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“Nessuno può aiutare chi ha deciso di non farsi aiutare”: una psicologa sulla vicenda di Noa Pothoven

Noa aveva 17 anni e si è lasciata morire perché lo stato le aveva negato l’eutanasia, per altro legale in Olanda. È una storia, la sua, figlia della nostra epoca: tra giudizi social, questioni etiche e grossolane approssimazioni da parte dei media.

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Sono tantissimi i commenti che, in maniera più o meno invadente, più o meno improvvisata, più o meno delicata, stanno colpendo la storia dell’olandese Noa Pothoven, la 17enne che si è lasciata morire rifiutando le cure poiché le era stata negata l’eutanasia legale (richiesta per una forma gravissima di depressione, sopraggiunta a causa di due violenze sessuali subite da piccola, evidentemente da lei giudicata irrecuperabile). Ne avevo parlato anche per TPI con un articolo che è diventato virale sul web, superando le 57.000 condivisioni!

Pochi però, in questo mare di giudizi social, stanno entrando nel merito della questione senza lasciarsi andare a irrispettosi complottismi o insindacabili sentenze contro genitori, medici, Stato tutto. È molto facile infatti lasciarsi andare senza avere i giusti strumenti per maneggiare con cura la questione, evitando discorsi da bar che rischiano solamente di banalizzare il tema oltre che di calpestare ancora la dignità della povera ragazza.

Per questo motivo ho deciso di pubblicare il commento di un cara amica psicologa e psicoterapeuta che, per quest’occasione, ha deciso di restare anonima, sia per rispettare Noa sia per non darsi in pasto al web che, nello scontro delle opinioni, sa essere molto feroce soprattutto per chi non ci è abituato. 

Buona lettura, e un abbraccio a Noa ovunque sia.

“Scrivo e non mi fermerei più perché questo fatto di cronaca apre a mille riflessioni. Mi concentro sul rispetto, in particolare, e sull’incapacità di vedere la persona, non solo le sue scelte. 

Un grande problema è che molti si sentono in diritto di giudicare il dolore altrui. Un grande problema è che spesso si giudica senza avere le conoscenze né le competenze per farlo.

Un grande problema è che si strumentalizza ogni notizia e la si porta verso il nostro modo di pensare. Un grande problema è l’ignoranza.

Nessuno dovrebbe avere il diritto di giudicare come viviamo il nostro dolore. Nessuno dovrebbe avere il diritto di sminuire il nostro malessere e le nostre scelte.

Un grande problema è che in pochi conoscono l’empatia, la capacità di comprendere le emozioni dell’altro. Siamo troppo abituati ad evitare le nostre per capire quelle di un’altra persona. Ognuno, con i suoi vissuti, la sua storia, le sue risorse, la sua energia, reagisce o non reagisce. Si ammala o non si ammala. 

Perché lei non ce l’ha fatta e un’altra persona sì? Siamo sinceri… è davvero la domanda giusta da porsi? In quanti possono davvero capire quello che ha vissuto Noa? Nessuno. Perché nessuno è Noa. Anche la storia più simile non può essere paragonata. 

Non sarebbe forse più corretto il silenzio e la riflessione intima?

Si sarebbe potuto fare di più? Forse. Forse sì, forse no. È andata così però… e sul passato non abbiamo un potere. 

Ricordiamoci che nessuno (NESSUNO) può aiutare una persona che ha deciso di non farsi aiutare. Dobbiamo essere capaci di accettare anche questo. E rispettare la scelta della persona, restandole vicino, cercando di farla sentire comunque accolta e rispettata.”

Ho 27 anni, vivo in provincia di Firenze e provo a raccontare le storie degli altri. Studio scienze politiche, lavoro come giornalista freelance (Fanpage.it) e ogni tanto scrivo libri (Mondadori). Attivista e presidente della Onlus #Vorreiprendereiltreno. Parlo di Diritti, Libertà e Uguaglianza. Sorrido alla vita e mi innamoro tutti i giorni.

