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Le donne, il lavoro e la subordinazione: storie di ordinario sessismo

Il sessismo può travestirsi: una richiesta gentile, un buffetto paterno ma anche il desiderio di difendere le donne possono essere sintomi di una visione ancora troppo patriarcale.

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Il sessismo in ufficio è spesso travestito da pura cortesia, da scusa mi faresti un caffè, da piccoli gesti di ordinaria subordinazione che non permettono alle donne di emergere come potrebbero.
”Scusa, mi faresti un caffè?“– nulla di male come domanda. Chissà quante volte ve la siete sentita fare.

A noi donne capita con una certa frequenza. Dubito che nessuna delle mie conoscenti sia stata risparmiata. Ma non so quanti colleghi maschi a loro volta si siano trovati nella medesima situazione.
A noi donne viene chiesto con più frequenza di compiere atti subordinati rispetto al nostro ruolo: sono stereotipi culturali che fanno pensare che il tuo ruolo sia meno, anche se paritario. Sono esempi di sessismo piccoli, apparentemente innocui.

Esempi di sessismo fisico

Il sessismo non si manifesta solo a parole: sono molti i dettagli che ti fanno capire quanto le donne al lavoro vengano riportare a un ruolo di secondo piano. Uomini che con fare paternalistico ti appoggiano la mano sulla spalla durante la riunione, come se tu fossi sotto la loro ala protettrice.
Buffetti sulle guance, mani appoggiate sopra alla testa (cosa purtroppo tipica soprattutto se sei bassa) e relativa presa di posizione da “sei la solita esagerata” quando fai notare che non è piacevole e anzi: è parecchio fastidioso.

O anche più semplicemente se si entra in coppia in una stanza viene dato per scontato che l’uomo sia quello di carica più alta rispetto alla donna.

Mediamente una donna viene interrotta tre volte di più rispetto a un uomo durante le riunioni o i dibattiti. Le discussioni vengono dominate per il 75% dagli uomini:

Uomini che interrompono le donne

A me, nell’ordine, durante la mia vita in ufficio hanno chiesto più volte
– di preparare la stanza delle riunioni
– di portare cibo/ acqua/ caffè
– di cucire un bottone (giuro)
– di andare a prendere cose al centralino
– di fare commissioni
– di darmi una calmata
– di stare zitta e scusarmi perché “avevo risposto male a uno dei capi”
E se c’erano anche uomini nella stanza, la richiesta veniva comunque indirizzata verso me. O verso una collega.
E per la maggior parte delle volte sono stati uomini a chiedermelo.

Una questione di atteggiamento

Ho visto donne rispedite a casa a cambiarsi perché l’abbigliamento era considerato inappropriato – mentre non ho mai visto nessun uomo redarguito per il pessimo dopobarba o l’abbinamento più che discutibile di alcuni outfit.

Non parlo ovviamente di molestie, ma di piccole azioni che ti fanno sentire non alla pari, ma un po’ meno, come se l’altro fosse quello al di sopra, addirittura paterno.

Una volta ho chiesto a una collega senior account a capo di un ufficio con 5 ragazze, per quale motivo avesse solo donne in organico e non assistenti maschi.
Mi ha detto che preferiva così perché c’era vera parità. Un uomo ha sempre l’aspettativa di non dover fare certe cose, come se a lui non competessero – mi disse.
Aveva avuto degli assistenti maschi e li aveva mollati poco dopo.
“Si aspettano di avere un ruolo più alto. È proprio l’atteggiamento che non sopporto. Le ragazze non lo fanno, si livellano, Loro no, loro hanno una sorta di spocchia. Di aspettativa. Non fanno le cose: glielo devi chiedere e lo fanno come se non competesse loro”.

Ho pensato tante volte a quella chiacchierata, e ricordo che mi colpì parecchio.
Lei era una delle poche donne a capo di un gruppo account. Come lei solo un’altra in agenzia. Tutti gli altri erano uomini al vertice.

Avrai le tue cose

Quante volte vi siete sentiti dire che eravate isterici?
Quante volte una vostra uscita di petto, una presa di posizione particolarmente accorata siete stati bollati come emotivi? Fuori dalle righe?
Vi è mai stato detto che il vostro pessimo carattere era dovuto alla vostra vita sessuale?
Vi hanno mai detto più e più volte che dovete darvi una calmata, che esagerate e che probabilmente i fluidi che escono dal vostro corpo o meglio, dal vostro pene sono evidentemente il fulcro della vostra irrequietezza?

