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Amiamo la vulnerabilità, degli altri. La nostra invece ci terrorizza

Amiamo la vulnerabilità, degli altri. La nostra invece ci terrorizza

Chiedere aiuto, prendersi la responsabilità per i propri errori, chiedere scusa per primi dopo un diverbio, confessare emozioni intime e sentimenti. Esempi tra i più chiari e frequenti di vulnerabilità. Vulnerabilità che amiamo. Quando si tratta degli altri.

Le lodi si sprecano quando qualcuno si mette a nudo. Quando si spoglia di quell’armatura con la quale tutti ormai siamo abituati a muoverci. Quando tocca a noi però… beh è diverso!

Perché discriminiamo la vulnerabilità

La nostra percezione di vulnerabilità cambia a seconda del ‘soggetto lacunoso’. Una ricerca svolta da un team di psicologi dell’Università di Mannheim, ha mostrato che c’è una costante discrepanza nelle nostre valutazioni.

In una data situazione, quando i soggetti che mostrano vulnerabilità siamo noi, tendiamo a focalizzarci sui dettagli concreti e a giudicarli negativamente.
Quando invece le imperfezioni sono quelle altrui, siamo portati a considerare i dettagli a un livello più astratto e maggiormente tollerante. In qualche modo, troviamo elementi che giustificano le mancanze e i punti deboli.

I ricercatori, oltre ad aver dato un nome a questo contrasto di prospettiva (‘the beautiful mess effect’), spiegano che uno dei meccanismi logici con cui comprenderlo si connette alla c.d. Construal level theory che esamina la nostra distanza psicologica, cioè la via cognitiva di interpretazione basata sulle dimensioni spaziali, temporale, sociale e ipotetica.

Se questa elaborazione è bassa, significa che il nostro modo di analizzare una questione va dal particolare al generale. Cioè cominciamo a ‘scrutare’ da vicino e alla lunga osserviamo da una posizione sempre più lontana. Se invece è alta, vuol dire che abbiamo una maggiore attitudine a generalizzare.
Solo che, nel caso della percezione della vulnerabilità, un’elaborazione alta è associata a una prospettiva più positiva e maggiormente risk-friendly.

Lo strano potere della vulnerabilità

In questo lavoro, i ricercatori si sono basati anche sui risultati a cui era già arrivata Brené Brown, professoressa e ricercatrice all’Università di Houston. In un intenso intervento al TEDx  Brown afferma che “amiamo la nuda verità e l’apertura negli altri, ma abbiamo timore di lasciarla vedere in noi”. Così, da questo punto di vista auto-sabotante, la vulnerabilità diventa coraggio negli altri, ma inadeguatezza in noi.

I benefici della vulnerabilità

E se invece la vulnerabilità avesse anche un lato positivo? I risultati della ricerca, se affiancati a quelli di lavori scientifici precedenti, mostrano gli effetti benefici di una vulnerabilità espressa.

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• L’aprirsi agli altri può rafforzare la fiducia.
• Cercare aiuto può incoraggiare l’apprendimento.
• Ammettere i propri errori può favorire il perdono.
• Confessare sentimenti personali può guidare verso nuove relazioni o relazioni più autentiche.

“Anche se gli esempi in cui mostriamo vulnerabilità possono talvolta farci sentire più deboli internamente” – dicono i ricercatori – “i risultati ci dicono che, all’esterno, questi atti appaiono maggiormente affini al coraggio. Così, una volta appurate queste positive conseguenze per la qualità delle nostre relazioni, della nostra salute e dei risultati professionali, questa trasparenza potrebbe diventare una spinta a superare paure personali.

Non solo. Potrebbe essere uno strumento per scegliere (scegliere, non accettare) la bellezza. Anche nel caos delle situazioni vulnerabili che ci capita di vivere.

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