All’età di tre anni ho deciso di diventare vegetariano; in…
C’è stato un tempo in cui Purpletude si è fermato. Non per scelta consapevole, non per mancanza di idee. Si è fermato perché il mondo, improvvisamente, si è messo a urlare così forte che sembrava non ci fosse più spazio per un luogo che facesse domande. Per un luogo che perturbasse lo status quo.
Quando la pandemia ha colpito, ciascuno di noi si è leccato le proprie ferite. Alcuni in silenzio, chiusi in casa, chi riempiendo i giorni con progetti mai realizzati prima. Poi, poco alla volta, tutti abbiamo cominciato a fare altro. Il mondo si stava trasformando e, con esso, anche le nostre priorità.
E poi c’era un’altra ragione, ancora più sottile e quasi beffarda: molti dei temi che avevamo affrontato per anni erano d’un tratto diventati di attualità. Telelavoro, flessibilità, burnout, il senso di appartenenza a un’azienda o la sua totale assenza. Tutti ne parlavano. Improvvisamente, non sembrava più esserci bisogno di una voce che mettesse in discussione il sistema. Il sistema stava già crollando da solo, sotto il peso della realtà.
E invece eccoci qui, nel 2025, con l’impressione di essere tornati al 1985. Un’espansione russa che ridisegna i confini europei, gli Stati Uniti che si muovono solo per interesse proprio (più del solito), un’Europa sempre più frammentata. Il contesto geopolitico non è mai stato solo geopolitico: ha sempre avuto un impatto diretto su come lavoriamo, su come viviamo, su come immaginiamo il futuro.
E il futuro, quello che pensavamo di avere conquistato pezzo dopo pezzo, si sta lentamente dissolvendo. Diritti che sembravano assodati stanno venendo messi in discussione, la precarietà cresce, le illusioni della “nuova normalità” post-pandemia si stanno sgretolando. E, di nuovo, sembra esserci bisogno di una voce. O meglio: di più voci.
Perché non basta un osservatore solitario che racconti le distorsioni del mondo. Serve un coro, serve una comunità. Serve un luogo in cui si possa parlare di un altro modo di lavorare possibile, di un altro mondo possibile.
Purpletude torna per questo. Perché se una pausa può essere necessaria, il silenzio eterno non lo è mai.
E il mondo ha bisogno, ora più che mai, di chi lo disturbi.
Cosa ne pensi?
All’età di tre anni ho deciso di diventare vegetariano; in seconda elementare, la maestra ha convocato i miei genitori perché “non era normale” che un bambino conoscesse tutti i nomi dei funghi in latino; a 13 anni ho amato per la prima volta senza sapere che non era amore; a 15 ho smesso di fare decathlon perché odiavo la competizione; ancora minorenne, sono stato processato da una corte marziale. A 20 anni mi sono sposato e a 23 ho divorziato; a 25 anni dirigevo una start-up che ho fatto fallire; a 29 ho avuto la meningite, sono morto ma non ho saputo restarlo. A 35 anni sono stato padre di figli di altri. A 42 mi sono licenziato da un posto fisso, statale e ben pagato per fondare l’Agenzia per il Cambiamento Purple&People e la sua rivista Purpletude. A parte questo, ho 20 anni di esperienza nelle risorse umane, ho studiato a Ginevra, Singapore e Los Angeles, ho un master in comunicazione e uno in digital transformation e ho tenuto ruoli manageriali in varie aziende e in quattro lingue diverse: l’ONG svizzera, la multinazionale francese, le società americane quotate in borsa, la non-profit parastatale. Mi occupo soprattutto di comunicazione del cambiamento, di organizzazioni aziendali alternative e di gestione della diversità – e scrivo solo di cose che conosco, che ho implementato o che ho vissuto.