Quando siamo troppo determinate veniamo tacciate d’aver un brutto carattere – un uomo invece è visto come sicuro di sé.
Se ci lamentiamo, o facciamo notare dettagli sbagliati siamo arpie, siamo isteriche, probabilmente abbiamo le nostre cose.

Ho conosciuto persone che mi hanno raccontato, nei momenti di snervo di qualcuno, d’avergli messo un pacco di assorbenti sulla scrivania come a dire “sei mestruato?” questo gesto goliardico in realtà nasconde un sessismo fortissimo, che derubrica il ciclo a disturbo della personalità – una situazione inquinante della professionalità di una persona.

Ma voi donne!

Una volta a una presentazione di un libro sul femminismo ricordo questo signore che si era alzato tra il pubblico dicendo che lui amava le donne e anzi le difendeva.
“Io vi voglio difendere – siete voi che non volete farvi difendere!”

Ecco, no, non voglio essere difesa. Non ho bisogno di essere salvata. La mia priorità è non essere attaccata.
Non mi pare sia una cosa difficile.

Quel signore non se ne rendeva conto ma stava portando avanti il solito disegno in cui lui, maschio salvifico, voleva che noi donne rimanessimo al nostro posto, nel ruolo di inabili a vivere e a fare da sole. Donne da salvare e non capaci di autodeterminarsi.
Il suo non era interesse: era volontà di ristabilire le regole del patriarcato.

Avete notato trattamento sessisti sul posto di lavoro? Anche a voi chiedono di fare cose che non vengono richieste o vengono chieste meno spesso ai colleghi maschi? Vi siete mai resi conto di aver avuto un atteggiamento paternalistico fuori luogo con una collega?

Valentina Maran è nata a Varese nel 1977. È una copywriter freelance. Si è formata nelle più grandi agenzie di comunicazione milanesi e dopo un trionfale licenziamento ha scritto “Premiata Macelleria Creativa” (Fandango 2011). Scrive per riviste, committenza privata, blog di ogni tipo e si occupa prevalentemente di questioni di genere, femminismo, parità di diritti nella comunicazione. Con la sua socia Vanessa Vidale ha una piccola agenzia di comunicazione che si chiama NoAgency dalla quale non può licenziare nessuno, tranne se stessa. Da anni è docente in corsi ITS e IFTS post diploma dove insegna creatività.

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Coltivare la bellezza dentro e fuori

Coltivare la bellezza richiede una quotidiana cura di sé, del proprio corpo, della propria mente. Al tempo stesso alimentare la bontà significa impegnarsi altrettanto quotidianamente nella cura degli altri e del mondo.

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coltivare la bellezza

Come coltivare la bellezza dentro e fuori da noi?
A questo tema secoli fa i greci dedicarono un’espressione che da allora ha ispirato e guidato un gran numero tra uomini e donne: kalos kai agathos.

Kalos potrebbe essere tradotto con bello e Agathos con buono. Kalos kai agathos starebbe dunque per bello e buono.
Tuttavia, questa traduzione non rende! Nelle parole bello e buono infatti c’è tutto, ma al tempo stesso manca ancora qualcosa.
la Grecia classica, con tutta la sua mortalità e immortalità, universalità e località.

Essere kalos kai agathos significa essere di una bellezza umana, razionale e finita, e al tempo stesso di una bontà divina, folle e infinita. E soprattutto essere belli e buoni al tempo stesso!

Lo suggeriscono le parole stesse: la k di kalos, esteriore e ordinata; la g di agathos, interiore e passionale.

Coltivare la bellezza interiore ed esteriore come ambivalenza

Chi coltiva la bellezza secondo il principio kalos kai agathos si pone in una condizione di ambivalenza costante. Vive tra controllo e perdita di controllo, tra ordine e caos, tra comprendere e contemplare, tra fare e cercare, tra pensiero e passione.

Il controllo e il rigore che alimentano la bellezza. La perdita di controllo e la dedizione che alimentano la bontà.

Chi persegue questa via si alza al mattino di buon ora e si domanda “Cosa dà valore alla mia vita?”. Prende un foglio di carta e scrive, non quello che pensa, ma quello che sente.

Poi si domanda “Di cosa il mio corpo ha bisogno per vivere al meglio?”.  A quel punto osserva e pensa e, se serve, studia.
Quindi beve un bel bicchiere d’acqua, magari due, perché sa che siamo fatti per il 70% di acqua. Mette il corpo in movimento, affinché questo respiri aria. Mangia un po’ di tutto, dal momento che sa che il suo corpo è fatto un po’ di tutto (ho parlato della colazione come atto coraggioso qualche giorno fa).

