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Le virtù cardinali al lavoro: (1) la Prudenza

Le virtù cardinali al lavoro: (1) la Prudenza

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  • La prudenza è tradizionalmente associata alla saggezza
  • Ci permette di prendere decisioni informate e giuste
  • Non sempre in azienda è possibile essere "prudenti"
Prudenza

Aspettati veleno dall’acqua stagnante.

– William Blake –

La prudenza è stata per millenni una delle virtù cardinali del pensiero occidentale, sin dall’antichità greca e latina, per poi trasferirsi nel quadro morale dei padri della Chiesa.

Ma in tempi più recenti ha perso un po’ del suo antico splendore.
In una società dell’immediatezza e della comunicazione capillare, la prudenza viene considerata esitazione e incertezza.

Anch’io, come manager, ho avuto tendenza a incolpare l’eccessiva prudenza di una collaboratrice per una reazione tardiva (o, per lo meno, che io giudicavo tale). E questo perché siamo assuefatti ai ritmi delle insta-decisioni.

Il vero significato di prudenza

Nella filosofia platonica è detta “saggezza” ed è la virtù propria dell’anima razionale: concretamente la prudenza consiste nel discernimento, cioè nella capacità di distinguere il vero dal falso e il bene dal male.

Non propriamente una virtù opzionale, in tempi di mistificazioni e fake news.

In quest’ottica, la persona prudente non è indecisa o titubante, ma al contrario è in grado di prendere delle decisioni in modo realista, ponderato, e senza paura. Questo è possibile proprio perché ha le capacità (e ha preso il tempo) di farsi un’idea che sia solidamente ancorata alla realtà e ai bisogni del contesto.

Ciò che è meglio: per se stessi o per la collettività?

La prudenza ci dà la capacità di discernere in ogni circostanza il vero bene, scegliendo le modalità e i mezzi per compierlo.
Parzialmente in disaccordo con il suo maestro Platone, Aristotele l’ha classificata come una “saggezza pratica”, la phronesis (in greco antico: φρόνησις), ed è in questa accezione che è giunta fino a noi.

La prudenza è quindi un saper agire rettamente, un’attitudine che valuta ciò che è bene per l’uomo. Non è una forma di paura, e nemmeno un modo di barcamenarsi fra due posizioni. Anzi, per Tommaso d’Aquino è auriga virtutum, cioè il cocchiere delle virtù: la prudenza guida e media tutte le altre virtù.

Grazie ad essa siamo in grado di prendere decisioni giuste anche in casi particolari, e possiamo superare i dubbi sul bene da compiere e sul male da evitare. L’idea è quella del bene comune: la donna o l’uomo prudente ha la capacità di vedere le cose buone per sé e per gli altri.

Non è un caso se Aristotele considerava la prudenza la più grande virtù del politico.
Povero Aritotò, si starà rivoltando della tomba, pace all’anima sua.

Una competenza moderna

Ora che abbiamo definito meglio il vero significato di prudenza, è molto più semplice vederne il suo valore in un contesto professionale.

La professionista “prudente” è quella che prende delle decisioni di qualità, orientate al bene comune. La si riconosce da comportamenti di questo tipo:

  • Non prende decisioni affrettate;
  • La maggior parte delle sue proposte si avvera pertinente sul medio-lungo termine;
  • Riconosce i propri errori di valutazione.

L’accezione vagamente negativa che attribuiamo oggi alla prudenza deriva da tutta una serie di evoluzioni del pensiero, inaugurate dalla Fondazione della metafisica dei costumi di Immanuel Kant, nel XVIII secolo.

Per il filosofo tedesco la Klugheit (traducibile con intelligenza, saggezza) era l’abilità nella scelta dei mezzi per il proprio benessere massimo.
E metterei l’accento su due parole: “abilità“, quindi qualcosa di esterno alla volontà, e per questo motivo esterno anche alla propria sfera morale; e la seconda parola è “proprio“, ovvero personale, non collettivo.

In quest’ottica, la prudenza è ridotta a una competenza tecnica, quasi una hard skill, come diremmo oggi, finalizzata al proprio benessere individuale.
Si perde quindi sia il valore morale (per quel che vale, perché, lo sappiamo, la morale è ondulatoria) ma soprattutto la concezione di bene collettivo.

A quali aspetti prestare… prudenza

Ogni competenza, che sia virtuosa o meno, ha un rovescio della medaglia: ci sono casi in cui la troppa prudenza può essere disfunzionale. Due esempi:

1.
Dobbiamo prestare particolare attenzione a non dare l’impressione di pensare solo ai fatti, senza prendere in conto le sensibilità altrui. Essendo la prudenza una virtù razionale, si rischia di fare in fretta a cedere alla tentazione di utilizzare solo la mente per valutare le situazioni.

