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Scendo in piazza. No, tu, no (argomenti contro e a favore)

Scendo in piazza. No, tu, no (argomenti contro e a favore)

Daniela Cadeddu
Scendere in piazza

Manifestare, protestare, scendere in piazza: da Hong Kong a Minneapolis, da Roma a São Paulo, nelle ultime due settimane le persone hanno sfidato le misure anti-Covid in almeno 50 Paesi del mondo e in tutti i continenti. Lo hanno fatto per ragioni diverse, essenzialmente politiche e sociali.

Alcuni osservatori rivedono nei movimenti a volte spontanei, a volte organizzati via social, un risorgere degli anni della rivoluzione studentesche del 1968. Forse perché si vedono molti giovani a questi eventi, sulla scia di una maggiore sensibilizzazione nata con i Fridays for Future dell’attivista Greta Thunberg.

Un argomento controverso

Oggi come allora, l’utilità – o addirittura la legittimità – di occupare il suolo pubblico per sostenere una causa divide l’opinione pubblica. Così come ha diviso la Redazione di Purpletude, portandoci a fare una scelta: affrontare il tema da due punti di vista differente.

Quello che segue è il risultato di un confronto tra due persone diverse (per genere, età, residenza, …), iniziato con uno scherzoso scambio di battute sul gruppo della redazione e culminato nell’intenzione di raccontare le proprie diverse opinioni; per scoprire che i punti di incontro sono tanti quanto quelli di distanza e aprire alla riflessione e alla costruzione di una ‘terza alternativa’, nella quale entrambe le parti vincono senza rinunce.

Perché scendere in piazza?

Perché penso che lamentarsi di ciò che non piace dal divano di casa propria non serva. Perché penso che, se credi fortemente in qualcosa (idee, valori, proposte), devi metterci la faccia, e le gambe. Perché trovarsi tra persone che condividono idee e valori – per me – è entusiasmante. Riunirsi in una piazza, iniziare una lenta marcia per raggiungerne un’altra, chiacchierando con persone sconosciute, a volte unendosi a cori, è una festa. Una festa aperta a tutt* coloro che condividono il perché è stata organizzata. Quasi sempre, almeno.

La questione della violenza

Non mi nascondo che a volte e per qualcuno è una scusa per causare scontri e compiere atti vandalici, criminali, che non ho mai giustificato. Mi è capitato di finirci in mezzo, mio malgrado. Nel 1990 partecipai al movimento studentesco che si opponeva alla prima guerra del Golfo. Ero una liceale piena di entusiasmo e ideali, e andai al corteo convinta di rappresentare i valori universali della pace, della fratellanza e della non violenza. L’accoglienza non proprio festosa delle forze dell’ordine, in tenuta antisommossa e con i manganelli in bella vista, avrebbe dovuto farmi sorgere qualche sospetto. Ma a 16 anni hai l’incoscienza e il senso di onnipotenza a offuscarsi la vista. Poco dopo, a offuscarmi la vista furono i lacrimogeni. Più avanti, lungo il corteo, quelli che ora chiamano ‘black block’ avevano rovesciato e dato alle fiamme dei cassonetti lungo la strada. La reazione della polizia fu immediata: lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo ed elicotteri a bassa quota per diffondere più velocemente il gas. In cinque minuti, siamo passati dall’arcobaleno delle bandiere della pace al grigio del fumo dei cassonetti mischiato a quello dei lacrimogeni. Era inverno, e il primo istinto fu di alzare cappucci e sciarpe per proteggere naso e occhi. Solo che in quel modo somigliavamo tutt* ai delinquenti che avevano scatenato lo scontro e i poliziotti hanno iniziato a manganellare a caso. Ricevetti un colpo secco, preciso, dietro le gambe, che mi fece cadere in ginocchio. Ricordo di aver pensato: “ora arriva il secondo”. Quello dietro la schiena, che ti blocca per un istante il respiro e ti fa sdraiare a terra. Chiusi gli occhi chiedendomi: “che c’entra tutto questo con la pace?” Per mia grande fortuna, un amico – che fisicamente è il doppio di me – mi sollevò da terra e mi portò in braccio lungo una scalinata e lontana dai disordini.

Questi sono gli episodi che giustificano chi si oppone alle manifestazioni e, se ripenso a quel giorno, non so dar loro torto.

Il lato festoso

Ma poi ci sono giornate come un anno fa, precisamente il 27 settembre scorso, a Roma.

Migliaia di persone, giovani e anziane, famiglie con bambin*; una grande festa a favore del Pianeta e delle generazioni future, per impegnarci a fare il nostro per interrompere il circolo vizioso che ci sta portando a impoverire il Mondo delle sue risorse naturali e per chiedere ai governi di fare la propria insieme a noi.

