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Insegnare a immaginare (o la scuola che ancora non c’è)

Insegnare a immaginare (o la scuola che ancora non c’è)

Enrico Chiari
Insegnare a immaginare (o la scuola che ancora non c'è)

Se si crede con passione in una cosa che non esiste ancora, la si crea. Quello che non esiste è quello che non abbiamo ancora desiderato abbastanza.

Zorba il greco 

Nella lingua di terra in cui sono cresciuto, la maggior parte delle persone che conosco non è stata educata a immaginare.

Le competenze principali che sono state insegnate loro sono: leggere, scrivere, fare i calcoli, rispondere alle domande degli insegnanti, completare in tempo e nel modo migliore possibile i compiti in classe (preferibilmente per gli studenti, quelli a crocette e coi voti a manica larga).

Attenzione: potrebbe sembrare, ma il post non appartiene alla categoria delle supercazzole.

L’immaginazione invece no, non è stata insegnata. Perché “l’immaginazione non è una materia”, si sarebbe detto nel 20° secolo.

Peccato che lo sia invece. E pure fondamentale, per sopravvivere in questo mondo del lavoro.

Immaginare no, imparare sì

L’immaginazione la si può usare a proprio vantaggio, oppure a vantaggio della sfiga che si abbatte su di noi. Nel secondo caso, alla base delle sfighe c’è:

  • l’immaginazione degli eventi indesiderati.
  • la narrazione verbale degli eventi indesiderati.
  • l’aggiunta masochistica di frasi tipo “vedrai che andrà così”.

Poi c’è l’altro tipo di immaginazione, quella cioè usata con creatività e con potere. Questa rappresenta un requisito essenziale di quelli che poi chiamiamo ‘eventi fortunati’.

E proprio come la storia e la letteratura, la si può apprendere negli ambienti scolastici.

Sì… solo che te la insegnano nei sogni.

Le 3 parti della scuola dei nostri tempi

Nella scuola che tu e io abbiamo frequentato, si è sempre data grande importanza ad imparare le cose.

Ad essere sincero, ricordo che qualcuno – nel mondo degli adulti – metteva in dubbio che alcune di quelle materie servissero davvero nel concreto (ponendo l’attenzione sullo scopo dell’apprendimento).

Tra i “grandi”, non ricordo però nessuno che abbia mai messo in dubbio i metodi di insegnamento che venivano usati. Cioè ho la sensazione di essere cresciuto nella statiticità formativa in stile top-down. E questo, qualche conseguenza a me (ma anche a te) l’ha generata.

Nella scuola che ho frequentato io, la parte emotiva dell’apprendimento era una dimensione sconosciuta dai dirigenti scolastici e dagli insegnanti.

La parte gerarchico-ordinatoria era una dimensione semplicemente inevitabile.

La parte riguardante l’immaginazione e la creatività dei singoli studenti, invece, andava tenuta costantemente sotto controllo in quanto pericolosa.

La pericolosa attitudine di essere originali

L’attitudine a essere originali è stata sempre vista come pericolosa perché in grado – per le autorità educative – di generare imprevisti.

E gli imprevisti, lo sanno pure i sassi, non sono conformi né ai piani, né ai programmi, né alle direttive, né ai regimi.

Quando io e te andavamo a scuola, qualunque giovane che uscisse dai confini delle modalità prestabilite, doveva essere riportato nei ranghi.

Ed era per questo – per fare un esempio classico – che dovevamo sempre colorare dentro i bordi. Perché i bordi erano confini, cioè cortine di ferro. Confini che poi diventavano mentali. E alla lunga, anche letali.

Per la netta maggioranza degli insegnanti, infatti, il pericolo che qualche studente potesse iniziare a fare le cose “a modo suo” era ritenuto eversivo.

L’educazione che voglio (no, non ho detto vorrei)

Io non sono un sostenitore dell’educazione alla “ognuno come gli va”.

Sono a favore di modalità educative che siano strutturate per trasmettere la consapevolezza del rispetto di ruoli, di tempi, di ritmi. Il tutto all’interno di condizioni, circostanze, emozioni, squilibri e talvolta emergenze.

Ma sono a favore di un’educazione che è ancora in minoranza. Di un’educazione, cioè, che aiuti le persone ad accorgersi. Accorgersi per stupirsi, farsi venire dei dubbi e cercare interpretazioni di realtà, senza considerarle mai universi di verità.

Questo per me è lo scopo dell’educare, che sto immaginando di contribuire a creare.

Grazie a un’educazione olisticamente intesa, le persone possono essere supportate nel:

  • riconoscere un proprio senso di disciplina personale.
  • costruire un proprio metodo di autogestione dei compiti.
  • allenare una responsabilità personale verso le conseguenze generate dalle nostre azioni.

Est modus in rebus

Il genio degli esseri umani necessita di squilibrio e anche di incomprensione. Ma alla lunga, c’è sempre la necessità di una misura nelle cose. Anche nel genio. Altrimenti, rimane incompreso o alienato.

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tagliare il problema

E per l’educazione credo sia lo stesso.

L’educazione occidentale degli ultimi 200 anni è stata totalmente squilibrata verso quattro elementi costanti:

  • obbligo
  • divieto
  • ricatto
  • controllo

Nel mio (libero) pensiero e nella mia azione, mi batto contro l’omologazione che tratta le persone come fossero prodotti che escono da una catena di montaggio.

Perché questo modo di intendere e attuare l’educazione annichilisce la genialità che si trova nella diversità di espressione del singolo.

Questa educazione annulla le due principali competenze che dovranno avere i tuoi figli e i tuoi nipoti, per sopravvivere non solo nel mondo del lavoro ma anche nelle comunità sociali in cui vivranno.

Sto parlando della capacità di…

1. Avere un pensiero critico sulle ‘cose’ del mondo.

E ciò, in un mondo folle che cerca docili fedeli, significa essere dei MALADJUSTED (cioè disadattati).

2. Porre (e porsi) domande a risposte che non sono soddisfacenti per la realtà reale.

E quindi, in un mondo frenetico che vuole solo risposte, essere degli ASKER (cioè domandatori).

Quello che io e te ci diciamo da un po’.

E che ci ricorda, col sorriso, Brian Oshiro. 

 

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