2.
Se crediamo di essere persone prudenti, capaci quindi di prendere decisioni equilibrate e informate, con l’obiettivo del bene comune, rischiamo di prenderci un remo sui denti, di tanto in tanto.
Infatti, non in tutti contesti aziendali abbiamo la possibilità di applicare le nostre soluzioni: attenzione quindi a non arrabbiarci eccessivamente quando la nostra proposta non è presa in considerazione (sebbene, ne siamo convinti, sia la migliore o, per lo meno, la più “prudente”).

Come esercitare la propria prudenza al lavoro

Abbiamo tendenza a considerate il nostro lavoro come un luogo in cui possiamo essere giudicati. E spesso lo siamo, anche solo tramite le valutazioni ufficiali. Invece il lavoro è anche un campo eccezionale in cui allenare le proprie competenze.

Come possiamo quindi approfittare di questa palestra per esercitare la prudenza nel nostro quotidiano professionale? Qualche spunto:

1. Non fare promesse affrettate

Le persone che si fanno prendere dalla passione del momento hanno tendenza a dire e promettere cose troppo velocemente. Lo stesso vale per chi ha bisogno di sentirsi utile, sempre e a priori.

Un esempio pratico che ho visto in azienda: la responsabile di un gruppo di collaboratori amministrativi ha sondato la possibilità di trasferire gli uffici in una nuova costruzione, moderna e logisticamente migliore. Ne ha parlato subito con entusiasmo a tutto il suo team, che era mega-gasato. Per ragioni esterne, l’accordo è saltato e l’annuncio che non avrebbero cambiato ufficio è caduto come un’ascia sulla motivazione di tutta l’équipe. Nessuno ha fatto nulla di male, in sé, ma l’ambiente di lavoro ne ha risentito.

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Il problema non sono i risultati, ma le aspettative

Quando non siete sicuri di qualcosa, non esplicitate cosa intendete fare e non utilizzate frasi come “ci proverò” o “troverò una situazione”. Meglio dire: “Ci sto pensando. Torno da te quando ho una soluzione concreta”.

2. Saper gestire le informazioni confidenziali

Essere prudenti non è sinonimo di discrezione.
Ma le persone hanno tendenza a confondere queste due qualità, soprattutto se, nel tempo, vi siete messi in una posizione di persona di riferimento per le decisioni difficili.
È fondamentale chiarire subito con il vostro interlocutore se vi sta dando un’informazione confidenziale o meno. Fate la domanda, senza troppi giri di parole.
E bloccatelo se vi sta dicendo cose che sapete già che avrete difficoltà a tenere per voi (ad esempio, se vi parla in modo critico di un problema avuto con un vostro amico).

In ogni caso, proprio perché esercitate in modo ottimale la virtù della prudenza, le informazioni che hanno una ricaduta sull’etica, la sicurezza e la legalità non possono essere tenute confidenziali. Ditelo esplicitamente.

3. Abbracciate la complessità

C’è molta complessità intorno a noi, quotidianamente. È normale che la prudenza che vi porta a soppesare ogni fatto, ogni pro e contro, possa tradursi per necessità (o per disperazione) in tentazione alla semplificazione.

Il miglior esercizio per garantire la qualità delle decisioni è proprio quello, invece, di accettare che le situazioni e gli argomenti possano essere complessi. La prudenza serve anche a questo: a prendere decisioni informate che non riducano il tutto a una piatta banalità. Come dice Brunori Sas, non è roba per quelli che “sono convinti che basti un tutorial per costruire un’astronave”

(e qui, se volete vederci una frecciatina ai politici, fate pure: era voluto).

Non confondere prudenza con stupida pazienza

Avere fama di prendere sempre buone decisioni può essere ingombrante: si rischia di sviluppare o un’eccessiva sicurezza o un’eccessiva paura, soprattutto nel prendere decisioni difficili.

Ogni persona prudente deve fare i conti con l’ambiguità della realtà: non sempre è possibile trovare delle soluzioni win-win.

Il bene comune è il risultato di equilibri di cui non possediamo le leve e, a volte, proprio non c’è.

Se vi capita troppo spesso di trovarvi in questa situazione, tuttavia, il mio consiglio è di considerare di cambiare azienda, perché è possibile che non stiate mettendo le vostre energie al servizio di chi se le merita.

Così, giusto per dire.

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