Il contatto con il nostro tormento interiore alimenta la bontà d’animo.
La cura del nostro involucro esteriore crea la bellezza.

Kalos kai aghatos: attraverso le epoche

L’espressione kalos kai agathos si ritrova in diverse epoche della storia greca. Con essa furono descritti gli eroi dell’epoca omerica e al tempo stesso i grandi uomini politici dell’epoca delle città stato (Atene, Sparta).

Come si spiega che gli uni e gli altri fossero kalos kai agathos? Se kalos kai agathos è un guerriero vigoroso che ha cosparso di sangue il campo di battaglia, come può esserlo anche un politico esile che si impegna tutti i giorni per evitare il conflitto tra i cittadini e per alimentare la democrazia?

C’è una sola spiegazione: kalos kai agathos significa essere al tempo stesso di una bellezza divina e di una bontà mortale, in armonia con l’eternità e in sintonia con il momento presente. Parafrasando umilmente Immanuel Kant, belli in quanto in armonia con il cielo stellato sopra di noi e buoni in quanto in armonia con la legge morale dentro di noi.

Immortali e mortali.

Il guerriero combatte per la giusta causa e il politico prende le parti della giustizia: così entrambi sono buoni. Il guerriero e il politico, tengono entrambi la testa alta, lo sguardo rivolto all’orrizzonte, il petto aperto e la pancia leggermente retratta, quando si gettano l’uno nel campo di battaglia e l’altro nell’agora (la piazza dove si animava il dibattito tra i cittadini). Così entrambi sono belli.

Bontà e Bellezza: non si contraddicono pur contraddicendosi

I concetti di bellezza e bontà, non si contraddicano in teoria, tuttavia bisticciano spesso nella pratica! Ed è questo che rende la via del kalos kai agathos non priva di difficoltà.

Coltivare la bellezza richiede una quotidiana cura di sé, del proprio corpo, della propria mente. Al tempo stesso alimentare la bontà significa impegnarsi altrettanto quotidianamente nella cura degli altri e del mondo.

Quando si è giovani e ci si può ancora concedere di vivere la vita un pezzo alla volta, la soluzione sembra semplice: trovare un tempo per sé, in cui coltivare la bellezza, e un tempo per gli altri, in cui coltivare la bontà.

Con il passare del tempo, tuttavia, la vita si fa complessa e non è più così generosa. Da adulti lo sappiamo bene. Le giornate diventano un ring in cui ci sembra spesso di dover scegliere tra noi e gli altri, tra bellezza e bontà. Tuttavia, se scegliamo e scomponiamo la vita in noi e gli altri, stiamo rompendo il binomio kalos kai agathos, ci stiamo arrendendo.

Coltivare la bellezza interiore ed esteriore non significa crearsi due vite in cui essere nell’una belli e nell’altra buoni. Significa coltivare una sola vita in cui bellezza e bontà si alimentino l’un l’altra. Perché nessuno è bello come chi è profondamente buono e nessuno è buono come chi è veramente bello.

Coltivare la bellezza interiore ed esteriore non significa distinguere, ma confondere.

La via del kalos kai agathos è la terza via, in cui l’armonia con il cielo stellato sopra di me, non contraddice quella con la legge morale dentro di me.

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Purpose: quando i tuoi obiettivi aziendali non sono i miei

Il cliente vuole lavorare con persone che condividano il “purpose” del proprio brand: ma quanto impegno (e tempo libero) può legittimamente pretendere?

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Networking meeting

Va sempre più di moda il termine Purpose, che detto facile rivendica in un certo senso i valori del brand che persegue in ogni scelta strategica. I valori in ogni step aziendale. Ammirevole, non c’è che dire, tranne quando questo obiettivo diventa un atteggiamento un po’ inquinato dalle aspettative e quello che ti chiedono i tuoi clienti è crederci quando condividono con te gli obiettivi aziendali, senza però considerare l’impegno di tempo e occupazione che stanno pretendendo.

Non cercano solo un partner per la comunicazione (nel mio caso mi occupo di quello), ma tutti intimamente vogliono di più: vogliono qualcuno che creda nella loro missione tanto quanto loro.
Vogliono, anzi, esigono che sposi la causa.

Mi capita più o meno con buona parte dei clienti: i livelli di aspettativa sono diversi.