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“Chiudi gli occhi e vola”: la storia di una pilota di aerei cieca

Un film-documentario racconta la storia straordinaria di Sabrina Papa, una donna cieca dalla nascita che ha realizzato il suo sogno di pilotare un aereo.

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Arriva dritto in finale della 59esima edizione del Globo d’Oro il docu-film “Chiudi gli occhi e vola” (con la regia di Julia Pietrangeli). Si tratta della storia di Sabrina Papa, romana e cieca dalla nascita, che grazie alla sua tenacia ha imparato a pilotare gli aerei frequentando uno stage organizzato da Les Mirauds Volants, l’Associazione Europea di piloti ciechi.

“Il miglior modo di aiutare un disabile è quello di non aiutarlo, così ce la caviamo da soli”.
Questa è una delle frasi emblematiche del film, facendo intuire quale sia lo spirito che riveste questo documentario, dove il pietismo e la compassione lasciano il posto alla forza delle proprie ambizioni.
Io da piccola volevo essere l’aereo, non il pilota. – racconta la protagonista del documentario -. Volevo proprio essere qualcosa che volava, ma non gli uccelli perché secondo me gli uccelli volavano troppo piano.”

Per questo motivo “Chiudi gli occhi e vola” è un racconto in grado di andare ben oltre il semplice superamento della disabilità e dei propri limiti fisici e sensoriali: è uno scorcio che intende mostrare concretamente la forza di chi è riuscito a vivere all’altezza dei propri sogni, arrivando fino a toccare il cielo dove a quanto pare non esistono barriere.

“Io rifiutavo tutto quello che ha a che fare con la cecità, con i ciechi, perché quando vedi che c’è qualcosa che tu non puoi fare perché non ci vedi, ti inc**zi eccome… e di brutto, anche!”. È così che scatta qualcosa che spinge ad andare oltre una stupida etichetta, ribaltando la prospettiva di ciò che si è e di ciò che si può fare o meno. Perché come dice uno dei piloti intervistati, quando le persone da terra sentono passare un aereo non possono sapere se chi lo comanda è cieco o meno: ecco perché “Chiudi gli occhi e vola” vuole annullare qualunque differenza.

Il film è prodotto da Human Installations, con la sceneggiatura di Frida Aimme, Kyrahm e Julia Pietrangeli. Tra le prossime proiezioni, il film prenderà parte anche al Festival Cineglobo in Svizzera, organizzato dal CERN di Ginevra (il centro di ricerca nucleare mondiale).

Il Globo d’Oro è un prestigioso premio della stampa estera in Italia, ad oggi considerato fra i tre più importanti premi italiani insieme ai David di Donatello e ai Nastri d’Argento. Quest’anno sono arrivati in finale, insieme a “Chiudi gli occhi e vola”, anche i documentari “Butterfly” (Alessandro Cassigoli, Casey Kauffman), “Pugni in faccia” (Fabio Caramaschi), “The disappearance of my mother” (Beniamino Barrese) e “Selfie” (Agostino Ferrente).

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Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Non capisco se le ‘bambole disabili’ siano un bene o un male.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…
Non so se hai avuto modo di leggere la notizia che la Barbie si è ‘rifatta il look’ e che quindi il prossimo giugno esordirà sul mercato con la protesi alla gamba, ma anche in una versione sulla sedia a rotelle (dovrebbe far parte se ho capito bene della linea 2019 ‘Barbie Fashionista’).

Sai, l’ho fatta vedere alla mia bimba Alice di nove anni dicendole ‘Guarda, ti piace questa bambola?’. E lei mi ha risposto con estrema naturalezza: ‘Certo, come tutte quante le Barbie!’.
Ed io che mi aspettavo delle domande da parte sua, delle richieste di informazioni riguardo quella evidente (concedimelo) ‘diversità’, e invece…

Vorrei sapere tu cosa ne pensi di questo tipo di giocattoli. Possono essere utili davvero per fini educativi e di sensibilizzazione? Credi possano in qualche modo insegnare che la bellezza la troviamo oltre l’aspetto esteriore nonostante la Barbie sia ritenuta la bambola ‘bella’ da sempre? Oppure può esser visto da qualcuno come un giocattolo pietistico, compassionevole, quasi politically correct dato che si tratta di una bambola ‘ad hoc’ per delle categorie ‘protette’? Grazie per la tua risposta, Laura!”