Un lungo carosello di colori e musica, facce sorridenti, striscioni ironici e proposte costruttive.

Perché NON scendere in piazza?

Escludendo i benefici strettamente individuali, che sono comprensibili e riguardano la spinta a mettersi in gioco e la voglia di condividere un sentimento con altre persone, ci sono almeno due buoni motivi per cui essere guardinghi a proposito di manifestazioni dal punto di vista degli obiettivi “sociali”.

1. Manifestare equivale a semplificare

Magari genuinamente, direi anche dichiaratamente, ma è una chiara forma di semplificazione. Scendere in piazza per un mondo più sostenibile è un messaggio scritto in una lingua semplice, non si trascina ragionamenti su cose complesse su come sia possibile compensare le esternalità negative date dall’inquinamento, o tenere insieme questa sostenibilità in un mondo globalizzato che genera ricchezza (magari distribuendola male, ma la genera). Manifestando si esprime un desiderio, forte, che non può essere per natura articolato in una marea di subordinate che rischierebbero di annacquarne il significato. È un po’ come per le statue.

2. Specificità e i mezzi: molte manifestazioni sono non-specifiche

Manifestare contro il razzismo non significa nulla. Manifestare per una riforma della polizia significa qualcosa. La specificità degli obiettivi è collegata ai mezzi per raggiungerli: riformare la polizia come? Con quale maggioranza? Con quali confini? Con quali impatti sulla sicurezza? Ecco, manifestare è una forma per indicare un desiderio, un obiettivo, ed è condivisibile quando è specifico. Il punto però è come lo si può raggiungere, quell’obiettivo, con quali mezzi. Spesso si manifesta per un obiettivo, trascurando i mezzi per conseguirli, il che non è un limite da poco.

Manifestare è efficace?

Credo che l’efficacia delle manifestazioni sia direttamente proporzionale all’intenzione della politica istituzionale (Parlamento, Governo, Amministrazioni locali) di lasciarsi influenzare.

A volte la manifestazione è un alibi per scelte incoerenti, per passi indietro e di lato che sono difficili da motivare al proprio elettorato, per misurare il consenso. Le centrali nucleari in Italia non sono più state costruite e mi piace pensare di aver contribuito a questo risultato. La nuova Commissione Europea, insediata nel dicembre 2019, ha nel suo programma il “Green New Deal”, ovvero un esteso piano d’azione e di aiuti a favore dell’ambiente. D’altra parte, l’Italia ha partecipato a entrambe le guerre del Golfo, e a molte altre.

Le ragioni dell’ascolto

La differenza, credo, risiede nel fatto che il tema delle centrali nucleari era molto controverso (tra il 1982 e il 1990 – anno in cui il progetto fu definitivamente abbandonato – ci fu un referendum che bloccò i lavori e a cui parteciparono molte più persone di quante fossero in strada) e il tema della sostenibilità ambientale è ormai improrogabile come dimostrato da numerosi studi (alcuni dei quali avviati e pubblicati già negli anni ’70) e stigmatizzato dall’Agenda 2030 dell’ONU.

Di converso, l’Italia – pur ripudiando “la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 11 Cost.) – sa che non può partecipare al business della ricostruzione senza essersi sporcata le mani con la distruzione.

E questo a non voler considerare che siamo il nono Paese nel Mondo (e il quinto in Europa) per produzione e commercializzazione di armi e mezzi militari.

Per intenderci, durante il lock down, le industrie belliche sono rimaste in funzione perché considerate produzioni strategiche ed essenziali.

Manifestare NON è efficace!

Parlare di efficacia in senso generale non significa molto, mentre ha senso parlare di efficacia rispetto ad un obiettivo. Bisognerebbe quindi mettersi d’accordo sul punto precedente, e cioè sul perché si manifesta.

Restando sul filone delle ragioni sociali (e non individuali o di appartenenza), uno studio effettuato sui movimenti di protesta statunitensi dal 1975 al 1995 ha provato a indagare il fenomeno, segmentando per perimetro (interno o internazionale) e profilo (alto o basso, a seconda della strategicità degli interessi messi in discussione) dei tre movimenti principali che hanno attraversato gli USA in quegli anni: fronte anti-nucleare, fronte ecologista, fronte pacifista.
Le conclusioni di questo studio suggeriscono che questi movimenti sociali abbiano avuto un impatto scarso, se non nullo, in termini di orientamento delle politiche o degli investimenti, salvo laddove siano riusciti a creare una forte alleanza politico-istituzionale oltre che una rilevante connessione con l’opinione pubblica.

