Stai leggendo
Frontiere

Frontiere

Avatar

Sono nato e cresciuto a Locarno, sul Lago Maggiore – o il Verbano, come preferiamo chiamarlo noi.

Rivolgersi a qualcuno con il suo nome proprio è spesso sintomo di intimità: si dimostra di conoscerlo e di avere il permesso (o il diritto) di chiamarlo per nome.

È una delle tante regole non scritte della lingua.
Nessuno ce le spiega, queste regole, ma le apprendiamo lo stesso, in maniera direi osmotica, come se fossero parte di un manuale socio-linguistico disciolto nell’aria. Le respiriamo e le metabolizziamo.

Questo perché le parole esprimono molto più di quanto dicano.

Soprattutto nelle zone di frontiera, come la nostra, dove le provenienze si confondono e le barriere create nel tempo dagli eventi sono ancora ben visibili.

Nella continuità di case e paesaggi, a un certo punto, c’è un cambiamento: la forma della segnaletica stradale, il colore delle strisce pedonali, la cura nel domare (o meno) il verde della natura.

Passi dalla Svizzera all’Italia e te ne accorgi.
Cambia anche l’inflessione del parlato, e persino alcune parole, nonostante la matrice dialettale sia molto simile (anche se, a dire il vero, bisognerebbe fare la differenza tra la sponda lombarda con Luino e Laveno-Mombello e la sponda piemontese del Verbano con Intra e Stresa, che sono due mondi diversi).

Pirandello diceva che “la lingua esprime il concetto, il dialetto il sentimento”.

Le comunità del Verbano erano vicine e vivevano delle stesse cose (il luccio e il persico, le castagne, la polenta, il pane di segale, il miele e la carne secca). Eppure c’è un termine diametralmente opposto per definire uno stesso luogo.

Sul lato italiano, c’è l’imbarcadero.
Sul lato svizzero, c’è il debarcadero.

Il concetto è chiaro: si tratta della banchina alla quale si accostano barche e navi; è il porto di lago, insomma.

Ma il sentimento è altrettanto chiaro?
Per il Verbano italiano, sembrerebbe che l’accento sia sull’imbarcarsi, mentre per il Verbano svizzero, è piuttosto sullo sbarco.
Lo stesso concetto è espresso da due parole diametralmente opposte: una parla di partenze, l’altra suggerisce l’arrivo a casa.

Sia l’Italia che la Svizzera sono stati Paesi migratori, ma in tempi diversi: nell’800 erano i ticinesi a fare i lavori stagionali a Milano e nelle grandi città italiane, come marronai in inverno e spazzacamini in estate, come i Tondü da Lionza.
Poi, nel dopoguerra, sono stati gli Italiani a salire in Svizzera, come i miei genitori o come De Gregori, che ha dipinto “le donne ed il vino e la Svizzera verde” nella sua canzone “Pablo”.

Pensavamo di essercelo lasciato alle spalle, questo passato fatto di migrazioni, di famiglie spezzate, di amore a distanza e di attese lunghe come la stagione dei monsoni.

Magari ti interessa
Ferragosto al mare

E invece, eccoci qui, all’alba degli anni ’20 del XXI secolo, spaventati dagli altri che immigrano nei nostri Paesi e addolorati per quelli che emigrano nei Paesi degli altri. Le frontiere che avevamo smantellato, con fatica, facendole diventare righe colorate sulle mappe geografiche, d’un tratto si sono rimaterializzate.

I muri hanno ricominciato a dividere.
E le nostre paure sono tornate a confonderci.

La paura dell’altro: che sia il senegalese approdato a Lampedusa dopo un viaggio da incubo o che sia l’operaio di Olgiate Comasco che ogni giorno attraversa la frontiera con la Svizzera per andare a lavorare.

Non ci sono soluzioni né semplici (chiudere i porti e le frontiere) né buoniste (accoglierli tutti).
Ma deve rimanere l’umanità, che è una delle tante cose che ci accomuna; e se facciamo fatica, ricordiamoci del nostro passato migratorio, ricordiamoci che c’è sempre qualcuno a cui la nostra presenza può dare fastidio e che ci vede come una minaccia al proprio benessere. Anche se siamo onesti. Anche se lavoriamo. Anche se.

Teniamolo a mente, sempre, mentre facciamo i nostri primi passi in questo nuovo anno 2020, che suona tondo, definito e, me lo auguro, anche particolarmente sereno per tutte e per tutti. Da una parte e dall’altra delle frontiere.


Colonna sonora:
Agnès Obel: Broken Sleep (2020)

Puoi scoprire tutta la playlist di Debarcadero
sul Canale YouTube di Purpletude.

Cosa ne pensi?
Bellissimo
8
Interessante
2
Non so
0
Pessimo
0
Torna in cima