quelli adottivi) Ya Awa, una scricciola di cinque anni che vive in Gambia e che da sei mesi sostengo a distanza. Vi dico solo che una settimana fa mi è arrivato a casa il suo primo disegno e l’emozione provata è stata indescrivibile!

Ho deciso dunque, in questa nuova puntata di “Caro Iacopo…”, di dare voce ad una di queste mamme, in modo da far comprendere meglio cosa ci sia dietro certe realtà. Ma, soprattutto, quanto sia importante usare, anche in questo caso, le parole giuste affinché nessuno si possa sentire sminuito o offeso dal proprio ruolo. Ché alla fine essere genitori è sempre il lavoro più duro del mondo, così come importante è il sostegno economico che si può dare a distanza, non senza sacrifici.

Mi scrivono:

“Caro Iacopo…
Sono una mamma adottiva e volevo raccontarti quanto, anche nel nostro mondo, le parole siano importanti.
L’adozione di un bimbo comporta la sua entrata a far parte di una famiglia, e lo stesso diventa, a tutti gli effetti, figlio della coppia che se ne assume legalmente la responsabilità di genitori, acquisendone la patria potestà.

Il ‘sostegno a distanza’ è una cosa bellissima e io sono la prima persona che lo promuove, ma mai e in nessun caso quel bimbo diventerà figlio a tutti gli effetti di chi lo aiuta. Ci si può affezionare tantissimo come ad un figlio, certo, ed io che sono una mamma di cuore lo so perfettamente: ma quel bambino, nella maggior parte dei casi, dei genitori li ha ed è nel loro rispetto che non bisogna parlare di ‘adozioni’.

E poi, anche nel rispetto delle famiglie adottive così come di quelle che sostengono economicamente a distanza è più che giusto, direi doveroso, dare un senso alle parole, le quali devono essere espresse in modo corretto.
Faccio un esempio semplice: se avete dei figli e, poniamo, siete separati dall’altro genitore, ed ognuno di voi genitori avete un compagno ed i vostri figli chiamassero ‘mamma’ e ‘papà’ i vostri rispettivi compagni, voi da genitori come vi sentireste? Non pensate che potreste essere sminuiti? Certo, ‘mamma’ e ‘papà’ sono chi ci cresce e non chi ci mette al mondo… Ma se voi continuate a fare i genitori e a farlo bene, vi farebbe comunque piacere?

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Noi famiglie adottive sappiamo la fatica che facciamo tutti i santi giorni per proteggere i nostri figli dalla poca sensibilità della gente e quanto sia difficile creare delle ‘radici’ affinché i nostri figli ci si riconoscano a pieno titolo. E solo noi genitori adottivi sappiamo quanta fatica abbiamo fatto per poter essere ‘genitori’, quanto abbiamo scavato dentro di noi per poter essere idonei all’adozione. Se oggi facciamo tante battaglie è perché ci sono dei motivi di sofferenza, non vogliamo fare polemica a tutti i costi.
Anche per questo credo sia giusto, quando si parla di ‘sostegno a distanza’, specificare che il termine corretto è appunto questo e non ‘adozioni a distanza’, proprio perché si tratta di due concetti diversi: entrambi importanti e bellissimi, ma diversi.
Un caro abbraccio.

PS: vorrei ricordare che noi genitori adottivi non adottiamo per fare beneficenza o per fare un’opera di bene (questo lo fa chi sostiene), noi adottiamo perché vogliamo un figlio: anzi ti diro che se c’è una cosa che fa imbestialire i genitori adottivi è proprio quando ci dicono quanto siamo stati bravi, oppure quale gran bel gesto abbiamo fatto, e sai perché? Perché i nostri figli devono sapere che sono stati sognati, desiderati e voluti (cosa tra l’altro che i figli adottivi chiedono costantemente, proprio perché i genitori biologici a volte li hanno abbandonati) e non il frutto di un atto di generosità (anche se può sembrarlo). E poi perché, come tutti i genitori del mondo, ci fa piacere che i nostri figli capiscano ciò che facciamo per loro, ma mai in nessun modo il genitore adottivo vuole riconoscenza perché ha adottato.”

Concludo questo articolo ringraziato chi mi ha “forzatamente spinto” a scriverlo (e lo dico con un simpatico sorriso stampato sulle labbra). Era giusto, era doveroso farlo. Io, che lotto ogni giorno per l’importanza delle parole, che ho scelto di “sostenere a distanza” una bimba per essere di aiuto a qualcuno e sperare di seminare qualcosa di buono, dovevo ricordare, magari a chi sta scegliendo proprio adesso di “adottare” o di “sostenere a distanza”, che un domani potrebbe “genitore” o “sostenitore”. O l’uno o l’altro. Comunque sia, importante. Grazie!

Scrivimi una lettera, uno spunto o una tua riflessione:
segnalazioni@iacopomelio.it

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