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Congiunti e lontani: quando si disciplina il diritto all’affettività

Congiunti e lontani: quando si disciplina il diritto all’affettività

Giulia Zennaro
congiunti e diritto all'affettività

Nel Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) del 26 aprile, una parola ha suscitato scalpore e interrogativi: “congiunti”. Il decreto stabilisce che, dal 4 maggio, sarà possibile fare visita a parenti e congiunti, sempre senza sconfinare in altre regioni, rispettando il divieto di assembramenti e indossando le mascherine.

Palazzo Chigi ha in seguito specificato cosa intende per “congiunti”, ma la spiegazione ci appare non chiara e poco soddisfacente.

Congiunti: chi sono?

Secondo fonti interne al governo, il provvedimento non riguarderebbe solamente i parenti, ma anche «parenti e affini, coniuge, conviventi, fidanzati stabili, affetti stabili». Come fa giustamente notare però Il Sole 24 Ore, la parola congiunto non esiste nel lessico giuridico. Secondo il Codice civile i congiunti sono i parenti e gli affini (ovvero i parenti dei congiunti, ad esempio i suoceri). Di recente la “tolleranza” legislativa si è allargata a unioni civili e conviventi di fatto. Fidanzati e amici, dunque, non godendo di un rapporto giuridicamente normato, sembrebbero di fatto esclusi dal decreto. E, di conseguenza, dal diritto all’affettività.

Nel DPCM del 26 aprile il Governo mirava paradossalmente a concedere una tregua nella negazione dell’affettività, fino ad ora (se esistente) confinata entro le mura domestiche. Lo ha fatto però disciplinando in maniera gerarchica e arbitraria le relazioni “degne” da quelle invece che non rietrano nel decreto.

Perché non concedere il diritto all’affettività?

La scelta del Governo di privilegiare i legami familiari “normati” rispetto a quelli affettivi, altrettanto indispensabili nella vita dell’individuo, ci pone la questione di che tipo di governo stiamo parlando.
Fortemente familista, che nega il ricongiungimento di amici e fidanzati, che hanno la sola colpa di essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato, che interferisce nel diritto all’affettività e alla sessualità in nome di una scelta dal retrogusto vagamente bigotto e democristiano.

Un aspetto perbenista che riecheggia, d’altronde, in un Paese in cui ci si preoccupa più di riaprire le messe al pubblico che di assicurare il benessere psicologico, affettivo e sessuale. Non dimentichiamo anche di chi non ha un’affettività o una sessualità stabile: i cosiddetti single, quando potranno riprendere a frequentare altri single senz’altra finalità che scambiarsi reciprocamente piacere? Anche loro hanno diritto all’affettività.

Criticabile, non da ultimo, anche la definizione di “affetto stabile”: questa sfumatura paternalista di sicuro non aiuterà chi, dopo due mesi di isolamento, si ritrova in un deserto affettivo, alla disperata ricerca di contatto, né chi vive i suoi “veri” affetti al di fuori dei requisiti richiesti dal DPCM.

Questa quarantena potrebbe avere effetti prolungati nel tempo anche dopo la sua fine, non da ultimo nella sfera sessuale e delle relazioni sociali. La paura del contagio, la paranoia del contatto o al contrario la sua estremizzazione, un’incontrollata ingordigia che non ha altro scopo che gridare al mondo “Siamo finalmente liberi!”, rischia di segnare a vita intere generazioni. Che sono comunque quelle che soffriranno di più gli effetti del post pandemia, e della crisi globale che seguirà.

Il Governo interferisce coi sentimenti

Come giustamente osservato da Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay, ricondurre la concessione dell’affettività alla sfera dei “congiunti” rappresenta una grave interferenza dello Stato nelle faccende personali. Nonché una inaccettabile definizione di una gerarchia degli affetti.

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Se si lascia “liberi” di vedersi coloro che hanno un legame di sangue, purché entro i confini regionali, perché non estendere questo diritto inalienabile anche a coloro che non coltivano relazioni sentimentali giuridicamente normate o che hanno avuto la sfortuna di essere separate da centinaia di chilometri, magari proprio per senso di responsabilità?

Sui social, Giacomo osserva: “Sono fuorisede, vivo a Venezia, la mia famiglia è in Sicilia e la mia ragazza è in Sardegna. Sostanzialmente per me non è cambiato nulla”. Debora osserva che il diritto alla sessualità è stato completamente cancellato dai decreti, quasi fosse un tabù parlarne: “Il mio ‘scopamico’ abita a meno di un chilometro da casa mia. Mi manca il sesso con lui. Il sesso non è solo a scopo procreativo, non conta solo se lo fanno le coppie sposate. Per me è il sesso era importante perché mi distraeva dai problemi: sempre meglio di prendere pillole per l’ansia”.

Per quello che vale, la mia esperienza personale è questa: quando è scoppiata la pandemia vivevo a Roma, dove sta il mio ragazzo. Alla chiusura delle zone rosse del Nord sono dovuta risalire in tutta fretta in Veneto perché devo svolgere delle terapie in ospedale nella mia regione. I miei parenti stanno in Friuli. La mia migliore amica abita a 500 metri da me e non potrò andarla a trovare, neanche dopo il 4 maggio, a meno di non inventarmi parentele difficilmente dimostrabili.

Davvero Conte pensava di poter alleviare le sofferenze sentimentali degli Italiani, in un’Italia che è sempre più “sparpagliata” e bellissima proprio per questo?

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