Cara Laura, quella che tu mi poni è una domanda che (devo dire suscitando un certo stupore da parte mia) ricorre spesso in chi mi segue. È interessante come una mossa di puro marketing, soltanto perché associata alla disabilità, possa quasi “destare sospetti” e lasciare intendere chissà quale dietrologia, quando in realtà dovrebbe essere presa come tale: una scelta di mercato più inclusiva, così come un’azienda produttrice di telefoni sceglie di sfornare più modelli in modo da coprire tutte le fasce di prezzo e soddisfare qualsiasi tipo di cliente (leggi a questo proposito l’articolo di Giulia Viti sul marketing inclusivo). Di per sé, già in questo, non ci trovo nulla di male. Ma facciamo prima una doverosa introduzione!

La linea Barbie Fashionistas non è qualcosa di nuovissimo ma nasce qualche anno fa con l’intento di creare delle bambole “più reali”, e quindi più “per tutti”: Barbie con la pelle diversa dal classico colore rosa, oppure con forme fisiche e strutture corporee di vario tipo. Adesso, la stessa Mattel (l’azienda americana produttrice) ha dichiarato con una nota ufficiale:

“Come brand, possiamo elevare la conversazione intorno alle disabilità fisiche includendole nella nostra linea di bambole, per portare avanti una visione ancora più multidimensionale della bellezza e della moda.”

La nuova Barbie non sarà poi così diversa da tutte le precedenti, ma avrà semplicemente un corpo più snodabile che le permetterà così di sedersi su una carrozzina, oltre ad essere dotata di una rampa come fosse un qualsiasi altro “gadget”, sottolineando in questo modo anche l’importanza di abbattere le barriere architettoniche (d’altra parte, la casa delle Barbie dev’essere una casa per tutti, no?).

Questo tipo di bambole, come dicevo, non sono una novità: sempre più frequente, infatti, è l’inserimento anche nelle scuole di bambolotti “diversi”: oltre a quelli di colore, adesso, ci sono quelli con sindrome di Down, quelli con qualche arto in meno, con impianti cocleari in testa o, magari, con deambulatori vari contenuti nella scatola. Salvo casi eccezionali, giochi di questo tipo stanno ottenendo un buon riscontro soprattutto tra i più grandi che, in qualche modo, sperano di poter rendere i loro figli più consapevoli e aperti alla diversità.

In base a quanto detto fino ad ora, non posso che essere favorevole alla realizzazione di giocattoli con qualche disabilità, purché questa loro “caratteristica” non venga enfatizzata eccessivamente. Non sarebbe bello, anche in questo caso, stracciare “le etichette”? Quanto sarebbe figo se la neo-Barbie si chiamasse “Barbie” e basta, come tutte le altre sue sorelle? Allora sì che avremmo davvero incluso la disabilità nella società, accogliendola al punto da non notarla più!

In questo, tua figlia Alice ci fa sbattare dritto in mezzo agli occhi la realtà più bella: il fatto che alla fine i bambini sono i primi a dimenticarsi, dopo due secondi, di ciò che è distante da loro, trovando connessioni magiche. Senza dubbio, la lezione più educativa di qualsiasi marketing sociale (sempre e comunque apprezzabile).

E chissà, magari, per lo stesso motivo, molto presto vedremo reclamizzati alla televisione, sui giornali oppure online, questi (ma soprattutto altri) giocattoli, proprio da un bambino in carrozzina o con sindrome di Down. E sempre magari, in quel preciso istante, la prima cosa che ci verrà in mente sarà: “Guarda che bel gioco, questo Natale lo regalo a mia figlia!”.

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