All’età di tre anni ho deciso di diventare vegetariano; in…
C’è un’idea che sta guadagnando terreno in certi ambienti religiosi, filosofici e persino aziendali: l’empatia sarebbe pericolosa. Secondo alcuni studiosi e leader carismatici, immedesimarsi troppo nelle emozioni altrui può distorcere la verità, offuscare il giudizio e portarci a giustificare ciò che non dovremmo. Meglio la compassione, dicono. Quella sì che è una virtù, perché permette di aiutare senza “farsi coinvolgere troppo”.
L’errore di fondo: separare verità e umanità
Uno degli argomenti principali contro l’empatia è che ci rende emotivamente vulnerabili e suscettibili a decisioni irrazionali. Una roba da donne, come precisano alcuni pastori evangelici americani – giustificando il fatto che sia meglio se siano solo gli uomini a prendere le decisioni. Più razionali e meno volubili.
Paul Bloom, nel suo libro Against Empathy: The Case for Rational Compassion, sostiene che l’empatia può condurre a scelte morali ingiuste, poiché ci fa concentrare su singoli casi emotivamente toccanti anziché su soluzioni razionali ed efficaci per il bene comune. “L’empatia è come un riflettore che illumina una singola persona, lasciando il resto nell’ombra” scrive Bloom, suggerendo che essa può portarci a trattamenti iniqui e parziali.
Fritz Breithaupt, in The Dark Sides of Empathy, avverte che l’immedesimazione può condurre persino all’aggressività, quando porta a prendere le parti di una persona contro un’altra. “Spesso non ci limitiamo a sentire il dolore di qualcuno: lo facciamo nostro, e questo può trasformarsi in rabbia e vendetta.” Un esempio chiaro si trova nelle polarizzazioni sociali e politiche: quando ci identifichiamo con un gruppo, possiamo diventare ciechi alla sofferenza dell’altro.
Il paradosso: Gesù ha incarnato l’empatia
L’argomento religioso contro l’empatia è particolarmente curioso se consideriamo che Gesù stesso ne ha fatto uno dei cardini del suo insegnamento.
Gesù non si limitava a “provare compassione” da una distanza sicura. Piange per la morte di Lazzaro, si commuove davanti alle folle affamate, si avvicina ai peccatori senza condannarli a priori. Persino sulla croce, nel momento di massimo dolore (e, diciamocelo, di somma fregatura da parte degli uomini), pensa a chi gli sta accanto.
Se la verità deve essere difesa sacrificando l’empatia, allora perché Gesù ha mostrato così tanta empatia senza mai tradire la verità? Lo chiedo per un amico evangelico.
Il vero pericolo: un mondo senza empatia
Alcuni autori sostengono che l’empatia sia un’arma a doppio taglio. Simon Baron-Cohen, nel suo articolo The Perils of Empathy, suggerisce che essa può portare a favoritismi, impedendoci di essere equi nelle decisioni. Anche David Brooks, in The Limits of Empathy, avverte che “l’empatia, da sola, non è una guida affidabile per la moralità.”
Ma cosa accade se ci priviamo completamente di essa?
Più che temere l’empatia, dovremmo temere il suo contrario. Un mondo in cui non ci si immedesima più negli altri, in cui i problemi degli altri sono sempre “loro problemi”, in cui l’unico metro di giudizio è un codice di regole applicate senza alcuna comprensione.
Questo fenomeno lo vediamo chiaramente anche nella politica italiana, dove alcune figure tendono a minimizzare o addirittura osteggiare l’empatia in favore di un approccio più rigido e autoritario. Un esempio emblematico è la reazione di alcuni ambienti conservatori contro Papa Francesco.
Il Pontefice ha posto al centro del suo magistero la misericordia e l’accoglienza, sostenendo che la Chiesa deve essere “ospedale da campo” e che il compito dei cristiani non è giudicare, ma accompagnare. Eppure, proprio questa apertura è stata interpretata da alcuni come una minaccia alla dottrina. Quando Papa Francesco ha elogiato figure come Emma Bonino, nota per le sue posizioni progressiste, o ha insistito sull’importanza di accogliere i migranti, ha ricevuto aspre critiche. Alcuni esponenti della politica italiana e della Chiesa lo hanno persino accusato di “tradire il cristianesimo” per un eccesso di empatia.