Chiaramente è difficile generalizzare questo argomento, ma è chiaro che se attorno alle attività dimostrative non si costruisce una rete di azioni concrete, di lobbying, programmatiche, c’è il forte rischio di innescare fuochi di paglia poco sostenibili. Il fenomeno delle “sardine” potrebbe essere un esempio di questo ragionamento.

Protestare è giusto?

È giusto che un manipolo di gente faccia pressioni talmente significative da cambiare le decisioni di un Parlamento legittimamente eletto?

In termini generali, penso di sì.

Del resto, godiamo di una democrazia rappresentativa; perciò le scelte dei politici devono tenere conto delle opinioni dei cittadini e delle cittadine, anche di chi non li ha votati.

Non posso, però, fare a meno di applicare due distinguo che attengono al quando e al come. Per farlo utilizzerò un esempio molto controverso, fuori e dentro di me: la TAV.

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Il quando è importante…

Penso che l’Italia, all’epoca, non avrebbe dovuto aderire. So che collegarci alla principale arteria ferroviaria d’Europa è strategico, ma penso anche che avremmo dovuto trovare un altro varco, senza distruggere una montagna e l’ecosistema circostante. Ma ormai è fatto. La montagna è stata bucata, l’ambiente naturale danneggiato, e fermarsi non cancellerà questa situazione.

A questo punto, ha senso andare avanti, per quanto sia doloroso, perché l’alternativa sarebbe: aver buttato un’enorme quantità di denaro, dover pagare multe pesanti, essere tagliati fuori da un’arteria strategica per il trasporto europeo su ferro e – soprattutto – continuare con l’insano uso italiano del trasporto su gomma (invece che, per esempio, via mare) con impatti ambientali ed economici che non possiamo più sostenere.

Aveva senso opporsi trent’anni fa: oggi è inutile e dannoso.

…e anche il come è fondamentale

Con riferimento al come, non condivido le azioni di sabotaggio né le aggressioni alle forze dell’ordine che presidiano i cantieri.

Danneggiare un bene pubblico (che vuol dire comune, cioè di tutt*) e usare violenza sono, dal mio punto di vista, due ottimi modi per perdere qualunque ragione e avere semplicemente torto.

Non importa più quali siano le sacrosante motivazioni di fondo, il modo in cui si esprimono toglie loro ogni valore e giustificazione.

Protestare è giusto; ma è anche opportuno?

Che manifestare sia un diritto di espressione sacrosanto è fuori discussione. Qui stiamo ragionando sull’opportunità. Chi viene eletto deve fare gli interessi del Paese, non dei propri elettori: è vero. Ma il bilanciamento tra la propria visione e professionalità politica, la spinta della propria base elettorale e le istanze delle opposizioni è un meccanismo molto complesso, che peraltro ha regole e sedi proprie (banalmente il Parlamento, ad esempio). Altrimenti diventa difficoltoso prendere decisioni facendosi influenzare da chi manifesta, ciascuno per le proprie ragioni (individuali o sociali) e le proprie sfumatura.

Esiste già un metodo per saggiare in maniera oggettiva (la più oggettiva che riusciamo a garantire oggi): si chiama referendum. La domanda è uguale per tutti, le opzioni tra le quali scegliere anche.

Nel pezzo già citato a proposito delle statue c’è un passaggio illuminante su questo:

[…] per come funzionano democrazie e regole, la si prende in modi democratici e secondo le regole. Perché chi altro può decidere che quell’informazione sia sbagliata, se non una volontà popolare democratica, espressa attraverso le regole della rappresentanza?

Manifestare: sì, no, forse

Tirando le somme, quindi: manifestare sì o no? La risposta è: dipende.
Ma questo potevate aspettarvelo.

Ciascuno è libero di mettersi in gioco al servizio di una causa, ma è utile essere consapevoli di alcune dimensioni:

  1. perché lo si fa: la motivazione è importante, che si tratti di ragioni strettamente personali o più proiettate verso la collettività, fare in modo che sia sempre una libera scelta e che si possa altrettanto liberamente scegliere di non aderire.
  2. quali risultati ci si aspetta: rivendicare un’istanza è importante, ma far accadere le cose è più complesso. Un possibile delta tra queste due variabili è da preventivare. È una questione di responsabilità: se si fa pressione per ottenere qualcosa, poi – per coerenza – non ci si può lavare le mani dei risultati;
  3. quali condizioni a contorno ci sono. Ovvero tenere conto degli effetti che la realizzazione della propria istanza ha sulla collettività, senza fermarsi ai propri egoismi, nemmeno se li si chiamano ideali.

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