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Non mi viene da postare: Gen Z e social media, tra stanchezza, fuga e migrazione

Non mi viene da postare: Gen Z e social media, tra stanchezza, fuga e migrazione

  • Cambia il modo in cui si usano i social: dal palcoscenico al consumo passivo
  • La stanchezza digitale è reale, ma convive con ore e ore di scrolling quotidiano
  • La migrazione verso comunità chiuse e piattaforme senza follower è già in corso — e il marketing l'ha già scoperta
I giovani sono stanchi dei social?

Nel mio poco tempo libero scrivo e produco musica che vende poco. Una canzone in particolare sta andando veramente male, nonostante KALIMERA, la cantante, abbia tutte le carte in regola. Ho notato però che la sua presenza social è quasi pari a zero. Gliel’ho fatto notare. “Lo so”, mi ha risposto, “è che proprio non ci penso a postare. Non mi viene.”

Sofia, in arte KALIMERA, è del 1998.

Per me è stata una sorpresa vera. Non il tipo di sorpresa che si dimentica in dieci minuti, ma piuttosto quella che ti fa cominciare a fare domande. Perché se una ragazza di ventisei anni, cresciuta con lo smartphone in mano, non sente il bisogno istintivo di stare sui social, forse la storia che ci raccontiamo su quella generazione e le piattaforme digitali è più complicata di come sembra.

Così ho cominciato ad approfondire il rapporto tra Gen Z e social media: tra stanchezza dichiarata e nuove abitudini digitali che nessuno ha ancora del tutto mappato.

Il paradosso dei numeri

Cominciamo dai dati, perché i dati in questo caso sono già una storia da raccontare.

La Gen Z spende in media 4,5 ore al giorno sui social media. Non è poco ed è in crescita rispetto all’anno precedente. Eppure un’analisi condotta su 250’000 adulti in più di 50 paesi mostra che il tempo medio trascorso sulle piattaforme social è calato di quasi il 10% dal 2022, con una contrazione particolarmente pronunciata tra teenager e ventenni.

Come si tengono insieme queste due informazioni? Facilmente, a patto di smettere di usare “social media” come se fosse una categoria omogenea.

L’89% dei Gen Z usa Instagram, l’84% YouTube, l’82% TikTok. Numeri che non assomigliano affatto a quelli di una generazione in fuga. Eppure quasi un terzo dei Gen Z britannici ha eliminato almeno un’app social nell’ultimo anno. E il 52% dichiara di aver tentato di smettere con i social nel corso del 2025.

Tentato. Non smesso. Tentato.

Il dato più preciso di tutti, però, è questo: il 62% dei Gen Z dichiara di voler passare meno tempo sui social, ma continua a usarli. Non è contraddizione. È la struttura esatta di qualsiasi tensione consapevole tra quello che vogliamo fare e quello che facciamo.

Non è una fuga. È una migrazione.

Quando si parla di Gen Z e social media, la lettura più comune del fenomeno è banalizzante. Non stiamo assistendo a un abbandono dei social da parte delle nuove generazioni. Stiamo assistendo a un cambio radicale di come li usano.

I social stanno progressivamente perdendo la loro natura “sociale” a favore di un utilizzo da “media”. E a confermarlo è proprio la Gen Z: l’utilizzo si fa meno attivo, più nascosto: passivo, ma comunque presente.

La distinzione è cruciale. Per comprenderla fino in fondo, bisogna separare due modelli d’uso che le piattaforme hanno sempre mescolato volutamente insieme: il social come palcoscenico (dove si pubblica, si costruisce un’identità, si compete per catturare l’attenzione) e il social come divano (dove si scorre, si guarda, si consuma in silenzio, e a limite si commenta con gli amici, nel modo in cui i miei genitori guardano i pacchi in “Affari tuoi”).

La Gen Z sta progressivamente abbandonando il primo e abbracciando il secondo. Non Instagram in sé, ma Instagram come vetrina di sé. Non TikTok come piattaforma di espressione, ma TikTok come televisione portatile. Il numero di 12-15enni che dichiara di postare tutto sui social è calato del 15% dal 2021.

Parallelamente, cresce l’uso di piattaforme che non richiedono identità pubblica: Discord, Substack, Reddit: ambienti chiusi, comunitari, dove la logica del follower non esiste o conta meno. Il 50% della Gen Z usa Discord; Reddit è in crescita, con i giovani che ne guidano l’adozione nei settori dei meme, della finanza e della tecnologia.

Non è disintossicazione. È specializzazione. Come chi smette di mangiare al ristorante ogni giorno non perché abbia più fame, ma perché ha capito che stava pagando per l’esperienza di sembrare qualcuno che mangia fuori.

Vale la pena notare, però, che questa migrazione è già stata intercettata. Proprio oggi ho visto un annuncio di Anthropic, la società che sviluppa Claude AI, in cerca di ambassadors. Nel descrivere il profilo ideale, quando parlano di “essere attivi nella propria comunità”, citano esplicitamente Discord, Reddit e X. Il rifugio dall’economia dell’attenzione è già diventato il prossimo campo di battaglia dell’economia dell’attenzione. Le piattaforme cambiano; la logica no.

La stanchezza è reale. Il perché, un po’ meno.

Detto questo, la stanchezza c’è. Ed è documentata.

