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L’oggettività nei social: quella sconosciuta

L’oggettività nei social: quella sconosciuta

Matteo Maini
L'oggettività nei social: quella sconosciuta

Oggettività: “Imparzialità, obiettività: esaminare, giudicare con oggettività.” (Treccani)

Parole molto semplici, banali eppure sempre più lontane dalla galassia dominata dai social network.

Noi e i social

Ognuno/a di noi, sulle piattaforme sociali, scrive, si esprime, commenta, clicca sul famoso “Like” rilasciando così una piccola fetta del nostro essere, che permette di far capire a tutti/e chi siamo, quali sono i nostri gusti e i nostri obbiettivi.

Oltre a questo, anche se fa parte di quei discorsi già risaputi, permette alle stesse aziende private come Facebook, Twitter, YouTube ecc. di lucrare dando i nostri dati al miglior offerente, ma su questo non mi soffermo, ne abbiamo già parlato nell’articolo “Il nuovo petrolio che infiamma la rete (e ci sei anche tu)“.

Quindi all’interno di questi siti la nostra soggettività domina, ci facciamo condizionare da quello che sentiamo nella nostra pancia piuttosto che dal cervello e scriviamo tutto quello che ci salta in mente proprio in quel momento, ignari (o incoscienti?) che possa arrecare danno o disturbo a qualcun altro o altra.

Ma cosa fare quando sono i politici o le persone di rilievo nella società ad utilizzare la soggettività? Il loro commentare in maniera negativa o positiva nelle loro pagine che effetto ha sulle nostre opinioni?

Se lo fa lui/lei, allora anche io mi sento autorizzato a buttare la mia cattiveria – o benevolenza, più raramente – sulla tastiera.

Trump e i social

Certe situazioni invece non hanno bisogno di grandi spiegazioni: in tutti i social più utilizzati dalle persone le vicende del presidente americano Donald Trump si stanno facendo sempre più accese, importanti e di rilievo internazionale, forse molto più di quanto lo stesso Trump possa pensare.

Proviamo per un momento ad uscire dal pensiero “Trump mi piace” oppure “Trump lo detesto” e analizziamo il suo modo di porsi digitalmente che domina la scena da anni, soprattutto su Twitter.

Prendiamo come punto base il fatto che il suo profilo è seguito da milioni di persone ed ogni commento, frase o video che condivide – a prescindere dal social – muove, anima, sposta i pensieri e le opinioni di persone, molte più di quante ne vivono nella mia città di Ferrara.

Fa parte del suo lavoro, si sa, però immaginate se per un attimo si attivi in noi un piccolo sentimento di critica, di sano senso del “vado a verificare” oppure “meglio aspettare a scrivere”: quanto i suoi post o tweet si ridurrebbero della carica emotiva e distruttiva? Un impatto enorme.

L’oggettività e i social

Quindi mi/vi chiedo: che fine fa l’oggettività?

Che fine fa uno dei pochi fattori che permette una sana sopravvivenza in questo enorme marasma mediatico?

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Mi sono dato una risposta: scompare quasi del tutto e lascia spazio alle emozioni più istintive che se da una parte sono belle e provocano un senso liberatorio, dall’altra potrebbero essere distruttrici. E il passaggio tra smartphone e realtà è molto corto.

Gli stessi social network si stanno armando proprio per contrastare la grande quantità di fake news che vanno proprio a solleticare i nostri istinti di base, lasciando da parte il controllo ed il pensiero critico, la strada, però, è ancora lunga.

Qui sta a noi controllarci facendo intervenire l’oggettività, capire quando è il momento di fermarci nello scrivere e quando possiamo/vogliamo farlo, come porci di fronte ad un post che ci ha innervosito o colmato di gioia.

Nel momento in cui scriviamo ci esponiamo, mettiamo in mostra il nostro lato più intelligente, critico ma anche la nostra parte più stupida, quindi pensiamoci bene prima di digitare.

Al di fuori di algoritmi che permettono di intercettare una notizia falsa o veritiera, rimane a noi il (brutto?) compito di essere umani in un posto dove l’umanità non è proprio di casa.

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Live Forever, Moby

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