A tutti piacerebbe avere partner e fornitori che credono nelle stesse cose, o meglio: che credono in quelle del brand. Non valutano quali siano quelle di ciascuno, ti chiedono semplicemente di aderire al modello, ma non solo in termini di filosofia. No. Vogliono che ci spendi del tempo della professionalità possibilmente gratis, in generale per un fine che in realtà è lo sviluppo del loro brand, non un bene superiore. È un finto Purpose. Non è universale e utile. È il loro e serve a loro, ma giustificato da “è utile/ fa networking / ti può servire”.

Credici per far del bene al mio brand

Esatto: questa è l’aspettativa non dichiarata. Credici! Credi in questo fantastico percorso motivazionale, credi nella costruzione del networking sano, nel volontariato. Credici! Il cliente lo esige – ti organizza incontri, ti dice che c’è l’evento benefico da lui organizzato al quale si aspetta che tu partecipi come volontario. E sul quale poi dovrai fare networking utile a lui e condivisione social spesso utile più a lui che a te.

C’è il corso di formazione che ti regala col preciso fine di ottenere più competenza da te, c’è la cena mensile coi soci per cui si aspetta la tua presenza. Offre lui, ma tu ci devi essere per capire chi sono i concorrenti e vedere come va la presentazione e cosa c’è da migliorare.
C’è un ma in questa cosa: l’impegno da parte del professionista è appunto atteso come “dovuto e volontario”.

Dopotutto ti sto offrendo una cena, dopotutto ti sto regalando un corso, dopotutto ti sto dando la possibilità di fare un’esperienza di volontariato costruttiva ed edificante, non vorrai mica mancare?

La domanda è: questa crescita, questo obiettivo di costruire valore è utile a entrambi o solo al brand? Io, fornitore, quanto tempo ti aspetti che passi in queste cene/incontri/corsi/atti di più o meno libero arbitrio?

Grazie, ma scelgo io

Partiamo da un sunto tanto semplice quanto banale: se dovessi dedicarmi a tutti i clienti con lo stesso trasporto emotivo e lo stesso “crederci” che tutti vorrebbero, non avrei del tempo libero – passerei le giornate praticamente a lavorare gratuitamente, anche se il lavoro gratis è inteso come cene di PR, corsi di aggiornamento (utilissimi, eh, per carità), e “cose in cui credere e fare beneficienza”. E che in genere sono previste nei week end, o nelle serate, e comunque mai quantificate come tempo che una persona ti sta dedicando.

Te lo sto regalando / offrendo/ dando gratis, quindi?

Quindi il tempo che chiedete a un professionista di passare per una buona vostra causa è tempo che chiedete di avere per voi.
Non retribuito.

Io ho la mia azienda, il mio sogno e coltivo in mio senza aspettarmi che i miei fornitori ne facciano parte con lo stesso entusiasmo.

Non ho bisogno di innamorarmi della causa per fare un buon lavoro. Il mio essere professionista comprende già degli alti standard anche se non sto a immolarmi per la causa.
Se sono un vero professionista ci penserò io a pagarmi i corsi di formazione più utili e calibrati nel modo giusto sulla mia esperienza.
Idem il volontariato: sposo cause che sento nel profondo, non che mi vengono imposte.

Anche se chiedete a un professionista di partecipare per networking, per creare gruppo, per fare PR utili, comunque gli state chiedendo di impiegare gratuitamente del tempo per fare quello che serve soprattutto a voi. Perché il fine è qualcosa che torna a voi.
Se ne vale la pena o meno lo soppesa poi il professionista.

Una questione di buone relazioni?

Voi potete proporre, ma non aspettatevi per forza che dall’altra parte accettino. E se lo fanno non è detto che il ritorno dell’altro sia equo, probabilmente lo sta facendo più che altro per pura cortesia. È un modo cordiale per mantenere la relazione con voi.

Domandatevi: se gli chiedessi di lavorare gratis accetterebbe solo per la causa?
Ve lo dico: la risposta per la maggior parte dei casi è no.

Non offendetevi e soprattutto non pretendete adesione alla causa.
Pretendete alta professionalità. Questo sì. E se qualcuno vi dice che non ha tempo perché è andato a un corso di aggiornamento, apprezzatelo: lo sta facendo anche per voi, ma senza chiedervi un euro, investendo positivamente su se stesso.

 

Voi? Avete clienti che vi chiedono di aderire alle loro cause e alla loro Purpose strategy? Avete dovuto fare cose delle quali non vi è importato molto pur di “aderire” alle aspettative del cliente?

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