Il 73% dei Gen Z dichiara di sentirsi digitalmente esausto; eppure trascorre circa 7 ore al giorno a guardare contenuti online. Questo numero andrebbe incorniciato e appeso nelle sedi di Meta, TikTok e YouTube. Non perché sia sorprendente, ma perché descrive con precisione un meccanismo che conosciamo bene anche fuori dai social: la stanchezza non sempre ferma il comportamento che la produce.

Oltre il 40% dei Gen Z riferisce di sentirsi mentalmente svuotato dopo sessioni prolungate di scrolling. Ma lo scrolling continua. E questo ha a che fare con il design di queste piattaforme, costruite per ridurre l’attrito, abbassare la soglia di accesso, rendere il “ancora un po’” la scelta di default. Ma anche, più semplicemente, con il fatto che il tempo libero vuoto è scomodo per chiunque, a qualsiasi età (per me no, apprezzo la noia sopra tutto — ma sono un tipo un po’ strano, pare).

L’Oxford University Press ha nominato “brain rot” parola dell’anno nel 2024: un termine che descrive il decadimento cognitivo causato dall’eccessivo doomscrolling e dalla saturazione digitale. Una parola dell’anno che descrive ciò che ti fa quella stessa parola. C’è qualcosa di abbastanza circolare, e abbastanza preciso, in tutto questo.

Allora perché la narrazione del “giovani che abbandonano i social” è così popolare?

Perché è comoda per quasi tutti.

Per le generazioni più vecchie, conferma un sospetto rassicurante: che la dipendenza dai social fosse una fase, che i giovani stiano “tornando alla realtà”. Per i giovani stessi, è una narrativa identitaria attraente: dire che stai riducendo i social è diventato un gesto di distinzione, come usare una fotocamera analogica o leggere libri di carta (così Emily Brontë!). Essere offline sta diventando un lusso percepito, in un mondo dove tutti sono perennemente connessi.

Per le piattaforme, paradossalmente, questa cosa va anche bene: se la narrazione pubblica è “sto usando meno i social”, nessuno nota che li stai usando diversamente, e in modi che per le piattaforme sono spesso più redditizi. Un utente che guarda passivamente per tre ore genera più dati e più revenue pubblicitaria di uno che posta attivamente per venti minuti.

Tre cose che potrebbero cambiare (o forse stanno già cambiando)

Se il modello si sta spostando dal social-palcoscenico al social-televisione, alcune cose possono cambiare in modo piuttosto profondo.

La prima riguarda l’identità. I social relazionali, quelli costruiti sulla pubblicazione, sul confronto, sul feedback, avevano un effetto preciso sulla costruzione del sé nei giovani: amplificavano il bisogno di approvazione esterna, ma anche la capacità di narrarsi. Il consumo passivo tende a produrre qualcosa di diverso: meno ansia da prestazione, forse, ma anche meno strumenti da utilizzare nella costruzione della propria immagine. Guardi ciò che l’algoritmo decide che tu veda, senza nemmeno il filtro dell’identità pubblica a mediare. Se questo sia meglio o peggio dipende da cosa si perde e da cosa si guadagna. E la risposta non è uguale per tutti.

La seconda riguarda l’informazione. Il 41% dei Gen Z si rivolge prima ai social media quando cerca informazioni, superando i motori di ricerca tradizionali. Se la piattaforma preferita diventa sempre più un flusso passivo, l’informazione tende a non essere cercata: viene ricevuta. La differenza non è piccola, anche se va detto che molti Gen Z usano TikTok in modo tutt’altro che passivo, come vero e proprio motore di ricerca attivo. Le due modalità coesistono, e non sempre in conflitto.

La terza riguarda le piattaforme stesse. Il 2025 ha segnato un punto di inflessione: i social hanno raggiunto la maturità numerica ma stanno vivendo una crisi di identità funzionale. Non sono più solo strumenti di connessione, ma infrastrutture di commercio, informazione, intrattenimento e formazione dell’identità. Stanno diventando, in pratica, l’infrastruttura generale del tempo libero digitale, e questo li rende molto meno sostituibili di quanto la narrativa del “giovani che abbandonano” farebbe pensare.

Quello che i dati non dicono

C’è una cosa che nessuna statistica riesce a catturare bene, ed è la qualità dell’esperienza.

Puoi misurare il tempo, puoi misurare il numero di post, puoi misurare il tasso di detox. Non puoi misurare facilmente quanto quella generazione abbia introiettato la logica delle piattaforme: la metrica, il confronto, la performance (i like!) anche quando non è online. Non puoi misurare se il disincanto verso i social sia una presa di distanza critica o semplicemente la forma che prende la saturazione quando non ha più energia per produrre contenuti. Ed è forse questo il limite di ogni analisi sul rapporto tra Gen Z e social media: i dati fotografano i comportamenti, non le intenzioni.

Sofia non posta perché non ci pensa. Non perché abbia deciso di non farlo: semplicemente non le viene. È la risposta più onesta che potessi ricevere, e forse la più rivelatrice. Non è una scelta ideologica contro le piattaforme. Non è stanchezza dichiarata. È solo che la logica del “esisti se posti, conti se hai follower” non le è mai entrata davvero.

E questo, più di qualsiasi statistica, mi sembra il segnale più interessante: i social non stanno morendo. Stanno cambiando pelle. E la pelle nuova è meno visibile, meno rumorosa, ma non necessariamente meno presente.

E tu? Che social utilizzi?

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