Ma se il cristianesimo non è accoglienza e comprensione, cosa rimane? Una religione di regole vuote? Un codice senza anima? Chiedo per un amico cattolico.
L’empatia nelle aziende: valore o debolezza?
Questa stessa tensione tra rigidità ed empatia si riflette anche nella cultura aziendale. Per anni, molte organizzazioni hanno privilegiato un modello di leadership basato sulla performance, sull’efficienza e sull’autorità. Mostrare troppa empatia poteva essere visto come una debolezza, un segnale di indecisione o di scarso controllo sulla squadra.
Ma è proprio questa mancanza di empatia che ha creato ambienti tossici, aziende in cui i dipendenti si sentono numeri invece che persone, in cui il benessere è sacrificato in nome dei risultati. Secondo uno studio di Harvard Business Review, le aziende che promuovono una leadership empatica hanno livelli di engagement e produttività più alti. Eppure, molte imprese faticano ancora ad accettare l’idea che una cultura empatica non significa perdere il controllo, ma rafforzare la coesione interna.
Nelle organizzazioni prive di empatia, si crea un clima di paura e competizione sfrenata. Il burnout diventa la norma, la comunicazione si riduce a ordini e direttive, e il turnover cresce. Questo non è un problema di produttività: è un problema di umanità.
Le aziende che invece coltivano l’empatia non lo fanno per buonismo, ma perché hanno compreso che il vero valore di un’organizzazione sta nelle persone. L’empatia non è “perdere tempo” con i problemi altrui, ma capire cosa motiva realmente i membri del team, come far emergere il loro potenziale, come costruire un ambiente di fiducia reciproca.
Il punto non è evitare l’empatia, ma usarla bene
In un contesto socio-politico in cui l’empatia viene soppressa, emergono dinamiche che favoriscono la diffusione della responsabilità e il pensiero di gruppo. La diffusione della responsabilità porta gli individui a sentirsi meno responsabili delle proprie azioni all’interno di un gruppo, mentre il pensiero di gruppo privilegia il consenso rispetto all’esame critico delle decisioni.
La mancanza di empatia può anche portare al disimpegno morale, dove le persone si concentrano esclusivamente sugli aspetti funzionali del proprio lavoro, trascurando le implicazioni etiche delle loro azioni. E qui ci sarebbe da parlare per ore della differenza tra moralità e morale…
Inoltre, la mancanza di empatia può portare a una società più individualista e meno coesa, dove le relazioni interpersonali diventano superficiali e meccaniche, mancando di quella profondità emotiva fondamentale per costruire un clima di fiducia e cooperazione.
Pertanto, mentre alcuni possono vedere nell’empatia una minaccia alla moralità o alla leadership, essa rappresenta in realtà un antidoto al moralismo sterile e alla cultura aziendale tossica. L’empatia consente di bilanciare giustizia e umanità, fermezza e dolcezza, decisione e comprensione. Il punto non è evitare di provare empatia, ma utilizzarla in modo consapevole, integrandola con discernimento, senso critico e principi etici solidi.
Cosa ne pensi?
All’età di tre anni ho deciso di diventare vegetariano; in seconda elementare, la maestra ha convocato i miei genitori perché “non era normale” che un bambino conoscesse tutti i nomi dei funghi in latino; a 13 anni ho amato per la prima volta senza sapere che non era amore; a 15 ho smesso di fare decathlon perché odiavo la competizione; ancora minorenne, sono stato processato da una corte marziale. A 20 anni mi sono sposato e a 23 ho divorziato; a 25 anni dirigevo una start-up che ho fatto fallire; a 29 ho avuto la meningite, sono morto ma non ho saputo restarlo. A 35 anni sono stato padre di figli di altri. A 42 mi sono licenziato da un posto fisso, statale e ben pagato per fondare l’Agenzia per il Cambiamento Purple&People e la sua rivista Purpletude. A parte questo, ho 20 anni di esperienza nelle risorse umane, ho studiato a Ginevra, Singapore e Los Angeles, ho un master in comunicazione e uno in digital transformation e ho tenuto ruoli manageriali in varie aziende e in quattro lingue diverse: l’ONG svizzera, la multinazionale francese, le società americane quotate in borsa, la non-profit parastatale. Mi occupo soprattutto di comunicazione del cambiamento, di organizzazioni aziendali alternative e di gestione della diversità – e scrivo solo di cose che conosco, che ho implementato o che ho vissuto.







